Magnificat

05 settembre 2020 ore 12:09 segnala

La Via della Croce si snoda fra polvere e rovi, è tremulo sentiero senza orizzonte nella lontananza assetata di bianche calure. Conosce il tempo della prova nei giorni di pena, per amore o per addio, nella solitudine di un incompiuto cammino. Me lo dissero le lacrime silenziose di Maria di Betlemme a primavera, quando correvo bambino nei viottoli dell'orto. Aveva un vestito a fiori e il volto radioso di Grace, celava tra salvia e rosmarino la malinconica mestizia di un dolore. Maria di Cleofa, la incontrai al teatro anatomico dell'Università, le mie parole gli donavano l’estasi del Battista immerso nel Giordano. Percorremmo strade di velluto e asfalto, nella lacera libertà dei piedi nudi e dei patti di sangue.
Ci lasciammo al bivio di Mercurio, protettore dei ladri, nella contemplazione del Golgota ai confini del cielo. Giunse infine Maria di Magdala, nell'immensità di un amore incline alla palude dei miei anni, il migliore, il peggiore. Aveva lunghi capelli e donava amplessi con olio profumato, peccato e riscatto. Lapidata e risorta tante volte quante le bende di Lazzaro. Maddalena, cortigiana dal color caffellatte tiepido, con labbra vermiglie e le chiavi di Geenna e Paradiso. Come tutto è lontano in questo tempo di estatici silenzi, dove alla grata delle mani si oppone il nulla. Tre donne, ora come allora, ai piedi di una croce per un Magnificat di speranza.
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« immagine » La Via della Croce si snoda fra polvere e rovi, è tremulo sentiero senza orizzonte nella lontananza assetata di bianche calure. Conosce il tempo della prova nei giorni di pena, per amore o per addio, nella solitudine di un incompiuto cammino. Me lo dissero le lacrime silenziose di Ma...
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05/09/2020 12:09:21
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Prospettive

28 luglio 2020 ore 15:43 segnala


Pablo, come Tiziano, avrebbe potuto dipingere intensi ritratti di virtù coniugali, l'oscurità del potere o morbide forme incorniciate nel panorama agreste con capitelli e sfondi d'acqua. Più di Raffaello, viottoli d'erba degradanti in classiche bellezze, perdute nel fucsia di un tramonto romano. Esatte proporzioni che sfumano nelle teorie angeliche care al cielo. Ma tutto questo gli fu marginale, cercava il segreto delle forme nella composizione del movimento, la dialettica che unisce l'astratto e il divenire, l'intensità di tratti che conoscano i volubili tormenti del tempo. Allora gli occhi e il naso e le labbra ruotarono su tele di stupore, nell'incredula radice, dove affondano i contrasti in cui ci perdiamo per amore. Pablo abolì lo spazio saturo di materia per altre dimensioni fuori della tela, affidò ai tracciati della mente quanto non è visibile. Così ti vedo nell'attesa di un pomeriggio d’estate, nella luce indecisa del sole artificiale, nei percorsi seppia che diventano movenze blu e scie di corallo. Inseguo le flessuose sonorità dei tuoi labirinti ricchi di seta, dove posano prati di luna. Affondo nel rapporto aureo che dal seno scala le vertigini per incedere dall'angolo dell'occipite verso la mezzaluna delle labbra, nel luminoso disegno d'avorio. Proseguo fino alle cartilagini alari per risalire alle palpebre, occhi tondi di cerbiatto con pupille di oboe e di flauti. Oltre, nel tenue cammino, sentieri d'ombra aprono l’innocenza di valli perdute nell'immensità dei fiori. Sono un cerusico dei colori, apprendista stregone d’improbabili pennelli che consegna allo stupore delle parole irrequiete visioni. Pure mi abbandono, in questa teoria che addensa l'aria e trasforma i suoni e mescola il respiro. Guardo, ascolto, prego un eterno momento strappato alla vita.


