Astor, ovvero l'arte della convivialità

19 febbraio 2021 ore 22:25 segnala

Ti fa sentire a casa, Pino.
Ti fa accomodare senza spendersi in eccessivi salamelecchi in quello che è il suo mondo, Astor, una striminzita paninoteca nel cuore di una cittadina pugliese a vocazione agricola, San Ferdinando. L'ultimo baluardo della Capitanata prima dello sconfinamento geografico-culturale in terra barese. Una realtà di frontiera, senza storia, strade tagliate con l'accetta ed un esercito di trattori nelle ore di punta. Sì, il mare dista 15 minuti e paesaggisticamente non è malvagio, ma pesano sul suo groppone una brutta fama derivata da annose cronache di malavita ed una mancata valorizzazione del territorio, lasciato all'incuria più totale.
Non fa trapelare, Zio Pino (come siamo soliti chiamarlo confidenzialmente) lo stress di tutti i proprietari di attività di ristorazione in questo periodo di restrizioni e vacche magre; riesce a non mostrarlo quando impegnato nelle pubbliche relazioni, anche se è sfogarsi è un suo reale bisogno. E ne parliamo a lungo nei pomeriggi in cui, sgravatomi da impegni lavorativi, ho modo di prestargli il fianco tra supermercati e panifici, un aperitivo fuori paese, un caffè nel bar accanto al suo locale, ronde in macchina tra un terreno e l'altro, raccontandoci di goliardate, di fungicidi per le pesche e pillole filosofiche, riuscendo a racchiudere il tutto nella stessa frase.
E' uno stato dell'anima, Pino. Quando dà del tu a tutti, amici e perfetti sconosciuti, senza mai sfigurare, quando ti fa accomodare su quei rigidi sgabelli nel dehors caldo d'inverno e fresco d'estate, anche se non devi consumare. Quando ti offre una birra e fa l'offeso se provi a pagargliela, quando prende le carte per lo scopone scientifico e ti invita a partecipare senza mai sembrare invadente, quando ti guarda e sembra aver capito tutto di te e della vita, quando seduto dall'altra parte sai di avere un amico vero.
Ha passato i cinquanta e ancor oggi ha quella chioma bionda di quando ne aveva venti, il cerchietto e quel fare da scanzonato Peter Pan che sa levarti i sassi dalle scarpe senza sfilartele appena ha sentore del tuo essere sovrappensiero. Si circonda con orgoglio di moglie e quattro splendide figlie, sempre intente a collaborare con le cuoche tra fornelli e consegne a domicilio: un ritratto familiare degno di nota, sempre più raro ai tempi d'oggi.
'Siamo in linea di galleggiamento, però non privo i miei clienti di un servizio. Io non posso tirarmi indietro, mi basta vederli soddisfatti dei miei panini, a costo di perderci', mi dice. Sa ciò che vuole, nonostante un periodo in cui non si sappia a cosa andare incontro.
Sa che in balia di un mare in tempesta, osare è il solo modo per non affondare.
Con questa mia voglio elogiare la sua grande umanità, e non è certo un tentativo di fargli pubblicità, anche perché un paese così anonimo non richiamerebbe avventori. Tuttalpiù di passaggio, ma trattasi di merce rara, amici di amici. E sono sempre meno i naturalizzati milanesi/torinesi a farvi ritorno nel periodo estivo, le seconde e terze generazioni non sentono più il richiamo delle origini e i legami si spezzano.
Mi sento un po' alieno, quando mi fa notare che col mio trasferimento in pianta stabile in paese, ho segnato un episodio più unico che raro, non replicabile in una realtà del genere, in Puglia e in tutto quel Sud che senza approdi sicuri si spopola di quanti abbiano iniziative originali senza fondi. E fioccano, ricorrenti, i dibattiti geopolitici:
'Giuà, ma come fa a non mancarti Milano? Quella vitalità, quella mentalità?'
'E chi l'ha detto che non mi manca?'
'Lo so, hai ancora i tuoi agganci, ci torni quelle tre volte l'anno, ma è fuori dall'ordinario che un ragazzo che ci è nato e cresciuto si trovi bene qui, anche perché la gente è diversa, e tu sei diverso da questa gente.'
'Diversa, sì, ma ad ogni contro si contrappone un pro, ed oggi quei punti a favore hanno un peso specifico maggiore di quello che ho lasciato. Chi volta el cu' a Milan, si dice, non mangia, e nel 99% dei casi ci s'azzecca. Ma guarda l'eccezione.'
Ancora non è a conoscenza delle ragioni per cui qualche anno fa sia dovuto scappare di lì, sposando la vita contadina.
Intanto, quando torno alle origini non vedendolo per giorni, settimane, anche se le sue telefonate sono puntualissime, mi mancano dei pezzi. Un amico, un confidente, un secondo padre, un generatore di corrente continua in forma di sorrisi.
Questo è per me Pino. Lunga vita a lui.

(Fonte dell'immagine: Google Maps)
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Fuorigioco

