Abbattiamo il management mediocre

30 maggio 2009 ore 14:14 segnala
In un'ottica econo-folk, mi appare sempre più lampante che la migliore visibilità della situazione economica ce l'abbiamo noi che siamo al primo strato, al primo livello di questa piramide al contrario che è il mondo del lavoro, visti i palesi e globali fallimenti di previsioni finanziarie e l'erronea istantanea fotografica che i grandi micro e macro enomisti avevano fatto della situazione economica occidentale, da cui la crisi.
Noi comuni lavoratori, noi che mettiamo le mani in pasta e noi che risolviamo i problemi ai nostri grandi capi. Noi scolarizzati al massimo eppure penalizzati in egual misura nelle nostre velleità di carriera che ci vengono quotidianamente precluse da un management della generazione scorsa che ha come unica e sola preoccupazione quella di rimanere attaccata alle proprie poltrone, col solo utilizzo del metacrilato (leggi SUPER ATTACK).....


continua...

Facebook, il gossip dei non V.I.P.

27 gennaio 2009 ore 16:51 segnala

E se lo scopo di questo Social network chiamato Facebook fosse proprio quello di farsi i fatti altrui?
Parliamo del fenomeno di questi ultimi tempi, per una santa volta dal di dentro, in qualità di utenti di una certa levatura ed esperienza, senza falsi profeti sociologi o psicologi della domenica continua...

Attrattiva del nulla

21 dicembre 2008 ore 14:52 segnala
Morte
fuga perfetta
idea del nulla

Quando le gabbie costringono
la vita mi va stretta
lacera le stoffe
di un...

continua...


NUOVO BLOG SU BLOGSPOT.COM

03 novembre 2008 ore 10:04 segnala

I nuovi post verranno presto pubblicati anche su www.zimo-blog.blogspot.com

 

Il mistero del Tartaro, Acrilico su tavola, 2007, Zimo

 

Il traditore

19 ottobre 2008 ore 13:24 segnala

Judas era quello che teneva la borsa, il contabile.

Era intelligente e astuto come una faina. Sociale, ambizioso, di gran lunga più colto della maggior parte degli amici di Yesu.

- Quella manica di pescatori e prestasoldi - si diceva, soprattutto riferendosi al povero Levi che ogni volta che erano in gruppo veniva preso di mira dai ricchi e famosi e con lui tutto il gruppo.

A Judas dava fastidio essere accomunato a quella ciurma di sbandati, ché manco sapevano scrivere e leggere, né sapevano fare un conto giusto, mentre a lui Yesu aveva affidato un incarico di sicuro più importante rispetto agli altri. Gli aveva detto quel giorno: - Judas, occupati tu dei soldi.

E basta. Enigmatico come al solito, coi suoi silenzi che non spiegavano niente, le sue storielle che nessuno capiva, e quel sorriso che andava regalando a chiunque gli si parasse lungo il cammino, un sorriso che illuminava pure il cielo, e diradava le nuvole.

A Judas, Yesu stava simpatico. Provava una certa amicizia, verso di lui. Era diverso da tutti gli uomini che avesse mai conosciuto. Judas sempre inquieto, con la carnagione e gli occhi scuri, in cui a tratti balenavano velocissimi guizzi istintivi, idee fugaci, qualche progetto, manie di grandezza. Yesu lo calmava, lo tranquillizzava. Bastava che lo fissasse con lo sguardo intenso, e dolce, amorevole, e Judas finiva di abbaiare, come un cane sempre un po' incazzato che quando vede il padrone abbassa la guardia e diventa subito mogio mogio e tenero, correndo a fargli le feste.

Quel Yesu! Strano, strano e diverso. Non parlava molto. Ma quando parlava a Judas si intorcinavano le budella e non capiva perché.

Un giorno prese il coraggio a due mani, pure se l'idea di parlarci, con Yesu, a tu per tu, lontano dal gruppo, gli metteva una certa soggezione.

Erano andati di nuovo al lago, con tutta quella folla che li seguiva sempre, una scia di gentaglia di tutti i colori e le fatte...ex galeotti, paralitici, mezzi storpi, gentaglia che nella vita non faceva un cazzo dalla mattina alla sera. Sfaticati e ladruncoli d'ogni genere, che s'attaccavano dietro al loro gruppo come le mosche, ubriaconi, mezzi matti.

