Il bambino che parlava alle formiche

03 aprile 2021 ore 12:53 segnala


Il bambino che parlava alle formiche

Ricordo quel bambino dai silenzi troppo grandi, lo rivedo assorto nel cortile di un casolare antico, presto privato dei suoi compagni di gioco. Mi ritorna in mente ammalato di sole, impigliato nell'attesa dei giorni, riflesso nei vetri di casa a guardare la luna che abbraccia il tramonto. Ho seguito i percorsi lontani della sua bicicletta, in questa estate di San Martino, carreggiate di ghiaia e viottoli bianchi con l'erba al centro e sul fondo filari di nebbia aggruppati. Sono giunto al filo spinato della vecchia casa deserta, alla porta sbarrata di un tempo assente. Tutto appare piccola ora, stretto il corridoio, minuta la cucina, povero il soggiorno, infine due stanze spoglie e la sua camera infiltrata d'acqua. Il pavimento di legno è scollato, la stufa arrugginita, appesa ad un filo la lampadina dal fioco chiarore delle notti d'inverno, con scricchiolio d’imposte battute dal vento. Aggrappate ai muri ritrovo le ore silenziose dell’imbrunire, quando i libri di scuola non bastano all'ansia misteriosa che disegna l'adolescenza. Allora attendevo i varchi del sonno, per portarvi tutto quanto fosse grande e nuovo, prezioso e assoluto, con gioia e dolore, conscio di attese infinite e irraggiungibili lontananze. Inarrestabili, nella sua giovane vita, crescevano grappoli di pensieri abbracciati a quegli anni sospesi, scolpiti nell'aria, intinti nell’inchiostro delle sue vene. E nei mobili cadenti, sul porta libri aperto, ancora le formiche compagne di allora. Forma minuta di vita, custodi dell'ombra a cui parlare di un amore infinito, formiche attente alla sua voce, amiche del suo cuore.




L'uomo che parla con gli alberi

Tutti sono partiti, anche le formiche hanno lasciato la casa di allora, anche il pozzo e i platani, i riti d’acqua dell’orto, le vive creature dei fossi. Sono spente le voci e il fumo del camino, silenzioso il tintinnio delle tazze e il richiamo delle madri sull’uscio. Non vedo i grappoli d'uva e i limoni all’ingresso di casa, né i cuccioli e le rondini. Quelli che non ci sono più ora sono alberi che ombreggiano le strade, amici di passeri e vento. Sono i fefeli custodi del mio andare e celano nelle pieghe del tempo un impagabile debito d’amore. A loro chiedo conforto e speranza nello sgomento dell’incertezza, guidato sui sentieri di foglie che si rinnovano nelle stagioni inquiete della mia vita. Sono anime presenti gli alberi, testimoni d’azzurro su assolate distese di grano o vigili soldati nel tenue paesaggio assopito di nebbia. Guardiani di campane nel cristallo della quiete, baluardo per ansia e tormento nelle varianti dei colori che regalano all’iride la meraviglia di esistere. E parlano, raccontano, sorridono nel murmure sommesso del giorno e della notte, sia sole o pioggia battente. Reggono la tempesta e restituiscono brezza, proteggono dalla calura e regalano il respiro che allevia la fatica e il sudore. Sono nidi per uccelli, approdo di pensieri, mani delicate che alleviano la febbre. Sono vascelli oscillanti che invitano le nuvole e tratteggiare volti e figure che la memoria reclama, trasformano le lacrime in rugiada. I nostri, che se ne sono andati, sono viaggiatori d’altre dimensioni che tutto sanno di noi, in un dialogo tacito e ravvicinato che ci toglie dai vortici violenti che questa vita impone. Sono un incontro sicuro, mani che si stringono ogni volta che mi chiamano e io rispondo che ormai la guerra è finita, a breve.
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« immagine » Il bambino che parlava alle formiche Ricordo quel bambino dai silenzi troppo grandi, lo rivedo assorto nel cortile del casolare, presto abbandonato dai compagni di gioco. Ritorna alla mente ammalato di sole, impigliato nell'attesa dei giorni, riflesso nei vetri di casa mentre guarda...
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03/04/2021 12:53:28
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Novecento