16 febbraio 2021 ore 15:12 segnala
I)
Sul cerchio di centrocampo di quel terreno di gioco spiccava un'enorme, invitante emoji gialla, sorridente a denti strettissimi. Un'espressione sardonica, non certo il ritratto della spontaneità. A sintetizzare perfettamente l'aria che tirava là dentro.
Visto dall'alto era uno sconfinato campo da calcio che al posto dell'erba vantava innumerevoli pixel bianchi, con contorni blu a rimpiazzare le righe di gesso.
Tanto concreto nella sua astrattezza, quanto astratto nella sua concretezza.
Non aveva la canonica forma rettangolare, ma di una figura geometrica irregolare soggettivamente interpretabile, sconfinata in certe fasi e soffocante in altre. Ma in cui tutti potessero improvvisarsi, e in certi casi surclassarsi, ciascuno col proprio pallone.
Non vigeva la regola degli 11 contro 11, non esisteva gioco di squadra, né avversari da affrontare. C'era, in certi casi, concorrenza. Spesso e volentieri sleale. Le partite non avevano la durata convenzionale di 90', ma potevano essere spezzettate a piacere, con una durata indefinita: certe proseguivano da anni! Altro dettaglio non di poco conto: era l'unico campo da calcio che donne e uomini potessero calcare contemporaneamente. Ciascuno con una propria uniforme, a tinta unita (rosa shocking con fianchi stretti e scollo a V o blu Argentina away, rispettivamente) personalizzabile a piacere con un proprio ritratto.
Lì, anche in tempi di zona rossa e coprifuoco, ogni assembramento era permesso, a tutte le ore.
Non m'era nuovo quel campo, così volli tornarci per sgranchirmi le gambe, le dita, la mente. Nella realtà, non ero mai stato un asso col pallone tra piedi, benché non disdegnassi partitelle quando le caviglie m'accompagnavano. Così, era giunto il momento di derubricare il tutto ad analogie.
Ogni palleggio scaturiva da un click.
Non volli dar peso al regolamento, più che altro un'autocerficazione senza il rischio di incappare in controlli, e senza badarci troppo scelsi di indossare una maglia, prontamente personalizzata, di qualche taglia più grande. Conseguentemente a ciò, cambiò il numero che ero di fatto tenuto ad esporre sulla schiena, a riprova dell'importanza minima che in quel momento conferivo al gioco a cui stessi per giocare.
Senza effettuare un solo pronostico sui rischi o benefici a cui andassi incontro.
Lasciati gli spogliatoi, mi avviai nel tunnel di entrata senza grosse aspettative, ma sereno. Così misi piede in campo, ma avevo una lampadina verde accesa sulla testa. Non traboccavo di manie di appariscenza, così cercai di tenerla spenta il più possibile. Un ineludibile contatto elettrico me la riaccendeva di tanto in tanto, e non potevo ovviare all'inconveniente se non abbassando uno specifico interruttore prima di accedere al campo.
Così volli cimentarmi nel ruolo di fantasista, il solo che in quel campo fossi in grado di rivestire, in balia dell'anarchia tattica e della tecnica fine a se stessa, in grado di alternare gioco a brevi ed ingiustificate pause, senza mai correre palla al piede: era quello per cui mi sentivo tagliato e che in un tempo lontano mi aveva permesso di andare a segno. Ricapitolando, come nel mondo reale, ognuno rivestiva il proprio compito. Tra goffi centravanti di sfondamento, rudi stopper in vena di far rissa e mediani dall'intelligenza tattica fuori norma, era tutto un belvedere. C'erano anche i portieri, ma erano una rarità assoluta. Respingevano tiri a destra e manca, con rinvii fantastici solamente quando lo volessero. Erano loro, anche se pochi, i principali rivali - talora obiettivi - dei fantasisti. E viceversa.
Nella fase di riscaldamento, un po' a bordocampo, un po' al centro, non avevo la benché minima intenzione di scagliare sassate nelle innumerevoli aree di rigore in cui potessi finire, né di passare o ricevere palla: volevo compiere alcuni numeri in totale autonomia. Una sorta di riscaldamento con sottofondo musicale, rifacendomi ad un'istantanea passata alla storia.
"Live is Life, when we all give the power, we all give the best..."
Procedevo a spizzichi e bocconi, tastando con circospezione un terreno di gioco che avevo trovato diverso dall'ultima volta, o forse ero diverso io. Senza più la smania di compiere tiri mal calibrati all'incrocio di porte troppo piccole, o da posizioni poco probabili, poco avvincenti, velleitarie. Palleggi, slalom, qualche veronica a rientrare sui piedi attorno ad avversari senza badare al colore della casacca, ogni tanto una bicicletta (anche fuori dal campo), nessun passaggio concretamente indirizzato, nessun tunnel a figurine rosa, ma anche blu, che mi facevano pervenire tracce di rossetto. Volevo solo specchiarmi e prendere le misure di me stesso, almeno inizialmente.
Le traiettorie della palla sul campo ricamavano parole ed immagini sugli spalti vuoti, di un bianco accecante, che scorrevano sempre più verso l'alto: ognuno, approfittando della fase di non possesso aveva facoltà di leggerle e persino controbattere, in un tempo limite, prima della loro naturale scadenza. Eventualmente approfondire le caratteristiche del calci-autore in questione.
Talvolta, in quel silenzioso trambusto, volavano fischi ma non erano altro che modesti dissing fra soggetti, spicciole parentesi di comunicazione indiretta di bassa lega. Molta dell'insofferenza scaturiva dal fatto che le restrizioni avessero privato la gente di spassarsela diversamente, e ripiegavano sul quel campo, sovraffollandolo.
Nella melassa della metacampo, gravitando attorno a quell'idiosincratica emoji, che raccoglieva la stragrande maggioranza dei giocatori, non ribolliva iniziativa alcuna. I giorni erano quelli freddi di inizio anno, e il ghiaccio si insinuava tra i tacchetti e le dita. Non poteva bastare un solo berretto di lana pompon a migliorare la situazione.
Insistevo, così, in monologhi palla al piede, di rado palleggiando solo ed esclusivamente di testa. Lontani dalla ribalta del gioco palla a terra, erano palleggi invisibili, che lasciavano indifferenti ogni sorta di astante. O quasi. A volte giungevano spallate amichevoli, cenni d'intesa, che sfociavano in rapidi fraseggi senza un seguito, disincentivato dalla sporcizia del tiro, dalla prevedibilità delle azioni che sarebbero sopraggiunte. Ma, fattasi una certa, mi era venuta voglia di giocare.
'Volete rubare palla? Va bene. Forse è il caso di ultimare questo riscaldamento.'
Nel tourbillon di figurine che mi scorrevano accanto, addensandosi e dissolvendosi, mi accorsi di una lunetta d'angolo, avendo camminato così a lungo da aver finito il campo. C'era stata ressa, attorno ad essa. Molte erano le impronte lasciate da battitori liberi. Stava calando la nebbia, e vedevo attorno a me, a stento ravvivata da un plenilunio, una fitta radura coprire ogni dettaglio. Ero in calcio d'angolo col pallone tra i piedi, intenzionato a battere. Non avevo chi potesse spizzare la palla per andare a segno, ci mancherebbe altro!
Non era un gioco di squadra.
Nessuno doveva intercettarla, era la mia palla. E la porta non si vedeva molto bene, ne scorgevo a malapena i pali e la rete. Era proibitivo scrutarla in ogni sua angolazione, era impossibile vedere chi la stesse difendendo, dacché la visibilità non me lo consentiva.
Ma come luci al neon rosa quei pali emettevano una luce gradevole, che non mi sarei mai stancato di guardare.
Dovevo battere a modo mio.
'Come si batte un corner indirizzando la palla nello specchio? Un fantasista che si rispetti deve avere questa facoltà. E se non lo ha mai fatto, non può passare il tempo a studiare, perché lo studio non è affar suo! Deve provare, e se fallirà, sarà come non aver mai provato. Mica capita tutti i giorni di tirare da quella posizione!'
Con un tiro a giro di quelli che potessero violare le leggi della fisica, lo chiamano Effetto Magnus. Di buona lena, presi una breve rincorsa, ad andamento curvilineo; la palla era lì, in trepidante attesa di disegnare una traiettoria memorabile, e non contemplavo il rischio di incespicarvi, non ci dovevo pensare. Così senza guardarla, scoccai un tiro ispiratissimo senza fermarmi ad aspettarne l'esito. Uscii immediatamente dal campo sprofondando in morbide lenzuola e tutto si spense.

