L'ALBERO DELLA VITA

14 febbraio 2009 ore 11:12 segnala
All'una del pomeriggio di un giorno nuvoloso mi trovo davanti al piccolo cimitero di ***. Sto aspettando due giornalisti anche loro curiosi come me di vedere il mistero della tomba. Si tratta di un fenomeno apparso all'interno di una tomba di famiglia e scoperto per caso, giorni prima, durante l'apertura per seppellire un nuovo feretro.
Poco dopo arriva un uomo con un elegante vestito blu accompagnato da una donna:
"Mi chiamo Adolf. Il mio collega non ha potuto venire. Ho portato la madre del ragazzo morto..."
É una donna magra, con gli occhi cerchiati e lo sguardo penetrante. Stringo la mano a tutti e intanto Adolf prosegue:
"Ho l'autorizzazione del Municipio. Ho già avvisato il guardiano che ci sta aspettando. Ma dobbiamo fare presto poiché alle due ci sarà un funerale."
Entriamo dal cancello dove incontriamo un uomo basso vicino ad alcuni secchi. É il becchino. Dopo un breve saluto ci guida lungo un vialetto invaso dalla gramigna.
Il cimitero è maltenuto e molto antico. Grosse lapidi tombali sono inclinate ad angoli differenti. Nuvole nere oscurano il cielo. Forse tra poco pioverà.
Oltre cespugli di tasso raggiungiamo una tomba gotica a forma di tempietto. É in pietra grigia coperta di licheni, irta di guglie, angoli, sporgenze. Sulla cima c'è una scritta:
Famiglia De Veszelka.
Mentre ci avviciniamo sentiamo un rumore forte, come un mobile pesante che viene spostato dentro alla tomba. Ci fermiamo allibiti. Dopo un po', con precauzione saliamo i gradini ed entriamo dal cancelletto.
Una camera a cupola stretta e fredda con la luce color ghiaccio che entra dalle bifore. I marmi alle pareti sono riempiti con file di nomi, molti sbiaditi e illeggibili.
Il becchino estrae alcuni arnesi da un sacco. Egli infila una leva nell'anello di una botola sul pavimento e ci fa cenno di aiutarlo. Tiriamo, provocando rumori di pietra che si smuove. Finalmente la pesante lastra si alza e allora la spingiamo da una parte sui rulli di legno.
Adesso, davanti ai nostri piedi c'è una nera apertura quadrata. Il becchino vi infila dentro una scala, accende la lampada ad acetilene e scende. Segue il giornalista e infine io.
Buio e umidità intorno a me. Lo sgocciolìo dell'acqua. Rumore di passi. Poi la voce di Adolf:
"La lampada. Puntate qui la lampada per favore."
Vedo il fascio di luce e dopo un po' raggiungo i due uomini.
C'è acqua sul pavimento. A sinistra una pila di casse nere e marcite con le maniglie corrose dal verderame. A piccoli passi avanziamo in fondo alla cripta.
Qui alla cruda luce della lampada vediamo il fenomeno: è una grande ramificazione color bronzo estesa su tutta la parete. Sembra un albero frondoso.
Mi avvicino di più e provo a toccarlo ma non ha spessore. Tocco la pietra nell'angolo dove fuoriesce la pianta, ma non c'è nessun foro.
"E allora? Che ve ne pare?" chiede Adolf.
Io non so cosa dire. Sento la voce roca del becchino che seguita a borbottare:
"Mai visto una cosa simile. Mai visto una cosa simile..."
"Che c'è dietro a quel muro?" chiedo.
"Lì dietro c'è la bara di Erik, il ragazzo morto di leucemia l'anno scorso, all'età di 23 anni" risponde il giornalista.
Improvvisamente sento qualcuno alle mie spalle. Mi volto e vedo la donna che è scesa senza che io me ne accorgessi. Ha il vestito sporco di ragnatele e una espressione allucinata sul volto. Corre in avanti gridando con voce isterica:
"É vivo! É vivo! Mio figlio Erik è vivo!"
Arrivata davanti al muro la donna lo abbraccia, lo bacia, lo accarezza freneticamente mentre grida:
"Sta tentando di comunicare con noi! Questo è il suo messaggio dall'Oltremondo!"
I due uomini si avvicinano alla donna e la tirano indietro per evitare che si faccia male. Le prendono le braccia, le dicono di calmarsi, la costringono a risalire...
A poco a poco la donna si lascia accompagnare di sopra ma mentre sta salendo la scala seguita a piangere e a gridare:
"É l'albero della vita! Questo è l'albero della vita!"
Usciamo all'aperto e attraversiamo di corsa il cimitero, sotto una pioggia sferzante che ci bagna i vestiti.
Sono passati alcuni mesi ormai. Io non ho più rivisto il giornalista. Di conseguenza non ho più avuto notizie di quella cosa che cresce là sotto, nel buio di una tomba.

