NOSTRA SIGNORA DELLA GUARDIA

30 agosto 2019 ore 12:09 segnala
Ieri sera c'è stata nella mia parrocchia la solenne processione per l'anniversario della"NOSTRA SIGNORA DELLA GUARDIA"...la parrocchia è intitolata a LEI.
Ecco una breve storia di questo evento:
"Il Santuario di Nostra Signora della Guardia è il più importante Santuario mariano della Liguria e uno dei più importanti d'Italia.
Edificato sul monte Figogna(804msl)a circa 20 km da Genova.
La Madonna apparve li al pastore Benedetto Pareto il 29 agosto 1487,e chiese al pastore di costruire li una cappella.

Ora c'è una splendido santuario meta di moltissimi pellegrini per chiedere l'intercessione della Madonna.

Ecco il breve video che ho fatto ieri sera all'arrivo della processione verso la chiesa.

431964ba-5034-4943-b35b-dd25e6c37e3e
Ieri sera c'è stata nella mia parrocchia la solenne processione per l'anniversario della"NOSTRA SIGNORA DELLA GUARDIA"...la parrocchia è intitolata a LEI. Ecco una breve storia di questo evento: "Il Santuario di Nostra Signora della Guardia è il più importante Santuario mariano della Liguria e uno...
Post
30/08/2019 12:09:05
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

PENSIERI DI BACH SU DIO E SULLA MUSICA

29 agosto 2019 ore 10:25 segnala
Dove c'è musica di devozione, Dio è sempre a portata di mano con la sua presenza gentile.

Io suono le note come sono scritte, ma è Dio che fa la musica.

La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c'è fuori.

Lo scopo e fine ultimo di tutta la musica non dovrebbe essere altro che la gloria di Dio e il ristoro dell'anima.

Suonate con tutta la vostra anima e non come un uccello ben addestrato.

È facile suonare qualsiasi strumento musicale: tutto ciò che devi fare è toccare il tasto giusto al momento giusto e lo strumento suonerà da sé.


3350da86-1d3e-4570-aa77-57321b6fe020
Dove c'è musica di devozione, Dio è sempre a portata di mano con la sua presenza gentile. Io suono le note come sono scritte, ma è Dio che fa la musica. La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c'è fuori. Lo scopo e fine ultimo di tutta la musica non dovrebbe essere altro che la...
Post
29/08/2019 10:25:20
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

VERGOGNA!

08 agosto 2019 ore 14:05 segnala
Offese al volontario del Ghana la Croce Rossa si ribella

" Sporchi la divisa che indossi". Lui replica con ironia: " È normale, sono nero"