II)
Un risveglio qualunque, in un giorno qualunque, senza premure, pensieri e aspettative specifiche.
'Sei fermo a far nulla, non segui compiti prestabiliti, anche perché sei in vacanza e chi te lo fa fare? Non cazzeggiare troppo, se proprio devi farlo, esci e goditi lo spettacolo di una città'.
Non avevo i crampi sebbene avessi pedalato parecchio, così un giro di campo dovevo tornare a farmelo. Due secondi, il tempo di una pettinata.
Il tempo di...
Entrare e scoprire che quel corner della sera prima aveva raggiunto lo specchio della porta ed era stato intercettato. Forse prendendo un palo, forse rimbalzando sulla linea, o forse chissà. Fatto sta che al mio ingresso in campo, quella porta fino al giorno prima invisibile, intravedibile soltanto di sguincio, dalla lunetta del corner, lampeggiava di rosso. E potevo finalmente scorgere chi la occupasse, frontalmente, anche se la distanza era enorme. Nemmeno il tempo di sgranchirmi le gambe, nemmeno il tempo di guardarmi attorno, che dalla porta partì un rinvio lunghissimo e preciso che raggiunse i miei piedi ancora fermi in mezzo al campo.
Era il mio pallone, mi era stato restituito inaspettatamente. Lo stoppai soddisfatto. Era un invito a ribattere, non certo a calciare da fermo. Un invito ad eseguire alcuni dolci palleggi e a rilanciare la palla. Volevo giocare di prima, volevo ricambiare, volevo scrivere qualcosa con quella palla, stavolta senza indirizzare nulla agli spalti, alle platee. Ero aperto alla corrispondenza con chi difendesse quei pali, con quella sagoma circondata dalla fosforescenza di chi ha tutto un mondo dentro. E pochi a cui poterlo raccontare.
Così al mio lancio di prima, senza rimbalzi, ne corrispose un altro, che volli stoppare di testa. Non doveva mai cadere, non doveva mai toccare terra e smarrire la sua energia, quella benedetta sfera. Che ora prendeva il volo, ora mi si depositava, quasi trainata dalla forza del pensiero, sugli scarpini.
Ad ogni passaggio andato a buon fine corrispondeva un passo, un gradino, un metro verso quella porta.
A bordocampo potevo recuperare quanti più palloni possibili da scagliare in ogni dove e nel frattempo tenere in serbo, ma non mi occorrevano più.
Ed ecco d'improvviso un rinvio più complicato del solito, impossibile da agganciare senza farlo cadere, non avevo alcun modo per trattenerlo, se non con uno..
Stop di petto!
Ecco, mancava al mio repertorio. Quanto mi mancava.
La confidenza si faceva a poco a poco maggiore sia con la palla che con la figura che me la rinviava con il contagiri. E finalmente ero in grado di assistere al suo modo di intercettare ogni passaggio sulla linea di porta, compresi tiri di altri giocatori. All'eleganza di ogni suo intervento, alla capacità di prevedere l'esito di ogni tiro e di controbattere. Senza mai parare in tuffo, senza mai toccarla con le mani, senza mai lasciarla cadere, sulla linea di porta notavo un miracoloso senso della posizione, la capacità di danzarvi senza mai perdere, un solo attimo, la concentrazione. Coprendo ogni angolo nel modo più naturale possibile. Sventando con classe ogni iniziativa, respingendo avvedutamente tiri mai pericolosi, seppur insidiosi, comunque mai violenti.
Ogni reciproco passaggio portava con sé un pezzo della storia di ognuno di noi, e il loro susseguirsi mi suscitava una curiosità sempre maggiore, ed una voglia di continuare a raccontare sempre più forte.
Forse ero andato a dormire, quella sera, e qualche cosa era andato storto, visto che non mi svegliavo ancora. Avrei dormito ancora, e ancora, e ancora, se quelle erano le condizioni. La concentrazione si attestava su livelli stratosferici, ormai vedevo, e molto bene. E il sogno trascorreva, ma forse il sonno non era abbastanza.
Necessitavo di musica, di roba forte, di qualcosa che celasse il piattume che parallelamente alla magia del campo, mi stava risucchiando.
Certi miei passaggi scaturivano in improvvise rovesciate, e suoi rinvii finirono per dissuadermi dall'idea di effettuare tiri a sorpresa, visto che per recuperarli dovevo compiere dieci passi indietro. Non bisognava farsi troppo prendere dalla smania di gonfiare il petto, ero stato avvisato. Obiezione accolta.
Finché non raggiunsi il limite dell'area di rigore. A quel punto le possibilità di andare a segno cominciavano a farsi concrete, ma non dovevo affatto tirare. Benché non fossi marcato a uomo o a zona, né vi fossero tempi morti a minare l'esito finale di quegli spettacolari fraseggi. Potevo già mirare l'angolino giusto pensando al tiro, e invece no. Dovevo rimanere calmo, dovevo aspettare ancora, perché c'era da raggiungere l'area piccola, quella dove i margini di errore si riducono, quella in cui tutti i nei dei duellanti emergono, inevitabilmente.
Quella in cui l'attesa si tramuta in passione, ed è il caso di lasciarsi andare. Quello stop di petto mi aveva riportato in superficie i battiti cardiaci e generato la convinzione di ricambiare con una rete, così saremmo andati a segno entrambi, e sull'1-1 sarebbe iniziata un'altra partita. Dovevo scegliere la migliore angolazione, calibrare l'intensità del tiro, decidere se insaccare a destra, a sinistra, all'angolino, all'incrocio dei legni, o sotto le gambe... no, così no, preferivo andare a segno di testa, da distanza ravvicinata, come avrebbe gradito. Non sudavo abbastanza, sebbene la trance agonistica fosse ai massimi livelli.
Ma proprio all'ingresso dell'area piccola realizzai di non essere perfettamente a mio agio, qualcosa non si adattava al mio corpo come avrebbe dovuto.
Indossavo sempre quella casacca larghissima, che mi limitava nei micromovimenti, e dovevo mascherare con finte di corpo gli inevitabili impacci.
Ponevo frettolose modifiche alla forma, benché la sostanza dei passaggi fosse autentica, ma non sarebbe stato possibile essere compreso. Avrei vanificato tutto.
Non potevo correre negli spogliatoi a sostituire quella maledetta maglia, scartai questa possibilità, ritenendolo un accorgimento superfluo. Se non addirittura deleterio, in quel preciso istante.
Era troppo tardi: quando sarei riuscito a porre rimedio? Avvertivo leggere fitte lungo la schiena, c'ero dentro fino al collo, gli scambi erano rapidissimi, sempre più corti e diretti, e la palla tendeva ad alzarsi troppo, finché non fummo vicini, oscillanti, incapaci di restare coi piedi per terra, di opporre resistenza. Dovevo solo saltare e metterla dentro di testa.
Dovevo guardare quella porta, ma per un'istante mi girai verso l'estremità opposta del campo, ebbi un flash in quei nanosecondi di sospensione, avevo avvertito una sensazione simile in un tempo lontano, ormai immobile, ricoperto da un infrangibile strato di ghiaccio che ne lasciava immutati i connotati.
Dovevo colpire il pallone con la tempia e buttarla dentro, ma non mi trattenni dal voltarmi, sollevando le braccia, i polsi all'altezza dei padiglioni auricolari, come a proteggermi da un acufene con annessa vertigine. Così, inavvertitamente, le nocche della mano destra sfiorarono il pallone, che con grazia s'insaccò.

