Gocce di pioggia sul mio viso, adesso tocca a me.

18 giugno 2015 ore 23:24 segnala


Avevo 5 anni e vedevo il mondo con gli occhi di un bambino difficile. Mi capitava di viaggiare in auto con i miei genitori, e il tragitto spesso si rivelava terribilmente noioso. Io ero terribilmente noioso. Era la mia parte difficile che si sentiva soddisfatta solo quando diventava noiosa e coinvolgeva in questo tormento l'intero me stesso. Fortunatamente a volte la noia spariva semplicemente guardando il mondo che scorreva fuori dal vetro come un film sopra uno schermo: montagne, mulini, cavalli al pascolo, tralicci dell'alta tensione, covoni e balle di fieno appena raccolto. Cercavo di concentrare l'attenzione su qualcosa, ma come l'attenzione perdeva il fuoco dovevo subito trovare un altro centro di attenzione, altrimenti la noia mi avrebbe nuovamente assalito.
Quando pioveva era tutto più difficile. Quello stesso paesaggio diventava cupo, sfocato dai vetri bagnati e dalla pioggia cadente. Era impossibile concentrare l'attenzione sul mondo fuori, quel mondo era fuori fuoco. Ed allora l'attenzione si fermava al vetro. Quelle gocce sul vetro attiravano la mia attenzione. Cominciavo ad osservarle e le vedevo muovere, prendere strane direzioni. Sembravano impaurite, sembravano fuggire. Tutte verso una direzione, ma seguendo sentieri diversi. E questo mi divertiva. Avevo inventato un gioco: fare una gara tra le gocce d'acqua e osservare qual'era la goccia che si muoveva per prima e vinceva. Per me quelle gocce erano vive, avevano un anima. Le gocce che cadevano dal cielo stavano andando a raggiungere un punto ben preciso del suolo, ma l'auto dei miei genitori su cui esse cadevano le portava via con sé, allontanandole dal loro obiettivo.
E così io che dovevo sopportare questa noia del viaggio, potevo alleviare la mia pena pensando alla sofferenza di queste gocce che avevano avuto la sfortuna di essere investite dalla nostra auto. Erano gocce che si erano fatte coraggio per affrontare la caduta, avevano un obiettivo da raggiungere,ma poi venivano investite e portate via.
L'impatto sul vetro era duro, molte restavano quasi stordite. Poi a poco a poco cominciavano a riprendersi e a muoversi. Cercavano di tornare indietro, chiedendo aiuto al vento. Lasciando scie diagonali si facevano forza le une con le altre; si univano, ma a volte si separavano, quando qualcuna non ce la faceva e veniva lasciata indietro. Alla fine quasi tutte quelle che si erano riprese, in un tentativo disperato di raggiungere la loro meta, scivolavano via dal vetro raggiungendo l'acqua sulla strada.
Purtroppo una volta che lasciavano quel vetro, sparivano dalla mia vista, per sempre.

Non ho mai saputo che fine abbiano fatto quelle gocce che mi hanno salvato dalla noia in tutti quei viaggi da bambino. A qualcuna ero più affezionato di altre: ne ricordo una che sembrava una stella, qualcun'altra un sorriso, un'altra ancora un cuore. Oggi quando mi trovo fuori e comincia a piovere, non apro subito l'ombrello, mi piace per un po' sentire la pioggia sul mio viso. Alcune gocce cadendo sembrano molto più grandi delle altre. Mi piace pensare che le gocce grandi siano quelle che ce l'hanno fatta. Scivolando via da quel vetro 35 anni fa, sono riuscite a salvarsi e a realizzarsi anche in un progetto più grande di quello che era il loro obiettivo.
Sento la loro gioia trasmettersi al mio cuore; è incontenibile mi fa sentire bene. E' come se scegliessero di cadermi addosso per venire ad incoraggiarmi. Poi apro l'ombrello e porto via con me altre piccole gocce togliendole al loro destino, ma cadono sul morbido e scivolano di li a poco, vicine alla meta e alla loro realizzazione. Anche loro ce la faranno, ma adesso tocca a me.
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18/06/2015 23:24:00
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Fiori rosa fiori di pesco e la televisione 3D