Lo squallore è la frase che gli hanno rivolto, mentre distribuiva i gadget della Croce Rossa alla sagra della bruschetta sul Lungomare di Loano: «Sporchi la divisa che indossi » . La sconfitta è che Umar Nuri, ghanese, che ha 25 anni e della Cri è un volontario, a insulti di questo tipo ha imparato a non fare più caso. «È normale, sono nero». E invece, i suoi colleghi hanno deciso che no, non era affatto normale, quello che è accaduto il 3 agosto alla sagra alla Casetta del Pescatore, organizzata per raccogliere fondi e acquistare una nuova ambulanza: e che bisognava alzare la voce. Sulla pagina Facebook del Comitato di Loano della Croce Rossa hanno postato la foto di Umar insieme agli altri volontari, e scelto di chiamare le cose con il loro nome: razzismo. Ora, i post di solidarietà continuano a moltiplicarsi. Arrivano dagli altri comitati della Croce rossa di tutta Italia ( « il razzismo va denunciato e reso pubblico » , scrivono dai Municipi 2 e 3 di Roma, « Croce rossa è universalità » , è il messaggio della Cri Bassa Valsugana, « Continuiamo a sporcare questa divisa! Più la sporchiamo più aiutiamo! Croce Rossa Italiana- Comitato di Settimo Milanese è con voi » ), e da tanti cittadini («Queste parole sporcano me, come essere umano").
«Sono attacchi dettati dall’odio e dalla cattiveria, di un mondo che vede nei migranti tutto il male, senza pensare un solo attimo a quello che hanno patito, ancora patiscono e patiranno — ha sottolineato la vicepresidente della Cri di Loano Sara Canepa — questo ragazzo ha deciso di passare il suo tempo libero aiutando le persone. Per poter accedere e diventare volontario ha portato a termine un lungo percorso di oltre sei mesi che hanno compreso corsi, esami e tirocinio. È un ragazzo lavoratore, che passa il suo tempo libero aiutando le persone e lo fa sempre con il sorriso, anche quando viene insultato » . Ancora: « La frase non offende solo lui, ma il Comitato intero che da anni opera sul territorio».
Le reazioni all’episodio sono immediate. Il sindaco di Loano, il leghista Luigi Pignocca, invita Umar e i suoi colleghi a venirlo a trovare in Comune: «Sarà un piacere ringraziarli per l’importante servizio che fanno » , e parla di « frasi insensate e di una gravità assoluta. La storia di Umar Nuri rappresenta un perfetto esempio di integrazione e un modello di comportamento per tutti noi » . Punta il dito su un clima politico irrespirabile Raffaella Paita, deputata del Partito democratico: « È impossibile non vedere come quello che sta accadendo sia figlio di una politica che ogni giorno semina odio ed eccita i sentimenti peggiori al solo scopohttp://gruppi.chatta.it/a-piedi-nudi-nel-parco-/forum/principale/crea-nuova-discussione.aspx# di raccogliere consensi utilizzando tutti i metodi, anche i più ripugnanti. Abbiamo il dovere di dire con forza: no, non è normale».
Da parte sua Umar ha raccontato all’Ansa: « Sono voluto entrare nella Croce Rossa perché loro mi hanno salvato la vita in mare. E io voglio fare qualcosa per loro. Io sono entrato per aiutare e per dire grazie che mi hanno salvato la vita».
La sua storia di Umar ha profondamente colpito le tante realtà genovesi impegnate nell’accoglienza. « Per fortuna non ci è mai accaduto nulla di simile, altrimenti sarei intervenuto in prima persona — commenta Walter Carrubba, presidente della Croce Bianca — tanti nostri ragazzi in accoglienza hanno superato la selezione pubblica di servizio civile e ora sono stati destinati alla Gau, alla pubblica assistenza pegliese, a Fegino, a Casella: una grande soddisfazione ».
A Genova, l’ultimo grave episodio di attacco razzista è accaduto nella notte tra il 22 e il 23 febbraio: il lancio di una molotov contro il centro per migranti "Casa Apollaro",
di Erica Manna
112abafa-218d-4fa5-b59b-8ab4f0ee4279
Offese al volontario del Ghana la Croce Rossa si ribella " Sporchi la divisa che indossi". Lui replica con ironia: " È normale, sono nero" Lo squallore è la frase che gli hanno rivolto, mentre distribuiva i gadget della Croce Rossa alla sagra della bruschetta sul Lungomare di Loano: «Sporchi la...
Post
08/08/2019 14:05:22
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

Le Cantique de Jean Racine

31 luglio 2019 ore 09:44 segnala
Il Cantique de Jean Racine (Op.11) è un brano vocale composto da Gabriel Fauré nel 1864, all’età di 19 anni, ed è la sua prima significativa opera scritta nell’ultimo anno di studi presso la celebre “Scuola di musica religiosa e classica” Niedermeyer di Parigi. Originariamente composto per coro a quattro voci, quintetto a corda ed arpa come pezzo per il concorso di composizione da lui vinto e successivamente in una versione con pianoforte o organo, fu pubblicato solo 12 anni dopo ed eseguito nella versione definitiva a piena orchestra nel 1906.
Il testo, Verb égal au Trés Haut, scritto in versi dal grande drammaturgo e poeta Jean Racine fa parte dei suoi Hymnes traduites du Brèviaire romani (1688) ed è una perifrasi del canto Consors Paterni Luminis risalente al Medioevo ed attribuito, ma forse erroneamente, a S. Ambrogio, e che veniva cantato nelle prime ore del mattino del terzo giorno festivo, e cioè il martedì.
Un inno all’Onnipotente che esorta i fedeli a risvegliarsi nella notte per pregare uniti e scacciare il sonno dell’anima che fa dimenticare le sue leggi ed implorare, con il canto, la benevolenza di Cristo.
E’ musica religiosa unica nel suo genere: Fauré intende la religione come sorgente d’amore e mai di timore o paura e ci propone un canto solenne, dolce, pacato, talora profondo e triste ma mai troppo drammatico. Una musica che, come il “Requiem”, ispira soprattutto fede, tenerezza e meditazione, che ha destato l’ammirazione di celebri letterati contemporanei di Fauré come Proust e Verlaine e che tuttora affascina sia chi l’esegue sia chi l’ascolta.