(III e IV prossimamente)

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I Sul cerchio di centrocampo di quel campo da calcio, spiccava un'enorme, invitante emoji gialla, sorridente a denti strettissimi. Un'espressione sardonica, non certo il ritratto della spontaneità. A sintetizzare perfettamente l'aria che tirava là dentro. Visto dall'alto era uno sconfinato terreno...
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Senza parole

09 febbraio 2021 ore 02:16 segnala

Non ti rimane che guardare i suoi occhi in fotografia e protendere una mano per accarezzarla pur sapendo che lei ora non c'è. Ti ha sfiorato soltanto per una notte, quella del passaggio di consegne prima di andartene. Il tuo letto adesso è diventato suo, quel che è rimasto del tuo odore è diventato uno dei suoi passatempi, visto che se può punta il cuscino senza mai restare ai piedi del letto. E ti ha fregato anche stavolta. Che importa, due peli in più sul copriletto non hanno mai fatto ammalare nessuno.
Le percezioni sensoriali del cane sono una questione molto, molto delicata, una di quelle che noi umani non potremmo mai comprendere nemmeno lontanamente. Per un cane - domestico - che da impegni e responsabilità è esente, abbandonarsi all'istintività risulta essere un arduo compito.
Il rapporto tra esso il mondo esterno, almeno nei centri abitati, è vincolato dalla presenza costante di un guinzaglio che non dovrà sempre e comunque risolversi in uno strattone del padrone, ma in un parziale assecondamento in cui non si tenga conto dello scorrere del tempo, che per un cane non sarà mai abbastanza. Non può essere tutto finalizzato ai bisogni fisiologici, ma ad esigenze superiori di cui è dotata ogni creatura senziente. Un cane anche se domestico e in perfetta salute ha esattamente le stesse voglie di un cane randagio. Un cane ama mordere tutto ciò che gli provochi appetito, sporcarsi, marcare il territorio, annusare ed andare incontro ai suoi simili. Molti dei cani ostili al rapporto con ogni loro pari, al di là del sesso, provengono da situazioni difficili, e non si tratta dei soli canili lager o di storie di abusi, ma anche di esistenze in nuclei familiari in cui la bestia ha la stessa considerazione di una sedia, un invisibile ostacolo. Un dovere, un peso, un impegno. Non un piacere, non uno scambio, non un prendersene cura e farsi curare da esso (già, perché un cane cura, solleva il morale e rilassa, la pet therapy esiste da una vita).
E soprattutto comunicarci. Non parla, non capisce, non può intendere e volere? Ma per favore! Per favore. L'espressività dei cani per la loro incapacità di sorridere sembra una faccenda complicata. Ma non è da tutti, giustamente, notare nello sguardo o nella postura di un cane determinate sensazioni, o pensieri che esso intenda comunicarti oppure no. Guardategli la coda, quando potete. Un cane pensa? Probabile, quando fissa nel vuoto. Saranno quei momenti precedenti un sonnellino in cui la sua astrazione assumerà le sembianze di quelle dei poppanti quando oscillano sul seggiolone, ma intanto riflette su quanto li circondi. Prendendo coscienza di ogni singola traccia olfattiva, magari appollaiato sul divano, riuscendo a memorizzarne migliaia, risolvendo schemi seguendo interamente i richiami di un naso che è uno spettacolo. Così quando ci faccio caso mi sento persino in colpa attraversando strade trafficate con la mia al seguito, chissà cosa devono sopportare, se a malapena io riesco a trattenere il respiro. Forse i cani saranno in grado di filtrarli, quegli odori. Zampettando perennemente con il naso all'altezza degli scarichi, l'evoluzione li avrà forse dotati di una selezione all'ingresso delle narici? Oppure, come per tanti odori a noi sgradevoli, potrebbero esserne attratti? Chi lo saprà mai.
Non ci saranno parole che un cane possa pronunciare, ma certo è l'unico animale in grado di non perdersi una sola parola del discorso che tu gli vorrai fare. Perché rimarrà in ascolto, senza coglierne le sfumature concettuali, ma l'essenza. Il bene o il male. Per cui non servono parole, può bastare anche uno sguardo, o un tutt'uno di sensazioni tattili, olfattive, gustative, tutte quante. Ne sarà appagato, percepirà la tua energia. Non ho mai assistito ad intese migliori di quelle fra un cucciolo di cane ed un neonato. Intere ore a guardarsi e a giocare senza il minimo indugio, momenti interminabili di tenerezza, purezza, amore.
Senza parole.
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« immagine » Non ti rimane che guardare i suoi occhi in fotografia e protendere una mano per accarezzarla pur sapendo che lei ora non c'è. Ti ha sfiorato soltanto per una notte, quella del passaggio di consegne prima di andartene. Il tuo letto adesso è diventato suo, quel che è rimasto del tuo odo...
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Grido ribelle

07 febbraio 2021 ore 02:36 segnala
'L'appetito vien mangiando', son soliti osservare quando a tavola fai il sostenuto. Che tu sia a dieta, oppure abbia le farfalle nello stomaco. Analogamente, l'ispirazione si dice aumenti all'assommarsi dei concetti, e come ciliegie, le prime difficili righe iniziano a chiamarne altre a sé, così aggiri il blocco dello scrittore e tiri un sospiro di sollievo con la speranza che non si ripresenti. Il primo colpo da sparare è sempre il più ostico quando devi mirare ad una nuova sagoma, ad una distanza inedita, con armi sconosciute che le tue mani dovranno brandire. Nuove penne, nuovi sguardi, nuove scenografie. Per chiudere brevi racconti o dare il la ad una saga, con inediti interpreti badando bene a fare chiarezza, fissando bene in mente gli esiti prima ancora del "c'era una volta", non in corso d'opera. Badate bene, le trame si scelgono accuratamente dall'inizio alla fine, pena lo spiaggiarsi come una tartaruga marina fra le tante perite nel tentativo, volontario o meno, di avvicinarsi alla riva per gridare "Terra!" come Colombo scoprendo l'America. Lui, però, se l'era studiata bene.
Non saranno cocenti bossoli a scivolarti sulle scarpe, ma brutte copie appallottolate che avrebbero dovuto essere belle, pronte all'uso, da consegnare al destino e non al cestino. Tenetelo a mente, non si butta via niente. Non si possono sprecare inchiostro, carta, energia, tempo, nemmeno un paio d'ore di accidentale catatonia per una sbronza di troppo, per aver brindato alla felicità facendo i conti senza l'oste: avevi solo ultimato la strip di un fumetto, in prossimità della fine del secondo episodio di una lunga serie, per poi, forse, recitare da primattore nel film che ne avresti tratto. Gli esami non finiscono mai, e se non sei un genio, un perfezionista o un professionista di mistificazione la bocciatura è inevitabile. E non è sempre possibile ripetersi.
Impressioni di febbraio a bordo di un treno in corsa, tutti ammutoliti tra cuffie, laptop e scuse valide pur di non guardare fuori dal finestrino od incrociare gli occhi del vicino. Anziani che dormono e ruminano. Nuovi passeggeri ad ogni nuova fermata accampanti ogni pretesto possibile e immaginabile, pur di non correre il rischio di esistere. C'ho fatto il callo, eppure amo troppo fare casino, buttarla in caciara: iperattivo, questa fu la diagnosi emessa con freddezza e inchiodata alla schiena di quel bambino turbolento all'apparenza. Fu un errore marchiano figlio di un eccesso di zelo, ma le maestre non furono dello stesso avviso, reagendo spropositatamente ad ogni mio sprazzo di vivacità, di puerile libidine.
Quanto mi dispiace, per voi e per tutti, peccato la mia ritrovata propensione a fare altrettanto. Scrivo, del resto. Vorrei gridare seppur sia un folle azzardo, un urlo e tutti si gireranno. Si desteranno dalla sedentarietà in cui affondano immobili, come cucchiaini nella crema pasticcera, sospesi in una virtuale viscosità; si riscopriranno improvvisamente complici, nel chiedersi chi sia quel figlio di troia che ha violato il galateo del viaggiatore. Avranno di che ridacchiare. 'Avrete di che sfottere, altro non aspettavate, ma potreste esservi persi qualcosa. Un'occasione per ridere, per parlare, per sentirvi ancora vivi. Io, tu, noi, voi tutti'. Ma chi me lo fa fare?

