LUCE

18 settembre 2008 ore 09:05 segnala

QUESTE PAROLE DI RINGRAZIAMENTO SONO STATE SCRITTE DA UNA "DONNA PORTATRICE DI LUCE", A CUI IL REIKI HA DONATO LA VITA VERA!

Ovunque guardavo, nei miei occhi era buio Ovunque mi giravo, non trovavo amici

Ovunque camminavo, non andavo avanti

La strada era infinita…

Camminavo e camminavo

Ma era inutile

Era tutto senza fine

C’era solo buio, non mi accorgevo di nulla,

era tutto negativo…

Una sera per incanto trovai un raggio di sole.

Da quel momento, passo a passo,

pianto dopo pianto,

questo bellissimo raggio di sole

 ha dato luce nei miei occhi.

Passo a passo, ha aperto questa buia strada

Che percorrevo sempre senza fine…

Questa luce mi ha preso per mano

E con tanto amore mi ha aperto la via

Per me così difficile.

Finalmente la luce è tornata!

Tu che stai leggendo questa mia poesia

Sai che parlo di te….

Quando sorridi sei raggiante,

quando ti arrabbi sei bella….Perché?!?!

Sei bella dentro.

Rancori mai… Tutto passa… Il tuo sorriso ritorna

Così anche la tua luce

Sei vicina anche quando sei lontana

Sei nei miei sogni anche quando dormo

E nei miei pensieri ci sei sempre…

Quando sei triste me ne accorgo

Quando hai bisogno lo sento.

Non sarai mai sola e una luce vicino a te

Ci sarà sempre…

Una mano tesa che ti accompagna…

Un cuore che ti vuole bene, anzi di più.

Un grazie “infinito” per te…

Raggio di sole

 

 

                        Milena Pifferi

 

IL RUMORE DELLA VITA

15 settembre 2008 ore 19:20 segnala
Passeggio nei miei pensieri
nel silenzio mosso solo dal rumore della vita,
un ritaglio di luna tra il tempo che scivola dalle dita,
nella luce incerta della sera lanterne rubano il colore alle stelle
per illuminare una rosa che muore tra le spine di un tempo perduto.


PARANORMALE E VERITA'

31 agosto 2008 ore 13:01 segnala

Eccovi alcuni dei passi principali di un antico testo conosciuto come "Il Quinto Vangelo". 

"Gesù disse: Colui che scopre l'interpretazione di queste parole non gusterà la morte..

Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà trovato si stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto.

Conosci ciò che ti sta davanti, e si manifesterà ciò che ti è nascosto. Giacché non vi nulla di nascosto che non sarà manifestato."

Il misterioso manoscritto venne ritrovato in Egitto nel 1945 nei pressi della città di  Luxor.
Due contadini ripescarono casualmente fra la sabbia un'antica  giara di terracotta contente diversi testi arrotolati. Fra questi c'è appunto il Quinto Vangelo, opera che gli studiosi attribuiscono a
San Tommaso, l'apostolo diffidente per eccellenza. Tommaso riporterebbe parole e rivelazioni fatte da Gesù Cristo e non inserite nei Vangeli ufficiali..

In realtà dalla datazione della pergamena risulta che lo scritto è più antico degli altri quattro vangeli. Ne consegue che questo non sarebbe il quinto Vangelo ma bensì il primo...

La chiesa, da parte sua,  non solo non riconosce questo manoscritto come valido ma ne contesta sia la datazione sia l'appartenenza a San Tommaso.

Il testo è stato bollato come  "Eretico" e la lettura è stata fortemente sconsigliata a tutto il prelato ed anche ai comuni fedeli.
Perchè tutto questo accanimento?
I motivi sono vari, tra i principali vi è il fatto che la figura di Gesù viene raccontata in modo differente dai Vangeli  ufficiali, ne risulta un Cristo più mistico e più aperto a discutere di argomenti come il paranormale ed il mondo invisibile. Ma, soprattutto, quello che secondo alcuni sembra dare fastidio al Vaticano sarebbe il messaggio nuovo lanciato da questo Vangelo, il quale toglie in qualche modo credito alla figura dei sacerdoti e della chiesa in genere. Gesù infatti sosterrebbe che ognuno deve essere sacerdote di se stesso, e cercare dentro di se le risposte a tutte le domande riguardo alla propria esistenza.