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« immagine » Pablo, come Tiziano, avrebbe potuto dipingere intensi ritratti di virtù coniugali, l'oscurità del potere o morbide forme incorniciate nel panorama agreste con capitelli e sfondi d'acqua. Più di Raffaello, viottoli d'erba degradanti in classiche bellezze, perdute nel fucsia di un tram...
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Yersinia Pestis 1348

17 luglio 2020 ore 12:36 segnala
1348 Cronaca immaginaria di un viaggiatore, nella grande peste nera che sconvolse il mondo.



I falò rendono la notte tremula, nel terrore del caravanserraglio percorso dalla morte nera che devasta l’Asia e l’Europa. Yersinia Pestis è l’orda infetta che coltiva la desolazioni di uomini e topi travolti nella medesima putredine. Fetore di tombe, indistinte e senza nome. Ho percorso la via della seta battuta dal vento, attraverso i deserti e i villaggi dell’abbandono, calpestato tumuli calcinati con l'aceto sulle labbra e fiale di metallo vivo. Dal vuoto del Gobi, alla mobile steppa dei Kirghizi, fino alle rovine di Rjiazan, ho attraversato le orbite desolate di Tula e poi il Baltico, dove le ultime vele di Riga sono l’estremo sudario di città perdute. Ovunque, come sciame di locuste scorre la morte. Ho raggiunto quanto resta di Novgorod, dove l’oro corrompe la rabbia tartara e placa le armi dei mongoli. Nel mercato di uomini incatenati, vedo biondi ucraini, baltici possenti, scuri orientali, calmucchi, circassi e kazache opulente. Il conio sulla pietra indica la schiava, cinta dal collare che stringe le vene inquiete, ha occhi di mare e sete discinte sul corpo d’odalisca. Porta sandali ornati di berbero intarsio, cinta d’avorio e sul giovane seno fili d’argento intrecciati all'armonia del corpo, vita stretta sulla vastità dei fianchi. Ha lo sguardo immobile di astri affogati nel blu, labbra accentuate dall’erotismo che imporpora la mela. Mi segue nella tenda di fioche lanterne che velano gli artigli della notte, lei scheggia d’universo morente, ultimo confine prima del nulla. Fuori, cavalli cosacchi difendono il campo dai lemuri della città corrosa e i bracieri accesi d’erbe e aromi vegliano il furore del contagio. La selva di picchè è vano baluardo all’osceno bubbone di Sheitan, demone che tutto sommerge nei rantoli di bava e di sangue. Distinti, i cerusici dal becco rapace, offrono ampolle con api e mignatte, rospi e serpenti per salvifici riti. Torme di corpi, piagati da pulci infette, sostano sui miasmi purificatori delle latrine, inarrestabile setticemia di carne lebbrosa. Guardo la schiava senza nome, la vedo imporre le mani sull’agonia del tempo, ed è scintilla di un breve futuro, rapido, ultimo, come miccia dei turchi che esplode i bastioni. Ha voce che frusta e accarezza con nastri e ortiche, è tessuto d’organza, forziere dei sensi, velluto segreto che lega i profili nei tentacoli dell’amplesso. Ora la metamorfosi dell’abbandono scivola nell’oblio di ragione e coscienza, solo rimane l’istinto primordiale di fibre che si possiedono, come violenti parassiti di passione. Notte di stelle oscure su prati siderali, tumulto del grido che diventa follia. Fuori l'irrazionale consuma la terra e strappa l’estrema radice di vita nel coito di roditori infetti, branchi di lupi vagano sulla dissoluzione dell’uomo. Verrà finalmente una luna immobile sui cimiteri gelati, poi i neri mantelli e la falce che livella le diversità in un solo dolore. Sarà l’epilogo di quanto fu vita, ritorno ai vulcani che popolarono la terra nel magma rappreso della sensualità. Corpi allacciati origine del mito, specchi che nel gioco di luce incerta riflettono un corpo di donna che accoglie l’uomo. Ora che tutto è preludio, ora che tutto è fine.
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1348 Cronaca immaginaria di un viaggiatore, nella grande peste nera che sconvolse il mondo. « immagine » I falò rendono la notte tremula, nel terrore del caravanserraglio percorso dalla morte nera che devasta l’Asia e l’Europa. Yersinia Pestis è l’orda infetta che coltiva la desolazioni di...
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Dimensioni di un amore

