Gennaio

06 gennaio 2017 ore 15:01 segnala


Il naso incollato sul vetro e oltre la strada, i nidi di sole e le stoppie ingiallite. Bianco il mattino avvolge di carta velina gli alberi spogli e la brina disegna il vivo splendore di gemme addormentate. Ricordo altre stagioni, inerti di pallide luci gelate, quando il cristallo dell'aria spezzava le volute di fumo di un tempo amato e perduto. Allora le campane avevano un suono che continua acceso in questo giorno d'inverno. Alle spalle le formule astruse e il calore degli enigmi che solo tu conosci. Respiro vicino dal sapore di un caffè bevuto insieme.
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« immagine » Il naso incollato sul vetro e oltre la strada, i nidi di sole e le stoppie ingiallite. Bianco il mattino avvolge di carta velina gli alberi spogli e la brina disegna il vivo splendore di gemme addormentate. Ricordo altre stagioni, inerti di pallide luci gelate, quando il cristallo de...
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Nevicava

17 dicembre 2016 ore 00:06 segnala


Dei "pattini d’argento" ricordo la copertina sgualcita illuminata dall’incerto chiarore di una lampada, negli ultimi giorni a Dicembre. Quel fatale imbrunire che scivola nel viola e blu delle notti spietate, quando la vita inganna purché si cresca in fretta. Ma "Davy Crockett", lo lessi il giorno di Natale, fra i panni ghiacciati che ponevano sulla panca e le piccole gioie d’arancio e torrone sparse fra la cucina e la mia camera troppo fredda per poter leggere. Fuori nevicava, nella lentezza dolce delle esistenze che passano, come il ricordo di chi è svanito, la malinconica attesa di quanto non sarà più. Rivedo quei fiocchi di neve, mentre scrivo e li affido alla tastiera, nel disegno di un augurio lieve come una carezza. Del domani non so, ma oggi :rosa
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« immagine » Dei "pattini d’argento" ricordo la copertina sgualcita illuminata dall’incerto chiarore di una lampada, negli ultimi giorni a Dicembre. Quel fatale imbrunire che scivola nel viola e blu delle notti spietate, quando la vita inganna purché si cresca in fretta. Ma "Davy Crockett", lo le...
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Sguardi

11 dicembre 2016 ore 01:56 segnala


Gli occhi che ci guardano gettano ponti, riuniscono i legami che la ragione recide, fondono i metalli e sciolgono i giorni dalle reti del tempo. Sono colori che emergono da circostanze strane, occasioni mancate, maledette come un pentimento. Sono ansia profonda di spazi inquieti, altre vite
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« immagine » Gli occhi che ci guardano gettano ponti, riuniscono i legami che la ragione recide, fondono i metalli e sciolgono i giorni dalle reti del tempo. Sono colori che emergono da circostanze strane, occasioni mancate, maledette come un pentimento. Sono ansia profonda di spazi inquieti, alt...
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Fantasmi