HIRAM

25 dicembre 2008 ore 21:50 segnala

Ardeva l’infinito

in miliardi di stelle,

guardava ad una grotta

nei pressi di Betlemme.

Attendeva la notte,

sulla scia d’una cometa,

evanescente e bianca

tra la gola dei monti,

il canto d’un vagito.

Esultava una madre,

dal travaglio provata,

stringendo a sé l’Eterno

e in Esso rallegrava,

sicchè le sue fattezze

trovava a sè sembianti:

“Questo bambino è Dio,

eppure mi somiglia,

miei i suoi occhi,

persino la boccuccia

e l’esile manina

ed il piedino è mio,

eppure è Iddio!”

E indissolubile,

in amorosi sensi,

un vincolo tesseva.

Giammai ebbe donna,

in sì mirabil modo,

tutto per sé il suo Dio.

PRESAGIO

08 dicembre 2008 ore 11:20 segnala

Ho un presagio,

qualcosa serpeggia nell’aria,

striscia invertebrata nella memoria,

credo sia angoscia,

spettro del mio respiro pesante,

ansimo,

ho il fiato corto,

sarà paura,

si forse è paura,

ma non ne sono sicuro,

mi abbandono,

è punta di spillo che penetra le carni,

accarezzo questa sensazione,

anche se vorrei tenerla lontana,

non posso,

più che paura sembra qualcos’altro,

è solitudine

No non è possibile,

la solitudine è diversa,

la solitudine è un vuoto,

questa invece è come un vento di ghiaccio

che mi invade,

la sento scavarmi rapida nelle ossa,

la mia mente è schiava,

vorrei almeno vederla,

lei non si mostra,

mi osserva,

non so cos’è,

ma è qualcosa che non ho mai provato,

qualcosa di nuovo,

di diverso,

io mi sento diversa,

è il dubbio di sempre

una domanda senza risposta

è muto

silenzio

finalmente

la vedo,

si mostra,

nella la sua grandezza,

mi guarda negli occhi,

scava profonda nelle pupille,

nelle mie trasparenze nascoste,

sono sincera,

non posso fare altro,

adesso so cos’è:

presagio del suo arrivo ….Lilith .


 

SOLO IO

30 novembre 2008 ore 13:47 segnala
Non una lacrima

che scende da questo volto.

un lago salato entra nelle vene

e qui stupra, violenta

quella fottuta malinconia

che con tanta violenza

Senza alcun pudore

È entrata nel nucleo delle mie cellule:

un virus che mangia

si nutre di me ,

in simbiosi con suo amante ,

rendendo il mio corpo

un indeterminata successione di esplosioni .

 

la mia pelle trasuda odio

fagocita amore per osmosi ;

l’incontro dei due è clamoroso,

aspre battaglie crescono quotidianamente

e dentro lo sfottente intruso

come un becchino raccatta il perdente del giorno.

Carontemente lo traghetta agli occhi

che impauriti alla sua vista

si rifiutano di  piangere ,

rendendo infinito l’inesauribile cielo del mio disprezzo .

 

Ti inviterei ad usare il mio corpo come un bicchiere

per bere e saziarti del veleno che scorre in esso


IL DONO

27 novembre 2008 ore 18:58 segnala
Sai che possiedi tutto ciò che sono
Appartiene a me tutto ciò che sei;
Ti cercai tanto per darti il mio dono:
Sono riuscita a salvarti da te stessa
Persa è l'anima tua completamente
Nel giardino selvaggio degli dei;
E rimarrò al tuo fianco eternaente
Dove la vita nasce nuovamente.