Persino Yesu, quella volta, si era vagamente seccato della cosa e aveva detto a Shimon: - Prepara la barca, ché ce ne andiamo da qua. Traversiamo il lago e ce ne andamo all'altra riva. Cosi non possono seguirci. Voglio stare un po' da solo con voialtri, Shimon. Tutta questa confusione mi ha stremato...

E Shimon, che bastava che Yesu parlasse, che schizzava come un servo, aveva preparato subito la barca e fatto accomodare Yesu al posto più comodo, e gli altri sistemati alla bell'e meglio, pure se era notte e non era proprio il caso di mettersi in acqua, chè l'avrebbe visto pure un cieco che stava per fare una tempesta.

Riluttante, aveva seguito Shimon e gli altri. Quello puzzava sempre di pesce, comunque. Pure se aveva smesso di fare il pescatore. Gli era rimasto addosso l'odore, e non se ne andava più. Judas lo disprezzava. Sempre appiccicato a Yesu...certo...non come quella femminuccia di Johan...lui vabè...lui era un ragazzetto. No. Shimon, pendeva dalle labbra di Yesu, un omone grande e grosso, rozzo fino all'inverosimile, ché quando mangiavano tutti insieme gli faceva venire il voltastomaco, con certe dita grosse e tozze, la forza d'un bufalo, che quando Yesu gli parlava, s'accasciava molle e diventava un mezzo cefalo, tirato fuori dall'acqua, che perde la sua forza.

D'improvviso la tempesta era arrivata, proprio mentre erano in mezzo al lago, s'era oscurato tutto, certi nuvoloni neri avevano iniziato a buttare giù acqua su acqua, le onde ingrossate e il fragile legno della loro barca aveva cominciato a oscillare e rimbalzare.  Tutti erano terrorizzati, tranne quel marinaio mancato di Shimon che urlava a destra e a manca agli altri cosa fare per dominare la barca. Yesu, imperturbabile dormiva della grossa da ormai due quarti d'ora, e non si capiva come, non s'era accorto di niente.

Mah...non ci voleva pensare, a quello che era successo dopo....era troppo....troppo strano...voleva rimuovere quell'immagine...s'era preso un colpo come non gli capitava da anni. Aveva tremato come un bambino alla vista di Yesu che camminava...no...lasciamo perdere...non ci voleva proprio pensare. Fatto sta, che avevano rischiato veramente di farsi ammazzare stavolta. E l'avevano scampata per un pelo!

Solo verso l'alba, dopo il fatto, quando ormai erano al riparo sulla riva, e tutti dormivano come bambini, Yesu s'era svegliato e meditava in silenzio, come al solito. Judas s'era deciso ad avvicinarsi, per andare a parlargli.

- Yesu - aveva esordito.

- Judas, amico mio! - sorrideva Yesu coi bei denti bianchi in mostra, e la carnagione illuminata dalla luna, ma bello come un sole.

- Senti...a proposito di quel progetto...quand'è che organizziamo la rivolta? Voglio dire, se riusciamo a penetrare al pretorio, magari raccattiamo pure quella folla di disperati che ci segue, io qualche bastone e qualche spada riesco a procurarmela, magari prendo iqualche soldo dalla cassa per comprare qualche spada in più, ci penso io, e qualcuno può armarsi d'una pietra e..

- Judas! - lo interruppe Yesu. - Sei ancora convinto che quello che v'ho detto l'altro giorno abbia a che fare con una rivolta? Non capisci che il mio destino è un'altro? Devo fare quello che mio Padre m'ha comandato di fare, voglio farlo, più che altro. Voglio seguire il suo volere.

Ma chi, pensò Judas, quel vecchio scalcagnato del falegname? Quello era morto e sepolto, da una vita, bho...magari in punto di morte gl'aveva detto qualcosa, a Yesu, e questi s'era convinto d'un destino che capiva solo lui...

- Ma Yesu ! Tuo padre è morto! cosa vuoi che ne sappia lui ormai...e poi pensaci, sarebbe solo contento di sapere che il figlio è diventato principe o governatore, che non fa più il falegname in quel buco di città a marcire, ma che è diventato importante! Lo dici sempre tu, Yesu, che sei un principe, che ci libererai, che diventerai Re!! Dobbiamo fare la rivolta! Io dico. Stabiliamo una notte, li cogliamo a sorpresa quegli usurpatori, ci infiltriamo a palazzo. Ho un paio di conoscenze. Me li ricompro come niente, gli butto cinque soldi e ci fanno entrare persino nella camera del governatore!