All'abbassarsi della latitudine inizia a salire in me una fame, un'esigenza di mangiar bene e stare in pace come non m'era mai accaduto. Eppure son stato via soltanto un mese, mistero! Non respiro l'aria di fuori, ancora è tutto così nauseabondo tra sedili, plastiche e residui di cibo, ma già la sento. Ribelle si riaccende in me la voglia di spaccare legna, legare innesti, bere caffè in cerchio, camminare scalzo in riva al mare con una focaccia di quelle buone: la Puglia porta consiglio, scioglie nodi ed offre soluzioni. E provo un misto di pena e ribrezzo per chi ancora crede sia un covo di beceri terroni!
Saranno le telefonate degli amici che ti aspettano, quelli a cui bastano due isolati per raggiungerti, due pacche sulla spalla, e tutto scompare. Sarà che ci troveremo a far baldoria da Pino che, ne scriverò, ha la giusta parola per raddrizzare ogni interrogativo, una medicina per ogni malanno. Un alchimista, eppure ha una paninoteca, non una farmacia.
Sarà l'odore delle fettuccine all'uovo della nonna, sì, quello spalancherà le mie fauci, con quella salsa perfettamente conservata nei barattoloni di vetro e le due foglie di basilico direttamente staccate dalla piantina sul balcone faccia al sole, una spolverata di pecorino locale all'occorrenza, la frittura di calamari freschi di giornata a scottarmi i polpastrelli, un pranzo apoteotico.
Piccole cose mai scontate per cui valga la pena lanciare un grido ribelle, soddisfazioni per cui si debba baciare la terra (non il pavimento, ma il terreno vero e proprio) e ringraziare il cielo. E' tutto ciò che adesso sento, pretendo, attendo.
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'L'appetito vien mangiando', son soliti osservare quando a tavola fai il sostenuto. Che tu sia a dieta, oppure abbia le farfalle nello stomaco. Analogamente, l'ispirazione si dice aumenti all'assommarsi dei concetti, e come ciliegie le prime, difficili righe iniziano a chiamarne altre a sé, così...
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Fai il bravo!

03 febbraio 2021 ore 02:07 segnala

Su, fai il bravo, adesso che sei cascato un'altra volta dalle nuvole e vedi tutto sottosopra. Due punti in testa e riparti come prima, più di prima. Direttamente in seconda, per impennare come sai, ma su strade senza troppe curve. Senza più lasciare la via vecchia per la nuova. Ok, c'erano buche a non finire e ti stavi annoiando, ma i tratturi infangati e dissestati sono molto meno pericolosi delle piste di pattinaggio.
Fai il bravo, ora che sei incazzato nero perché ti han fottuto la bici, che non dovevi prendere neanche per scherzo perché hai sfiorato i 39° giorni fa, però strafare fa male e non lo sapevi, così qualcuno ha pensato bene di sfilartela dal palo: talmente cortese da lasciarti catena e lucchetto. Sicuro di averla legata?
Fai il bravo, torna a respirare aria di casa, quella tanto buona e profumata aria di campagna, ora che caffè e cornetti caldi torneranno a darti la tanto attesa sveglia, ora che potrai fare la spola da una pensilina all'altra a caricare i tuoi operai con attrezzi al seguito, e guardandoli attraverso lo specchietto capirai quanto siano stati fortunati a non riflettere troppo sul senso della vita. Han tutto quel che un uomo possa pretendere, a partire dall'assenza di ideali, what else?
Fai il bravo, ora che salirai nuovamente su quel trattore, oltre a tenere ben chiuse le tasche metti un grosso cuscino dietro la schiena senza più azzardarti ad indossare quelle stramaledette sciarpe lanose che se s'impigliano da qualche parte sei finito! Esistono gli scaldacollo, li hanno inventati apposta per quelli come te.
Fai il bravo, ora che guarderai quegli olivi, e ti chiederai quanto manchi alla raccolta... ma sì, altri nove mesi, il tempo che qualcuno venga al mondo! Ne hai da attendere, stronzo!
Fai il bravo, ora che i fiori di pesco iniziano a staccarsi, portandosi via illusioni e paradossi.
Da bravo, guardati intorno. Rassegnati all'idea di diventare un po' più ricco anche se sei un po' più povero di prima. Rassegnati a nuove trattative, a farti rispettare, a farli filare, a non dimenticarti nulla, ma proprio nulla. Dai drink energetici alla bandana per quando si inizierà a schiattare dal caldo, così ti chiameranno Rambo perché i capelli corti non li porterai mai. Le sigarette puoi anche lasciarle a casa, ci rimarrai male ma qualcuno proverà ad offrirtele come al solito. Sarai sicuro di dire di no anche stavolta dopo aver trascorso tutto il 2020 senza quasi mai sgarrare?
Bravo, hai capito. Poco distante, se aguzzi la vista nelle giornate di sole, l'orizzonte è coperto da montagne verdi che digradano nel mare. Vai e riprendi ossigeno quando e se dovessi ritenerlo necessario, poi torna a casa e chiediti a cosa sia servito davvero fare il bravo.
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« video » « immagine » Su, fai il bravo, adesso che sei cascato un'altra volta dalle nuvole e vedi tutto sottosopra. Due punti in testa e riparti come prima, più di prima. Direttamente in seconda, per impennare come sai, ma su strade senza troppe curve. Senza più lasciare la via vecchia per la nuo...
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03/02/2021 02:07:21
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...come Bollicine