NEL BUIO PIU' BUIO

11 novembre 2008 ore 09:55 segnala

Nel buio più buio. Dove neppure il minimo barlume illumina le fattezze di un corpo, dove lo scintillio degli occhi non dà neppure un lampo. Nei corridoi oscuri della vita. Attraversando ponti, sbattendo palpebre, chiudendo bocche al gelo...
Nel buio più buio, dove non esistono squarci di colori, dove sembra di fluttuare nello sconfinato.
Nel buio più buio, dove nel cammino incontri un muro, batti contro uno stipite.
Nel buio più buio, dove i pensieri diventano echi, dove i suoni sono amplificati e nitidi.
Proprio lì nel buio più buio, i pensieri si materializzano come ombre sui muri. Diventano spettri. Il tempo diviene vano.
Nel buio della vita, il mortale insegue un' orma ideale verso un raggio caldo. Nella strada degli uomini, dove si accasciano corpi come lamine, dove divampano fuochi sciocchi nel riflesso di un'alba spenta, qui, proprio qui, lui aspetta.

È piccola. Ha solo 7 anni. Attende che qualcuno lo porti via. Con la sua valigia enorme, con il cappello di lana e la sciarpa legata sulla bocca. Con gli occhi spalancati sulla piazza. Sola, sperduta. Marina, una piccolo donna. Speciale. Lei vede, sa.
Per questo è sola. Lasciata perché considerata un abominio. Proprio lei che avverte la pacatezze delle acque nello scorrere dei suoi itinerari. Proprio lei che coglie il sereno dei cieli e ne omaggia gli infermi.
In quest'alba ghiacciata nel buio lugubre dei suoi avviliti concetti, mentre una lacrima di bimba gli riga il volto, Marina attende che suor Maria la porti via, la porti lontano. Angoscia. Paura di venire di nuovo bandita perché percepisce.

Perché ha visto.
Scuri piombare su teste inermi. Vermi riempire corpi mutilati nella ghiaia del grande fiume. Capelli rotolare sui sentieri del vento. Occhi persi nell'angoscia dell'attesa. Volti imploranti, con le labbra storte dall'orrore. Truci scie rosse su corpi grigi, lasciati in pasto ai topi.

Ha visto.
Terremoti spossare terreni ora sterili, arsi dal sole rosso estivo. Mareggiate inghiottire anime agitate nei giorni irascibili dell'adolescenza. Diluvi purificare chiese di campagna e allocchi pettegoli seduti ad adocchiare la sprovveduta vicina.

Ha visto.
Ha visto le mani di una donna strapparla dal grembo di sua madre.  Ha visto altre mani , di suo padre gettarla nella “ruota” degli orfani. Il timore di suo padre, lo schifo, il disdegno, perché lei è la figlia del diavolo. Ha visto la sua tonaca rosso scarlatto ondeggiare nel buio della notte quando la lasciò al freddo , nelle mani di quel diavolo che mai vide se non negli occhi delle “suorine” quando più avanti l’avrebbero affittata per pochi denari ad altre tonache rosso scarlatto ! Ha visto suo fratello gemello adottato e mai più rivisto ……

 

Marina è una bambina, ma per il padre un essere difettoso. Una burla del creato; è colei che predisse la bibbia... è colei a cui non diede crediti né chance.
Nella villetta immersa nel rigoglioso verde siede solo con i suoi 30 anni. Abbandonato in una poltrona, con una bottiglia di veleno nella mano.

Nell'orfanotrofio dell'Addolorata, tra canti angelici e profumo di rose, Marina  rivolge lo sguardo alla statua di Maria.
Non c'è nessuno che possa cambiare le cose, non c'è nessuno che possa farla di nuovo desiderare dal padre. Sente di essere rea, sente di volersi spegnere. Ma sente anche Odio. Verso colui che l’ha ripudiata.
Attraverso gli occhi della Madonna lo distingue nella cucina fosca, con in mano una bottiglia di rum. Ubriacarsi dopo averla scacciata, unica necessità per lui. Sente il disprezzo prosperare, intanto che memorie care si ammucchiano nella sua mente scossa.
Chiude gli occhi e pensa alla sue mani di bimba attanagliare la gola del padre. Lui tossisce e si dimena, ma Marina non molla la presa. Il volto ormai è cianotico, gli occhi cominciano a venarsi di rosso. Ma non vede nessuno, non c'è nessuno. Eppure sta morendo, eppure qualcuno lo strangola con mani incorporee. Cessa di vivere perdendosi nello sguardo azzurro di Marina, ricredendosi.