Era tutto entusiasta e si illuminava all'idea del Potere che avrebbero avuto. Yesu di sicuro l'avrebbe nominato suo vice. Non c'era un'altro intelligente come lui a cui demandare l'incarico.

- Judas, fratello mio! - esclamò nuovamente Yesu, sorridendo e posandogli una mano sulla spalla. - Il mio destino non me l'ha imposto mio padre, sono io che voglio fare quello che m'ha mandato a fare. - sorrise ancora - E tu Judas, purtoppo proprio tu, sarai quello che mi darà in pasto ai pescicani. Spero di sbagliarmi, spero tu non ceda...ma lo intendo dai tuoi occhi, sei cosi preso da questo progetto...da questo tuo sogno, che neanche m'ascolti più. Non capisci le mie parole, nient'altro che il tuo cuore, ascolti.

Aveva sentito bene? Yesu credeva che lui, proprio lui di cui Yesu si fidava ciecamente, lui a cui Yesu aveva dato la contabilità, sebbene sembrava che a Yesu, dei soldi, non gliene fregasse proprio niente, sarebbe stato il bastardo che avrebbe tradito il progetto?

- No, Yesu! Come puoi pensare una cosa del genere? - esclamò. - Io fino alla fine ti seguo, io voglio stare sempre accanto a te, voglio che mi passi una parte di responsabilità quando sarai al potere. Lo sai che me lo merito e che sono capace. Non vorrai mica dare il compito a quel pescivendolo di Shimon? Quel mezzo bifolco, che non sa neanche leggere e scrivere??

- Judas. E' inutile, tu vuoi capire solo i pensieri del tuo cuore. Siamo su due piani diversi Judas. Forse quando capirai sarà troppo tardi ormai...

Troppo tardi...

Erano passati mesi da quella conversazione. E Judas non ci aveva più pensato, alle parole di Yesu. Aveva preso certi accordi per quella notte, una notte da lupi quella.

Prima aveva cenato col gruppo, s'erano bevuti il vino, tutti insieme, Yesu aveva pure detto certe cose durante la cena, riguardo a un tradimento...aveva preferito non farci troppo caso, Judas.

Era dovuto scappare via prima degli altri, s'era prima informato su dove sarebbero andati a smaltire l'alcol dopo la cena, e poi s'era defilato quasi di nascosto, per raggiungere quelli che gli avevano commissionato la cosa.

Notte da lupi, con certe nuvole nere che incombevano sopra la collina dove erano tutti. In silenzio Judas s'inerpicò lungo il cammino, coi soldati armati che lo seguivano a ruota come ninja silenziosi, facendo attenzione a dove metteva i piedi, per non rischiare di svegliare quei vecchi ubriaconi che dormivano su certe muragliette di pietra. In fretta strisciarono come serpenti fino alla radura illuminata da un filo di luna. Vedeva Yesu, appartato, in ginocchio, con la faccia nelle mani. Sembrava piangesse, disperato, e una grossa angoscia lo prese al petto, una voglia di piangere anche lui. Ma ormai era fatta, gli accordi erano presi, non poteva tornare più indietro, non sarebbe stato un uomo d'onore. Se si fosse tirato indietro ora, tutti l'avrebbero preso in giro per sempre, nessuno l'avrebbe più rispettato, avrebbe perso tutto l'onore. No, non poteva tornare più indietro.

Osservò Yesu alzarsi, asciugarsi le lacrime facendo un respiro profondo, svegliare gli altri dal torpore, e proprio quando tutti erano ormai in piedi decise ch'era tempo di agire.

Si precipitò avanti, chiamando - Yesu! - lo abbracciò forte, lo baciò ad una guancia. Yesu lo guardò intensamente negli occhi dicendo: - Judas! con questo bacio mi tradisci!

Subito arrivarono quelli, gli buttarono in grembo quella sacca di 30 denari, ma lui non la voleva più.

- Tenetevela! - cominciò ad urlare - Tenetevela!!!

