Opale : Que Viva Mexico

16 settembre 2021 ore 14:27 segnala


Lasciata Ciudad De Mèxico, la più grande metropoli del mondo, si susseguono infiniti sierre e altopiani, vallate, villaggi e deserti con autostrade e bianchi sentieri sterrati, direzione Baja California. E' come trovarsi nel film di Eisenstein "Que Viva Mexico" o in " Giù la testa " di Sergio Leone, nelle tracce di quel tempo, sui luoghi della grande rivoluzione. Che anno correva ? Appariva come un western con pistole e cavalli, eppure eravamo nel 1910, dopo l'occupazione francese e la nemesi che strappò Massimiliano d'Austria all'azzurro di Miramare per il piombo del plotone di esecuzione. Fu dopo Benito Juarez, ai tempi di Porfirio Diaz. Quanti nomi, troppi, eppure emergono prepotenti nell'intensità della rievocazione come fossero nick, intreccio di volti e storie di un popolo nuovo che mescola all'orgoglio del sangue Azteco la speranza di un paese moderno. Non credo a un saggio storico, più di quanto non dica la saga di Pancho Villa nei Corridos che ancora si cantano con violini sull'aia e danze sotto le stelle. Rimane il populismo medianico di Madero nelle popolazioni ribelli del Chiapas, per una riforma agraria che ha concesso la sola terra del cimitero. Restano impresse sui muri dei villaggi calcinati dal sole le sparatorie di Pedro Orozco, rivoluzionario dal grilletto facile, la mummia feroce di Victoriano Huerta sbronzo di brandy e sangue. L'indifferenza dei guerrilleros immobili che guardano Rodolfo Fierro affondare nelle sabbie mobili con il suo carico d'oro. Lo sguardo dei ragazzi mantiene la diffidenza e il riserbo di Zapata a palazzo, giovani vite ingannate dalla globalità di un mondo che li priva della stessa " patria chica ". Sui grandi manifesti murali, sfilano politici ambiziosi con l'eloquenza smisurata di Venustiano Carranza, le sordide mutilazioni con medaglie di Alvaro Obregon Presidente riformatore con la dinamite, signore degli attentati, genio della congiura e della strage. Forse esiste anche il Messico dolce delle spiagge deserte e dalla luna sensuale, cui si contrappongono i super market delle ragazze brune vendute ai confini di El Paso per pochi dollari. Qui sopravvive il trambusto violento di una pellicola strampalata con l'effigie dell'infernale Quinlan. Messico dei Todos Caballeros e dei Mariachi di strada, eppure prevale un assordante silenzio e mi chiedo cosa tace nello scontroso riguardo di porte chiuse e finestre serrate. Me lo chiedo alla luce multicolore di un opale che non traccia il futuro nei tortuosi percorsi che confondono il quarzo e l'oro. Quale dolore, quale ricordo o paura dissemini la Storia di questo Grande Paese con teche di cristallo per ossa di martiri e di eroi, tra siepi fiorite di gelsomino nelle sere di lucciole pulsanti. Mentre declina il sole, prevale l'esotico dolore dell'assenza, inquiete lontananze per un tempo di continenti violati a cui approda una diversità bastarda imbrattata d'amore. Davvero Macbeth non dorme, Macbeth non dormirà mai più.

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« immagine » Lasciata Ciudad De Mèxico, la più grande metropoli del mondo, si susseguono infiniti sierre e altopiani, vallate, villaggi e deserti con autostrade e bianchi sentieri sterrati, direzione Baja California. E' come trovarsi nel film di Eisenstein "Que Viva Mexico" o in " Giù la testa " ...
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Maretraicapelli, Heimat

11 settembre 2021 ore 18:16 segnala


Dalla ballata dell’universo salato, viaggio immaginario di Corto Maltese e Maretraicapelli