14 luglio 2020 ore 18:02 segnala


Inevitabilmente si parla d’amore, per negarlo o definirlo o condizionarlo a un’idea che sosteniamo con rifiuto o speranza, per illusione o ricordo. Sempre si parla d’amore. Il vecchio ne accennò nel generico distacco che attribuiva al suo passato, ormai confinato in miniere di sale, con strati di quarzo e qualche gemma perduta. Gli dissi che non mi sembrava poi così vecchio, mi rispose che forse era vero e tuttavia non desiderare altro era un approccio verso quanto è irreversibile. Fu così che il nostro parlarci spiegò, sul prato verde dove eravamo, lunghe pergamene di ricordi. Parlava di strategie e tattiche di anni lontani, rideva con rapide intermittenze silenziose, indugiava su nomi e dubbiose allusioni, scelte imposte o subite, epiloghi, lontananze, ritorni. Dalle sue parole emergevano puntuali i sempre e i mai più, a sigillare emozioni protette da chiavistelli su scatole vuote. Lo ascoltavo e pensavo a quella quantistica dell’amore che raccoglie in un algoritmo irreale il comune denominatore e i sintomi crescenti che l’accompagnano. Il nostro andare percorreva dimensioni calate nel tempo, con un allora, un prima e un dopo, erano scintille immateriali fra quanto avvenuto e non sempre voluto. Vagava nelle misteriose variabili che disegnano la vita. Mi piace ricordare quel discorso senza pretese, dove alla fine ripudiava le armature dell’invulnerabilità, l’ostinata conservazione di quel niente che esula dai sentimenti. Certo non si cambia, nessuno può cambiare mai e se possibile non ci si butta nelle crudeli illusioni di quanto non esiste. Ogni amore ha la sua dimensione, sia pure nei limiti della lontananza e dell’improbabile. In un luogo sconosciuto dove la candela è accesa per un comune desiderio di luce, anche se la cera lentamente cala e finisce. In una magia dove tutto sembra eterno, almeno fin che dura.
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« immagine » Inevitabilmente si parla d’amore, per negarlo o definirlo o condizionarlo a un’idea che sosteniamo con rifiuto o speranza, per illusione o ricordo. Sempre si parla d’amore. Il vecchio ne accennò nel generico distacco che attribuiva al suo passato, ormai confinato in miniere di sale,...
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Pasolini e il Cane