31 marzo 2021 ore 19:35 segnala


Scorrono febbrili i fotogrammi, immagini contratte di un pensiero che soffre. Allora come un medium animo il dolore degli ectoplasmi che gridano alle radici del secolo. Olmo e Alfredo, Regina e Attila, le maschere di Berlinghieri e Dalcò sono il sacro e il profano nel coagulo di torbide materialità. Ancora le figure di Ada e Anita, avvolte dalle note di Morricone segnano l'alba di un mondo atteso e perduto. Novecento, rito semantico greve di vita, sorgente del tempo dove naquero mio padre e sua madre. Novecento lacerato nella carne dalle croci uncinate fino all’ultimo dei giorni e nella memoria per esserne figlo. Ne inseguo l’essenza, come un sordo, incessante respiro di masse brulicanti che stracciano la notte. Lo ritrovo sull'effigie dei grattacieli, agli approdi di Ellis Island, estremo confine delle lacrime e dell'addio. Novecento ha l’ebbrezza del volo e dei sogni, le luci e i motori della Ville Lumière, l'erotismo del Can Can nei ritmi crescenti di Ravel. È utopia di pace immolata a Sarajevo, onda cruenta di baionette dai mari di ghiaccio alle immense pianure del Don e fino agli Arcipelaghi Gulag. Secolo breve e straziato, calpestato da orde di stivali cadenzati, cinto di sbarre e filo spinato, Novecento insanguinato sui muri di Guernica, feroce nelle giungle del Vietnam, spietato sulle ceneri calcinate d’Hiroschima. Novecento tradito dalla patria che divora i propri figli, trincea di uomini contro, immenso cimitero sotto la luna. Mio secolo amato, acceso nelle dolci valli dei vecchi con gozzo e pellagra, tremula luce tra la scienza di Sabin e il terrore della bomba. Tu, attesa e speranza di un sole indistinto sull'avvenire di campi armati. Novecento, sfida e orgoglio dei mie vent'anni, bianco nero che vira e colora le stagioni della giovinezza. Vengo da casolari con fiumi e pioppi, dalla fatica e dal lavoro di chi mi diede la vita, dagli occhi limpidi della mia gente, dalle sagre contadine con la cuccagna al palo nelle nebbiose giornate di San Martino. Ancora inseguo questi volti della memoria, li vedo ballare al suono di violini e fisarmoniche sull’aia di casa, con il vino delle nostre terre e accenti e dialetti diversi. Ombre amiche che raccontano di uomini e donne che furono per sempre.
Tarcisio, Agnese, Dino, Mario, Aldo, Antonio, Maria, Anna, Francesco, Maurizio.... Novecento.
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« immagine » Scorrono febbrili i fotogrammi, immagini contratte di un pensiero che soffre. Allora come un medium animo il dolore degli ectoplasmi che gridano alle radici del secolo. Olmo e Alfredo, il ghigno di Laura Betti, l’urlo feroce di Attila Sutherland, le maschere di Romolo Valli e Lancast...
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Maledetti