Heimat è luogo di appartenenza. Forse l’alfabeto runico intendeva la casa dove siamo cresciuti, il posto in cui sono radicati i ricordi e le persone care, nello spazio e nel tempo. Il nostro viaggio giunge all’epilogo, le sirene dei battelli annunciano l’approdo, siamo all’ultimo porto, Heimat. Del rasoio d’argento rimangono incisi sulle nostre mani i segni del patto con i venti e le onde di cui siamo promessa. Maretraicapelli svanisce fra le vie e i tetti aggruppati della sua vita, torna ai suoi amori, agli amici, con la sacca di ricordi e gli occhi di sole. Heimat rimane per me l’attesa di sere blu, il viottolo della scuola antica fra rondini e grano, la vecchia casa che fu di mio padre. Sarà edera e pioppi nell’antico lazzaretto perduto nella campagna, all’ombra dei salici. Eppure un giorno torneranno i forti pensieri che dispiegano vele di libertà. Allora, amica mia, varcheremo le nebbie di Terranova per doppiare i mari del Caribe fino al sole radente della Patagonia, dove il mondo finisce. Risaliremo nell’estremo abbraccio degli Oceani da Capo Horn per costeggiare la Senda del Vino, fino alla scia delle balene che migrano nella Bassa California. Sarà Heimat di velieri e di stelle .*

Tornare a casa ? Ahi ! Toccagli il cuore ..
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« immagine » Dalla ballata dell’universo salato, viaggio immaginario di Corto Maltese e Maretraicapelli Heimat è luogo di appartenenza, forse nell’alfabeto runico intendeva la casa dove siamo cresciuti, in cui sono radicati i ricordi e le persone care nello spazio e nel tempo. Ecco dunque l’epil...
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Sally e ....Scendi

08 agosto 2021 ore 19:50 segnala


Bob Dylan, i Vanilla Fudge, Simon & Garfunkel, Joan Baez, Jimmy Hendrix, Aretha Franklin e altri ancora popolano i fotogrammi di quell'America amata e ammalata che custodisco in me. Ogni sera il vecchio Telefunken a valvole recitava puntuale nell'unico telegiornale " bombardamenti su Hanoi ". Quanto era bella Jane Fonda in quella sua essenza americana, gli occhi di suo padre, alta, decisa, nello splendido doppiaggio senza inflessioni. Vestita anni 60, abbandonati i capelli lisciati per il crespo naturale che incorniciava le pieghe sottili del suo volto senza età. Quelle canzoni intorno riempivano l'aria e i muri della Grande America con la Coca Cola e i Corn Flakes, Hamburgher, Hot Dog, le grandi Ford, le Lincoln e le Chevrolet. I ragazzi del Vietnam, macerati fra sogni di libertà e un puritano senso del dovere che uccide le diversità, tornavano in sacchi di plastica nera, o su sedie a rotelle, con divise appuntate a trofeo per troppe vite smarrite sulle risaie dell'Indocina. Fu un vortice di drink e di cazzo fottuto, di birra e whisky, fumo e cocaina per dimenticare ciò che le bugie nascondevano giorno dopo giorno, nelle squallide periferie imperiali. Sally conosce l'amore in quei primi piani di celluloide, scioglie la sua eterea sensualità nell'abbandono che fa rivivere il freddo acciaio delle gambe inerti di Luke che lei chiama dolcemente Scendi. Lui scioglie la rabbia della sua invalidità venduta al mercato del nulla sui suoi capezzoli dapprima timidi e quindi turgidi nell'empito di libertà. Fino a farla vibrare nel ventre e sui fianchi oscillanti, oltre la solitudine e l'abbandono, per dimenticare l'orrore di quei giovani corpi storpiati, confinati nella pietà degli inutili eroi dimenticati. Poi verranno medaglie e lunghi coltelli e dopo Kennedy e Johnson e Nixon, ancora il napalm infame e le mine a farfalla, la disperazione di un esodo senza casa, senza patria, senza nulla. Nell'ultima scena saranno le onde immortali del mare a purificare i fasti delle voci artificiali, l'onore e la gloria in vetrina, il folle orgasmo degli uomini maledetti. E' passato quel tempo, per altre orribili realtà rarefatte e simulate, nascoste, come la vecchiaia un po' schizofrenica di Jane per cui rimane il mio amore adolescente, o un rubicondo John Voight, disperso nel limbo dei reality show. Spesso ritornano quelle voci e quei volti che conservo nei ricordi di un tempo perduto. Sono la scatola di un DVD che riempio di fiori per regalarti emozioni e ricordi lontani che ancora vivono e racconto per te. Tornando a casa.