Nell'orfanotrofio le suore trovano Marina accasciata al suolo, con gli occhi spenti. Rannicchiata su se stessa.

Marina è pazza. Marina è un abominio, una burla del creato.

Nel buio più buio, dove i pensieri diventano spettri Marina rivede gli occhi azzurri del padre guardare i suoi, e sa che aveva compreso, sa del suo rimorso.

 

 

PROFETIA

18 ottobre 2008 ore 12:06 segnala
PROFETIA
Dal cielo cadranno fuochi di sangue. L’uomo della mela crederà di aver ingannato il mondo, lui è l’erede del caos, Babilonia è fiera di essere eretta, il resto è solo apparenza. Cadranno le teste dei potenti, il popolo prenderà le redine della consecuzione. Cadrà sulla terra ATOS, dio adespota, alcun genio umano potrà deviarlo, si romperà in infiniti frammenti che devasteranno il mondo, tutto sarà fuoco. L’aria che respirerete sarà soffocante, nessuna porta vi nasconderà dal “fuori”, scapperete in cerca di un respiro, affannati voi, apprestati alle vostre dimenticanze, alla smania di dover possedere; e non avrete tempo; e nessuno avrà scampo. Sarà l’eclisse di sole preceduta dall’oscurità della luna a mostrare chiari segni a chi avrà la sensibilità di leggerli: i morti verranno sputati dalla terra, non vi rimarrà ragione che di bruciarli, in cenere, tutto sparirà, alcuna legge di Dio avrà senso perché Egli ha parlato una volta, quando creò il tutto, e parlerà per la seconda volta quando distruggerà ogni cosa.

E ATOS, dio adespota, non avrà padroni né pie tuniche capaci di interpretare e comprendere il suo volere.


ESISTENZE VIVENTI

10 ottobre 2008 ore 17:10 segnala
Come un involucro sento questo mio mondo

oltre il quale

un barlume

 forse

si sente d’attesa.

La materia di cui neppure s’immagina il confine…

si muore…

ed è tempo.

Ma oltre gli universi

un Eterno.

L’immagine ora muore, l’immagine è morta... non si può...