12 novembre 2016 ore 22:37 segnala


Sono all’ Arènes de Lutèce, è il 14 Agosto, uno dei miei ultimi anni prima del viaggio. Nell'antica arena romana, ora parco a Parigi, guardo una bambina giocare. Dissolvo e ricompongo, nella memoria dei secoli, quell'eterea figura voluta dal caso, come i poeti dei Gulag scolpivano nel ghiaccio di vite atrofizzate poemi d’amore. Fossili pensieri escono dal salgemma di pietre antiche, tornano alla luce dalle oscure profondità dove vaga Tiresia nell'invocazione di riti sacrificali. Oscillano, appesi ai raggi di sole che filtrano i platani, poi si trasformano in nastri moschicidi, densi di organiche prede. Colonie d’insetti che germogliano sul dna di uomini ingoiati dal tempo. Mi chiedo se la bimba dai grandi occhi, esile forma nel contrasto di luce spiovente, sia l’anello mancante che unisce ogni vita, causa e ragione, tutti gli oltraggi e le pene della storia, il sangue versato sulla sabbia spietata, dove lei ora gioca. Ne porto l'inconscia memoria da sempre, trait d'union per ogni variabile della mia esistenza. Nelle incertezze su cui mi conduco fin dai giorni di scuola, e poi dopo e ancora in quelli repressi dal cappio di notti insonni, interrotte, come un coito malvagio figlio di pulsioni artificiali. Una bambina dalle lunghe trecce, che gioca sull'altalena d’estate è la semplice, dolce, assoluta risposta per ciò che manca o è stato , o verrà. Dal sipario stracciato i fantasmi gli contendono lo spazio, evocano schiavi e gladiatori di Giuliano l’Apostata. E’ una vertigine violenta che mi assale, una dimensione brutale che esplode in un cinerama di valvole e transistor inchiodati a lacere arterie. E’ un carcere per stelle assenti, in cui dilaga cruento il rigurgito di folle assetate e uomini feroci che vuotano la vescica addossati alle colonne di marmo. Esplode l’arena sul viscido sudore di belve e di armati,sulle ferite sanguinose di un anonimo dolore, sui fisiologici umori di vittime e carnefici. Calcano le onde vermiglio della sabbia con sandali e coturni, sorreggono sugli scudi l’urlo di cui si nutre la crudeltà nel rapido volgere del loro morire. Soglia indistinta d’altre dimensioni, buie, sconosciute, lontane, assolutamente presenti, eterne. La spada ricurva del Trace incalza l'ascia Gallica e il Retiario, perduto dal vano tiro che imbriglia, cede sulla polvere alla furia dell’irruento Oplomaco. Germani e Mirmilloni tracciano l’aria con scie di ferro, dove la febbre sale nelle crepe di un cielo di morte. Orrore della mia specie. Vi sono codici, chiavi nascoste che violano le serrature del tempo e aprono il ventre indifeso della nostra umanità. Vibrano gemiti distinti a sovrastare la dissenteria mediatica che inganna il mondo e mostrano all'orizzonte litorali coperti di cadaveri. Sarò stato un legionario, in quel tempo lontano del mio passare, discosto dalla guardia assiepata di Pretoriani acclamanti. Forse ho combattuto nei deserti della Partia, o proclamato Augusto qualche avventuriero presto assassinato. Eppure il solo ricordo è di avere tenuto per mano un bimba sola e abbandonata, indifesa, come sola ragione a tutto quanto io fui. Aveva gli occhi grandi, lunghe trecce , il colorito scuro, poi nero , come il buio in cui sarei scivolato portando il suo sorriso.

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« immagine » Sono all’ Arènes de Lutèce, è il 14 Agosto, uno dei miei ultimi anni prima del viaggio. Nell'antica arena romana, ora parco a Parigi, guardo una bambina giocare. Dissolvo e ricompongo, nella memoria dei secoli, quell'eterea figura voluta dal caso, come i poeti dei Gulag scolpivano ne...
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Perdonare

15 ottobre 2016 ore 00:07 segnala


" Il vetro del convoglio tra lande desolate dell’animo è sporco; un impiastro tra ruggine di rotaie, sudore, odore di cibo e schiamazzi. Ricordi forse solo immaginati o rimossi. Adesso, soltanto il perdono è l'unica via d’uscita, la sola possibilità per allontanare il tango dell'addio, interrompere il circolo dove il protagonista è vittima e assassino. Chi entra nella mia vita deve uscirne rapidamente, senza l’opportunità di capire, rimbalzando sulla corazza coriacea ed affusolata delle mani perdute. E’ necessario ripetere, come un mantra inquietante, il rito dell’abbandono. Quasi un atto magico, religioso, per rievocare il dolore provato, espiazione, assimilazione dei peccati. A chi cresce in me, vorrei chiedere troppe cose, la stanza è sempre piena di gente e non posso mai dire quello che provo. Va bene così, lasciare riesce meglio se evito il coinvolgimento. Meglio abbandonare prima di essere abbandonati, nessuna opzione possibile, decisioni affrettate, poco spazio disponibile per abbracci caldi e amorevoli, emozioni perdute prima ancora d’essere respirate, lette negli occhi altrui. L’afrore d’incenso e di corpi mal lavati, racchiusi in gusci di tessuto bianco e nero come goffi pinguini, turbano il mio sonno. Il vetro della camera, unico oblò per spiare la vita che freme oltre le pareti della prigione, aveva la superficie impiastricciata dall'alito malsano di uomini in nero, dalle grida solidificate dei giovani corpi incatenati alle cerimonie dell’addio. Perdonare ogni colpa, perdonare, unica liberazione, arduo compito, eredità infausta lasciata dai tutori, i carnefici. "
Il mio laccio.