17 dicembre 2017 ore 00:18 segnala


Avvenne in una stagione di sole delle passate età.
Lasciata Roma attraverso l’agro che scende al mare, ci portammo verso il Lido di Ostia, meta Idroscalo. Tra catapecchie degradanti sulla spiaggia, cercavo un’impronta di Pasolini sopravvissuta al giorno dei morti del 1975. Mi chiamavano a quelle sabbie l'enigma della spigolosità di un volto, i fotogrammi di vecchie pellicole che inchiodano gelidi versi all'infetta solitudine del vivere. Un pastrocchio informe come quel corpo violentato dalla morte, dove genio e pulsioni marcivano in un terminale di grandezze e miserie. Pier Paolo Pasolini e la sua catarsi capovolta, usignolo della Chiesa cresciuto tra le tonache dei preti, poi la dissacrante libertà dei ragazzi di vita. Le baracche erano rimaste come allora, con fantasmi rivestiti di stracci. Le stesse espressioni dei racconti scellerati, toni gutturali, denti guasti, le antropologiche visceralità che se ne fottono della logica. Il monumento di circostanza, eretto a sua memoria, si dissolveva nelle stoppie incolte, con le ruggini e crepe di un cemento infelice. Più tardi, sulla strada del ritorno, un cane traballante si presentò sull'asfalto, mi fermai istintivamente, mentre con un guaito si accasciava al suolo. Lei subito cercò di soccorrerlo, nell'angoscia di quel soffrire affranto, la fermai strattonandola sulla spalla. Non toccarlo le dissi, potrebbe morderti, lei insisteva, lo voleva tra le braccia, per lenire il dolore, irradiare speranza. Allora sbottai… aspetta cretina... quindi con i guanti e dell’acqua ci accostammo lentamente. L’animale si riprese e subito fuggì, portando nei suoi occhi smarriti il tesoro di lacrime di chi avevo offeso. Tutto questo avvenne nel silenzio e poi ancora silenzio di una strada assolata, tra file di platani e fazzoletti di nuvole. All'ingresso di Roma, semaforo rosso, lei improvvisamente aprì la porta dell’auto e corse via. Mentre accostavo, dispiaciuto e indispettito per quella reazione, la vidi tornare con un girasole che aveva acquistato da un bancarella. Me lo porse come un richiamo al sorriso, alle parole, per scolpire nella memoria quel giorno passato insieme, perché diventasse infinito. Pasolini e quel povero cane ne furono testimoni inconsci, nel molteplice passare delle cose e dei pensieri, negli accostamenti di visioni e sensazioni che i fili misteriosi della vita uniscono, sia nella gioia che nella desolazione. Un giorno e un girasole che tornano puntuali nel tempo, per essere miei, per essere tuoi.
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« immagine » Avvenne in una stagione di sole delle passate età. Lasciata Roma attraverso l’agro che scende al mare, ci portammo verso il Lido di Ostia, meta Idroscalo. Tra catapecchie degradanti sulla spiaggia, cercavo un’impronta di Pasolini sopravvissuta al giorno dei morti del 1975. Mi chiama...
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Lights

04 novembre 2017 ore 12:30 segnala


Se spengo la lampada, i quarzi schermati di nero rendono frequenze proprie, sono embrioni di luce che imprimono alla retina pulsazioni vive nelle tonalità dell’ultravioletto. Si accendono le rarefazioni del cromo, del rame e del nichel avvinghiate agli atomi di silicio e ossigeno nella danza misteriosa del tempo infinito. Sono memorie in lenta inesorabile trasformazione, equilibri tracciati su forme reticolari, piramidali o cristalline, prospettive di purezza esaltata dall'imperfezione dei contrasti. Le striature dell’ambra, le fessure smeraldo, le crepe dell’acquamarina, o le invisibili cicatrici del diamante diventano percorsi paralleli di un solo esistere, l’unica convergenza che le anima. Come uno sciame di fotoni, lo sguardo e il pensiero, i sensi e l’esatta coscienza che ci identifica, possono valicare le dimensioni ridotte della metamorfosi di cui siamo piccola parte. Per ansia o paura o nell'attesa ravvicinata del dopo, l’oscillazione tra il passato e quanto verrà è una dimensione in divenire che tutto include. Cambiano le percezioni nel moto incessante cui apparteniamo, e le vite, i secoli e i ricordi hanno la dolce cadenza di una quieta pioggia di colori che lacera le oscurità.
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« immagine » Se spengo la lampada, i quarzi schermati di nero rendono frequenze proprie, sono embrioni di luce che imprimono alla retina pulsazioni vive nelle tonalità dell’ultravioletto. Si accendono le rarefazioni del cromo, del rame e del nichel avvinghiate agli atomi di silicio e ossigeno nel...
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Nel segno de Leone