non si può più


 parlare

REGINA DELL'ETERNO

08 ottobre 2008 ore 11:19 segnala
C'è un posto dopo la morte, un posto che nessuno vorrebbe vedere.
Però, purtroppo, c'è sempre qualcuno che ci finisce.
L'umanità, stando a quello che mi raccontano le anime che mi circondano, non sta affatto redimendosi dagli antichi peccati, ma prosegue nella sua caccia alla verità, alla giustizia e via dicendo.
E nella speranza di raggirare il destino, non fanno che gettarsi nel baratro della maledizione.
Una sorta di Inferno cristiano, diciamo.
La porta d'accesso a quel mondo di dannazione è sorvegliata da una creatura antica, maledetta più di voi anime che entrate senza speranza d'uscire.
Sì, sto parlando di me.
E, ancora, sì, sono maledetta più di voi.
Perché nessuno di voi è costretto a passare tutta l'Eternità davanti alla porta di una torre mezza diroccata, davanti a sbarre che vi impediscono la fuga, là dove il gelo regna eterno e si insinua nell'anima, giù nel profondo, strappandoti ogni briciola di calore.
Solo io resto qui per sempre, da sola, e ogni tanto apro la porta ai condannati che entrando mi guardano supplicandomi, a volte maledicendomi o odiandomi, perché chiudo dietro di loro la porta della salvezza e della speranza.
Non è colpa mia.- ho bisbigliato una volta, ad occhi bassi, al passaggio di un uomo alto, dal portamento fiero, meraviglioso nel suo orgoglio nonostante il suo destino.
Lui mi ha sorriso, aveva un sorriso stupendo, intenso, che per un attimo mi ha fatto sentire meglio.
Lo so, Signora.- ha risposto con la voce più calda e rassicurante che avessi mai sentito.
Ho dovuto aprire la porta, cedere il passo al demone che lo scortava e richiudere le sbarre dietro di lui.
Ma prima mi sono fermata, e l'ho guardato, sperando che si fermasse, aspettasse prima di scendere il primo scalino fino poi a scomparire alla mia vista: - Se potessi...- gli ho sussurrato:- Se potessi, lo impedirei...-
Due occhi neri, profondi come la notte, si sono voltati verso di me, trapassandomi completamente, e sulla bocca più morbida, attraente e perfetta che abbia mai visto è spuntato un sincero sorriso.
La sua espressione non tradiva la mestizia che provava, ma mi ha sorriso dolce:- Lo so, Signora, e te ne ringrazio.-
Poche parole che mi hanno fatto più piangere di mille minacce urlate, di mille ingiurie e maledizioni.
Mentre scendeva le scale sono rimasta aggrappata a quelle sbarre, piangendo, implorando mentalmente ogni divinità che lo lasciassero andare, o che, egoisticamente, lo tenessero vicino a me..
Ma non l'ho più visto.
Lo sogno spesso, ad occhi aperti, in questa notte eterna.
A parte questo dolce ricordo a confortarmi, non ho nessuno accanto, eccetto qualche topo che risale dall'inferno o che circola qui attorno.
Una volta ho visto scendere una ragazza.
Bella, altera, anche se un po' sciupata, Marina.
Mentre le aprivo il cancello mi fissava insistentemente, e, spalancate le sbarre, sono restata accanto all'inferriata per lasciarla passare.
I demoni hanno lasciato che entrasse da sola, senza condurla, limitandosi a seguirla, così quando mi è passata accanto ho potuto sentire quello che ha sussurrato, certa che i suoi accompagnatori non avessero sentito.
Ciao, Lilith Non ti vedrò mai più.-
In quel brevissimo attimo i miei occhi vuoti hanno continuato a guardare il pavimento, ma le mie labbra si sono lentamente mosse:- Ciao, Marina Dannata, non ti vedrò mai più.-
A quel punto lei si è fermata e mi ha guardato un po' sorpresa, e mi ha chiesto, ridendo amara:- Perché, tu sei tanto diversa da me?-
Poi i demoni l'hanno spinta in avanti e hanno interrotto la nostra conversazione, ma mi sono spinta anch'io sulla soglia del primo gradino, per vedere scendere l'unica che mi abbia detto in faccia cosa sono...
Sì, sono dannata, sono maledetta, non è certo bello stare qui.
Ma non ho alternativa, perché io sono la Custode del Cancello dell'Inferno, e solo io sono in grado di compiere questo dovere.
Anche se spesso pesa, e rende tutto più difficile.
Siccome non ricordo il mio nome, o forse non posso ricordarlo, ho iniziato a rispondere, ai condannati che me lo chiedono, di chiamarmi Mestizia.
C'è chi ride al sentirselo dire, chi non capisce, chi lo ripete aggiungendo maledizioni, chi disperato aggiunge preghiere, chi mi intima di aiutarlo, ma non essendo il mio vero nome non sono obbligata a obbedire ad alcuno di loro.
Ieri un demone guida mi ha raccontato un po' cosa succede all'Inferno; non lo fa spesso, e non sempre sono belle cose, ma visto che non ho altro di meglio da fare oltre a parlare coi topi, lo sto a sentire.
Mi ha raccontato del ritrovamento di un demone guardiano del girone più basso dell'inferno che sarebbe stato trovato assassinato pochi giorni fa.
- Ma il girone più basso è quello per i condannati peggiori. Non è ben custodito?- ho chiesto stupita e preoccupata; se il fuggitivo dovesse riuscire a raggiungere il cancello, e sapesse il mio vero nome, io... Sarei davvero nei guai.
Soprattutto perché è proprio nel girone più basso che è stato rinchiuso, quasi all'inizio della mia Eternità, l'unico uomo che abbia mai amato davvero, più del dolce umano che mi aveva parlato con gentilezza.
Solo che questo, al contrario del bel dannato, è decisamente perfido, e merita di stare dove sta.
E sa il mio nome.    