Verbo pari all’altissimo,
Nostra unica speranza,
Luce eterna della terra e dei cieli,
Della pacifica notte rompiamo il silenzio,
Divino Salvatore, degnati di guardarci!

Cospargici del fuoco della tua potente grazia,
Che tutto l’inferno fugga al suono della tua voce
Dissipa il sonno di un’anima languida,
Che la induce a dimenticare le tue leggi,

O Cristo, sii benevolo verso questo popolo fedele,
Ora riunito per benedirti,
Accogli i canti che offre alla tua immortale gloria,
E fa che ritorni colmo dei tuoi doni. l’Onnipotente, nostra unica speranza,
Luce eterna della terra e dei cieli;
Della pacifica notte rompiamo il silenzio,
Divino Salvatore, degnati di guardarci!
Cospargici del fuoco della tua potente grazia,
Che tutto l’inferno fugga al suono della tua voce
Dissipa il sonno di un’anima languida,
Che la induce a dimenticare le tue leggi !
O Cristo, sii benevolo verso questo popolo fedele,
Ora riunito per benedirti,
Accogli i canti che offre alla tua immortale gloria.
E fa che ritorni colmo dei tuoi doni.
web

eb4b5d78-cdfc-45c0-a5c9-115bbe677fff
Il Cantique de Jean Racine (Op.11) è un brano vocale composto da Gabriel Fauré nel 1864, all’età di 19 anni, ed è la sua prima significativa opera scritta nell’ultimo anno di studi presso la celebre “Scuola di musica religiosa e classica” Niedermeyer di Parigi. Originariamente composto per coro a...
Post
31/07/2019 09:44:09
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

RICORDI DI GIOVENTU'

27 luglio 2019 ore 14:12 segnala
Sono ormai lontani ma sempre vivi dentro di me.La mente li rivive con nostalgia,non per il tempo trascorso,è il naturale fluire del tempo.Il cuore li vive invece con tristezza perchè quell'allora sembra sparito,volatilizzato,distrutto.Sono anni che mi conoscete,che ci conosciamo e io non ho mai fatto mistero delle mie idee politiche e del mio pensiero nei confronti della FEDE.Sono nato e morirò col cuore a sinistra...
non fisicamente ma politicamente.Sono nato nella GRAZIE del SIGNORE e vivo Sentendolo sempre in me.C'è contraddizione tra le due cose?Non per me certamente.Dove c'è giustizia c'è DIO-dove c'è pace c'è DIO-dove non c'è sfruttamento c'è DIO-dove c'è accoglienza c'è DIO!
Ogni giorno si legge di sopraffazioni a livello sociale,discriminazioni di razza,guerre alimentate dai potenti per biechi interessi nazionali e personali sulla pelle di milioni di persone, anzi armate da questi infami sciacalli per far uccidere fratello dal fratello.E tutto intorno tace.
Assordante silenzio intriso nel menefreghismo...tanto non tocca a noi...!
Mia gioventù sento che ti stai ribellando e a ragione.
Quante marce,manifestazioni pacifiche SEMPRE,tutti insieme mano nella mano amici compagni fratelli.Contro la guerra in Vietnam...contro il massacro di civiltà perpetrato dai generali in Argentina...il sangue nel quale è stata affogata la democrazia in Cile con la dittatura di Pinochet.
Quello di allora,sta accadendo ora,nelle nostre città,nel MONDO,ma l'unica parola d'ordine che sentiamo echeggiare è"dagli al negro".
Dov'è la gioventù oggi?Più colta di me di noi di allora?Come è possibile non volersi interrogare se tutto questo è giusto o sbagliato e girarsi dall'altra parte?
QUANTA NOSTALGIA MIA GIOVENTU'-NON PER GLI ANNI CHE SONO TRASCORSI MA PER L'INUTILITA'DEL SEGNALE CHE AVEVAMO CERCATO DI LASCIARE.