16 giugno 2015 ore 08:50 segnala
"Si stava meglio quando si stava peggio", è sicuramente una frase fatta. Tuttavia è indubbio che anche quando si stava peggio sugli alberi a primavera c'erano sempre gli stessi fiori rosa fiori di pesco. Ma li vedevamo con occhi diversi: con gli occhi di chi vedeva la Tv in bianco e nero, ma la vita a colori. Non posso negare che mi viene un po' di nostalgia per quello che era e non è più. Mi viene nostalgia per i tempi in cui la televisione era in bianco e nero, e questo bianco e nero serviva a mantenere chiaramente separata la tv rispetto alla vita reale. La vita era a colori. La televisione poi era a bassa definizione, con questi schermi tondeggianti, ma riusciva a definire con cura molti aspetti importanti; inoltre non aveva il telecomando, ma in fondo non c'era tutto questo bisogno di cambiare canale perchè le persone erano tutte un po' meno volubili, merito anche di programmi meno noiosi che non facevano nascere così frequentemente l'esigenza di cambiare. E poi tutte le famiglie avevano il nonno o la nonna, che sentiva poco o vedeva poco e per questo stazionava a portata di mano vicino alla Tv; erano loro a fare da telecomando. Che nostalgia le vecchie famiglie numerose di una volta. Quelle dove c'era partecipazione e solidarietà. Quelle famiglie dove c'era confusione, quella buona, quella che ti fa esprimere e crescere, quella che si origina dalla sana vitalità di quando i bambini non avevano il problema del sovrappeso o della anoressia fin da giovanissimi. Oggi la televisione è meravigliosamente a colori, mentre molte famiglie e molti giovani vedono davanti a loro un futuro nero; oggi abbiamo la tv in alta definizione anche se non definisce niente, anzi confonde; abbiamo decoder digitali, che però non decodificano ciò che veramente dovremmo sapere; e per riuscire a fare le tv extrapiatte , hanno dovuto appiattire anche i contenuti, talmente piatti da essere poco più che "veline". Dopo i contenuti saremo noi i prossimi ad essere appiattiti, ci diranno che servirà per essere "teletrasportati", saremo più leggeri e più felici. Per ora la nuova frontiera è quella del tridimensionale e sarà fantastico vedere materializzarsi nel nostro salotto di casa, bocche e seni ipertrofici delle creauture che dimorano l'incantato mondo della tv. Splendide manifestazioni digitali che alterano i nostri modelli di consumo, di preferenza e di giudizio. Con la terza dimensione la realtà è stata impacchettata e resa fruibile con un paio di occhialetti che ci accompagneranno ovunque nel nostro "nomadismo" a cui saremo costretti per lavoro o per divertimento. Occhiali su cui scorrerà una vita fatta apposta per noi. E'evidente che il mercato con i suoi prodotti e con la sua follia, ci sta rendendo sordi e ciechi. Ma saremo felici di esserlo,saremo noi a sceglierlo. E mentre vivremo circondati da monitor, da informazione martellante priva di contenuti che arriva da una unica agenzia, perennemente connessi per mandare una immagine o aggiornare il nostro stato su qualche social network, non ci renderemo nemmeno più conto che nel frattempo i fiori rosa fiori di pesco saranno sfioriti...tranne quelli che risuoneranno nelle parole di lucio battisti e nel nostro lettore mp3.

Le parole sono importanti e la "globalizzazione perfetta"

11 giugno 2015 ore 17:30 segnala
La ricchezza e la proprietà di linguaggio, ci consentono di dare forma concreta alle idee, ai pensieri, alle emozioni o ai sentimenti, rendendoli comprensibili e fruibili, per poterli condividere, comunicare, trasmettere e divulgare. Inoltre ci consentono di ascoltare o leggere, decodificando correttamente il messaggio che viene trasmesso per essere condiviso da qualcun altro che ci comunica le sue idee, i suoi pensieri, le sue emozioni o le sue considerazioni.