"....prendete sempre tutto in cosiderazione

ma non credete mai ciecamente a nulla"



ESSERE UMANO

27 agosto 2008 ore 22:21 segnala
L'uomo:essere ignobile

Tracce di una virtù

dispersa

nel cieco vincolo

dell'esistenza.

Riempire il vuoto

infinito

della mia anima

sordo il sentiero

su cui ogni giorno

il mio passo pesante

poggia,

tant'è il cammino

lungo e affaticato

che ormai ho già trascorso;

il mio tempo

di secondo in secondo

si allontana da me,

esaurendosi

nel cuor mio stanco,

di una vita combattuta

per un minimo inesauribile scopo...

essere rispettata,

ma Aimè,

fatica sprecata

nel leggere e capire l'uomo,

mai potrei riuscire,

cosa non c'è

di più complesso,

che questa creatura

che spreca

e sprecherà

sempre tutto,

il suo mondo,

ciò che è sempre esistito,

sin dalla notte dei tempi.

Avido essere che cerchi

senza scopo

di conoscere

i misteri della vita,

che assottigli

ciò che la natura

ti offre.

Mai spiegherei

come tu

condizioni le scelte

del vivere umano.

Così semplice

e nello stesso istante

completamente complesso,

irrisolvibile.

Ecco l'uomo

non è altro

che un continuo

miscelarsi

di elementi fondamentali

del suo vivere,

i sentimenti,

che variano

di persona in persona,

che si uniscono

e si dividono,

che ti cambiano

e fanno cambiare;

ciò è l'io

di ciascuno di noi,

l'essere ignobile

che ci fa soffrire,

tornar bambini,

e chiuderci a riccio

nell'attimo in cui

il nostro cuore

è spezzato.


 

 

BRIVIDO

26 agosto 2008 ore 22:08 segnala
Il sapore dolceamaro della notte
Lo avverti?
Scorre nelle tue vene?

Non voltare le spalle alla solitudine amore
così non otterrai nulla
impara ad abbracciarla e a scendere nelle sue viscere

Sentirai il brivido
e ti piacera'
ti piacera'..


 

LE STREGHE .....CHI SIAMO !

22 agosto 2008 ore 20:45 segnala
Il termine stregoneria si riferisce all'utilizzo di forze soprannaturali al fine di piegare gli eventi e la "mondanità" al proprio volere. Nella nostra cultura e nell'immaginario collettivo, la parola stregoneria viene di solito usata con differenti significati: come sinonimo di fattura, di incantesimo o addirittura come metafora per indicare il potere emotivo di una persona su un'altra.
Nella lingua inglese il termine witchcraft (stregoneria) deriva da wiccecraeft ( o wiccecraefte, wicchecraefte, wichecraft o anche wesch-craft e wicche craft), che letteralmente significa arte (capacità, abilità) della "strega" (che in inglese antico è wicca, wicce o wiccian). Chi è la strega con la sua misteriosa ed antica arte?
Il sostantivo witch (strega) potrebbe derivare dall'antico verbo teutonico wik, che significa piegare, oppure dalla radice indoeuropea weik, con accezione magico-religiosa.
In ogni caso pare opportuno definire strega chiunque faccia uso di arti magiche per piegare la realtà ai propri desideri.
Una domanda sorge spontanea: com'è stato possible che questo concetto così semplice si sia incrostato di tante connotazioni emotive? Possiamo dire, in un certo senso, che la nostra cultura e la nostra storia con tutte le sue esperienze religiose è stata caratterizzata dal suo rapporto con la stregoneria e con le streghe.
Comprendere il termine "strega" significa comprendere l'antropologia, la storia, la storia delle religioni, la storia dei rapporti tra i sessi e soprattutto l'inconscio dell'essere umano.
Se è vero che esuste una sconfinata letteratura sull'argomento, è altrettanto vero che alla base di ogni teoria sta la comprensione delle facoltà del cervello umano di costruire immagini, del suo bisogno di miti e magie, del suo bisogno di denunciare tutto ciò che non comprende, della sua capacità di trasformare comuni