23 giugno 2017 ore 13:45 segnala


Le ombre del tramonto placavano la guerra di sole nella pace che regala la sera, quiete di finestre aperte sul brusio dei cortili, quasi un velo di seta che avvolge la fatica con voci e suoni consueti alla dolcezza delle mura di casa. Fuori e intorno, orti e strade di ghiaia, siepi e alberi circondavano aie affogate nella calura, in attesa dei riti d'acqua. Più tardi si spegnevano le ultime luci, affidando alle stelle di una notte d’estate le pulsazioni delle vite, come un universo che obbedisce alla quantistica dell’amore. Prima dell’alba, mia madre, accarezzata dagli impulsi di una vita incipiente, si affacciava sull'uscio di casa, oltre il prato udì dei rumori, e lei quasi divertita e intrepida chiamò mio padre. Dei ruba galline, dopo avere divelto la rete, stavano vuotando il pollaio della casa di fronte. Avvisarono i vicini, qualcuno strillò dove fosse il fucile, un altro minaccioso si rivolse agli ospiti inattesi apostrofandoli …via di qua, figli di cani ! Tutto si risolse in una rapida fuga dei malandrini e qualche pennuto già insaccato, che sarebbe poi mancato alla conta. Ridevano quei due ragazzi che aspettavano il loro bambino, era in ritardo rispetto ai tempi previsti, ma tutto procedeva bene. Mia madre disse, gliela racconteremo questa storia un giorno, al pigrone che non vuole arrivare, poi guardando l’orologio aggiunse , sono le tre, è ormai il trenta luglio, quindi di nascere il 29, come il Duce, non ne ha voluto sapere il furbacchione. Lui la baciò e considerò come questo dovesse essere considerato il mio primo dispetto. Dopo due ore, alle cinque, con la levatrice Gina precipitosamente trasportata sul motorino di papà, arrivavo in questa strana baracca che è la vita, tra le braccia eterne dei miei genitori. Mi chiamarono Silvano Costantino, nato nel segno zodiacale del Leone, ascendente Leone. Chissà, forse avrei voluto presentarmi con un ruggito...ma era solo un vagito.
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« immagine » Le ombre del tramonto placavano la guerra di sole nella pace che regala la sera, quiete di finestre aperte sul brusio dei cortili, quasi un velo di seta che avvolge la fatica con voci e suoni consueti alla dolcezza delle mura di casa. Fuori e intorno, orti e strade di ghiaia, siepi e...
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Chatta. it.......grazie

26 maggio 2017 ore 08:50 segnala


Confesso che mi è di consolazione frequentare questo sito da tanti anni, quasi un modo per condividere la canizie che non distingue. Nel frattempo fanciulle rampanti poco più che ventenni compiono il giro di boa dei primi anta, ragazzotti imberbi, ormai muniti di solido pelo, scrivono da affermati manager e padri di famiglia sono diventati nonni. Molti sono emigrati, altri sono arrivati e qualcuno ci ha lasciato per sempre, nello stupore tardivo che ci assale quando ricordiamo che ogni luogo d’incontro è semplicemente un tassello di vita. In questo contenitore magico che non ha geografia, tutto si compone e disarticola, riduce le distanze trasformandoci da osservatori a osservati e poi partecipi nei modi e nelle misure che solo la coralità delle voci sa creare. Siamo fotogrammi di un’infinita pellicola, dove resta impresso qualcosa di noi, nelle liti forsennate, negli amori che nascono e si dissolvono, nelle amicizie che durano, nelle infinite diatribe a cui restiamo avvinghiati, nonostante i mille distinguo. Come in un porto, franco dai troppi vincoli che il quotidiano impone, qui siamo poeti, politici, mercenari, guerrieri, mercanti, amanti, playboy, coraggiosi, vili, opportunisti, generosi, azzardati, volgari, contenuti, importuni, importunati, brutti e belli. In questa cosmogonia, inevitabilmente l’essere nick diventa un amor proprio che calza come una seconda pelle, una personalità distinta e precisa per quanto virtuale. Ma non è della fenomenologia web o di sociologia che intendo parlare, il tema è assolutamente dibattuto da sempre. Quanto m’interessa è ricordare in uno sguardo d’insieme e per quanto ne sono capace, i fondamentali in cui mi riconosco e di cui faccio parte per essere con voi. Nel corso degli anni, dalle chat affollate, alle bacheche silenziose e poi ai blog, alle musicalità sui testi, alle messaggerie, ai gruppi che si sono costituiti, a ciò che resta come esperienza o memoria o contatto, emerge un filo conduttore, un legame comunque riconducibile a un’esperienza unitaria che non va banalizzata. Potrei raccontare centinaia di episodi, infiniti aneddoti o parlare di moltissime persone che hanno caratterizzato tutto questo, sempre e comunque sotto un profilo squisitamente umano. La considero una ricchezza, una felice opportunità di cui voglio ringraziare. Tutti, infatti, abbiamo più o meno sacramentato per grafiche che non ci piacevano, su aggiornamenti tecnici criticati, di foto e censori che ci avrebbero colpito, dimenticando la fatica costante di chi ci ha sempre accolto da amici in una comunità che non è certamente occasionale ed effimera. Conosco gli autori di questo sito quasi da sempre, e spesso mi sono chiesto come possano sopportarci in troppe occasioni, quando tutti reclamiamo e protestiamo per esigere, senza sapere esattamente cosa, di più e subito. Sono certo, che per quanto il loro lavoro possa essere configurato in una attività, nulla sarebbe nato se non sorretto da una passione e da un impegno costanti. Grazie quindi Chatta.it , senza piaggerie o ragioni che non siano la semplice riconoscenza per avere reso possibili infiniti incontri. Fino a quando ci saremo nessuno lo sa, la vita è un’incognita assoluta e tuttavia che tutto sia eterno fin che dura.