Gandalf


b2df4b01-157f-47a9-8534-09244195763c
Sono ormai lontani ma sempre vivi dentro di me.La mente li rivive con nostalgia,non per il tempo trascorso,è il naturale fluire del tempo.Il cuore li vive invece con tristezza perchè quell'allora sembra sparito,volatilizzato,distrutto.Sono anni che mi conoscete,che ci conosciamo e io non ho mai...
Post
27/07/2019 14:12:20
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment
    2

ADDIO ANDREA CAMILLERI

18 luglio 2019 ore 15:05 segnala
Camilleri e la passione per Boccadasse
Nei romanzi su Montalbano è la casa di Livia Lo scrittore era innamorato di Genova
Bisogna essere dei geni per venire dalla Sicilia, scoprire — come tutti i visitatori di Genova peraltro fanno — Boccadasse, e trasformarla però nel borgo lontano e quasi incantato dove la fidanzata “ straniera” del protagonista dei propri romanzi, il commissario Montalbano, vive. Risultato straordinario, ma difficile da pianificare. È questa la capacità dei grandi scrittori. Prendere un luogo a emblema, e voltarlo in un paradigma universale.
Andrea Camilleri lo ha fatto, e il suo legame speciale con Genova lo ha spiegato bene. « Un colpo di fulmine » , disse, come se si trattasse del titolo di uno dei suoi fortunatissimi romanzi. La Superba divenne così l’altra città di mare che aveva nel cuore. L’innamoramento scattò nel 1950: lo scrittore, allora 25enne, arrivato per ritirare un premio di poesia, aveva finito per invaghirsi della città. Ricordiamolo con le sue stesse parole, che sembra quasi di ascoltarlo: « Ero stato in tante città portuali e non avevo mai provato la stessa sensazione. Allora cos’era? E’ assai difficile spiegare perché ci si innamori di una persona, figurarsi di una città. Beh, forse era la perfetta armonia tra gli abitanti e le loro case, tra gli abitanti e il loro cielo, tra gli abitanti e il loro mare. Al terzo giorno trovai più che una mia compagna, una guida per il mio vagabondaggio. Una bella ragazza che un pomeriggio mi portò a casa sua, a Boccadasse. Altro colpo al cuore. Passai qualche ora alla finestra dalla quale si vedeva la discesa che portava alla spiaggetta e il mare che sciabordava pigramente. Sentii mio quel paesaggio, come se mi fossi portato appresso un pezzo della mia Sicilia. M’è rimasta dentro così a lungo che quando ho cominciato a scrivere di Livia, la fidanzata genovese del commissario Montalbano, m’è parso più che naturale farla abitare a Boccadasse».
Livia era la donna bella e pratica del Nord, così diversa da Salvo Montalbano, uomo del Sud in tanti aspetti, ma disincantato fuori dal suo lavoro. Era la città dove Camilleri avrebbe voluto vivere, se avesse scelto di farlo fuori dalla Sicilia. Lo aveva detto: «Se io dovessi trasferirmi in qualche posto, io mi trasferirei a Boccadasse». Nel 2015 il sindaco di allora Marco Doria gli aveva consegnato l’onorificenza del Grifo del Comune.
Ma c’è un’altra sua chicca “genovese” da raccontare. Quella di un’ulteriore antica visita: « Appena finivo di lavorare, me ne andavo in giro. Fu in una trattoria del porto che incontrai un trentenne siciliano che da bambino si era trasferito con i suoi a Genova. A un certo punto mi rivelò che, mentre a casa con i suoi parlava in dialetto siciliano, spesso gli capitava di ‘ pensare’ in genovese. Ho scritto “La mossa del cavallo” ricordandomi di questa persona. Ma per farlo ‘pensare’ in genovese mi sono fatto una sorta di full immersion nelle poesie di Edoardo Firpo » . È questa quella che l’inventore del commissario Montalbano definiva la “città dei mille incontri”.
di Marco Ansaldo
LA REPUBBLICA