26 marzo 2021 ore 22:35 segnala


Giovanni Verga non era un " maudit " Frequentava i salotti letterari di Milano, a Catania possedeva terre al sole ed era, perché no, un farfallone. Non portava marchiata sulla pelle la condizione di " damnè ", quella che mescola drammatiche espressioni dell'arte con la propria esistenza. Eppure la memoria, i suoi codici, la lingua, l'anima, la terra, tutto della Sicilia indusse il suo talento alla terribile descrizione di uomini travolti dal destino. I suoi personaggi si muovono all'interno di un teatro greco dove la tragedia é l'immutabile quotidiano che si articola nella circolarità dei giorni e delle stagioni. Sentire, comunicare, sono aspetti collettivi e corali assunti da leggi non modificabili che sanciscono l'ineluttabile. Non conta la pietà, gli umili e i diseredati sono il prezzo del destino, non fa paura la morte, é implicita. La miseria, la malattia, il sacrificio fanno parte della vita come il respiro scandisce il tempo. I valori di questa società dominata dalla rassegnazione dei vinti sono primordiali, semplici. La puddara, la sciara, il mare, i venti, la tempesta, i faraglioni, i tre re, i proverbi che giustificano in modo irreversibile tutto quanto avviene. Non esiste la presunzione di distinguere il giusto da quanto non lo sia, il bene e il male sono l'esclusivo rapporto finale che si riserva alla beffarda possibilità di un dopo. Il mondo é racchiuso nelle viuzze dove passa ramingo Ntoni Malavoglia, é l'osteria della Santuzza, sono lo Zio Crocifisso, il calafataro Turi Zuppiddu, Compare Alfio, la Mena, la Sant'Agata, Nunzia, Mara Zuppidda. L'esistenza é la casa del nespolo, il timone a grecale, la vela lacera, i lupini fradici e poi alla volontà di Dio. Fuori e altrove stelle lontane, sconosciute, fredde.



Si può essere grandi artisti e rappresentare le più torbide passioni , senza conoscere l'aberrazione? Credo che esplorare i ''cuori di tenebra'', implichi una capacità di sentire, comprendere e calarsi in aspetti dell'anima sublimi quanto infernali. Modigliani distrugge la sua breve vita nella miseria e nell'assenzio, raggiunto dal suicidio della giovane sposa incinta sfracellata sul selciato. Baudelaire, l'albatros di Spleen et Idèal, precipita nell'inferno di paradisi artificiali, corroso da hashish e sifilide. Rimbaud brucerà il genio dei suoi vent’anni martoriato dagli amori violenti consumati con Verlaine, divorato dalla cancrena sulle impetuose cateratte dei fiumi d’Africa. Caravaggio, profeta di visioni sublimi e terribili verità, é violento, rissoso, tossico. Sessualmente ambiguo, scellerato fino all'omicidio, maledetto. Ambito dai potenti e da questi ricacciato nella suburra in cui sguazza con prostitute che posano per la Vergine e bestemmiatori con il volto dei Santi. Esaltato e cancellato nei secoli come il migliore e il peggiore. Merisi trasforma il pennello nella lama che squarcia l'oscurità traendone luce, bellezza, profondità, grazia, dannazione, redenzione. L’Uomo, creatura divina, scaturisce dal buio delle sue tele senza tempo e travalica la Storia, in una vicenda che dalla dannazione s'innalza al trionfo dell’immortalità. Condannato e riabilitato, incarcerato, pugnalato, esiliato, braccato come una preda, Caravaggio morirà nella solitudine di febbri malariche. Caravaggio, genio maledetto che vivrà per sempre.
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« immagine » Giovanni Verga non era un '' maudit''. Frequentava i salotti letterari di Milano, in Sicilia possedeva terre al sole ed era, perché no, un farfallone. Non portò marchiata sulla pelle la condizione di maledetto, quella che mescola le drammatica espressioni dell' arte con la propria es...
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Lettera in nero

21 marzo 2021 ore 16:36 segnala


Avrei voluto condensare nel nero assoluto i pensieri inespressi, buio totale, dove intingere note e silenzi di un pentagramma che viva di te. Non ho potuto, ogni parola divenne cristallo di neve e corallo che richiama echi e affinità, immagini sfuocate, freddo e paura di un diario scritto su incerte frontiere. Non temo l’epilogo a cui siamo avviati, ma le condanne a vita, il dondolio di un tempo vile, indeciso da martoriate attese, circondato d'inutile. Temo la presunzione dell'amore voluto e non corrisposto, cresciuto nelle consuetudini del grigio e lasciato alla decomposizione del sogno di cui eravamo respiro. Quanto durano i per sempre e i mai più ? Quanto cresce e resiste il soffrire ? Un tormento che spezzi i sigilli del sepolcro, il mio e il tuo dolore come un effetto doppler che dall'arco dell'aorta esploda carotidi e succlavie con l'urlo dei delfini. Lo chiedo per avere smarrito la clessidra in cui giocavi al ritmo della mia voce, nell'ultimo palmeto fra dune crudeli, ingoiato dal deserto ogni volta che ho vissuto di silenzio. Lo scrivo in questa lettera in nero a cui mi lega un filo rosso.

