Disorder. Non ho voglia di aggiustare i verbi.

13 giugno 2015 ore 18:12 segnala
Quella serata era cominciata davvero frettolosamente.
Scesa per le scale inciampando sui tacchi nuovi, imprecando, dopo almeno venti minuti di ritardo. Non sapendo ancora il programma. Non sapendo neanche come mi sarei dovuta vestire. Non sapendo neanche cosa aspettarmi e chi.
Una scusa al volo per giustificarmi e siamo partite.
Destinazione: movida milanese. O almeno, quelle erano le intenzioni.
Prima boccata d'asfalto umido. Un caldo moderato, birre nelle mani destre e mani sinistre in tasca. Quella era la visuale ad ogni angolo che comprendesse un megaschermo. E credetemi, erano tanti. Troppi.
E' assurdo come il calcio si collochi nella vita delle persone. A volte per passione, a volte per scelta, altre volte, come quella, si è imposta prepotentemente provocando un senso di disgusto e nausea autoindotta.
Si cammina, si cammina. Si arriva ad un locale mai provato.
Il mio sguardo si incrocia con un baldo giovane che richiama la mia attenzione come se stesse aspettando me da una vita intera, come cliente, ovviamente.
Mi fa cenno con una mano, a mo' di "Vieni-Vieni, Avanti, c'è posto proprio qui, in questo angolo di perdizione".
Ci accomodiamo, atmosfera buia. Stranieri in visita nella City, giocatori di rugby, venditori di rose, ragazze in minigonna accessoriate di sorrisi smaglianti e potenziali imprenditori accessoriati di big-money.
Sempre lui, il mio uomo-indicatore, si accovaccia appoggiando i gomiti sul nostro tavolino di bambù, con gli occhi al luminosissimo prato verde calpestato dai tizi in pantaloncini, con una biro e un taccuino maneggiati quasi per hobby, farfuglia qualcosa per indurci alla comanda. Ordiniamo tre cocktail che sembrano essere specialità della casa, o almeno questo diceva il menù, e qualcosa da mangiucchiare, vista l'ora e lo stomaco vuoto.
Iniziano i soliti discorsi tra donne, i commenti fuoriluogo, i complimenti ammiccanti sui passanti e poi il solito silenzio rassegnato.
Pervade la noia. Arrivano i tre bicchieroni rock, ghiacciati e guarniti di fragole e ghiaccio a volontà. Al primo sorso riconosco il solito gusto di quei postacci frequentatissimi che puntano solo a far cassetto. Avete presente la candeggina? Ecco, peggio. La qualità è solo un colorante. Buttiamo giù nachos al formaggio e fritti misti per attutire la delusione, o per provocarci sete, disperatamente, a questo punto. Points of view.
Continuano le chiacchiere, sale l'umore. Il cameriere inizia ad essere perfino carino.
Sigarette accese e sigarette spente si susseguono. Finalmente la partita è finita. Le strade iniziano a svuotarsi. Il tasso alcolemico sale. Secondo giro, masochismo.
Foto a caso. Risate fragorose. Cellulari nelle mani sbagliate. Pessime figure. Cattivi pensieri che diventano pensieri confusi. Orecchie che fischiano. Stanchezza sempre più densa. Musica inesistente. Scalmanie. Insomma, è ora di andarsene lontano da lì. Paghiamo il salatissimo conto, almeno quanto le patatine ingerite poc'anzi.
Ripercorriamo la strada dall'altra parte del naviglio.
Una moretta cerca di liberare dei palloncini che sarebbero dovuti volare in caso di vittoria della squadra italiana. Ahimè, ha perso. Dunque chiunque passa è autorizzato a saccheggiare la rete di contenimento. Posso sottrarmi? Ovviamente no, mica ero lucida. Palloncino rosso sia.
Ad ogni passo i piedi mi sembrano sempre più gonfi. Chiedo consiglio.
Mi si consiglia di perdere la dignità e camminare a piedi nudi. Oppongo resistenza per cinque minuti, poi mi rendo conto che il mio dolore è più forte dell'eventuale giudizio altrui. Barcollo, ma non mollo. Cammino sulla segnaletica bianca che delimita le corsie, perché, tenetelo a mente semmai dovesse capitarvi, è più "morbida" a contatto con la pelle.
Incontriamo una loro amica. Per me, una conoscente, antipatica, fra l'altro.
Attaccano bottone, parlano di persone che io non conosco, di viaggi e situazioni che io ho già sentito. Beh, mi accomodo sul marciapiede, aspettando finiscano.
Beh, sapete, non finirono in breve.
La mia testa tra le gambe fissa il palloncino appoggiato a terra. La borsa semiaperta da un lato, le scarpe dall'altro. Non ero ubriaca, ma sicuramente mi sentivo a disagio e giudicata male dai passanti. Evidentemente non avevano mai visto una ragazza barboneggiante il sabato sera. Strano.
Lascio andare il mio giocattolo nuovo e.. lentamente.. mi rotola in balia del venticello notturno.. Si avvicina al ciglio del parapetto.
Una signora, entusiasta lo afferra, raccontando al marito di averli visti distribuire poco più in la. Ecco, ora mi sento sola e abbandonata, anche da lui.
Finalmente le mie amiche si liberano. Si torna alla macchina, con i finestrini spalancati. Loro sembrano essere lucidissime e continuano a chiedermi se è tutto ok.
Io accenno qualcosa tipo un sorriso e le rassicuro.
Interminabili quindici minuti mi conducono al portone di casa.
Chiudo la portiera molto lentamente. Saluto, ringrazio.
E con le chiavi in mano, polemizzo improvvisando un "Comunque io avrei preferito andare a ballare stasera!".
Il mio indice puntato in alto sdrammatizza la serietà di quella frase e vengo perdonata e congedata con un augurio di buonanotte, piuttosto ambiguo.
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Quella serata era cominciata davvero frettolosamente. Scesa per le scale inciampando sui tacchi nuovi, imprecando, dopo almeno venti minuti di ritardo. Non sapendo ancora il programma. Non sapendo neanche come mi sarei dovuta vestire. Non sapendo neanche cosa aspettarmi e chi. Una scusa al volo per...
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13/06/2015 18:12:13
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Commenti

  1. 88thecrow 01 agosto 2015 ore 22:34



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