L'effetto dirompente e moltiplicativo della comunicazione è riassumibile con un esempio: parlando di beni materiali, ad esempio caramelle e cioccolatini, scambiando il mio cioccolatino con la caramella di qualcun altro, una volta fatto lo scambio, io mi troverò senza più il cioccolatino, e l'altro senza più la caramella; quando invece si parla di idee, lo scambio arricchisce tutti e due senza privarci di nulla; io comunico la mia idea, e l'altro mi comunica la sua, ci ritroviamo entrambi con due idee, e forse anche di più, perché le due insieme si combinano dando origine ad altre nuove, lasciandoci sempre la possibilità di scegliere se tenerle tutte, o gettarne via qualcuna. Quindi, quanti più scambi si fanno, tanto più ci si arricchisce, senza mai impoverirsi. Ma per poter trasmettere e ricevere pensieri con qualcun altro, occorre avere gli strumenti e saperli usare correttamente, per evitare quelli che potremmo definire errori di trasmissione / ricezione, ma soprattutto occorrono concetti e idee diverse.

Tornando al linguaggio, è noto con che un abile oratore riesce a demolire le nostre convinzioni. Persino argomentando su cose non vere, l'abile oratore, ha buone possibilità di carpire la nostra fiducia sfruttandola a suo vantaggio per conquistare il nostro voto politico, venderci un prodotto, manipolarci per farci agire in un certo modo. Seppure molti si troveranno sicuramente d'accordo sull'importanza della ricchezza del linguaggio, sono in pochi che dimostrano di prestare a questo aspetto la necessaria attenzione. C'è un aspetto fondamentale da cogliere , ed è rendersi conto (come ci fa notare George Orwell in 1984) che distruggendo (impoverendo) il linguaggio, si arriva a distruggere (impoverire) il pensiero, e senza pensiero si rendono gli uomini schiavi, perfetti per essere manipolati e sfruttati. Potremmo anche dire, per dirla con termini più familiari, che distruggendo il linguaggio si rendono gli uomini felicemente “globalizzabili”, perché di fatto la globalizzazione vista dall'ottica del sistema economico mondiale, non è altro che la “normalizzazione” delle persone ai fini di avere modelli di consumo omogenei tra i vari paesi e le varie popolazioni. Questa cosa si rivela infatti di vitale importanza per le imprese multinazionali che possono così proporre le stesso prodotto in ogni angolo del globo con enormi economie di dimensione che aumentano la loro potenza e i loro profitti. Ma c'è un altro aspetto strettamente collegato che è importante sottolineare in questo ragionamento; si tratta di quello che, potrei definire il primo teorema della globalizzazione:


Primo teroema della globalizzazione: in condizioni di “globalizzazione perfetta”, il pensiero è stagnante.

Se infatti tutti sono perfettamente globalizzati (dunque come abbiamo visto sopra “normalizzati”), significa che hanno gli stessi modelli di consumo. E come è facilmente verificabile, sappiamo che i modelli di consumo rivelano quasi come un DNA, il nostro pensiero e le nostre preferenze: dicono se siamo conservatori o progressisti,fascisti o comunisti, tecnocrati futuristi o ambientalisti vegetariani, glamour o vintage, fanatici cattolici o sciamani animisti, omosessuali o etero, patiti del multilevelmarketing (Herbalife, Amway ecc.ecc) o di Ebay, fanatici della griffe o sostenitori del consumo equo-solidale, iperattivi o depressi. E in condizioni di globalizzazione perfetta, le persone avranno profili di consumo molto vicini tra loro. Questo significa che avranno preferenze, abitudini, stili di vita, azioni e dunque pensieri molto simili, visto che le azioni solo il risultato del pensiero.

Quale effetto moltiplicativo e di arricchimento può avere lo scambio tra due persone che hanno pensieri similari e agiscono allo stesso modo? Debolissimo, praticamente nessun effetto moltiplicativo,nessun arricchimento. In condizioni teoriche di globalizzazione perfetta, ci si ritrova entrambi nella identica condizione di partenza, ad argomentare della stessa cosa arrivando alle stesse identiche conclusioni ed effettuando gli stessi identici ragionamenti.