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« immagine » Bob Dylan, i Beatles, Simon e Garfunkel, Rolling Stones, Jimy Hendrix, Aretha Franklin e altri ancora popolano i fotogrammi di quell'America amata e ammalata che custodisco in me. Ogni sera il vecchio Telefunken a valvole recitava puntuale nell'unico telegiornale " bombardamenti su H...
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Erotico Blues

06 agosto 2021 ore 21:47 segnala


C'è un mistero alla radice dei sensi, un assurdo degno della miglior metafisica in cui il soggetto esula da teoremi e corollari. E' un istinto che affonda nei morbidi amplessi delle sinapsi più intime degli stessi pensieri. Un crescendo di note sulle volubilità di quasar. Sono ectoplasmi all'origine dell'ardore intenso di corpi allacciati, fluidi crescenti nella vertigine dell’ansia. Quale sia la chiave dell'erotismo nell'abbandono di sensualità avvolgenti è fuori dalla razionalità, come il florilegio dei seni e del pube che accolgono l'osmosi di opposte profondità. Ti guardo seduta al tavolino di un caffè, hai il fascino dolce di un postulato che sa di vaniglia, vorrei indovinare l'oscura variabile delle soluzioni estreme. Dare morbide risposte nel guado del dubbio, bere dai capezzoli eretti una luminosa energia che ci attraversi. Tuttavia vi sono intese che non possono, altre che non devono o non vogliono, eppure incastonate nella magia del presagio. Se l’opera d’arte è il convergere di forma e contenuto, dovrei anticipare i cataclismi della solitudine e offrire approdi alle parentesi della deriva. Confesso la tristezza dei miei limiti e abiuro pennelli e chiavi di violino. Serve una formula, un catalizzatore definito che irridendo questo soliloquio, transiti dall'aorta alla succlavia con canto di delfini. Forzare la sublimazione del desiderio fino a forgiare leghe e metalli con i pochi centigradi che la fisiologia concede. Cerco una molecola che prostri il carbonio e l'idrogeno, una sintesi dissoluta che sostiuisca i laboratori con la pulsione del miocardio. Voglio tutto il coraggio in questa sera di orchestre in provetta e ticchettio d’orologi. Lo trascrivo ben oltre la distanza del respiro per poterlo ricordare, è un erotico blues in pianoforte e sax. Io sono il tuo enzima.
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« immagine » Vi è un mistero introverso alla radice dei sensi. Una prova per assurdo degna della miglior scolastica, dove il soggetto esula da predicati e transitivi. E' un pensiero che affonda nei morbidi amplessi delle sinapsi prima delle stesse parole, un crescendo di note sul volteggio di can...
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Come un canto Serere

31 luglio 2021 ore 16:58 segnala


Mi chiedo se Achab e Moby Dick avranno chiuso abbracciati i percorsi dell'odio, se i tremiti della bianca carcassa e il moto lento degli arti del Capitano siano uniti nel medesimo abisso. In questo giorno di caldo sfatto, cresce l'insofferenza al consueto e rimango incatenato a figure evanescenti e arpioni contorti, gomene tranciate e polene in disarmo. Vorrei trasformarle nell'erotica simbiosi che modella le curve della passione col mantice profondo del respiro, arrendermi alla tua brina di luna. Invece sono qui, ubriaco di adrenaline stantie, confinato all'ultimo flutto di un disordine che geme. Eppure questo tempo è denso di nuvole e suoni, come gli Alisei che ravvivano le greggi immobili e la stanchezza della stagione. Inseguo la negritudine di un canto Serere che sfida i cannoni di Gorèe e l'indomita caccia di navi negriere. So che tutto finirà nelle rotte mutevoli che segnano il mare, vene azzurre in cui scorre la nostalgia del tempo. Intorno, le onde infinite, sopra, melodia di stelle.
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« immagine » Oggi mi chiedevo se Achab e Moby Dick avranno chiuso abbracciati i percorsi dell'odio, se i tremiti della bianca carcassa e il moto lento degli arti abbandonati del Capitano siano uniti nel medesimo abisso. In questo giorno umido di caldo sfatto, cresce l'insofferenza di una corsa se...
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Palinodie