Quel che però bisognerebbe sempre tener presente, quando si parla o si pensa alle streghe è che esse sono innanzitutto delle donne. Dimenticarsi di ciò significa certamente non comprenderne neppure lontanamente la natura. "Strega" è più probabilmente che qualsiasi altra cosa, un termine che designa il mistero dell'essere femminile e che ne contraddistingue quelle connotazioni che rendono al tempo stesso la donna delicata e letale, affascinante e terribile.
La storia ha temuto la donna poichè è sempre stata concepita come storia dell'uomo.
La storia ha temuto le streghe perchè esse erano donne.
:kissy

 

LA TORRE E IL VIANDANTE

20 agosto 2008 ore 22:47 segnala
La nebbia strofinava il suo irsuto dorso sui muri lievemente appannati. Tutto taceva quando la vetrina si ruppe di botto e i frammenti si sparsero sulla strada buia. I suoi primi passi furono incerti, traballavano a ogni scricchiolio e un misterioso pudore di quel mondo lo assaliva.
Vagò a lungo nei gomitoli di vicoli sporchi, indifferente alle luci di qualsiasi insegna, con sguardo assente e lontano. Nessun immagine nella sua mente, nemmeno il più rado ricordo.
“Il tuo futuro per un dollaro” era stampato a chiare lettere su una porta e stranamente lo colpì.
Non aveva dollari ma entrò nella casa, un lieve scampanellio lo annunciò, e una vecchia cieca gli si fece incontro vacillando su di un bastone.
Si sedette senza una parola e la vecchia per nulla incuriosita dal suo silenzio, come se lo aspettasse, estrasse un piccolo mazzo di carte ingiallite.
Le dispose sul tavolino rotondo che era illuminato da una fioca candela. I suoi contorni si perdevano nell’oscurità alle sue spalle mentre esaminava ,sferragliando numerosi braccialetti, le file di carte coperte che di tanto in tanto sollevava. Una torre, fu la prima delle carte che gli mostrò, seguita dal viandante, il secondo degli arcani che componevano la sua previsione.
“Torre e viandante, strano abbinamento signore, davvero strano. La prima simboleggia il cambiamento, la rottura con il passato dolorosa o gioiosa che sia; mentre la seconda rimanda alla condizione dell’eremita, di ricerca di un nuovo mondo. Abbinate mi fanno pensare che lei sia una persona, scusi se glie lo dico ma è ciò che percepisco, un po’ abitudinaria. Stessi posti, stesse persone, soliti abiti e un’ espressione un poco vuota perché le manca qualcosa, come se un vetro la separasse dalla vera vita . Ma lei non parla? Come mai non dice nulla? Signore?”.
Muovendo le mani nell’ aria la donna lo cercava. Non si mosse dalla sedia aspettando che il tatto rugoso lo lambisse. Quando la mano raggiunse un suo braccio la donna urlò forte. Si alzò di botto dalla sedia, indietreggiò sbraitando: “Fuori specie di mostro, fuori!”.
Non esitò neppure un attimo e traballando si allontanò, uscendo dalla porta cigolante. Non lo indispettiva il comportamento della vecchia, anzi forse era stato meglio, per il dollaro che non aveva mai posseduto.
Doveva avvenire un cambiamento, facile a dirsi, o forse era già accaduto e non lo aveva nemmeno notato, in ogni caso avrebbe trovato le risposte solo cercandole con pazienza.
I vicoli giungendo verso il centro si facevano più gremiti e da lontano notava le prime persone muoversi rapide e sicure mentre lui ad ogni passo credeva di cadere. Un primo pensiero gli venne in mente e si accorse che il problema non era dei più semplici: chi era?. Non sapeva nemmeno lui chi fosse, ma non era pazzo o smemorato, non lo aveva mai saputo.
Alcune persone iniziarono a incrociarlo e nessuna evitava di guardarlo o commentare. Qualcuno parlò di una trovata commerciale, altri di un burlone, altri ancora si allontanavano con passo svelto.
Iniziava a sentirsi un po’ più simile a loro, perché aveva qualche sparuto pensiero e sensazione. Capiva che stare in mezzo alla gente era brutto, ti guardano, ti giudicano, ti mettono la tua etichetta senza prezzi o senza nome e sei più nudo di quanto non lo fosse lui in quel momento.
La sua ricerca, il suo viandante, quale torre? Tutte bugie, nessun cambiamento, nessuna ricerca ma le solite facce dall’altra parte del vetro.
Era stufo di essere viandante e si fermò sedendosi a terra. Chiuse gli occhi che non aveva e dormì.
Un sonno profondo con poche immagini, tutte brutte: la paura della vecchia, lo scherno di un uomo, lo stupore di una donna. Sognò di raggiungerla la sua torre, di essere anche lui una vecchia, un uomo o una donna, sognò di essere qualcuno. Sognò di trasformarsi, di diventare qualcuno di cui essere fiero e magari un giorno gioire.
Si svegliò e capì che il suo viaggio era finito, il viandante aveva percorso un sentiero ricurvo più che mai arrivando al punto da cui era partito. Giaceva infatti tra i vetri infranti della vetrina e sopra di lui incombevano due individui che confabulavano nervosi.
“Soliti vandali, guarda che disastro la vetrina mi costerà un sacco, dai tiralo su”.
Uno dei due lo sollevò e lo mise nella vetrina in mezzo ai suoi simili. Ora rivedeva il mondo dalla consueta prospettiva. Aveva viaggiato nel mondo degli uomini, proprio come il viandante della carta. La sua torre c’era stata anche se non l’aveva raggiunta perché pur cambiando, pur andando tra di loro era rimasto uguale a se stesso e aveva concluso il suo percorso all’origine.
Non provò dolore, dispiacere o risentimento nei giorni seguenti ma quando una vecchia di passaggio si soffermò davanti alla vetrina entrambe si chiesero,guardandosi negli occhi, se fosse meglio esser uomo o manichino.