Dunque, tutte buone ragioni per tenerlo ben rinchiuso.
Lo so che è il peggiore, ed era ben custodito. Ma evidentemente non lo era abbastanza, che devo dirti! Sai bene quanto me che può succedere che qualcuno scappi e arrivi fino a te, ed è per questo che al momento la massima fiducia che poniamo è su di te. Tu non hai mai aperto il cancello a nessuno dei quattro fuggiti finora, e dubito che questo arriverà fin qui. E poi non sa il tuo nome.-
Ma chi è? Lo sapete?- ho chiesto, sempre più preoccupata.
Sapevo bene anche io che pensavano a me come la migliore sorvegliante del cancello, ma... ma se a intimarmi di aprire fosse stato lui...
Avrei avuto ben due motivi per aprirgli...
Il primo, avrebbe usato il mio nome, obbligandomi ad obbedire.
Il secondo, e quello che mi bruciava di più, era che in fondo in fondo lo amavo ancora e volevo ancora rivederlo, e saperlo accanto a me.
Mi avevano raccontato, i vari demoni con cui parlavo ogni tanto, che mi pensava spesso, che parlava spesso di me, e, aveva azzardato uno di loro, che forse mi amava ancora.
Quel che era certo, era che non era felice del fatto che avessi aperto la porta perché finisse dove stava al momento. Sempre che ci fosse ancora...
Ecco,veramente...- il demone ha fatto una pausa.
No, ti prego, no...
Dimmi che non è lui...
Tutti, tutti ma non lui...!!...
Lo sappiamo. -
Ho sentito la mia voce chiedere qualcosa come da lontano, come se fosse una persona molto lontana a parlare:- E chi è?-
Silenzio.
Sapevo cosa mi avrebbe risposto.
Astreal, fratello di Nephael.-
Astreal, fratello di Nephael.
Chiaro, chi altri, se no?
Proprio l'uomo che amavo ancora nonostante avesse sconvolto la mia vita.
Pensare che prima amavo il fratello...
Nephael era decisamente l'antitesi di Astreal: era dolce, gentile, sempre disposto ad ascoltarmi, capace di amarmi qualsiasi cosa fossi stata.
Il suo amore mi ha sempre protetta.
Astreal è diverso: il suo amore è violento, possessivo, per lui io ero solo “sua”, e come tale dovevo sentirmi fiera di essere definita.
Non che non lo fossi, perché era bellissimo, colto, spiritoso, sagace...
Un po' cinico, rispetto al fratello, e dannatamente violento.
Ma la sua vera caratteristica era che non esisteva nessuno tanto vendicativo da stare alla pari con Astreal.
Quando ho dovuto aprire il cancello a Nephael, lui mi ha sorriso, dicendo che era quello che dovevo fare.
Poi ho saputo che al secondo gradino si era ucciso trafiggendosi con la spada di un demone guida.
Per questo gesto è stato redento, o quasi, e gli hanno concesso ancora una vita sulla terra mortale.
Ma Astreal era venuto da me e lentamente si era insinuato nel mio cuore, prendendo il posto di suo fratello, che d'altra parte mi aveva dovuta dimenticare.
Astreal mi ha sempre adorata, anche se litigavamo spesso, ma non mi ha mai perdonata per avergli spalancato davanti il cancello.
Pensava che come lui avrei accettato di ribellarmi al destino.
Perché Astreal non ha mai avuto paura di niente, rispetto per niente, per nessuno.
E ora che è libero arriverà certamente al cancello, mi ordinerà di aprirgli, e di seguirlo.
Ma, esattamente come l'ultima volta che l'ho visto, io ho troppa paura per farlo.
Ma lo amo troppo per perderlo.
Di nuovo, intendo.
Ho paura.
Una lacrima scivola sulla mia guancia, io nemmeno me ne accorgo, prima che cada sul vestito e si perda nel bianco argenteo del tessuto.
Astreal è libero, e mi sta cercando.
Cerca me, e la libertà.
E sa come ottenere entrambe le cose.
Non ti preoccupare, Mestizia, lo troveranno, e poi comunque non ha mai detto il tuo nome a nessuno, per quanto gliel'abbiano chiesto in tanti, perché dovrebbe adesso ricordarselo? Forse non lo sa più...-
Non mi dimenticherò mai il nome di chi mi ha lasciato a marcire in queste prigioni. MAI.-
Oddio, proteggetemi, dei!!!
Spiriti dei Custodi, qualcuno!!
Aiuto!!
Astreal sale l'ultimo scalino, lasciandone sette tra me e lui.
È avvolto nel buio, ma riesco a distinguerlo: è ancora lui, non è cambiato di una virgola.
Neppure la sua espressione di rabbia è cambiata.
O forse un po' sì, ma vagamente...
È troppo in ombra perché lo distingua bene.
Sale un gradino, lasciandone sei tra me e lui.
Ma guardate un po' chi ha lasciato qui l'Eternità... Non te ne sei andata, é, stronza?-  

