son passati 58 anni.... ma e' l'oggi

24 ottobre 2008 ore 16:16 segnala
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso

dell’ Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11

febbraio 1950.

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potereun partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali.C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle.Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.  Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.  Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuoledi stato per dare la prevalenza alle scuole private.Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questabassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinarele scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i lorobilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllosulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che viinsegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciareche gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.Pubblicato nella rivista Scuola democratica, 20 marzo 1950.Tratto dal numero 762 della rivista Internazionale. 

Valore

10 ottobre 2008 ore 15:13 segnala
VALORE Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite. Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordarsi di che. Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord, qual'è il nome del vento che sta asciugando il bucato. Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia. Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore. Molti di questi valori non ho conosciuto. Erri De Luca (da "Opere sull'acqua e altre poesie", Einaudi, To, 2002)

Il Bacio

10 ottobre 2008 ore 15:11 segnala
Antonio scelse a caso uno dei blocchi dim marmo di Carrara che era andato comprando nel corso degli anni. Era una lapide. Sara' stata di qualche tomba, vai a sapere; lui non aveva la minima idea di come fosse andata a finire nel suo studio. Antonio adagio' la lapide su una base d'appoggio , e si mise a lavorarla. Aveva una vaga idea di quello che voleva scolpire, o forse non ce l'aveva proprio. Inizio' a cancellare l'iscrizione: il nome di un uomo, l'anno di nascita, l'anno della fine. Poi, lo scalpello penetro' il marmo. E Antonio trovo' una sorpresa, che lo stava aspettando all'interno della pietra: la vena aveva la forma di due volti che si univano, qualcosa come due profili attaccati alla fronte. Lo scultore obbedi' alla pietra. E continuo' a scavare, dolcemente, fino a che prese forma quell'incontro che la pietra conteveva Il giorno dopo considero' il lavoro concluso. E allora, quando sollevo' la lapide, vide cio' che prima non aveva visto. Sul dorso, c'era un'altra iscrizione: il nome di una donna, l'anno di nascita, l'anno della fine.

La Nonna

10 ottobre 2008 ore 15:04 segnala
Quando Miriam guarda una montagna, vorrebbe attraversarla con lo sguardo per entrare dall'altra parte del mondo. Anche quando guarda la sua infanzia, lei vorrebbe attraversare con lo sguardo quegli anni andati, per entrare dall'altra parte del tempo. Dall'altra parte del tempo, c'e' la nonna. Nella sua casa di Cordoba, la nonna nascondeva alcune scatole segrete. A volte, quando lei e Miriam erano sole, e non c'era pericolo che qualche intruso entrasse e curiosasse, la nonna socchiudeva i suoi tesori, e lasciava che la nipotina guardasse. Quei bottoni,pietruzze, conchiglie, lustrini, piume d'uccello. Vecchie chiavi, ferri da calza, stracci Colorati, foglie secche e ritagli di riviste sembravano cose, e nient'altro che cose; ma entrambe sapevano che erano molto piu' che semplici cose. Quando la nonna mori', tutto quello spari', forse bruciato o gettato in pattumiera. Miriam adesso ha le sue scatole segrete. A volte le apre per chi sappia guardarle

I Passi

10 ottobre 2008 ore 14:57 segnala
Una coppia stava camminando nella svana, nell'oriente dell'Africa, mentre iniziava la stagione delle piogge. Era l'epoca assai remota del Pliocene, nell' Era Terziaria, che e' come dire prima del prima, e quella donna e quell'uomo, a dire il vero, assomigliavano ancora parecchio alle scimmie, sebbene camminassero eretti e non avessero la coda. Il vulcano Sadiman stava gettando lapilli dal cratere, come sempre, e la distesa di cenere conservo' quei passi, attraverso tutti i tempi perduti nel tempo. Sotto i grigi letti di cenere vulcanica, le impronte rimasero intatte. E le impronte ci dicono, adesso, che l'uomo e la donna stavano camminando insieme, quando ad un certo punto lei si fermo', tentenno', cambio' strada, fece alcuni passi per conto suo e poi ritorno' al cammino condiviso. Le tracce umane piu' antiche hanno lasciato, quindi, il segno di un dubbio. Qualche annetto e' passato. Il dubbio resta

Odio gli indifferenti

10 ottobre 2008 ore 14:50 segnala
Odio gli indifferenti, credo come Federico Hobbel che vivere vuol dire essere partigiani. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e partigiano. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E quest'ultimo s'irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. Odio gli indifferenti anche per questo e mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze meravigliose della mia parte già pulsare l'attività della città futura che appunto la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrificio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti e ogni opportunista. Antonio Gramsci