3746e591-ef27-4dd5-b0f6-e177f029bed7
Camilleri e la passione per Boccadasse Nei romanzi su Montalbano è la casa di Livia Lo scrittore era innamorato di Genova Bisogna essere dei geni per venire dalla Sicilia, scoprire — come tutti i visitatori di Genova peraltro fanno — Boccadasse, e trasformarla però nel borgo lontano e quasi...
Post
18/07/2019 15:05:09
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    5
  • commenti
    comment
    Comment
    2

SINÀN CAPUDÀN PASCIÀ

04 luglio 2019 ore 11:40 segnala
Marinaio genovese, di nome Cicala, catturato dai Mori durante una battaglia con la flotta genovese nel XV secolo e diventato, a seguito della sua conversione e del salvataggio della vita del sultano, Gran Visir col nome di Sinán Capudán Pasciá.



Testo della canzone tradotto dal genovese
Teste fasciate sulla galea
le sciabole si giocano la luna
la mia è rimasta dov'era
per non stuzzicare la fortuna
in mezzo al mare
c'è un pesce tondo
che quando vede le brutte
va sul fondo
in mezzo al mare
c'è un pesce palla
che quando vede le belle
viene a galla.
E al posto degli anni che erano diciannove
si sono presi le gambe e le mie braccia nuove
da allora la canzone l'ha cantata il tamburo
e il lavoro è diventato fatica
voga devi vogare prigioniero
e spingi spingi il remo fino al piede
voga devi vogare imbuto
e tira tira il remo fino al cuore
e questa è la mia storia
e te la voglio raccontare
un po' prima che la vecchiaia
mi pesti nel mortaio
e questa è la memoria
la memoria del Cicala
ma sui libri di storia
Sinàn Capudàn Pascià.
E sotto il timone del gran carro
con la faccia in un brodo di farro
una notte che il freddo ti morde
ti mastica ti sputa e ti rimorde
e il Bey seduto pensa alla Mecca
e vede le Urì su una secca
gli giro il timone a libeccio
salvandogli la vita e lo sciabecco
amore mio bell'amore
la sfortuna è un avvoltoio
che gira intorno alla testa dell'imbecille
amore mio bell'amore
la sfortuna è un cazzo
che vola intorno al sedere più vicino
e questa è la mia storia
e te la voglio raccontare
un po' prima che la vecchiaia
mi pesti nel mortaio
e questa è la memoria
la memoria di Cicala
ma sui libri di storia
Sinàn Capudàn Pascià.
E digli a chi mi chiama rinnegato
che a tutte le ricchezze all'argento e all'oro
Sinàn ha concesso di luccicare al sole
bestemmiando Maometto al posto del Signore
in mezzo al mare
c'è un pesce tondo
che quando vede le brutte
va sul fondo
in mezzo al mare
c'è un pesce palla
che quando vede le belle
viene a galla.
web
e75622be-e505-4a71-ade3-6c902d34ccf5
Marinaio genovese, di nome Cicala, catturato dai Mori durante una battaglia con la flotta genovese nel XV secolo e diventato, a seguito della sua conversione e del salvataggio della vita del sultano, Gran Visir col nome di Sinán Capudán Pasciá. « immagine » « video » Testo della canzone...
Post
04/07/2019 11:40:41
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

"Mezzo grammo e la neve", ecco la fiaba che ha vinto il Prem

11 giugno 2019 ore 11:53 segnala
Sestri Levante - C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino così piccolo, ma così piccolo, da essere comodamente contenuto all’interno della corolla di un fiore. Avete presente Pollicino? Mignolina? Ecco, lui era ancora più piccolo; più simile a un’ape che a un bambino, in quanto a statura, ma le sue sembianze erano esattamente le stesse di un cucciolo di uomo, anche se aveva la pelle e i capelli bianchi come il latte. Non si sapeva da dove arrivasse, ma qualcuno diceva che fosse stato concepito da un desiderio mai realizzato. Da un sogno così bello da non poter essere concesso, sosteneva Bianca, che lo accudiva con amore dal giorno in cui l’aveva trovato, minuscolo e solo, durante una copiosa nevicata che aveva imbiancato tutto il villaggio di Bijankik. Il piccino resisteva al gelo aggrappato a un bucaneve, e piangeva forte. Sembrava che si fosse smarrito….Così, la giovane lo aveva raccolto insieme al fiorellino, accogliendolo come se fosse un figlio, aprendogli la casa e, soprattutto, il suo cuore. “Come sei piccino…sei leggero come un cristallo di neve… Ti chiamerò Mezzo grammo….”, sussurrò con affetto.