-          Astreal...- non riesco a dire altro.
Solo il suo nome, ed è già uno squittio.
Se dico altro, mi metto a piangere.
Ma guardati. Mi hai dannato per questo, puttana? È questo che preferisci a me? Stare qui e aprire la porta a quattro maledetti che ti urlano dietro maledizioni o ti implorano di non aprire un fottuto cancello...?...-
Sale un gradino, lasciandone cinque tra me e lui.
Astreal...- balbetto di nuovo io, il suo nome ridotto ad un sussurro.
Sì?- chiede lui con fare provocatorio.
Oddio ... ora lo vedo bene, la luce lo avvolge meglio...
Il suo fisico asciutto e muscoloso non è proprio cambiato per niente, porta ancora i capelli tagliati corti fin sopra la nuca, spettinati,scuri come solo i suoi sanno essere...
Non lo faccio apposta, ma mi sale spontanea la domanda: sono ancora morbidi come una volta?
A guardarli si direbbe di sì...
Le spalle di Astreal si alzano e si abbassano lentamente, a ritmo con il respiro controllato un po' a fatica.
Il petto è solcato da sottili cicatrici, non troppo profonde, e, cosa che mi fa decisamente sentire più sollevata, sono piuttosto rare.
Segno che hanno imparato a rispettarlo anche i demoni.
Ok, non mi sento più tanto sollevata.
Ha addosso solo i pantaloni neri che aveva il giorno in cui è entrato, lunghi fino alle caviglie, infilati negli stivali neri.
La camicia però deve essergli stata strappata dai demoni punitori, anche se non mi dispiace per niente il fatto che non la porti.
Astreal è stupendo.
Solo che, a giudicare dall'espressione che ha ora, non sta pensando niente di simile di me.
Sale un gradino, lasciandone quattro tra me e lui.
Mi guarda con quegli occhi scuri stupendi, profondi, che mi tolgono il fiato, magnetici...
Dio, come mi sono mancati..
E, potrei benissimo sbagliarmi, ma dietro la rabbia e la vendetta c'è qualcos'altro, qualcosa che ho visto rare volte in lui..
La sua bocca aperta mi lascia intravedere i canini poco più lunghi del normale, “da lupo”, che non hanno niente di vampirico, ma che fanno un grande effetto: le labbra morbide, sono tese in un sorrisetto sardonico che adoro, soprattutto sulla sua faccia.
Ansima un po', certo per la corsa che deve aver fatto per arrivare fino a qui.
Anche se, forse, a meno che il buio non mi inganni e che veda più rigonfio qualcosa che non lo è affatto, forse è contento di vedermi.
Bè? Non mi dici niente, dopo tutto questo tempo?- chiede vagamente sprezzante.
Sei vivo.... Sei ancora...- le lacrime mi impediscono di vedere, mi si offusca la vista, porto le mani alla bocca, incapace di continuare.
Lentamente, cercando di non farmi sentire, inizio a singhiozzare.
Il demone custode scivola piano verso Astreal per rientrare nell'Inferno, ma con un veloce movimento del braccio lui libera la frusta e lo strangola, con un colpo solo.
Il cadavere cade a terra con un tonfo, e un secondo rumore sordo viene prodotto dal calcio violento con cui l'uomo che amo lo scaraventa alle proprie spalle.
Poi torna a rivolgersi a me.
Sale un gradino, lasciandone tre tra me e lui.
- Sì, sono ancora vivo. Ti dispiace, o sei contenta?- chiede, lasciando trapelare dal tono della voce qualcosa che non è solo ironia.
Quella domanda è davvero importante per lui, allora?
Sono contenta. Mi sei mancato.- rispondo lentamente, sorridendo tra le lacrime.
