« Se fossimo riusciti. »

05 settembre 2017 ore 20:28 segnala
Una quarantina di chilometri e l’andatura incerta di chi deve guidare, col buio, passando per tre tangenziali, senza aria condizionata, senza distrazioni radiofoniche, con l’ansia di sbagliare una strada mai percorsa e la foga di rivedere un pezzo importante di questa storia.
Salutati col tono di chi ipocritamente non vuole rivangare un distacco per ammissione di colpa propria.
E poi, come cliché richiede, cercare a pochi metri, qualcosa di alcolico da accompagnare al sabato sera appena iniziato, a pochi minuti dalla mezzanotte.
Lei, la solita bambina irriverente in vena di scherzare, nonostante tutto, con le sue - di lui - chiavi in mano, dopo aver sbirciato nella casella della posta e avergli lanciato un’occhiatina flirtosa di chi inneggia il “Le rivuoi? Vienitele a prendere!”
Lui, già esausto, col solito passo felino, accennando un sorriso accomodante, con la sigaretta in mano di chi ti aspetta fuori.
Lei ordina, paga ..and takes away.
Cancelletto. Ascensore. Casa. Un cocktail ed una birra. Un monolocale minimale. Luci soffuse. Un divano grigio. La scrivania invasa da strumenti tecnologici. I piatti da lavare. E una veduta a 180° di una città troppo industriale per essere romantica.
Il resto sembrava così scontato, ed invece no.
I dettagli fanno sempre la differenza.

Chiedersi come va, pensare a cosa non dire.
E far scivolare dieci mesi in un tono di noia e routine, perché la vita è racchiusa solo in serate come quelle.
Bere, bere, bere e far decollare la follia più pura. A piedi scalzi, in sottoveste, sperare nel peggio.
Ma averla ribaltata dallo schienale del divano per zittirla, l’aveva già riconquistata in pochi attimi, zero difese.
Ecco, questo le mancava. Tra il serio e il faceto. Una complicità senza malizia. Il compagno di giochi. Il palo fuori dalla banca.
L’amichetta del cuore col ditino irto da ‘te l’avevo detto’. Il dottore che ti cazzia per il colesterolo troppo alto.
Tutto in un solo cane. Sì, perché lui così si definiva.
Ma il cane, era lei. Sempre pronta a riprendere dall’ultimo respiro, quando ne valeva la pena.

Gli occhi di chi ti osserva e sa esattamente che espressione tu abbia quando pensieri contrariati ti frullino per la testa.
E prontamente ti chiede “Quando torni nel nostro mondo, mi dici a cosa stavi pensando?”
E’ quel broncio che accenni. Che nessuno ha mai notato prima. Che solo tu sai di possedere, ereditato da una bisnonna, per sentito dire.
Ma vogliamo parlare invece di quelle labbra riassaporate dopo ogni suo – di lei - bacio?
Se lo potrebbe chiedere per ore se quel gesto sia inconscio o premeditato, nessuno risponderebbe sinceramente, soprattutto lui.
Accade, e la eccita da morire.



Fumare seduti nell’angolo migliore della casa. Tra la finestra, la tenda e lei seduta sui cuscini appoggiati sul mobile. Mentre lo tirava a sé con gambe incoraggianti di chi non dovrebbe finire altri gli altri due bicchieri sul tavolo.
Il plenilunio che illumina più dei lampioni del quartiere. Sguardo dopo sguardo. Occhi negli occhi. Le parole diventano superflue. Le intenzioni non sono neanche essenziali. E’ solo voglia di mischiarsi, ritrovarsi, sapere di avere la stessa voglia di farsi compagnia.
La ore scorrono. La pelle non si stacca, cambia solo composizione. Solida, liquida, gassosa. Il magnetismo diventa una catena d’affetto.
Un patto implicito iniziato tra vecchi pezzi hip hop, a notte inoltrata, onorato la mattina seguente, ancora tra braccia strette, mani incatenate e un sudore posticcio.

“Cosa non ti va bene di me?” – “La stessa cosa che mi affascina: ..ché sei lunatica!”