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« immagine » " Il vetro del convoglio tra lande desolate dell’animo è sporco; un impiastro tra ruggine di rotaie, sudore, odore di cibo e schiamazzi. Ricordi forse solo immaginati o rimossi. Adesso, soltanto il perdono è l'unica via d’uscita, la sola possibilità per allontanare il tango dell'addi...
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Lungo lo Yamuna, Tajmahal

04 ottobre 2016 ore 19:39 segnala


L’autunno condensa i ricordi di una frenetica estate, ricompone immagini che affondano nel percorso di viaggi ai confini della memoria, Lega con fili di seta quanto è precluso e lontano, eppure ci appartiene nell'inconsapevole scelta che non chiede ragioni. Il Rajasthan è terra orgogliosa di cavalli arabi e guerrieri di bronzo, dove il furore Moghul combatte Visnù e sull’acqua dei fiumi scorre la preghiera di Brahma, dai minaretti dello Yamuna, fino ai cimiteri del Gange. Agra scende sulle piane dell’Uttar Pradesch tra vasti deserti e distese d’acqua a sfidare l'oblio del tempo. Il Maharajah e la sua Maharani ora sono cupole di madreperla, silenzi lunari. Il Taj Mahal è un tempio d’amore, febbre di ventimila voci sui tumuli di arenaria rossa a crescere terrazze di marmo con torri e archi. Trono e altare nel ricordo disperato di colei che la morte ha rapito.


....passione orgogliosa trasformata in pietre viventi…

Ram, Ram, e altra vita risorge dal mantra pulsante delle cupole, vive di chiarore rosato all’aurora, bianche presenze nella purezza del notturno blu. Il ritmico suono delle colonne d’acqua di cento fontane spezza la notte immensa, nei frammenti preziosi di un silenzio, dove la luna ha il volto degli amori perduti. Namaskar, Taj Mahal, ed è elegia del tempo, canto infinito che non accetta l’addio. Lungo lo Yamuna, negli accordi del rito, una giovane ragazza indiana segna la fronte con l’ocra che illumina lo spirito, e affida alle correnti d’acqua scie di tremuli lumi. Quali schiere d’anime sopra le oscure profondità del fiume, dove perla, fosforo e plancton sono ombelico d’ogni vita. Alza le braccia verso il disco d’argento che posa sull’ultima guglia, percorre quel raggio sidereo e non si ferma se non ai limiti delle stelle. Sola, al comando dell’immenso cuore che anima il mondo.

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« immagine » L’autunno condensa i ricordi di una frenetica estate, ricompone immagini che affondano nel percorso di viaggi ai confini della memoria, lega con fili di seta quanto è precluso e lontano, eppure ci appartiene nell'inconsapevole scelta che non chiede ragioni. Il Rajasthan è terra orgog...
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04/10/2016 19:39:23
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Overtoure Ivre