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« immagine » Avrei voluto condensare nel nero assoluto i pensieri inespressi, buio totale, dove intingere le note e i silenzi di un pentagramma che viva di te. Non ho potuto, ogni parola divenne cristallo di neve e corallo che richiama echi e affinità, immagini sfuocate, freddo e paura di un diar...
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Il Duello

20 marzo 2021 ore 15:10 segnala


L'ira ti segna il volto,
Occhi listati mi aspettano
Di primo mattino al Luxembourg.

Sarà la spada a decidere.
Stille scarlatte,
Dove morire ancora.

Al rito delle armi sorge l'aurora
E vorrei strapparle i colori
Per guarire le ferite d'ombra.

Diventare un anonimo clochard
Che cura il tuo giardino
E ti allieta il cuore,
Nell’inconscia bellezza dei fiori.

Di quest’amore potrei dire
Che si è assopito dolcemente
Nell’assalto dei sempre.
Senza svegliarsi più.

Il tempo è scaduto,
I padrini chiamano al duello.
Laveremo l'offesa,
Puntuali all'ultimo sangue.
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« immagine » L'ira ti segna il volto, Occhi listati mi aspettano Di primo mattino al Luxembourg. Sarà la spada a decidere. Stille scarlatte, Dove morire ancora. Al rito delle armi sorge l'aurora E vorrei strapparle i colori Per guarire le ferite d'ombra. Diventare un anonimo clochard Ch...
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Atacama

07 novembre 2020 ore 12:50 segnala


Forse dieci Inca Cola trasudavano sulla pelle al vapore d’immobili vastità, nell’infinita fornace punteggiata di saguari. Sentieri di pietra scendono le colline nel ventre della terra, giù nelle miniere abbandonate con travature incrostate di silenzio e lucerne dimenticate agli antipodi del mondo. Nel buio, fino al miraggio degli uomini assenti. L'Atacama ha il respiro inquieto dei vulcani dormienti, ingoia l’orizzonte fino ai confini delle Ande serrate d’azzurro e traccia la desolazione della terra con ossa calcinate senza riposo. Poi improvviso si risveglia il tremito del vento che batte metalli abbandonati, ruggine e schegge d'ossidiana. Come un respiro lontano, la malinconica dolcezza del rondador risale la valle con spirali d’armonia. Due giorni ancora, tra sale e monti di luna, poi lo scalcinato Fokker mi porterà a Santiago, lontano dalle rive del Loa e del Copiapò, fuori dai sentieri di Aguirre e della sua maledizione. Nel miraggio di sabbie, vaga smarrita la follia dell'Eldorado, per mitiche città dai tetti d’oro dove innalzare cattedrali barocche con mummie e teche di cristallo. Sanguina la notte nel bagliore incredulo dei fuochi accesi, ascolto lo scricchiolio di baracche cadenti, il cigolio delle banderuole e rivedo i teocalli insanguinati di Jodorowsky, gli eserciti di rospi con elmo a punta e tonaca crociata. Sembra non avere fine questo mondo violato, dove lo stupore della scrittura cancellava Dio e uccideva gli uomini nel furore cattolico di pugnale e garrotta. E’ un dolore che scivola sui sentieri della Storia, dai granai di Trujillo, ai centauri spietati di case galleggianti nella terribile profezia di Quetzalcoatl. Sto in questo ritaglio di universo, esule da me stesso, sospeso al sapore di lontani giorni di scuola, che ritrovo seminati in questa Mesa dove non esiste il tempo. Mi chiedo, dove sia il cuore pulsante del mondo, mentre scendo il vuoto che rincorre il Pacifico. Un'ultima sigaretta, poi il rombo che stacca da terra mi riporterà ai giorni ammalati oltre le nubi, piccola scia d'infinito nel dubbio di quanto esista davvero sotto il cielo blu.