25 luglio 2021 ore 12:38 segnala


Dopo i palinsesti e prima della palingenesi serve la remissione dei peccati, quelli di cui resto orgoglioso per crederli il minore dei mali. Lo ammetto, avrei preferito avvolgerti in carta da zucchero, nel rame e nell’ocra di un’antica estate di colori ed errori, quando le nostre vite erano grappoli avvinti d'uva assolata. Invece m’inchino al Grande Inquisitore che adora gli orgasmi delle confessioni strappate, quelle che le tonache nere imponevano con schiere di Raitri e Pappenheimer sguainate. La scenografia della pena pretende un fuoco purificatore che illumini i condannati nel furore isterico della folla, con forche e garrotte innalzate sotto la volta dei De Profundis. Allora nella macabra salmodia degli incappucciati inizio l’estremo autodafé.

Ritratto, abiuro, condanno, rinnego, confesso e maledico tutto quanto fu con te, per te, di te. Ho peccato di fragile compiacente vanità, superbia, arroganza e lussuria per essere stati un amore. Devo oscurare gli occhi che custodiscono immagini di perdizione e rendere cenere le sataniche carezze con cui fermavamo il tempo. Meglio l'oblio alla presunzione dell'eterno, dove fissavo versi d’amore al tempo di stagioni e passioni.

E' una formula forte e necessaria a rimuovere quanto resta, senza rimpianto del mosto d’autunno nell'ebbrezza dei tini, niente memorie di eclettici inverni con il naso sui vetri in attesa del tuo calore. Vade retro ai peccati di cielo e tastiera, azzardo di eretici destini giocati sulla sensualità di un video. E’ condizione necessaria prima di un clic che celebri il vuoto. Eppure eravamo noi in quella domenica di sole, quando mi spogliavo davanti all’attonita cinese che vendeva costumi da bagno e tu ridevi nel mare che ti abbracciava.

E nel giorno che schiere di porporati celebravano il rito, scrivevo il tuo nome sul sagrato con lo zolfanello spento, mentre in un autobus senza biglietto ti stringevi a me. La crudele palinodia recita che nulla è accaduto, nemmeno quel passare di rondini e nuvole, solo il paradosso di allontanarti perché mi amavi troppo. Ho abiurato e ora appartengo alle pure asettiche verità che non conoscono le pulsazioni delle arterie. .... eppur si muove..

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« immagine » Dopo i palinsesti e prima della palingenesi serve la remissione dei peccati, quelli di cui resto orgoglioso per crederli il minore dei mali. Lo ammetto, avrei preferito avvolgerti in carta da zucchero, nel rame e nell’ocra di un’antica estate di colori ed errori, quando le nostre vit...
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L'Arcano