29 gennaio 2021 ore 23:16 segnala
Devo riconoscerlo, è un tratto lapalissiano della mia personalità: non posseggo il dono della sintesi!
Non riesco a trattenere in poche righe un pensiero ammirando chiunque sia capace di farlo, ho bisogno di scandagliare ogni singolo tratto di quanto mi si barcameni in testa, come una fresa su un terreno agricolo, come un setaccio a trattenere qualcosa in più di semplice sabbia, sfuggevole, insostenibile in una fase della vita in cui cerchi di affondare le radici. E qui qualche ricordo riaffiora, legato ad un granello che scende, ma senza passare inosservato.
Quel perenne sbarbato al tempo quasi ventenne si crogiolava nella convinzione di aver bruciato ogni tappa tanto da sentirsi in dovere di raccontare qualcosa a qualcuno. Non ne aveva il diritto, forse perché illusosi di aver fatto cose che in realtà non costituivano altro che la convinzione di esistere in un limitatissimo ambito. Uno stagno confuso col mare.
Vorrei parlare per l'ennesima volta di un disco, anche a 'sto giro un capolavoro. Si tratta di Bollicine, un'autentica bomba all'idrogeno sganciata da uno dei tanti cantautori di quella magnifica terra chiamata Emilia, Vasco Rossi. Mi riferisco a quel Vasco lì e non a quello universalmente conosciuto; mi piaceva il Vasco genio e sregolatezza, appena un anno prima che un arresto lo inducesse ad imboccare la retta via, aggiudicandosi con toni sempre meno provocatori ed una sempre crescente ipocrisia l'abbraccio del grande pubblico. Ma forse è stato tutto frutto di una fisiologica maturazione, del coraggio di capire che non si può sorvolare le montagne né spingere solo l'acceleratore. A scapito della leggenda.
Linee di basso, timbro alcolico incrostato da whisky e forti Marlboro, sax, batteria e quei sintetizzatori figli di un 1983 che produsse suoni tra rock ed Italo Disco in grado di farmi viaggiare nel tempo, di un anno che mi accingerei a vivere convinto di averlo già fatto, nonostante sia venuto al mondo successivamente: questo è il concentrato di altalenanti sensazioni forti costituenti un trait d'union senza precedenti, una commistione di sensazioni che tutti o quasi possono vantare di aver vissuto. Io personalmente riterrei quel disco parte integrante del mio patrimonio genetico, ricalcato nel momento in cui ogni sua traccia è stata rivissuta in me.
Bollicine, il pezzo che inaugura e dà il titolo all'album, è un caso a se stante. Una provocazione racchiusa in un testo goliardico, un inno alla gioia di vivere sopra le righe, alle forti sensazioni, al protagonismo. Allo sfrigolare in superficie come un'Aspirina in un mare calmo ed omogeneo. Voglia di gridare al mondo il proprio sentirsi diverso, vincente, borderline. Uno stronzo fra tanti che provassero a farlo, un tale che potesse dirsi fonte di ispirazione. Il messaggio chiave di quel brano non è mai stato afferrato da me, ma mi esaltava sentirlo, cantarlo, camminare alla ricerca di quel piccolo-spazio-pubblicità che mi potesse galvanizzare in un microcosmo.
Una Canzone Per Te è la controparte introspettiva di Bollicine. Un'emissione di zuccheri sani a coprire steroidi e proteine di pessima fattura. Sentivo di potermi lasciare andare, senza tuttavia farlo; sentivo il bisogno di commuovermi, mascherando con tutta la forza che avessi in corpo. Sentivo il bisogno di rispolverare i meandri nascosti dell'emotività, lo facevo lasciando tutto in un cassetto. Che avrei successivamente riaperto per non chiuderlo più. Testi senza una musica erano quelli che avrei voluto scrivere destinandoli ad una lei ancora inesistente, impalpabile. Ma prossima.
Così Portatemi Dio risuonava così forte nella mia infragilita cassa di risonanza (magnetica), in attesa dell'esito meno sconfortante possibile dei danni che quel maledetto giorno mi avesse procurato, quando levavo al cielo un pugno a caso, una flebile speranza di riscossa in neri istanti sospesi tra la vita e la morte.
Ed era Vita Spericolata quella che sognavo di poter fare, tra ambizione ed incoscienza, lavorando duro senza poggiare su concrete fondamenta, ricorrendo all'effimero appena possibile. Così come violente erano le Deviazioni che rischiavo di prendere seguendo personaggi sbagliati per il puro gusto di dire "io c'ero".
E giungiamo quasi alla fine del disco. Una canzone che come Every Breath You Take in un post precedente, ora come ora mi si aggroviglia attorno al cuore, tra sussurri ed improvvisi cali di corrente. Contro ogni pronostico, è Giocala è il pezzo che fa vibrare la puntina del mio giradischi personale.

"ma c'è qualcosa che ti frena, è sempre il solito orgoglio che ti frega"

Forse non è semplice orgoglio, ma qualcosa di più grande, che tutto d'un tratto si fa evanescente. Diventa un nemico dell'anima, un'avversione mista ad attrazione. Un qualcosa che si allontana nell'esatto istante in cui credi di esserti avvicinato ad essa. La flebile fiamma emessa da un cerino destinata a dissolversi nell'atto di avvicinarsi appena prima di stringerlo in pugno e poter urlare al mondo di essere finalmente un uomo in tutta la sua completezza, da qui all'eternità.

"ci fosse anche solo una probabilità..."

Si chiude con due pezzi poco memorabili, figli di un periodo ormai in archivio: Ultimo Domicilio Conosciuto, a pennellare con note estive al retrogusto di Capiroska il mio lasciare casa allo scoccare della maggiore età, e Mi Piaci Perché, che non oso approfondire oltremodo: un simpatico sunto del mio passatempo preferito del tempo, catalizzando ogni singola energia in una selvaggia istintività lasciando fuori dalla porta il minimo barlume di dolcezza. Era quel concetto di femminilità che in me si addensava selvaggiamente, ancora lungi dall'incominciare a sgrezzarlo cogliendone i tratti salienti. Che ora, invecchiato di qualche anno come una bottiglia anelo ad assaporare appieno.
Forse è solo fantasia. Forse devo ribadire ancora una volta a chi dovesse imbattersi in tutto ciò di godersi l'ascolto di questo disco, e basta. Magari in contemplazione di un tramonto in tutta la sua bellezza, pensando ad un luogo del cuore ancora ignoto che potrebbe attenderlo lasciandosi il passato alle spalle. Magari...

"This is my radio, my radio star..."

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Devo riconoscerlo, è un tratto saliente della mia personalità: non posseggo il dono della sintesi! Non riesco a trattenere in poche righe un pensiero ammirando chiunque sia capace di farlo, ho bisogno di scandagliare ogni singolo tratto di quanto mi si barcameni in testa, come una fresa su un...
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Sincronicità