02 ottobre 2016 ore 13:56 segnala


Prima dei blog ricordo la tristezza delle bacheche silenziose, tese a cercare con rabbia varchi e sentieri nella simbiosi di pianoforte e tastiera. Suoni e parole sono variabili che la mente riunisce nei propri percorsi, un’orchestra sgangherata che lentamente fluisce da indefinite sorgenti e ricompone la melodia crescente di fiumi e valli. Siamo un concerto. Apre Vivaldi in sol maggiore, archi e cembalo, Venezia l’Orientale nel decadente splendore di marmi e laguna. Foci nebbiose, paludi e gabbiani dove il mare ingoia le vele e corrode i metalli. Serenissima visione di fantasmi, onde increspate sulle bocche di porto e il limo cancella l’ultimo attracco delle flotte perdute. Tace il cannone, Lepanto è lontana. Ecco Pachelbel e il suo Adagio, tre violini e basso continuo nel volteggio del notturno barocco. Accendo candelabri con specchi d’argento, teorie d’Amori nel trionfo di ciprie e belletti. Ora un vortice avvolge e sorprende nell'effimera perfezione dei clavicembali, quasi esausto preludio di un secolo che affoga i suoi lumi nel sangue. Bonaparte cala il sipario. Poi viene Bizet, adagio dall’ Arlesienne, mistero di arcane presenze nel moto costante del genio che abbriva i limiti di grandezze incompiute. Gli archi cedono il passo ai ritmi percossi dell' Habanera, Carmen, sensualità che sublima la voce. L’ultimo impero cade a Sèdan. Tocca a Mussorgscky, quadri in esposizione, antichi manieri e scene di caccia, il richiamo dei corni, cervi e cavalli, dove la steppa e i fiumi hanno l’odore del muschio e le foreste di betulle raccontano di Boris Godunov. Percussioni impietose, lunghi assoli di fiati, poi verrà il gelo della Grande Madre Russia e il Palazzo d’Inverno. Concludo con Astor Piazzolla, El Asesino, in Libertango, la musica non ha orizzonte, nell'abbraccio sensuale del bandoneon che muove l’ atlantico respiro in quattro tempi del mio amore Argentina. E’ la presunzione di un concerto per uno schermo che non vaglia risposte, senza numeri per impossibili premi, per il tempo e il suo passare. Concerto d’incerte, tremule, candele oscillanti, che pure sono storia che amo. Dolce o aspra che sia.

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« immagine » Prima dei blog ricordo la tristezza delle bacheche silenziose, tese a cercare con rabbia varchi e sentieri nella simbiosi di pianoforte e tastiera. Suoni e parole sono variabili che la mente riunisce nei propri percorsi, un’orchestra sgangherata che lentamente fluisce da indefinite s...
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02/10/2016 13:56:34
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Risposta dal nulla

27 settembre 2016 ore 00:37 segnala


" Non fu difficile creare il profilo. Prese quella foto che, tra le tante, le pareva più adeguata alla circostanza. Un primo piano che ritagliasse gli elementi essenziali del viso, su tutto regnavano gli occhi, non per il loro colore, quanto per voler dire qualcosa. Quegli occhi comunicavano che oltre la dimensione razionale, la storia che si ripete e i discorsi di costruzione, l’essenza della vita è racchiusa tra note impalpabili. In quegli occhi c’era la vittoria della speranza sulla tristezza. Poi ci fu il problema delle caselle da riempire, descrivere il coacervo di sensazioni che rappresentano la sua anima era operazione impossibile da effettuarsi con quelle poche scelte, l’unica salvezza stava nei campi liberi. Forse in questo modo sperava che qualcuno avrebbe potuto cogliere il non detto, e sentito che la valenza di alcune parole era un invito a non rivolgersi a lei con la superficialità che caratterizza il mondo del virtuale. Qualcuno sarebbe riuscito a capire che non è importante dichiarare dove si vive, perché sono i sentimenti che portano a scegliere la residenza. Forse, e così premette il tasto, lanciò quella testimonianza di sé nell'invisibile mondo della virtualità "
Quasi elegia.
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« immagine » " Non fu difficile creare il profilo. Prese quella foto che, tra le tante, le pareva più adeguata alla circostanza. Un primo piano che ritagliasse gli elementi essenziali del viso, su tutto regnavano gli occhi, non per il loro colore, quanto per voler dire qualcosa. Quegli occhi comu...
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