18 luglio 2021 ore 20:16 segnala


Fumo e tintinnio di bicchieri svuotavano le attese delle notti blu, quando la radice del vuoto precede l'alba. Da allora rinnego la finta allegria che non mi appartiene, scivolo dal frastuono ai fragili silenzi che intrecciano lo scorrere del tempo. Torno alle mura consuete con lento strascichio di passi e la lanterna cattura tracce d’ombra e maschere dietro la cappa dei vetri piombati. L’Arcano conosce il brivido che rasenta il tocco, ha il fascino etereo delle sirene su scogliere d'ossa. Sorride di strane pulsioni e oscuri amplessi. Si rivela con tremule fiammelle e campanule di cristallo. Lascia effimere impronte che dissolvono la colpa nell’innocenza di un debole veleno. Verranno, al sorgere del sole uomini e cavalli su velluto e asfalto, eserciti rutilanti con incudini e fucine. Teschi di sole, tumuli di pietra.
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« immagine » Fumo e tintinnio di bicchieri svuotavano le attese al limitare delle notti blu, quando calano tremanti alla radice dell’incoscienza che precede l'alba. Da allora rinnego la finta allegria che non mi appartiene, scivolo dal frastuono ai fragili silenzi che intrecciano lo scorrere del ...
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Sesso, freno e acceleratore

04 luglio 2021 ore 12:07 segnala


Nella storia di sopraffazione che caratterizza la nostra specie, forse soltanto la fantasia e il pensiero, opportunamente dissimulati nel silenzio e nell'obbedienza cara agli inquisitori, hanno goduto di libertà. Limitando il discorso all'erotismo e alla sessualità, credo che l'evoluzione stessa e i modelli di sviluppo sociale abbiano reso necessario nello zoo umano questa caratteristica. Se l'homo sapiens fosse stato telepatico e quindi ogni suo pensiero percepibile, le strutture tribali non avrebbero retto all'aperta manifestazione del desiderio in contrasto con la rigidità monogamica posta a controllo di infinite faide. Tuttavia la nostra animalità contrasta le molte razionalità con cui cerchiamo di incanalare i comportamenti a dispetto dei fondamentali biologici. Navighiamo in internet, ma rimaniamo la scimmia nuda. Cos'è un inchino se non il retaggio di porgere le terga, così come togliersi il cappello vale una riduzione della statura, e i cosmetici la liberalizzazione della bellezza che tuttavia il rapporto di coppia delle società primitive confinava necessariamente all'interno della casa gabbia, vedi il burqa. Questi contrasti dell'evoluzione sono la peculiarità che ci colloca fra l'animale, avendone l'identica fisiologia e altre facoltà intellettuali di cui meniamo gran vanto. Siamo divisi fra istinto e ragione, come dire fra semplice terra e pavido cielo. Le eccezioni confermano le regole, spostano i limiti e i confini di questo profilo di noi stessi in una evoluzione contradditoria. Se ciascuno portasse scritto in fronte il fascino, l'attrazione, l'amore o l'odio, la simpatia o l'antipatia che nutre verso gli altri si avrebbe un risparmio di tempo per deliziose sorprese, nuove tragedie e infinite battaglie. Restringo il campo all'intimità sessuale che, per quanto apparente momento di liberazione, spesso soggiace ai riti insoddisfatti dell'opportuno, con paure e inibizioni che oscillano tra l’idea della trasgressione e la rinuncia come sopravvento di inibizioni e morali. E' un equilibrio delicato, una velocità controllata dal freno acceleratore che ci portiamo dentro. Eros e libidine spesso ci attraversano, non solo inconsciamente, al solo sguardo di qualcuno che ci colpisce e con cui tuttavia comunichiamo con assoluta formalità. Di più pensate alla prima cosa che notate in una persona, non sono gli occhi, non la bocca, nemmeno il sedere o i fianchi, ma il sesso. In una frazione temporale talmente veloce da non essere nemmeno percepita, la nostra mente elabora se siamo di fronte a un maschio oppure a una femmina. Questo determina il tipo di approccio, fosse anche un semplice saluto. Chi potrebbe dichiararsi esente da fantasie trasgressive, chi per quanto bacchettone non ha pensato almeno una volta a kamasutra, sexy shop, ambiguità di appartenenza, situazioni insolite, desideri impropri, immagini spinte. Ancora freno e acceleratore nella diversa modulazione del soggetto. Situazioni precise, dove l'animalità ancestrale e l'opportunità dei comportamenti correct determinano equilibri a tasso variabile di ipocrisia. Nella dimensione assolutamente interiore il pensiero supera ogni barriera, riemergono le pulsioni con la loro capacità libera o frustrata di essere vissute, e le stesse parole possono stabilire coinvolgimenti più o meno complessi. Silenzio, attesa, dissimulazione, complicità o condanna sui presunti limiti del volgare o dell'immorale diventano strumenti affinché il famigerato freno o acceleratore sia abbandono o liberazione. Il tema è complesso e questo è un semplice post senza presunzione di astrali lungimiranze, mi limiterò con la coerenza dell'apprendista stregone ad incollarmi dei bigliettini in fronte che rivelino i miei più reconditi pensieri. Sapete come va il mondo, facile predicare bene quanto razzolare male.
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« immagine » Nella storia di sopraffazione che caratterizza la nostra specie, forse soltanto la fantasia e il pensiero, opportunamente dissimulati nel silenzio e nell'obbedienza cara agli inquisitori, hanno goduto di libertà. Limitando il discorso all'erotismo e alla sessualità, credo che l'evolu...
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04/07/2021 12:07:52
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L'enigma