26 gennaio 2021 ore 14:39 segnala
Si fa presto a dire che tutto arriva, con comodo. Si fa presto a sottovalutare il passaggio da una fase della vita a quella appena successiva. Si fa prestissimo a sentirsi diversi, più completi o sul filo di un rasoio, perché ogni attimo nasciamo un'altra volta, così ho sentito in un film. Un occhio al cronografo, era l'una ed ora sono le tre. Tra un uovo sbattuto al caffè senza troppo zucchero, sgroppate in sella alla city bike d'ordinanza, saluti di rito a vecchie conoscenze a cui tieni (quanto odio dare i gomiti) a volte senza nemmeno troppo trasporto, commissioni - ben vengano per il tempo che mi fanno impiegare -, sogni da concretizzare e la voglia latente di una sigaretta, il tempo scorre in uno spazio ben definito. Un periodo perfettamente bidimensionale, nulla da dire.
La concomitanza di tre entità di per sé astratte, il tempo e lo spazio appunto, ma con l'aggiunta della casualità, secondo quando teorizzasse quel gran genio di Carl Gustav Jung, produce un fenomeno, quello della sincronicità. E' il terzo colore primario che andrà ad aggiungersi ai primi due (a ciascuno la scelta di associarne uno ad ogni elemento), che permetterà al cerchio di girare e vedere tutti i colori e al caleidoscopio di immortalare ogni forma possibile e immaginabile.
Sincronicità è una risposta chiara al senso di attesa che può pervadere chiunque all'interno delle nostre vite. Sincronicità è una nave che passa accanto ad una zattera, dal cui oblò si protende una mano che potrebbe, e qui il condizionale è d'obbligo, sollevare il navigante da uno smarrimento presunto, da una disillusione ormai consolidata. Nessun riferimento a Cast Away, non me ne vogliate! Sincronicità è la stessa mano che potrebbe generare confusione, rassomigliando ad un beffardo saluto, o ad un'illusione ottica da far dissolvere quanto prima.
Sincronicità è la scintilla che genera un'emozione.
Sincronicità (in questo caso Synchronicity) è il titolo di un album dei Police del 1983, il loro testamento discografico prima dell'ascesa del solo Sting nel gotha della musica mondiale. Un disco intriso di malinconia ed introspezione. La maggior parte dei ricordi legati ad esso, per quanti abbiano avuto modo di ascoltarlo o farlo rivivere su piattaforme digitali, è legata al singolo trainante Every Breath You Take. Una canzone d'amore, per i più, me compreso. Ma tutt'altro che scontata come potrebbe apparire, per chiunque padroneggi quella lingua e le sue sfumature. Non intendo soffermarmi su quel brano adesso per quanto possa sentirmelo scorrere dentro, non voglio cogliere le sottigliezze che separano la brama di sentirsi parte integrante di un respiro con senso di protezione dalla possessività in senso stretto (a chi legge l'onore e l'onere di tradurre, se necessario).
Forse è meglio godersi il disco dall'inizio alla fine.
Forse è troppo. Buon ascolto.
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Si fa presto a dire che tutto arriva, con comodo. Si fa presto a sottovalutare il passaggio da una fase della vita a quella appena successiva. Si fa prestissimo a sentirsi diversi, più completi o in sul filo di un rasoio, perché ogni attimo nasce una nuova parte di noi, così ho sentito in un film....
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Soldato

22 gennaio 2021 ore 15:53 segnala


Lastre di ghiaccio segnavano il confine tra una trincea e quella successiva. Il Generale Inverno stava avvertendo l'intero reggimento del rigore di cui fosse capace. I giorni erano quelli più duri, sarebbero stati lunghi sino al principio del disgelo, ma bisognava affrontarli cercando di farseli trascorrere nel modo più leggero possibile. Ingannando il proprio tempo, e come? In tasca aveva solo qualche sasso leggero, ciottoli di fiume raccolti lungo il tragitto, con la convinzione di poter giocare a rimbalzello con altri due commilitoni finiti chissà dove. Introvabili, inavvertibili ormai: "che ne sarà di loro?", pensava. Rammentava i giorni del reclutamento, in cui i loro occhi smarriti si incrociarono, riacquistando di colpo fiducia, avvertendo un bisogno quasi istintivo di sentirsi amici, di proteggersi, di sgomitare assieme tra uno scherzo, una bestemmia e un suggerimento per rimanere in piedi finché riuscissero a coprirsi le spalle. Ogni barriera cadeva, in quei giorni, per loro, anche se tante ne stavano per essere innalzate.

Il ghiaccio incrostava ormai le sue ciglia; quel freddo gli era complice, era la sola cosa che lo spronasse a muovere i muscoli del corpo, a non fermarsi, ad appiccare il fuoco a nuove idee, pur lacerandogli a poco a poco i tratti del viso, con l'espressione facciale irrigiditasi in un amorfismo torvo e le gote rivestite da una fucsia porcellana.
Quel soldato con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così, da giovincello un po' crucco, un po' meridionale, con la consistenza cromatica degli iridi che andava facendosi sempre più carta da zucchero, si destava da microsonni a cui il suo corpo era oramai avvezzo. L'istinto di sopravvivenza prevaleva sempre e comunque: una raffica di colpi avrebbe potuto, in men che non si dica, privarlo di ogni speranza di giocare a carte con gli amici di una vita, di cantare sotto la doccia calda di casa, di spiluccare mandorle dolci tostate sotto Natale, dell'ebbrezza di risentire il profumo di lei. Un bianco spettrale vaporoso riempiva in ogni suo punto l'orizzonte, che sia all'alba che al tramonto assumeva la consistenza di zucchero filato. Ricorrenti precipitazioni sferzavano il suo viso come graffi felini. Godeva, malgrado tutto, anche scorgendo un carro carico di corpi ancora caldi avvolti da un pesantissimo telo di juta. "Riderò finché avrò la possibilità di assistere a tutto questo, anche se il plotone di esecuzione mi chiamerà a sé. Proverò a fargli una pernacchia, morire per morire! Fregherò anche le vostre canne mozze e me ne andrò in pace!", pensava speranzoso.

C'è sempre una guerra in ognuno di noi. C'è sempre un grande sogno che inseguiamo, c'è sempre voglia di conquistare ed esserlo a nostra volta. S'è sempre nel gelo, aspettando il sole che ci scalderà.
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« immagine » Lastre di ghiaccio segnavano il confine tra una trincea e quella successiva. Il Generale Inverno stava avvertendo l'intero reggimento del rigore di cui fosse capace. I giorni erano quelli più duri, sarebbero stati lunghi sino al principio del disgelo, ma bisognava affrontarli cercand...
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Supernova