Piombarono nello spiazzo i soldati, una confusione, urla, pugni, una rissa, certi farisei che s'erano appostati, un servo che aveva tentato di braccare Shimon, e lui che preso un coltello gli aveva staccato l'orecchio con un colpo secco. Catturarono Yesu che in silenzio lo guardava diritto nelle pupille. In mezzo a quella confusione lui sentiva solo il rintocco del proprio cuore, e il dardo infuocato di quello sguardo d'amore che lo trapassava da parte a parte. Non poteva reggere. S'allontanò correndo via, a rotta di collo, giù dalla collina, il cuore in gola, tremando come un pazzo, le lacrime di amarissima disperazione salivano fino in bocca, se le sentiva nel cervello, nero, buio, orrendo, come un pezzo di carne marcia. Pianse, pianse disperato come un bambino, sbattendo contro gli ostacoli che ormai non vedeva più nella foga della sua corsa.

Arrivò ad una fattoria, c'erano degli alberi, vide una corda posata sulla paglia, se la legò al collo, si arrampicò sull'albero, con gli occhi di Yesu che ancora gli corrodevano mente e cervello, il senso di colpa era inverosimile, l'angoscia gli faceva schizzare il cuore dal petto, le lacrime non gli davano nessun sollievo.

Come aveva potuto cadere cosi in basso? Come? Come aveva fatto a tradire il suo migliore amico, l'unico che l'aveva sempre capito, l'unico che l'aveva amato, pur con tutti i casini che aveva sù per il cervello, e non gli aveva mai rifiutato un abbraccio, un sorriso, un incoraggiamento? Quell'uomo silenzioso, chi era in realtà? E se fosse stato veramente il figlio di...non era in grado di formulare la frase. La potenza di quella rivelazione gli squarciò le meningi, pulsavano le sue tempie, si sentiva scoppiare. Aveva sbagliato tutto, non aveva capito un cazzo di Yesu! Solo ora, solo ora realizzava la portata di quello che aveva fatto.

Si circondò il collo con la corda, là sull'albero, ancorando l'altro capo al ramo più alto, si spinse col corpo verso il vuoto e si lasciò penzolare come uno spaventapasseri a cui hanno sottratto la paglia.

Il grande scrittore

14 ottobre 2008 ore 23:09 segnala

Dovette andare dal dottore. Era costantemente affetto da quella malattia dello scrittore, che lo faceva cagare parole di continuo, egli se ne scusava coi suoi lettori, ma era più forte di lui, la logorrea delle parole belle gli aveva logorato budella e cervella.

E cosi dal medico in sala d'attesa, tristemente depresso dal suo destino, mentre gli altri sfogliavano il giornale spiando di sottecchi e qualcuno sbadigliava, venne chiamato dentro da un "Avanti!" di ottocentesca memoria.

- Dottore è grave? Supplicò, quando fu davanti al medico magrissimo ed emaciato, con un camice bianco e due grosse palle al posto degli occhi contornati da occhiali quadrati e marroni.

- Ehhh...bè...diciamo...- Rispose enigmatico il medico

Scribacchiò due segni incomprensibili sul taccuino a mo' di geroglifico sibilando dal naso.

- Mi prenda due Logorron in compresse al mattino e alla sera, possibilmente dopo i pasti e - continuò vergando la carta colla stilografica di cinquant'anni fa - cerchi di riposare! Il più possibile mi raccomando! Che la vedo sciupatissimo, mi si sta logorando completamente, a causa della Logorrea!

- E che posso fare dottore, quando la Logorrea mi attacca in pubblico? - chiese affranto il povero scrittore?

- Allora, per gli attacchi di Logorrea, mi prende alla bisogna, dieci, quindici gocce, a seconda del sintomo, di Logorin Gocce R.P. a rilascio prolungato. E mi raccomando, cerchi di dormire, il più possibile, ha capito? - sibilò ancora il medico, sgridandolo.

Lo scrittore era più depresso che mai, le sopracciglia folte gli stavano ormai disegnando due parentesi graffe oblique che gli ricoprivano interamente gli occhi e la bocca era talmente piegata all'ingiù che oramai aveva assunto la forma di una grossa V al contrario.

- Dottore, ma se gli attacchi si ripetono? Se si ripetono in pubblico, che faccio? Voglio dire...dottore, lei mi capirà...ma un conto è quando mi prende l'attacco mentre sono li alla scrivania e in qualche modo riesco a trasferirlo in prosa...ma dottore, se mi prende mentre sono in pubblico? o durante una conferenza? o, peggio, la presentazione del mio libro? - Lo scrittore assunse un'aria veramente piagata, da malato terminale di lebbra in procinto di ricevere il miracolo che non era mai che arrivava.