Eppure, il potere della Grande Madre li aveva tenuti sotto scacco entrambi questa volta.
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Una quarantina di chilometri e l’andatura incerta di chi deve guidare, col buio, passando per tre tangenziali, senza aria condizionata, senza distrazioni radiofoniche, con l’ansia di sbagliare una strada mai percorsa e la foga di rivedere un pezzo importante di questa storia. Salutati col tono di...
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05/09/2017 20:28:35
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te extrano

14 settembre 2015 ore 21:07 segnala
ho giurato a me stessa che non saresti stato più in grado di farmi del male..
ma il tempo passa.. e tutto ti si perdona.. e ora.. non trovo neanche più lacrime..
mi sento bloccata.. amareggiata.. speranzosa.. ti odio e ti amo.. e mi chiedo come tu faccia a essere così indifferente a tutto questo.. a quanto cazzo possa esser grande il tuo ego se sei riuscito ad anteporre uno stupido gioco di potere a qualcosa di così forte e puro.. e che razza di rapporti tu stia vivendo se son sempre questi i presupposti col quale ti ci butti.. fa male .. fa troppo male .. è un dolore materiale .. tangibile .. un peso dentro che è quasi fisico.. un senso di oppressione di cui non so liberarmi .. vorrei riuscire a non sperare. vorrei tu mi sorprendessi quando ormai avrò smesso di crederci ..
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ho giurato a me stessa che non saresti stato più in grado di farmi del male.. ma il tempo passa.. e tutto ti si perdona.. e ora.. non trovo neanche più lacrime.. mi sento bloccata.. amareggiata.. speranzosa.. ti odio e ti amo.. e mi chiedo come tu faccia a essere così indifferente a tutto questo.....
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VOLEVI PACE MA E' GUERRA

30 agosto 2015 ore 00:15 segnala
Tutti vogliono la verità, ma quanti sono disposti a sentirsela dire?
La verità è Amore.
L'Amore non richiede bugie.
La Verità semplicemente è, ESSERE CIO' CHE SI PENSA DEGLI ALTRI.

Part 1 post Part 2 on Bacheca. 23 Agosto 2015.

Si dice che i figli siano del mondo perché i genitori dovrebbero essere quelle persone che ti amano per quello che sei, ti accettano nonostante tutto e ti crescono al meglio che possano tramandarti pur lasciandoti libero di scegliere. Ecco, io vorrei essere circondata da persone vere e sincere, che mi accettano con tutti i miei limiti, i miei potenziali inespressi e l'incapacità di vedere che ci sia qualcosa di migliore che potrei fare. Quindi prego chiunque abbia aspettative "migliori" di ciò che riesco a fare, di me, di allontanarsi dalla mia vita, perché non so cosa farmene di tutti questi figuranti indecisi e persone che non rispettano i miei tempi/modi. Grazie. Buonanotte.
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Tutti vogliono la verità, ma quanti sono disposti a sentirsela dire? La verità è Amore. L'Amore non richiede bugie. La Verità semplicemente è, ESSERE CIO' CHE SI PENSA DEGLI ALTRI. Part 1 post Part 2 on Bacheca. 23 Agosto 2015. Si dice che i figli siano del mondo perché i genitori dovrebbero...
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ALLA RICERCA DELLA PACE. PUNTO ZERO.

15 agosto 2015 ore 14:39 segnala
Ho bisogno di qualcosa che appaghi il mio materialismo.
Che mi possegga ma che mi lasci libera di esprimere me stessa nel modo più musicale e armonioso possibile, che viva più a lungo di me, che mi accetti con tutti i miei pregi e i miei difetti senza mai condannarmi a pene che non so più guarire.
Che mi dia la spinta per superare la mia pigrizia e affrontare questa vita meravigliosa che unicamente ci è concessa. Che mi doni il coraggio di bilanciare la mia follia incosciente. Che mi dia un equilibrio razionale e che non mi faccia sentire persa e sola davanti a delle scelte discutibili. Che mi regali costanza per raggiungere le mie ambizioni più strampalate. Che mi riempia di nuove emozioni mai provate.
Che mi insegni a nuotare in questa tempesta burrascosa e che mi levi il senso di inquietudine. Che mi dia la pazienza di comprendere chi ho di fronte e la maturità di non giudicare a mia volta i limiti altrui. Che mi levi l'egoismo del senso di ingratitudine quando le mie aspettative malsane si proiettano prepotentemente su ciò che vorrei possedere come il bene più prezioso che vedo in quel momento sfociando in un senso di invidia. Che mi sia genitore caldo, ma anche autorevole e obiettivo. Che sappia spiegarmi con dei modi compatibili alla mia natura quando sbaglio e che mi lodi quando sono sulla giusta via. Che mi insegni a rispettare il mio tempo e quello che non mi appartiene.
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Ho bisogno di qualcosa che appaghi il mio materialismo. Che mi possegga ma che mi lasci libera di esprimere me stessa nel modo più musicale e armonioso possibile, che viva più a lungo di me, che mi accetti con tutti i miei pregi e i miei difetti senza mai condannarmi a pene che non so più...
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La macchina del tempo.