20 gennaio 2021 ore 02:04 segnala


Assistevo distrattamente alla tua apparizione, dopo aver regolato il mio scomodissimo obiettivo sulla volta celeste in una posizione casuale, alla ventura.
Alla vista di bagliori di un corpo perfettamente disegnato dall'universo, dai bordi ben definiti, mi beai immediatamente di una polvere di colori e sensazioni sopraffine ancora troppo prive di una definizione concreta, ma impossibili da evitare.
Si preparavano, quatte quatte, racchiuse in una calotta oscura e invisibile, le radiazioni al loro sprigionamento improvviso, inebriante, paralizzante. Ero là di fronte, il primo nel raggio di una quindicina di anni luce, non potevo esserne risparmiato, non lo volevo.
I miei occhi erano ormai fissi sul tuo ritratto di corpo celeste in continuo mutamento, un mescolarsi costante di vapori, esplosioni, luci, reazioni chimiche e tanta, tantissima energia positiva.
Ero ormai pronto a tutto, a dare, a ricevere, ad innescare, a ricambiare, ero energia solare anch'io, ispirata da un disperato bisogno di luce naturale dopo anni trascorsi fra un anonimo black hole e l'altro, al cospetto della tua perfezione così apparente, di cui pregustavo la sostanza: mi accecavi, altera e solitaria, avvolta dal buio totale e circondata da pochi sprazzi di luce, residui di corpi celesti secondari, così guardavo aggressivi meteoriti sgretolarsi senza far rumore: nemmeno potevano pensare di avvicinarti.
Così, d'improvviso, una folata di vento plasmasferico mi colse, in un istante, distogliendomi quasi completamente da tutte le faccende in cui fossi affaccendato.
Le tue radiazioni iniziarono ad raggiungermi in maniera sempre crescente, sfiorandomi in più punti del corpo, con delicati riverberi rosa che venivano raccolti dalla mia mente in maniera disordinata solo all'apparenza, immagazzinando numerosi frammenti, da riordinare, da studiare uno ad uno e conservare con cura. Il flusso sempre più riscaldante dei tuoi raggi finiva per ispirarmi, volevo sentirmi anch'io un po' un corpo celeste, volevo provare a girarti attorno, ad accarezzare la tua orbita, a farmi satellite; un po' a seguire le tue frastagliate code luminescenti che con garbo ti sollevavi nel momento esatto in cui mi avvicinavo troppo. Elegantemente, sapevi prevedermi, come sapevo aspettarti io al momento giusto.
Eri quasi sul punto di assorbirmi, a quel punto: le mie palpebre erano stanche e non volevo perdermi un solo minuto del tuo moto perpetuo. Anche durante il moto di rotazione in cui la tua semisfera diurna s'eclissava, oscurata dal bisogno di un riposo notturno in cui io, invece di agire di conseguenza, continuavo a gravitare attorno al tuo lato irraggiato, cercando di cogliere un quantitativo sempre più numeroso di frammenti che quei numerosi fasci rosa mi recapitassero. Era la tua orbita, il mio obiettivo! Avrei cercato di introdurmi in essa, sfiorandola con la maggior delicatezza possibile, lasciandoti sempre più consistenti segnali di fuoco amico fino a che non decidessi di trasportarmi nella tua dolce e calda atmosfera. La osservavo dall'esterno, a fatica, pareva tutt'un tripudio di ossigeno, aria pura e di paesaggi fantastici, con due enormi caldi oceani neri a costituire il tratto preponderante della tua espressività. Così avvenne, di colpo, sfidando la sorte e mostrandoti tutta la celestialità possibile che il mio corpo riuscisse ad emettere: un'attrazione gravitazionale inaspettata mi introdusse nella tua orbita! Fui interamente avvolto da una corrente calda, accomodante. I tuoi dettagli si facevano via via più definiti, vedevo increspature e rigogliose pianure, cascate rosa ma anche aree segnate da sismi precedenti, su cui la tua corrente volle soffermarsi, cambiando il mio umore, cominciando a sentirmi un po' parte di te. Tutto questo insieme di paesaggi, sensazioni e bellezza andava a costituire la stella migliore in cui mi fossi addentrato. Un pianeta, ancor più traboccante di vita della Terra nella Via Lattea, nascosto da un mantello accecante e apparentemente inaccessibile. Volli ascoltare a lungo le voci delle tue cascate, sedermi lungo uno dei tuoi fiumi larghissimi dall'andatura lenta ma costante che mi sussurravano la tua storia, sdraiarmi lungo il fianco di una delle tue montagne che mi tuonavano la tua conoscenza. Ma nei tuoi due oceani neri, lucidi, espressivi, non riuscii mai a tuffarmi. Volevo specchiarmi in essi, sarebbe stata la svolta perché la missione potesse dirsi compiuta.
Ma più bello avvenne l'imprevedibile: in un attimo di rilassamento finii per incespicare nel treppiede del telescopio, fissato ancora approssimativamente a terra, il mio campo magnetico era venuto meno d'improvviso e tu mi ricacciasti immediatamente fuori dall'orbita a cui credevo di appartenere, saldo, stretto, troppo sicuro di me. Così l'obiettivo si rovesciò, scaraventandomi sul ciglio della strada, in quel primo pomeriggio di un martedì.
Il sole s'oscurò lasciando il posto alle nuvole, che tramutarono in nebbia, quindi in una sporca, violentissima pioggia, e fui trascinato via da essa lungo la strada, divenuta un torrente che sempre più s'ingrossava. Con la morte nel cuore, dovevo aggrapparmi ad un marciapiede, ad un palo, ad un blocco lapideo che potesse arrestare la mia discesa nel canale dell'oblio. Con tutta la forza che avessi in corpo, urlai. Ma era già troppo tardi. Mi sarei rialzato, avrei raccolto quel che rimaneva dei frammenti che ancora conservavo, e avrei disperatamente ripreso la mia salita verso l'infinita volta celeste, con un obiettivo ancora saldo, convinto di spaziare tra miliardi di galassie, giganti rosse e nane bianche pur di ritrovarti.
Perché eri troppo perfetta, o Supernova, e ti ritroverò intatta prima della nostra definitiva esplosione.
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« immagine » Assistevo distrattamente alla tua apparizione, dopo aver regolato il mio scomodissimo obiettivo sulla volta celeste in una posizione casuale, alla ventura. Alla vista di bagliori di un corpo perfettamente disegnato dall'universo, dai bordi ben definiti, mi beai immediatamente di una ...
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Come può?

19 gennaio 2021 ore 23:35 segnala
Come può un mattone fuori posto far crollare una casa,
Una virgola fuori posto annullare la credibilità di un volume di duecento pagine,
Un battito d'ali di una farfalla scatenare una valanga,
Un cane avvertire un terremoto qualche minuto prima, e sempre quel cane perdonare ogni volta il "padrone" che gli ha appena sferrato un calcio,
Un gatto compiere un salto in alto da fermo sino a sette metri,
Un bosone aver scatenato la formazione dell'intero cosmo,
La Terra aver sviluppato l'attuale fisionomia, a poco a poco, partendo da un semplice organismo unicellulare,
Un suo vivente appartenente alla specie umana sottovalutare la bellezza del luogo in cui si trova,
L'intelligenza umana aver finalmente sviluppato l'intelligenza artificiale, potendo accedere ad un mucchio di conoscenze straordinarie un tempo inaccessibili percependole sempre più come scontate e inappaganti?
Un gruppo di uomini dare fuoco alle speranze di milioni di esseri umani e bestie per ricavare il 3% del profitto aziendale in più,
Un errore all'anagrafe provocare la condanna di un onesto cittadino a vent'anni di galera?
Un uomo reggere sulla propria coscienza l'aver appena appiccato il fuoco a trecento ettari di bosco in cambio di due spicci?
Una nazione permettere ad occhi chiusi la soppressione di milioni di innocenti visoni per un presunto focolaio invece di restituirli al loro habitat, magari riflettendo sull'effettiva utilità delle pellicce in un'era in cui morire di freddo è quasi impossibile?
Un popolo in ciabatte sfogare la propria frustrazione nei confronti di un povero disgraziato nato fra le avversità che chiede la carità e subire i complessi di un'intera società fondata sull'ipocrisia, sul pettegolezzo, sull'invidia?
Un amore in fase di gestazione, dai contorni ancora sfocati, dai riflessi luminosi e oscuri, togliere il respiro, la fame, la concentrazione, il sonno, le lacrime?

Come può un capogiro, una dimenticanza, un'involontarietà, scaraventare uno scalatore provetto dalla parete al crepaccio, un lavoratore modello dalla promozione al licenziamento in tronco, una persona dal giubilo alla tristezza più accecante?
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Come può un mattone fuori posto far crollare una casa, Una virgola fuori posto annullare la credibilità di un volume di duecento pagine, Un battito d'ali di una farfalla scatenare una valanga, Un cane avvertire un terremoto qualche minuto prima, e sempre quel cane perdonare ogni volta il "padrone"...
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