 

TU

04 agosto 2008 ore 13:46 segnala
Sacro godimento di corpi umani è presente in questo amore

in attesa del suo futuro

che non vuole morire per causa propria.

 

Quale futuro?

 

Tragica la discordanza tra la carne e lo spirito

di un "ti amo" proibito.


 

Dove sta l'armonia in quest'ordine?

 

Non aspiro a completarmi travolta da un apocalittico uragano

nel fascino oscuro dell'UNO.

Vorrei rimanere me stessa, con te, senza perderti nel nulla,

ma spazio e tempo sono le coordinate che segnano la vita

in questo universo...

 

Viaggiando come spazio nel tempo occupando uno spazio,

(o viaggio come tempo nello spazio occupando un tempo)

per qualche istante...ti ho incontrato, ti amo... destinato ad altro luogo...

Viaggio di sola andata...

oscuro l'arrivo di un vissuto nella sua eternità in un'altra eternità.

 

E tu?

UN GIORNO

25 luglio 2008 ore 16:35 segnala
L’inverno era sempre stato la sua stagione preferita. Il grigiore del cielo e la nudità degli alberi si sposavano bene con la sua innata malinconia, era come se il torpore della natura la consolasse da una sorta di nostalgia arcana sostenuta dalla mancanza di qualcosa di indefinito che forse non le era mai appartenuto.

Era in ritardo, come suo solito.

Correva trafelata fra i passanti che ingombravano la strada, urtandone ogni tanto uno che si scansava spazientito senza profferir verbo.

Giunse alla stazione confusa, stordita da quella massa di corpi che si muovevano lenti, quasi seguendo il ritmo cadenzato di una marcia funebre.

Un singolare quanto spiacevole nodo le serrava la gola.

Scrutò perplessa i treni che si allontanavano, certa di scorgere il suo.

“Scusi” chiese timidamente ad un controllore che stava controllando con attenzione il suo taccuino “E’ già partito il treno per Milano?”.

“Quale signorina?”.

(Quello di ieri imbecille).

“Quello delle diciannove e trenta”.

L’uomo la fissò per qualche istante, poi gettò un’occhiata veloce all’orologio che riluceva al suo polso ossuto, quindi senza aggiungere altro le indicò un lungo vagone nero e rosso, impolverato e tetro che ammiccava sinistramente dal binario alle loro spalle.

“Grazie”sussurrò e volò via riprendendo la marcia forzata che aveva appena interrotto.

Salì e senza badare a chi incrociava il suo sguardo sia andò a rifugiare nello scompartimento indicato sul suo biglietto.