Lo aveva cresciuto con tutto l’amore possibile, ritagliando storie che inseguivano i giorni e rincorrevano gli anni, raccontando fiabe e mormorando poesie.

Bianca cresceva e pian piano invecchiava, iniziando a contare le rughe e i capelli chiari che sostituivano quelli scuri. Mezzo grammo, invece, non cresceva mai. Era sempre uguale e non cambiava nemmeno un po’. Il piccolo amava molto il freddo, così, quando Bianca glielo permetteva, avvicinava il volto a una fessura della finestra, da cui entrava uno spiffero gelato che lo ritemprava ogni qualvolta si sentiva triste, cercando di fermare su di sé quel bacio ghiacciato. E così, lui era felice. Ogni tanto cercava di parlargli, ma il filo glaciale che entrava era talmente sottile da non avere voce. Così, i due si limitavano a farsi compagnia, a scegliersi e abbracciarsi ogni volta che avevano la possibilità di guardarsi o di sfiorarsi.

La vita di Mezzo grammo procedeva tranquillamente, tra le braccia di Bianca, che per farlo divertire lo faceva giocare con le sue lunghe trecce o con una piccola piuma colorata, su cui il piccino volava, volava, volava. E sognava, sognava, sognava. Sempre la stessa cosa: la neve.
Un giorno d’inverno, mentre i pensieri degli abitanti del villaggio procedevano lentamente, intorpiditi da un inverno che si era appena destato, Bianca andò a prendere Mezzo grammo dal suo giaciglio, ricavato dalla corolla di un fiore, sollevandolo delicatamente e portandolo davanti alla finestra.

Mezzo grammo non poteva credere ai suoi occhi. Tutto intorno era completamente bianco e dal cielo cadevano dei fiocchi candidi come i fiori del gelsomino. Era la prima nevicata dell’anno.

Mezzo grammo sapeva bene cosa fosse la neve, ma non ricordava quale fosse la consistenza, il suo odore o il sapore. Il bambino era incantato e non riusciva a smettere di guardare quella magica distesa, che diventava sempre più alta. In cuor suo sapeva di appartenerle. “Bianca, mi racconti ancora la mia storia? Per favore…”. La donna era abituata a quella richiesta e non si stancava mai di regalare a Mezzo grammo la sua voce e le parole sottili.

“C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino così piccolo, ma così piccolo, da essere comodamente contenuto nella corolla di un fiore. Apparteneva al cielo, alla terra, o forse solo alla neve. E da lì era nato, un giorno gelido e molto, molto lontano, quando i bimbi ancora potevano arrivare donati da un soffio o da un sussurro. E, così, a bassa voce, il vento lo portò su un fiorellino…”.

“… e Mezzo grammo da sogno diventò bambino…” concluse il piccolo, che conosceva quella storia a memoria. Aveva gli occhi lucidi e non riusciva a fare a meno di guardare fuori. La neve lo incantava. Forse anche lui era fatto di neve, pensava, toccandosi le manine gelate. E sospirava, continuando a contemplare il giardino. Bianca era molto preoccupata. Aveva tanta paura di perdere quel piccolo essere, leggero come un ricordo che non sbiadiva mai, forte come la più bella fra le emozioni. Sapeva bene quale fosse il legame tra Mezzo grammo e la neve, anche se lui l’aveva vista da vicino soltanto una volta, quell’unica volta in cui era comparso nella sua vita. Quanti anni erano passati? Trenta, quaranta, forse sessanta. Bianca non lo sapeva, non li contava da molto tempo, da quando non le bastavano più le sue dita affusolate per farlo. Per lei il tempo era soltanto un modo di vivere, scandito dal giorno e dalla notte, ricamato dal sole e dalla luna, che si affacciavano spesso alla sua finestra per salutarla. Ma ora era diventata vecchia e tante, troppe cose erano cambiate. Il pensiero che prima o poi sarebbe andata via, sul ponte magico, la tormentava. Cosa avrebbe fatto Mezzo grammo senza di lei? Che ne sarebbe stato di lui?