11 agosto 2015 ore 20:34 segnala
Ho resistito due giorni.
Una domenica in piscina, anche con la pioggia.
Una serata con una persona che mi fa più male che bene.
Una nottata casuale fino all'alba.
Una giornata completamente incosciente, vittima della mancanza di sonno.
Ma ora, che mi son fermata.
E' inevitabile il pensiero di Te.
Il pensiero della tua mancanza.
Ché a distanza di 9 anni, ancora è un proiettile tra le costole.
Non lo so accettare.
Posso accettare di non essere amata da Lui.
Ma non riesco a trovare una cazzo di motivazione logica alla tua morte.
Mi manda fuori di testa.
Cos'è, una dimostrazione del Divino? Il modo per ricordarmi quanto sia piccola ed insignificante contro al suo volere? Bene, ce l'ho bene in mente.
Ma ora basta .. Ho bisogno di un motivo per tornare a fidarmi.
Ho bisogno di credere che non tutto quello che tocco andrà via.
Ed è così folle scriverlo qui e non riuscire a dirlo a nessuno che conti davvero qualcosa. Mi sento così sola. Così persa. Così fragile.
Figlia di un equilibrio che non ho, che non trovo, che non posso recuperare se non dentro di me. Se solo non fossi così stanca di tutte queste delusioni.
Mi sto arrendendo .. Non posso continuare a lottare contro i mulini a vento.
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Ho resistito due giorni. Una domenica in piscina, anche con la pioggia. Una serata con una persona che mi fa più male che bene. Una nottata casuale fino all'alba. Una giornata completamente incosciente, vittima della mancanza di sonno. Ma ora, che mi son fermata. E' inevitabile il pensiero di...
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Disorder. Non ho voglia di aggiustare i verbi.