29 giugno 2021 ore 12:16 segnala


Ruggine o chiodo, qualsiasi cosa sia tento la rimozione, via la dura madre, scosto l'aracnoide e la pia, poi con i bisturi della logica modifico i labirinti inquieti del cyberspazio. Niente giaculatorie, devo parlare chiaro. Ci provo, ma sono il vicario del dubbio, ombelico pulsante prima del taglio, quando parole di fosforo e morchia nascono dal tritacarne dei pensieri. Oscillano dallo zero assoluto alla fusione, per sublimare come nobili gas o diventare puri metalli senza deficit d'energia. Tracciano oscuri sentieri, accendono cibernetiche memorie dove vive la nostalgia degli androidi. Intruglio, emulsione, sospensione, un attimo di pausa per pietà. Devo parlare chiaro, uscire dai tratturi di filo spinato, basta deontologie mediatiche, niente tagliole che indugiano sulla leziosità delle metafore. Accetto la sfida dei concetti semplici come ruscelli e nuvole sui prati d'Irlanda. Voglio un sentiero preciso ai margini dell’ indifferenza, una vocale o una consonante a marcare la differenza tra il giorno e la notte. Un semplice bivacco nella prateria delle stelle.

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« immagine » Ruggine o chiodo, qualsiasi cosa sia tento la rimozione, via la dura madre, scosto l'aracnoide e la pia, poi con i bisturi della logica modifico i labirinti inquieti del cyberspazio. Niente giaculatorie, devo parlare chiaro. Ci provo, ma sono il vicario del dubbio, ombelico pulsante ...
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Semeiotica

19 giugno 2021 ore 23:47 segnala


La semeiotica è lo studio dei segni e dei sintomi delle malattie e dei modi per rilevarli, è la parte manuale del vecchio medico di famiglia, quando alla diagnosi e alla rassicurante ricetta anteponeva la visita. Era un contatto di fisiologie incrociate, confronto di stimoli e reazioni nel toccare, auscultare, guardare oltre l’aspetto esteriore fino a cogliere gli errati percorsi degli elementi. Se guardo il tuo volto e ne ravviso l’aria distratta, le assenze, o misuro la densità del corpo nel gelido abbraccio dei muscoli incerti. Se tocco il velluto inerte di una carezza, allora sono soltanto il tuo medico, non più il tuo amore. Quando tutto diventa strumento, l’udito stetoscopio per l’anima, gli occhi risonanza per leggerti dentro, le mani sclerometro della lontananza e le labbra termometro di febbre. E’ banale la prognosi di un amore finito, non servono pezzi di carta, né TAC infauste. Emerge in ogni istante nel composto dolore che ama il silenzio e come un vecchio medico intuisce la morte.
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« immagine » La semeiotica è lo studio dei segni e dei sintomi delle malattie e dei modi per rilevarli, è la parte manuale del vecchio medico di famiglia, quando alla diagnosi e alla rassicurante ricetta anteponeva la visita. Era un contatto di fisiologie incrociate, confronto di stimoli e reazio...
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