Se non mi avessi abbandonato là dentro non ti sarei mai mancato.- sibila acido facendo un latro passo. Ora ci sono solo due gradini tra me e lui.
Come facevo, Astreal? Io non sono coraggiosa come te, né pazza. Non puoi biasimarmi per aver pensato che avresti fatto come Nephael, che avresti capito.-
Non pensavo che l'avrei mai visto davvero, eppure il suo volto improvvisamente è diventato una maschera di mestizia, e stupore.
...sì, Lilith, l'ho capito.- sussurra piano, pronunciando il mio nome con dolcezza.
Sale l'ultimo scalino, è vicinissimo a me.
Non sono qui per fartela pagare. Non solo.-
Il fatto che abbia fatto quell'aggiunta mi preoccupa un po',ma sono troppo impegnata ad ascoltare quello che ha da dirmi.
Sono felice che tu sia qui, anche solo per farmela pagare, Astreal.- ribatto, smettendo di piangere, perché è la verità.
- Bene, allora vuol dire che ti sei ricordata del vecchio Astreal mentre aprivi i cancelli. - fa una pausa stupito, non si aspettava che dicessi una cosa del genere, poi agita il braccio troppo velocemente perchè capisca cosa cta facendo, e la frusta mi colpisce con violenza, gettandomi a terra.
Sulla pelle inizia lento a scendere il sangue dalle ferite, sull'occhio, sul labbro, sul braccio.
Perché non mi hai dimenticato, Lilith? Perché, in nome di quella fottuta idea di giustizia, non hai dimenticato ogni cosa di me? -
Lo guardo stupita, sdraiata, sbattendo gli occhi incredula:- Ma perché ti amavo, stupido!!!-
Astreal mi guarda ancora più stupito di come lo sto guardando io, sbatte gli occhi, non capisce.
Davvero?- mi chiede poi.
Sbuffo rialzandomi lentamente: - Ma certo! Come avrei potuto fare altrimenti??!!?-
Astreal è ancora più stupito.
Con un tonfo, la frusta gli cade dalle mani, e la rabbia e la vendetta si dissolvono dai suoi occhi.
A sì?-
Astreal!!- grido esasperata.
Lui sbatte gli occhi ancora, non mi crede.
Se ti do la prova che ti amo ancora, resterai qui con me, per sempre?-
è?- balbetta lui senza credere a quel che sente.
Faccio un passo avanti verso di lui, lo accarezzo piano seguendo il segno di una cicatrice.
È bellissimo, è stupendo.
Lo guardo a lungo, lo vedo confuso, speranzoso...
Vedo di nuovo quel qualcosa nei suoi occhi...
Amore...
Mi avvicino alle sue labbra e lo bacio, lo sento aprire la bocca... e tra le altre cose, sento anche la prova concreta che il gonfiore c'era DAVVERO...
L'ha capito, alla fine.
Ha capito che lo amo.
Ed è rimasto qui, con me, ad aprire la porta alle anime dei dannati, rispondendo con sarcasmo alle maledizioni, con cinismo alle preghiere.
E amandomi esattamente come io amo lui.
Un uomo è sceso pochi giorni fa:- Sembri una regina, sai? E lui- ha detto additando Astreal- sembra il tuo re.- E di cosa sono regina?- gli ho chiesto con dolcezza.
Lui ha sorriso, ha guardato l'amore della mia vita, di nuovo me, e ha scosso la testa:- Di qualcosa che condanna esattamente quanto la morte, ma che è più eterno, più forte, più dolce, più indistruttibile.-
E Astreal sorridendo si è messo alle mie spalle, mi ha baciato il collo e gli ha sorriso:- Regina dell'Eternità.-
L'uomo ha annuito, ed ha attraversato la soglia.


-           

IL DISCORSO DELLO SCHIAVO

28 settembre 2008 ore 18:11 segnala
Il valore della vita .........