Bianca continuava a guardare il bambino, che contemplava la neve dalla finestra. Si accorse che piangeva. Che diritto aveva, lei, di negargli il suo sogno?

Lo prese delicatamente tra le mani, gli fece indossare un piccolissimo cappotto che aveva tessuto lei stessa molti anni prima, gli avvolse un nastrino azzurro intorno alla vita e lo condusse fuori.

Il freddo era pungente e tutto intorno si udiva soltanto il silenzioso battito d’ali dei milioni di fiocchi che si posavano morbidamente sulla neve già caduta. Tutt’intorno profumava di bianco e di inverno. Era un aroma strano, di quelli che entrano nel naso e arrivano fino allo stomaco e poi al cuore. Chissà come fa il bianco a diventare odore…

Mentre Mezzo grammo restava aggrappato alla treccia della donna, chiusa dal nastrino di raso azzurro, Bianca iniziò a forgiare un bellissimo pupazzo di neve. Erano passati tanti anni dall’ultima volta che aveva toccato la neve…. Esattamente gli stessi che segnavano l’età del bambino. La neve aveva una consistenza soffice e compatta. Era bellissimo sentirla tra le mani, che quasi si bloccavano per il freddo.

Bianca impastava con l’aria i suoi tanti ricordi, che uscivano dalla sua bocca, trasformandosi in rime. Chissà perché nessuno, al di là di Mezzo grammo riusciva a sentire la sua voce…

“È il vento del nord che trasforma i giorni in anni e plasma il vento tra le mani, soffia via pensieri oscuri e affanni. Il tempo di chiudere gli occhi ed è già domani”

Rideva Bianca, mentre la pelle chiara diventava quasi trasparente come la sua voce cristallina. Le labbra sottili si inarcavano, liberando un sorriso dolce e pieno di gioia. La giovane vecchia era bellissima e le rughe gentili che la accarezzavano sembravano le venature che rendono i fiori più belli.

Mezzo grammo cantava con lei e rideva felice, alzando la sua piccola testa verso il cielo e raccogliendo quei giganteschi e pesantissimi fiocchi di neve che gli cadevano addosso, vestendolo di sé per qualche istante. Mezzo grammo ne catturava i cristalli e li modellava tra le mani, trasformandoli in canti, che si propagavano per tutto il villaggio di Bijankik.

“È il vento del nord che trasforma i sogni in bambini porta con sé pensieri e canta inni e plasma il vento tra i cuscini, Il tempo di chiudere gli occhi e odi ancora i tintinni”

Mezzo grammo continuava a coprirsi con i fiocchi che scendevano, ridendo felice. La sua pelle bianchissima si confondeva con il chiarore della neve, che lo blandiva, promettendogli di riprenderlo con sé. Prima o poi. I suoi capelli candidi erano coperti da un sottile strato di gelo che lo accarezzava morbidamente, implorandolo di non lasciarlo mai più. “Sono tornata ogni anno, senza mai riuscire a prenderti. Ti vedevo attraverso la finestra, ti guardavo mentre scendevo piano, pregandoti di tornare da me”, sussurrava la neve, piangendo di gioia. Solo chi non conosce la natura non è in grado di comprenderne il linguaggio. Bianca, tra le lacrime, sciolse il nastro che cingeva il corpo di Mezzo grammo. Il vento del nord lo accolse in un vortice gelato, che lo abbracciò così forte quasi da togliergli il respiro. “Ti ho cercato dappertutto”, sibilava felice. Sembrava che singhiozzasse.

Bianca era ferma da un lato e ascoltava tutto ciò che la natura stava comunicando. Si sentiva responsabile per aver sottratto Mezzo grammo alla neve e al vento, ma, in fondo lei lo aveva salvato e loro lo sapevano bene. Iniziarono a danzare intorno al volto di Bianca, baciandola e accarezzandola. Era come se lei avesse custodito il loro bambino per tutto quel tempo. Cosa mai potevano essere cinquanta o sessant’anni per loro? Nemmeno un soffio.