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« immagine » Confesso che mi è di consolazione frequentare questo sito da tanti anni, quasi un modo per condividere la canizie che non distingue. Nel frattempo fanciulle rampanti poco più che ventenni compiono il giro di boa dei primi anta, ragazzotti imberbi, ormai muniti di solido pelo, scrivon...
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26/05/2017 08:50:53
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Gennaio

06 gennaio 2017 ore 15:01 segnala


Il naso incollato sul vetro e oltre la strada, i nidi di sole e le stoppie ingiallite. Bianco il mattino avvolge di carta velina gli alberi spogli e la brina disegna il vivo splendore di gemme addormentate. Ricordo altre stagioni, inerti di pallide luci gelate, quando il cristallo dell'aria spezzava le volute di fumo di un tempo amato e perduto. Allora le campane avevano un suono che continua acceso in questo giorno d'inverno. Alle spalle le formule astruse e il calore degli enigmi che solo tu conosci. Respiro vicino dal sapore di un caffè bevuto insieme.
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« immagine » Il naso incollato sul vetro e oltre la strada, i nidi di sole e le stoppie ingiallite. Bianco il mattino avvolge di carta velina gli alberi spogli e la brina disegna il vivo splendore di gemme addormentate. Ricordo altre stagioni, inerti di pallide luci gelate, quando il cristallo de...
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Nevicava

17 dicembre 2016 ore 00:06 segnala


Dei "pattini d’argento" ricordo la copertina sgualcita illuminata dall’incerto chiarore di una lampada, negli ultimi giorni a Dicembre. Quel fatale imbrunire che scivola nel viola e blu delle notti spietate, quando la vita inganna purché si cresca in fretta. Ma "Davy Crockett", lo lessi il giorno di Natale, fra i panni ghiacciati che ponevano sulla panca e le piccole gioie d’arancio e torrone sparse fra la cucina e la mia camera troppo fredda per poter leggere. Fuori nevicava, nella lentezza dolce delle esistenze che passano, come il ricordo di chi è svanito, la malinconica attesa di quanto non sarà più. Rivedo quei fiocchi di neve, mentre scrivo e li affido alla tastiera, nel disegno di un augurio lieve come una carezza. Del domani non so, ma oggi :rosa
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« immagine » Dei "pattini d’argento" ricordo la copertina sgualcita illuminata dall’incerto chiarore di una lampada, negli ultimi giorni a Dicembre. Quel fatale imbrunire che scivola nel viola e blu delle notti spietate, quando la vita inganna purché si cresca in fretta. Ma "Davy Crockett", lo le...
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