Si sedette rallegrandosi all’idea di essere sola, negli ultimi tempi la compagnia era un male che preferiva evitare, troppi convenevoli, troppe domande, troppe false risposte, almeno con sé stessa non aveva alcuna necessità di mentire.

Il treno si mise in moto poco dopo il suo ingresso, sussultando e sbuffando; la partenza e quell’accelerazione iniziale le davano sempre un piacevole stato d’euforia, come quella particolare eccitazione che ognuno prova alla prima discesa delle montagne russe di un luna park.

Lo sfrecciare monotono degli alberi e delle case, rare e coloniche e sicuramente disabitate, aveva un peculiare potere ipnotico: buio, luce, buio, luce. Punto, linea, punto, linea. Stop.

La regolare sequenzialità di quella scena le rammentava il corso di buddhismo che aveva seguito l’inverno precedente. Vi si recava tre volte alla settimana, indossava gli abiti più confortevoli e meno provocanti che aveva nel guardaroba, infilava un vecchio paio di scarpe da ginnastica e si perdeva fra i flutti della meditazione, fra un lento e cadenzato vociare rituale, che aveva sulla sua psiche l’unico risultato di… “Farti ridere”.

Sussultò.

Si guardò attorno e non vide altro che poltroncine di pelle vuote, una porta a vetri socchiusa ed un fumo brunastro di sigarette che aleggiava per l’aria viziata.

Scosse la testa, estrasse il cellulare dalla borsa e controllò che fosse spento, lo era. Pescò un pacchetto di Lucky Strike spiegazzato ed ammaccato, sfilò una sigaretta estraendola con i denti e sporcando il filtro di rossetto (se mia madre mi vedesse fumare come un cowboy andrebbe su tutte le furie) pensò sorridendo ed ammiccando al suo riflesso distorto nel finestrino.

Inalò affondo.La prima boccata di fumo dopo sei mesi di astinenza andava gustata, assaporata, trattenuta come i baci di un amante dimenticato.

“E la spegnerai schiacciandola sotto la suola della scarpa tenendola strizzata fra pollice de indice per poi lanciarla via con una schicchera”.

Rise.

“Già, farò esattamente così”.

“Ti sei mai chiesta perché fumi con la sinistra pur non essendo mancina”.

“Certo, la risposta l’ho trovata in almeno cento testi di analisi del comportamento”.

Silenzio.

“Non ho mai potuto fumare liberamente in casa, ergo associo l’idea della sigaretta al proibito e compio questa bieca azione usufruendo della mano che per antonomasia e deputata alle azioni non rette”.

Ricominciò a ridere.

“Ma che brava, e sei certa che l’unica ragione sia questa?”.

Smise di ridere, no, non ne era affatto certa, in realtà non era sicura di… “Nulla”.

“Lo so da me, non c’è nessuna necessità che mi rinfreschi la memoria”.

“Ma io sono qui proprio per questo”.

“Per assillarmi?”.

“No, per costringerti a guardarti dentro”.

“Non è un’esperienza innovativa, è un ripostiglio dove guardo spesso e dove trovo bene o male sempre le stesse vecchie cose, smesse, ammonticchiate, familiari e...”

“Noiose, stavi per aggiungere?”.

“No, mortali”.

“Sei depressa?”.

“La depressione è una fase passiva di un pregresso comportamento attivo “.

“Sei depressa”.

“E’ un ciclo che ho ultimato e superato, ora sono oltre; credo di essere già alla fase dell’accettazione dell’inevitabilità della condizione umana”.

“Ma la condizione umana è solo passeggera”.

“Ma smettila”.

“Non credi che sia così?”.

“Credere è un verbo che non mi appartiene”.

“Tutti credono in qualcosa, per quanto possa essere inutile e perfino deleterio in taluni frangenti, ma chiunque ha la necessità primitiva di alzare gli occhi ...”.

“Al cielo e chiedere perché? Ho smesso anche di farmi domande, triste ma vero”.

“Non è detto che sia triste, ma non è neppure detto che sia vero”.

“Vero, falso. Giusto, sbagliato. Bianco, nero. Che senso ha?”.

“Gli assoluti semplificano la vita mia cara”.

“Gli assoluti non esistono e la vita si complica da sè”.