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« immagine » Forse dieci Inca Cola trasudavano sulla pelle al vapore d’immobili vastità, nell’infinita fornace punteggiata di saguari. Sentieri di pietra scendono le colline nel ventre della terra, giù nelle miniere abbandonate con travature incrostate di silenzio e lucerne dimenticate agli antip...
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Bis unquam

27 settembre 2020 ore 19:02 segnala


Il tempo lascia tracce di pensieri oscillanti come fiori di campo. Avvenne in marzo, al ritmo di tamburi su falò che illuminavano la notte e i pennelli imbrattavano l'anima con gemme di colore che screziano la voce. Ritrovo altri segni, dapprima incerti, poi nel tratto deciso con cui mi rado una domenica mattina e tutto il mondo appare riflesso allo specchio, indifferente alla lama che percorre l’epidermide. Era di maggio, soffioni di polline nel tepore dell’aria profumata, genesi d'argento, erotiche valli nella meraviglia dell'abbandono. Non riesco a tradurre altri mesi, distinguo perimetri d’acqua e panchine deserte nell'incertezza della memoria stanca. Rimane l'ambiguità di un solitario giocato a mezze carte, eppure basterebbe seguire il paesaggio siderale che cela l'enigmatico sorriso di Monna Lisa. Chiudere gli occhi e tracciare gli inquieti sentieri della luna. Basterebbe soltanto un'altra vita.


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« immagine » Il tempo lascia tracce di pensieri oscillanti come fiori di campo. Avvenne in marzo, al ritmo di tamburi su falò che illuminavano la notte e i pennelli imbrattavano l'anima con gemme di colore che screziano la voce. Ritrovo altri segni, dapprima incerti, poi nel tratto deciso con cui...
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Palinsesti

19 settembre 2020 ore 21:52 segnala


I palinsesti sono pergamene che celano il malinconico mistero dell’appartenenza. Sono tumuli del tempo andato che corrono fra cuore e memoria, al tenue chiarore di albe sopravvissute. Rivedo nell'aula la fiamma colorata di un fornello chimico e l'ambulante che spezza il torrone con l'enorme coltello, allo sciamare d’argento dei ragazzi fuori di scuola. Cominciava così i Ragazzi della via Pal, nella stessa lontananza degli anni smarriti. Io sulle rive del Brenta, nell’antico lazzaretto medievale con due sezioni per una sola maestra, a Budapest, in un palazzo barocco, Nemeksek il figlio del piccolo sarto. Io in bicicletta, lui sull’Omnibus a cavalli diretto all’Orto Botanico, ed era lo stesso sole, l’identica poesia, il medesimo orgoglio che la vita racchiude tra nuvole e prati. Tutto quello che ci segue senza fine, fosse lo sguardo del vecchio bidello con ampolla e calamaio, o le carte geografiche appese al muro, con la Sardegna nella lontananza del Mediterraneo e al centro l’Impero d’Austria – Ungheria. Da quei fogli, se appena rimuovo la cera, raddrizzo i lembi macerati, emergono improvvisi János Boka, Dezso Gerèb, Pàl Kolnay, Feri Atz nella morbida monotonia della pioggia sull'erba di una primavera tardiva. Nell'attesa di un tempo a venire meraviglioso e perduto, ricco di aurore boreali e primavere fiorite, baltici inverni e spiagge assolate. Legato alle mie cellule, come un amore di sangue e d’inchiostro che dura per sempre.