- Massignore mio! Le ho detto caro signor Bucchi...anzi, Carlo, si fidi del suo medico! Se le dico che con le gocce li annientiamo questi attacchi? - disse il medico incrociando le mani a mo' di esortazione terminale - E se la pigliano in pubblico, lei se ne vada un attimo fuori, al fresco, a prendere l'aria, e, non dovrei dirglielo, ma in questi casi, chiudiamo un'occhio, si fumi una sigaretta, beva un sorso d'acqua colle gocce e vedrà, vedrà caro Bucchi!

Era finita la visita. Pagò sull'unghia i 150 euro di onorario e se ne andò con spalle cascanti e passo trascinato e la ricetta in mano.

Al 15 del mese aveva la presentazione del libro. Gli attacchi non s'erano più verificati e lui era tranquillo, anzi, se n'era proprio dimenticato, preso com'era dall'eccitazione della sua nuova opera. Giulia, la moglie, si stava mettendo gli orecchini prima d'uscire. Lo scrittore la prese sottobraccio pieno d'entusiasmo.

- Andiamo cara Giulietta, andiamo. Ché stasera me lo sento, sarà un successone! - rise lo scrittore sbaciucchiandola alla guancia.

Dopo la presentazione, ch'era andata proprio come lo scrittore s'aspettava - tutti erano stati entusiasti e prodighi di complimenti - si spostarono nella grossa sala illuminata a giorno per il cocktail e i brindisi di congratulazioni. C'erano proprio tutti, il sindaco, l'editore capo, i colleghi, i giornalisti, gli amici...

L'editore tintinnò col coltello sul calice di cristallo del prosecco, si fece un silenzio tombale rotto da qualche brusio, reverente e quasi sacrale.

Le luci accese, la folla a bocca chiusa, gli occhietti di tutti puntati su di lui, l'editore che incensava l'opera del grande scrittore vivente Carlo Bucchi, colla voce stentorea: allo scrittore salì il panico fin sulla gola, bianco come un cencio, con un rapido scatto, per non rischiare l'attacco di logorrea in pubblico, fece come gli aveva consigliato il medico: fuggì e si ritirò in bagno senza proferire parola.

Più tardi la moglie, Giulia era cosi preoccupata, che non si riuscì a calmarla neanche con un Gin e lo sventolare di fazzoletti: Carlo Bucchi s'era chiuso, a tripla mandata, dentro a quel bagno, senza voler più uscire.

- Ti prego Carlo sii ragionevole - supplicavano gli amici attraverso la porta - Carlo, dì qualcosa, non vedi che Giulietta è come un cencio? Non t'interessa niente di lei? Dì una parola, dì qualcosa!

A niente valsero le suppliche. La porta rimase muta. Carlo Bucchi non rispondeva più, sembrava fosse sparito nel nulla.

Chiamarono i vigili, chiamarono l'ambulanza. In ultimo dovettero sfondare la porta perché Carlo Bucchi, il grande scrittore, non aveva più dato segni di vita da almeno mezz'ora.

Trovarono la sala da bagno vuota, al posto del water un grosso buco nero, sembrava come se un'esplosione l'avesse fatto saltare, e con esso parte del muro e lo scrittore in persona s'erano volatilizzati.

Chiamarono il medico che l'aveva in cura, venne, fece un rapido sopralluogo, scosse la testa, in segno di ineluttabilità: è morto per un attacco fatale di Logorrea. Sentenziò.

 

 

Una mia definizione di Artista

14 ottobre 2008 ore 15:42 segnala

Il vero Artista è colui che riesce a far percepire al suo pubblico la completezza di un'opera attraverso i silenzi, i pezzi mancanti, il non finito. Quando ci riesce è perché padroneggia la tecnica in maniera talmente perfetta da non doverne fare mostra. Con un'accenno di pennellata, un accenno di nota, un'accenno di descrizione SUGGERISCE.

E' il suo pubblico che completa l'opera con ciò che definiamo comunemente "comprensione".
Il pubblico comprende l'opera suggerita dall'artista e la rende propria, soggettiva, l'assimila e forse è in questo processo che l'Arte stessa si definisce.

 

Pedissequa descrizione di passanti

12 ottobre 2008 ore 20:26 segnala

Sfreccio in macchina di ritorno da Esselunga.

Un passante, due passanti, tre passanti...