Ma questo nei manuali di economia non si legge. I manuali di economia parlano di concorrenza perfetta e di monopolio, di utilità marginale o di equità.

I governi condannano il monopolio e tessono le lodi della concorrenza perfetta (teoricamente mi trovo perfettamente d'accordo), ma poi nei fatti non fanno nulla per fare in modo che il tessuto economico si sviluppi tendendo verso quella concorrenza che sembra stargli tanto a cuore. Non mi sembra proprio che le politiche difendano la diversità industriale e commerciale garantita dalla piccola–media impresa. In numerose trasmissioni e numerosi dibattiti che mi è capitato di ascoltare, si dice che la strada obbligata da seguire è quella della dimensione sempre più grande; non c'è futuro per la piccola-media impresa; solo le imprese transnazionali e multinazionali sopravviveranno al processo di globalizzazione. Ma non è forse questo il percorso verso un monopolio o oligopolio mondiale in ogni settore? Allora perché questa globalizzazione viene politicamente accettata come inesorabile? Questa rassegnazione rende evidente come oggi la politica mondiale non è null'altro potere economico mascherato: la politica che non agisce per avvicinarsi alla a concorrenza perfetta, bensì per avvicinarsi alla globalizzazione perfetta, e dunque per arrivare alla normalizzazione delle persone riducendo la potenza dell'effetto moltiplicativo dello scambio di idee diverse.

Ho nominato Orwell, perché è stata proprio la lettura del suo libro a stimolare queste considerazioni. Con una lucidità impressionante in 1984, Orwell aveva previsto esattamente lo scenario della società dei media. Parlando del BIG BROTHER, regime totalitario che considera reati anche certi pensieri definiti come “psicoreati”, descrive una società dove è presente un Ministero apposito che ha il fine di distruggere la cultura tradizionale e sostituirla con cultura spazzatura (con tanto di esempi perfettamente sovrapponibili a quello che da anni riempie le nostre televisioni), per arrivare all'obbiettivo di distruggere il linguaggio, creando la “neolingua”.Di seguito riporto un passaggio significativo:


“Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d'azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole per poterlo esprimere. Ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà stato rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno stati cancellati e dimenticati” (Il corsivo è di Orwell).


Provate a voler comunicare, senza sapere usare il linguaggio per dare forma al pensiero.

Provate ad immaginarvi in un paese straniero ingiustamente accusati, sbattuti in carcere a dovervi difendere di fronte a un giudice che vorrebbe ascoltarvi, ma non ne ha gli strumenti in quanto VOI non sapete usare il linguaggio per dare forma al pensiero; nessuno intorno è in grado di capirvi, non avete altro mezzo per comunicare e la vostra voce riesce solo ad intonare espressioni incomprensibili per chi vi è intorno. Se foste muti, sarebbe esattamente la stessa cosa. Muti o no, verreste presi e giustiziati o messi ai lavori forzati, come schiavi appunto. Farebbero di voi ciò che vogliono. Che pensiate o non pensiate sarebbe la stessa identica cosa. Senza linguaggio non c'è comunicazione e senza comunicazione un pensiero muore lì, dove si origina, senza germogliare, senza alcuna potenza.


Il senso di tutto questo ragionamento? Il linguaggio va difeso dall'appiattimento. Va difeso dalla violenza e dallo stupro che ne fanno i Media, perché difendere il linguaggio equivale a difendere la nostra capacità di pensare e la diversità di pensiero.

Ricordiamolo sempre, "le parole sono importanti", come drammaticamente e in piena crisi di nervi, urla Nanni Moretti in una celebre scena del film Palombella Rossa...
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La ricchezza e la proprietà di linguaggio, ci consentono di dare forma concreta alle idee, ai pensieri, alle emozioni o ai sentimenti, rendendoli comprensibili e fruibili, per poterli condividere, comunicare, trasmettere e divulgare. Inoltre ci consentono di ascoltare o leggere, decodificando...
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11/06/2015 17:30:45
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