Improvvisamente cessò di parlare, strofinò il mozzicone fumante sotto la suola degli stivale dai tacchi a spillo, schiacciò la cicca fra pollice ed indice, abbassò il vetro del finestrino e lanciò la sigaretta oltre il raggio del suo campo visivo.

Quando si trovò nuovamente a fissare la superficie lucida del vetro si accorse che l’immagine riflessa era mutata:non c’era l’effige impersonale del suo volto, ma un viso dalla fisionomia maschile, con una lunga barba nera e degli eleganti occhiali da sole appoggiati sulla punta del naso aquilino.

Si voltò di scatto, ma alle sue spalle non vide assolutamente nulla.

“Non cercarmi altrove, sono esattamente dove mi vedi”.

“Sei fuori da un treno in corsa?”.

“No”.

“E allora?”.

“Sai benissimo dove sono, ma non vuoi ammettere che possa essere vero”.

“Sei sospeso nella sabbia e nei cristalli di un vetro molato?”.

“Fuochino”.

“Sei sospeso nel tempo”.

“Brava, sei perspicace per essere umana”.

“Ammetto di essere disorientata”.

“Ma non spaventata a quanto posso vedere”.

“Spaventata? Solo perchè sono arrivate le allucinazioni che aspettavo da tempo; sapevo che sarebbe successo prima o poi. Sono stressata, omofobica, quasi licantropa, parlare con un uomo avvenente imprigionato in un’altra dimensione era il minimo che potessi aspettarmi!”.

La figura riflessa assunse d’un tratto lineamenti e fattezze più decise: gli occhi scuri e profondi erano appena celati da un paio di antiquati occhiali fumè, la barba era folta e ben curata, i capelli lunghi raccolti da un nastro di velluto, o almeno tale pareva la qualità della stoffa nella rilucenza del cristallo, le sopracciglia irte, ferine, le lebbra vermiglie le suscitavano pensieri che non avrebbe volentieri confessato.

“Dunque io sarei il frutto delle tue frustrazioni”.

“Un modo garbato per delineare l’inizio del mio disfacimento mentale”.

“La tua ironia è sorprendente, se una donna avesse solo osato esprimersi in una tale maniera ai miei tempi, avrebbe patito una sorte ingloriosa, almeno dal punto di vista della crocifissione sociale”.

“I tuoi tempi?”.

“Vanto una considerevole longevità”.

“Chi sei?”.

“Non lo sai?”.

“Un demone?”.

La figura rise mostrando una fila di denti regolari e bianchissimi la cui unica eccezione era rappresentata dalla presenza di lunghi canini che rilucevano nel tepore del tramonto che lambiva il fianco del treno in corsa.

“Oddio”.

“Non proprio”.

“Un vampiro...”.

“Per servirla”.

Un sorriso le rasserenò il volto, una luce che sembrava spenta ma che ardeva come un tizzone sotto la cenere, fece dopo troppo tempo la sua timida ricomparsa.

“Non è possibile; non siamo in Transilvania e neppure in un film di Coppola”.

“Tutto ciò che la gente pensa di noi è fondamentalmente errato; non siamo demoni, non siamo angeli. A dire la verità non ho avuto mai alcun rapporto né con gli uni né con gli altri”.

“Credevo che almeno le fantasie avessero un contatto con l’ultraterreno”.

“L’ultraterreno è una parola complicata che esprime un concetto elementare: inconoscibile”.

“Capisco”.

“No, non puoi e non potrai mai capire; capire è un’illusione”.

“Come te”.

“Certo, io sono il re delle illusioni, vivo solo grazie alle aspettative tradite della gente, mi nutro delle ansie e delle lacrime, sfrutto ogni attimo di debolezza della specie umana al solo scopo di sostentare e giustificare la mia inesistenza”.

“Un non morto per una non vita”.

“Sbagliato, una vita per una non morte”.

“Cosa vuoi da me?”.

“Io? Nulla. Sei tu che mi hai evocato, da sempre, costantemente. Mi pensi, mi chiami, mi desideri, ti identifichi in ciò che rappresento; sono tuo padre e tuo figlio, l’unica parte di te che non riesci a gettare via”.

Le mani le tremavano leggermente, prese un’altra sigaretta e l’accese con ira.

“Che sentimento importante sprecato senza cura”.