“Sei stata meravigliosa. Cosa vuoi in dono come ringraziamento?” sibilò il vento, soffiando lieve tra i candidi capelli della donna. “Non voglio perderlo…” sussurrò lei tra le lacrime. “Portatemi con voi…”

Il vento si alzò maestoso, forte come non lo era mai stato. La neve si aggiunse alla danza. Una musica dolcissima risuonava per tutto il villaggio, propagandosi per la vallata e irradiandosi, lieve, per tutto il Paese. Entrambi abbracciarono Bianca, baciandola sul viso e sugli occhi. Lei era al sicuro, si sentiva protetta e non aveva più freddo. Una sensazione di tepore, dolce e irreale si propagava dai piedi per salire sulle gambe, per poi avvolgerla completamente. Quella tormenta di neve assomigliava al calore sprigionato dal fuoco scoppiettante di un caminetto acceso. I suoi sensi erano confusi e, mentre le mani livide continuavano a comporre il pupazzo di neve, Bianca iniziò a ridere. E continuò a ridere, a ridere… Chissà cosa le stavano raccontando il vento e la neve. Si sa soltanto che lei disse “sì”, mentre continuava a gioire, felice.

Trovarono Bianca, nel suo giardino, solo quando il lungo inverno terminò, la neve si sciolse e il sole tornò a splendere sui tetti del villaggio. La videro quando anche gli uccellini tornarono a cantare, l’erba a crescere e gli scoiattoli a saltare da un ramo all’altro. Lei era lì, con l’immancabile treccia che le scendeva su una spalla e un morbido sorriso dipinto sulle labbra sottili. Stringeva un bucaneve tra le dita. Che cosa bizzarra… non si erano mai visti i bucaneve in quella stagione.

Qualcuno, nel ricordarla, disse che era solo una povera matta senza voce, alcuni, che era una donna buona che nascondeva un sogno speciale tra i capelli o dentro ai fiori. Altri ancora, raccontarono di una giovane vecchia che custodiva un segreto che non poteva confidare a nessuno: si sapeva solo che questo segreto era bianco, bellissimo e che pesava circa Mezzo grammo...
Valeria Bellobono
6c167e59-0426-4b39-b0ee-b49e617e0c96
Sestri Levante - C’era una volta, tanto tempo fa, un bambino così piccolo, ma così piccolo, da essere comodamente contenuto all’interno della corolla di un fiore. Avete presente Pollicino? Mignolina? Ecco, lui era ancora più piccolo; più simile a un’ape che a un bambino, in quanto a statura, ma le...
Post
11/06/2019 11:53:32
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

Che Cos’è L’Haka, La Danza Praticata Dal Popolo Maori

30 maggio 2019 ore 16:13 segnala
Su Rai 1 ho visto un'allenatore di rugby neozelandese eseguire la Haka e la mente è subito corsa alla nazionale della Nuova Zelanda che prima di ogni incontro di rugby appunto eseguono questo questa danza.Spettacolare!Ma cosa è la Haka? Pensavo fosse una danza di guerra ma ho scoperto su Google che non solo la guerra si contempla in questa rito ma c'è anche manifestazione di gioia e di dolore.Ogni gesto ogni rumore ogni sguardo e ogni linguaccia sono parte di un'armonia musicale espressa senza note e il via a questo misterioso spettacolo viene dato con un ritornello di incitamento dal giocatore di sangue Maori più anziano.
Buona visione



Come tu sei... Cosi è il Mondo.

28 maggio 2019 ore 15:07 segnala
"Chi sono io?" Chiese un giovane ad un maestro di spiritualità.
"Te lo spiego con una piccola storia" rispose il saggio.
Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto si videro sulla linea dell'orizzonte due persone che si abbracciavano.
"Sono un papà e una mamma", pensò una bambina innocente.
"Sono due amanti", pensò un uomo dal cuore torbido.
"Sono due amici che s'incontrano dopo molti anni", pensò un uomo solo.
"Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare", pensò un uomo avido di denaro.
"E' un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra", pensò una donna dall'anima tenera.
"E' una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio", pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia."Sono due innamorati", pensò una ragazza che sognava l'amore.
"Sono due uomini che lottano all'ultimo sangue", pensò un assassino.
"Chissà perché si abbracciano", pensò un uomo dal cuore arido.
"Che bello vedere due persone che si abbracciano", pensò un uomo di Dio.
"Ogni pensiero", concluse il maestro, " rivela a te stesso quello che sei.
"Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su di te di qualsiasi maestro.

Yogananda