13 giugno 2015 ore 18:12 segnala
Quella serata era cominciata davvero frettolosamente.
Scesa per le scale inciampando sui tacchi nuovi, imprecando, dopo almeno venti minuti di ritardo. Non sapendo ancora il programma. Non sapendo neanche come mi sarei dovuta vestire. Non sapendo neanche cosa aspettarmi e chi.
Una scusa al volo per giustificarmi e siamo partite.
Destinazione: movida milanese. O almeno, quelle erano le intenzioni.
Prima boccata d'asfalto umido. Un caldo moderato, birre nelle mani destre e mani sinistre in tasca. Quella era la visuale ad ogni angolo che comprendesse un megaschermo. E credetemi, erano tanti. Troppi.
E' assurdo come il calcio si collochi nella vita delle persone. A volte per passione, a volte per scelta, altre volte, come quella, si è imposta prepotentemente provocando un senso di disgusto e nausea autoindotta.
Si cammina, si cammina. Si arriva ad un locale mai provato.
Il mio sguardo si incrocia con un baldo giovane che richiama la mia attenzione come se stesse aspettando me da una vita intera, come cliente, ovviamente.
Mi fa cenno con una mano, a mo' di "Vieni-Vieni, Avanti, c'è posto proprio qui, in questo angolo di perdizione".
Ci accomodiamo, atmosfera buia. Stranieri in visita nella City, giocatori di rugby, venditori di rose, ragazze in minigonna accessoriate di sorrisi smaglianti e potenziali imprenditori accessoriati di big-money.
Sempre lui, il mio uomo-indicatore, si accovaccia appoggiando i gomiti sul nostro tavolino di bambù, con gli occhi al luminosissimo prato verde calpestato dai tizi in pantaloncini, con una biro e un taccuino maneggiati quasi per hobby, farfuglia qualcosa per indurci alla comanda. Ordiniamo tre cocktail che sembrano essere specialità della casa, o almeno questo diceva il menù, e qualcosa da mangiucchiare, vista l'ora e lo stomaco vuoto.
Iniziano i soliti discorsi tra donne, i commenti fuoriluogo, i complimenti ammiccanti sui passanti e poi il solito silenzio rassegnato.
Pervade la noia. Arrivano i tre bicchieroni rock, ghiacciati e guarniti di fragole e ghiaccio a volontà. Al primo sorso riconosco il solito gusto di quei postacci frequentatissimi che puntano solo a far cassetto. Avete presente la candeggina? Ecco, peggio. La qualità è solo un colorante. Buttiamo giù nachos al formaggio e fritti misti per attutire la delusione, o per provocarci sete, disperatamente, a questo punto. Points of view.
Continuano le chiacchiere, sale l'umore. Il cameriere inizia ad essere perfino carino.
Sigarette accese e sigarette spente si susseguono. Finalmente la partita è finita. Le strade iniziano a svuotarsi. Il tasso alcolemico sale. Secondo giro, masochismo.
Foto a caso. Risate fragorose. Cellulari nelle mani sbagliate. Pessime figure. Cattivi pensieri che diventano pensieri confusi. Orecchie che fischiano. Stanchezza sempre più densa. Musica inesistente. Scalmanie. Insomma, è ora di andarsene lontano da lì. Paghiamo il salatissimo conto, almeno quanto le patatine ingerite poc'anzi.
Ripercorriamo la strada dall'altra parte del naviglio.
Una moretta cerca di liberare dei palloncini che sarebbero dovuti volare in caso di vittoria della squadra italiana. Ahimè, ha perso. Dunque chiunque passa è autorizzato a saccheggiare la rete di contenimento. Posso sottrarmi? Ovviamente no, mica ero lucida. Palloncino rosso sia.
Ad ogni passo i piedi mi sembrano sempre più gonfi. Chiedo consiglio.
Mi si consiglia di perdere la dignità e camminare a piedi nudi. Oppongo resistenza per cinque minuti, poi mi rendo conto che il mio dolore è più forte dell'eventuale giudizio altrui. Barcollo, ma non mollo. Cammino sulla segnaletica bianca che delimita le corsie, perché, tenetelo a mente semmai dovesse capitarvi, è più "morbida" a contatto con la pelle.
Incontriamo una loro amica. Per me, una conoscente, antipatica, fra l'altro.
Attaccano bottone, parlano di persone che io non conosco, di viaggi e situazioni che io ho già sentito. Beh, mi accomodo sul marciapiede, aspettando finiscano.
Beh, sapete, non finirono in breve.
La mia testa tra le gambe fissa il palloncino appoggiato a terra. La borsa semiaperta da un lato, le scarpe dall'altro. Non ero ubriaca, ma sicuramente mi sentivo a disagio e giudicata male dai passanti. Evidentemente non avevano mai visto una ragazza barboneggiante il sabato sera. Strano.
Lascio andare il mio giocattolo nuovo e.. lentamente.. mi rotola in balia del venticello notturno.. Si avvicina al ciglio del parapetto.
Una signora, entusiasta lo afferra, raccontando al marito di averli visti distribuire poco più in la. Ecco, ora mi sento sola e abbandonata, anche da lui.
Finalmente le mie amiche si liberano. Si torna alla macchina, con i finestrini spalancati. Loro sembrano essere lucidissime e continuano a chiedermi se è tutto ok.
Io accenno qualcosa tipo un sorriso e le rassicuro.
Interminabili quindici minuti mi conducono al portone di casa.
Chiudo la portiera molto lentamente. Saluto, ringrazio.
E con le chiavi in mano, polemizzo improvvisando un "Comunque io avrei preferito andare a ballare stasera!".
Il mio indice puntato in alto sdrammatizza la serietà di quella frase e vengo perdonata e congedata con un augurio di buonanotte, piuttosto ambiguo.
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Quella serata era cominciata davvero frettolosamente. Scesa per le scale inciampando sui tacchi nuovi, imprecando, dopo almeno venti minuti di ritardo. Non sapendo ancora il programma. Non sapendo neanche come mi sarei dovuta vestire. Non sapendo neanche cosa aspettarmi e chi. Una scusa al volo per...
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Trovare l'equilibrio.

12 marzo 2015 ore 17:11 segnala
Lo status quo di partenza.
Ristabiliamo la calma e riportiamoci al punto 0, che come sappiamo,
è pur sempre positivo, e piantiamoci un semino.
Quando siamo arrabbiati, quando siamo delusi, quando siamo feriti.
Dobbiamo fare un passo indietro e dobbiamo ripartire da lì.
Ricominciamo nella giusta direzione.
Percorriamo solo la strada positiva.
E aggiungiamo un altro semino ogni volta che raggiungiamo un nuovo equilibrio.
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Lo status quo di partenza. Ristabiliamo la calma e riportiamoci al punto 0, che come sappiamo, è pur sempre positivo, e piantiamoci un semino. Quando siamo arrabbiati, quando siamo delusi, quando siamo feriti. Dobbiamo fare un passo indietro e dobbiamo ripartire da lì. Ricominciamo nella giusta...
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