“Se sei una mia creatura posso farti sparire quando voglio”.

“Temo che non funzioni esattamente così: puoi solo allontanarmi, poi tornerò, più forte, più vero, più simile a te. Arriverà un giorno in cui faticherai a distinguere la tua immagine dalla mia, un giorno nel quale la notte prenderà il posto della luce, un giorno nel quale anche tutti i tuoi dubbi non avranno più ragione d’essere e ti arrenderai a me”.

“non capisco quello che stai dicendo”.

“L’immortalità, l’assenza di senso di colpa, il dominio non solo sugli elementi, ma soprattutto sugli stati d’animo,è questo che hai sempre invidiato alla mia razza. Il peccato senza il rimorso, l’amore senza il palpitare di un cuore, una vita che non è vita in un corpo che non muta. Il potere di decidere il destino degli inferiori, il diritto di creare e di distruggere senza mai soffermarsi a pensare  a ciò che si è fatto. Un lungo presente senza un futuro ed un passato. E’ questo che vuoi?”.

“E’ esattamente ciò che corrisponde alla mia visione personale di idillio”.

“Ne sei certa? Dormire in una bara, nutrirsi di sangue, abolire ogni emozione per un’eternità vuota. Sei certa che il tuo idillio sia fatto di buoi e solitudine?”.

Il fumo azzurrognolo saliva in lente volute fino a lambirle le guance  rigate di lacrime; quanto tempo trascorso inutilmente, quanta vita sgusciata fra le dita come la sabbia di una clessidra che nessuno può capovolgere. E tutto questo perché?

Per soddisfare cosa?

Per assomigliare a chi?

Si voltò verso il finestrino e non vide altro che sè stessa: una giovane donna sola che fuma una sigaretta piangendo nello scompartimento vuoto di un treno in corsa.

Il rumore della porta scorrevole che scricchiolava nei suoi binari consunti dall’usura, la fece sobbalzare riportandola alla realtà.

“Biglietto signorina” il controllore rosso in volto per il freddo e stretto nella giacca della sua divisa la fissava con aria perplessa.

“Subito” replicò lei asciugandosi gli occhi con il dorso della mano.

“Perché una ragazza tanto belle è tanto triste?” chiese l’uomo con fare benevolo.

Lei si voltò e lo azzannò alla giugulare.

Lui tentò di divincolarsi dalla stretta che lo serrava ai fianchi, scalciò, si dibatte imprecando, artigliò l’aria in più punti prima che i denti affilati della creatura gli lacerassero le carni suggendo il nettare vitale. L’uomo smise di sussultare, smise di divincolarsi e di respirare, un lungo sibilo privo di forza accompagnò la sua anima verso altri lidi.

Lo lasciò cadere esangue ai suoi piedi, prese un fazzoletto dalla borsa e si asciugò il sangue che le colava dagli angoli delle labbra, gli occhi ancora rossi e privi di iride le conferivano un’aria ancor più surreale.

“Devi smetterla di mettermi alla prova, sire” sussurrò all’uomo che si ergeva alle sue spalle.

“Perché mia cara, non ti divertono più i miei giochi?”.

“La morte con te è sempre un gran bel gioco”.

Risero tenendosi per la vita.

“Rimpiangi qualcosa della tua vita passata?”.

“Mai”.

“E quelle lacrime, allora?”.

“Fame, mio signore”.


 

DEDICATO ALLA NOTTE

20 luglio 2008 ore 15:55 segnala
Notte,
notte ribelle e amica.
Tu fatta di luci ed ombre,
di silenzi e grida.
Dolci tenebre,
uniche compagne d’angeli neri e anime sole,
che di loro udiste grida e lamenti,
lacrime e preghiere.
Ignara spettatrice d’angosce e dolori,
D’omicidi e sofferenze.
Oh notte, che del mondo
sei amante e consorte,
assalitrice e consolatrice.
Or dunque veglia e proteggi
i tuoi umili e solitari servi,
che vivon abbandonati nell’attesa
che alla fine d’ ogni dì
Tu giungerai a dar loro sollievo.
Voi, servi libate alla dea Lilith
fiumi di sangue, vampireschi morsi,
e squarciate la fitta notte con le grida
delle vostre tenere ed infelici vittime.