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« immagine » I palinsesti sono pergamene che celano il malinconico mistero dell’appartenenza. Sono tumuli del tempo andato che corrono fra cuore e memoria, al tenue chiarore di albe sopravvissute. Rivedo nell'aula la fiamma colorata di un fornello chimico e l'ambulante che spezza il torrone con l...
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Magnificat

05 settembre 2020 ore 12:09 segnala

La Via della Croce si snoda fra polvere e rovi, è tremulo sentiero senza orizzonte nella lontananza assetata di bianche calure. Conosce il tempo della prova nei giorni di pena, per amore o per addio, nella solitudine di un incompiuto cammino. Me lo dissero le lacrime silenziose di Maria di Betlemme a primavera, quando correvo bambino nei viottoli dell'orto. Aveva un vestito a fiori e il volto radioso di Grace, celava tra salvia e rosmarino la malinconica mestizia di un dolore. Maria di Cleofa, la incontrai al teatro anatomico dell'Università, le mie parole gli donavano l’estasi del Battista immerso nel Giordano. Percorremmo strade di velluto e asfalto, nella lacera libertà dei piedi nudi e dei patti di sangue.
Ci lasciammo al bivio di Mercurio, protettore dei ladri, nella contemplazione del Golgota ai confini del cielo. Giunse infine Maria di Magdala, nell'immensità di un amore incline alla palude dei miei anni, il migliore, il peggiore. Aveva lunghi capelli e donava amplessi con olio profumato, peccato e riscatto. Lapidata e risorta tante volte quante le bende di Lazzaro. Maddalena, cortigiana dal color caffellatte tiepido, con labbra vermiglie e le chiavi di Geenna e Paradiso. Come tutto è lontano in questo tempo di estatici silenzi, dove alla grata delle mani si oppone il nulla. Tre donne, ora come allora, ai piedi di una croce per un Magnificat di speranza.
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« video » La Via della Croce si snoda fra polvere e rovi, è tremulo sentiero senza orizzonte nella lontananza assetata di bianche calure. Conosce il tempo della prova nei giorni di pena, per amore o per addio, nella solitudine di un incompiuto cammino. Me lo dissero le lacrime silenziose di Maria ...
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Prospettive

28 luglio 2020 ore 15:43 segnala


Pablo, come Tiziano, avrebbe potuto dipingere intensi ritratti di virtù coniugali, l'oscurità del potere o morbide forme incorniciate nel panorama agreste con capitelli e sfondi d'acqua. Più di Raffaello, viottoli d'erba degradanti in classiche bellezze, perdute nel fucsia di un tramonto romano. Esatte proporzioni che sfumano nelle teorie angeliche care al cielo. Ma tutto questo gli fu marginale, cercava il segreto delle forme nella composizione del movimento, la dialettica che unisce l'astratto e il divenire, l'intensità di tratti che conoscano i volubili tormenti del tempo. Allora gli occhi e il naso e le labbra ruotarono su tele di stupore, nell'incredula radice, dove affondano i contrasti in cui ci perdiamo per amore. Pablo abolì lo spazio saturo di materia per altre dimensioni fuori della tela, affidò ai tracciati della mente quanto non è visibile. Così ti vedo nell'attesa di un pomeriggio d’estate, nella luce indecisa del sole artificiale, nei percorsi seppia che diventano movenze blu e scie di corallo. Inseguo le flessuose sonorità dei tuoi labirinti ricchi di seta, dove posano prati di luna. Affondo nel rapporto aureo che dal seno scala le vertigini per incedere dall'angolo dell'occipite verso la mezzaluna delle labbra, nel luminoso disegno d'avorio. Proseguo fino alle cartilagini alari per risalire alle palpebre, occhi tondi di cerbiatto con pupille di oboe e di flauti. Oltre, nel tenue cammino, sentieri d'ombra aprono l’innocenza di valli perdute nell'immensità dei fiori. Sono un cerusico dei colori, apprendista stregone d’improbabili pennelli che consegna allo stupore delle parole irrequiete visioni. Pure mi abbandono, in questa teoria che addensa l'aria e trasforma i suoni e mescola il respiro. Guardo, ascolto, prego un eterno momento strappato alla vita.


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« immagine » Pablo, come Tiziano, avrebbe potuto dipingere intensi ritratti di virtù coniugali, l'oscurità del potere o morbide forme incorniciate nel panorama agreste con capitelli e sfondi d'acqua. Più di Raffaello, viottoli d'erba degradanti in classiche bellezze, perdute nel fucsia di un tram...
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