Li conteggio, mi decido a osservare. Un passante alla fermata del bus, uomo grassoccio e malvestito, la mandibola deforme, si ficca un dito nella bocca, e si scava dentro ai denti, una faccia deformata, cercherà il suo perché dentro protesi e radici dentarie. Quattro uomini  un po' pingui, nella loro aria da scansafatiche poggiati a un palo, parlottano di calcio e di niente, gruppo dedito alle birre, e aspettano le ombre e l'indomani. Intuisco un odore di bar che, ahimé, non ho avuto modo d'odorare, mio malgrado, ma l'avvertono, ahimé, due donne vittime d'un gas, rigurgito di birra, che si chiude in una tremenda risata di gruppo.

Le due donne sulla bici, fuggono piano, con fare lento e pigro, dal gruppo dei pingui, si guardano, una pedalata ogni tre minuti, si parlano, i ricci in testa come nidi di rondine, non guardano la strada, ahimé, e vanno a sbattere a quel palo.

Tre uomini camminano, facce da Abdul e Mohammed, e Mario Rossi, giacconi fuori stagione, grigioverdastro e marrone, e uno si scava nel sedere, cercando anche lui, quel certo non so ché.

Tre ragazze vestite identiche, coi jeanz, la ciccia dei fianchi che crea un delizioso otto sopra la fascia del bacino, magliette, capelli uguali, borse al braccio, si fumano la loro sigaretta, e una per dare una svolta alla noia, si intinge vistosamente le dita nelle narici, cercando forse, l'essenza stessa di se stessa.

Un passante, due passanti, tre passanti.

Sfreccio osservo, l'esilarante umanità, il fitto d'ombre, le luci gialle e crude. Non c'è finzione, non c'è telecamera.

Un'altra sera, magari, sarebbero perfetti, ma stasera, tutto è un po' ridicolo. Io sfreccio, osservo e rido, e li beffeggio. Non è la sera delle telecamere e del sabato, del vestito perfetto e dell'atteggiamento alla moda. E' la sera dei pali, dei lavorii tra i denti e nel sedere, delle narici di gente qualunque, colla camminata grottesco andante. E' la sera del fuori moda, del banalotto e di quel certo nonsoché, che ai semafori ti strappa una risata.

 

Autumn Leaves

09 ottobre 2008 ore 08:35 segnala
Questa è per chi non si accontenta dell'azione, ma vive di intensi momenti solipsistici, epifanie improvvise che gli rivelano una parte di realtà fino ad allora ignota, chi è in grado di capire e filtrare tutto attraverso l'anima. La strada, l'asfalto, la sottile bruma che evapora dai bordi selvatici della via, il sole che rifrange la nebbiolina azzurra al mattino, l'arancione del pallido sole d'inverno che albeggia. Questa è per i descrittivi, gli amanti dell'estetica e del bello, per l'artista che rincorre un'armonia, per l'artista che si nutre di folgorazioni improvvise che non torneranno mai più, per chi cerca, ricerca, viviseziona l'armatura più profonda della metafisica, ciò che mai potremo conoscere col cervello, o i sensi, ciò che aneliamo che ci venga svelato. Questa è per la mattina, quando guido in macchina e quel sole arancione, mi ferisce gli occhi, "mi fere 'l sol di tra' lontani monti", e quel bozzolo della mia auto diventa tutta la mia vita, tutto il mio momento, prima di cominciare la giornata, e ascolto John Coltrane e il suo sax è carezzevole, morbido, come una colata d'olio caldo sulla schiena, come brividi e massaggi sul mio corpo, e l'istante è perfetto, da incorniciare, le note, le onde sonore, perfettamente in sincrono con le mie onde alfa o quel che sia, e l'anima si gode una perfezione musicale, visiva, auditiva, percettiva, cinestesica, spirituale che non vorrei abbandonare mai. E questa è per John Coltrane che mi ha dipinto quelle note, per Jacques Prevert che mi ha scritto quelle parole mute, per Miles Davis che spezza con la potenza acida della sua tromba, ma calda, ma stridente, incandescente, quel connubio di note spinte all'ennesima perfezione, all'ennesima magia. Questa è per me quando  guido la macchina al mattino, sulla tangenziale, guardo il sole, osservo le brume, scorgo una magia che aleggia su tutto, anche se il paesaggio è ostile, e mi dico: che bello, dopotutto, vivere.