Ferite dell'anima

18 aprile 2021 ore 11:55 segnala
Love bombing. Gaslighting. Ghosting. DNP. PTSD. Quante parole ho imparato, quante di cui avrei preferito restare ignorante.

La relazione con un narcisista ti devasta l'anima. Non ha importanza quanto sia durata: settimane, mesi o anni, un narcisista riesce a fare danni alla tua psiche anche nel più breve tempo possibile. Perché è programmato biologicamente per quello: per fare danni agli altri.

All'inizio sembra sempre, SEMPRE, per chiunque, nel 100% dei casi, la migliore storia della propria vita. E' il paradiso. E' la persona che aspettavi. Incarna tutto quello che hai sempre cercato. Lui è la persona più straordinaria che tu abbia mai conosciuto. E' premuroso, galante, romantico, un sostegno, una presenza. Ti ricopre di attenzioni, quelle che hai sempre sognato e nessuno ti ha mai dato, è esattamente quello che vuoi che sia.
Ma non è amore. Si chiama Love Bombing.
Quanto orrore nel rendersi conto, solo a posteriori, che è tutta una recita. Che, come a teatro, sta semplicemente imbastendo il suo personale show incarnando i tuoi bisogni, dopo averli accuratamente studiati. Il narcisista è un performer: studia la sceneggiatura, nei minimi dettagli, leggendo persino tra le righe, e la mette in scena alla perfezione.
Lo scopri sempre quando è troppo tardi, quando ormai eri convinta di aver trovato l'amore della tua vita.

Per il narcisista, all'inizio sei l'incarnazione di Venere. Sei una divinità scesa sulla Terra, da venerare, appunto. Idealizzazione.
Tutto ciò che fai, è oro. Pende dalle tue labbra. Ti guarda con occhi pieni d'amore. Spacca anche gli occhiali sedendocisi sopra, perché è troppo incantato a guardarti. Dalla tua bocca escono petali di rose, oro, diamanti.
E poi.

Succede sempre all'improvviso. Senza nessuna avvisaglia.
All'improvviso, da che sospiravi fiori e polvere di stelle e cagavi perle, diventi una nullità. Una nullità assoluta.
All'improvviso, anche nel giro di pochi giorni, o poche ore, sei una che si lamenta troppo. Ti abbatti continuamente. Lui non può darti sostegno nella quotidianità, quello stesso sostegno che ha offerto fino ad ora, perché ha i suoi progetti di vita da portare avanti.
Non importa se hai sofferto di depressione e gli fai presente che è un momento difficile, per te: è un momento difficile anche per lui, perché non può andare in palestra a definire la sua forma fisica.

Tu lo capisci, razionalmente lo capisci, che c'è qualcosa che non va. Ma da persona razionale, con una razionalità normale, non riesci a collegare i pezzi del puzzle. Ti sembra che sia impazzito, da un giorno all'altro.
Perché sì, con i narcisisti funziona esattamente così. Se lunedì sei Venere incarnata, martedì sei una lamentosa, una che non deve pretendere attenzioni, né supporto, né richiedere la presenza che fino al giorno prima lui aveva promesso stendendo un tappeto rosso. Se lunedì ti ama, ventiquattro ore dopo sei il nemico da distruggere.

E' destabilizzante. E "destabilizzante" è un termine anche troppo soft. L'espressione corretta è "traumatizzante". Sì, l'esperienza con un narcisista è letteralmente un trauma. Un trauma che solo chi lo ha attraversato riesce a comprendere, per tutti gli altri, sei pazza tu, ma dai, si capiva che era disturbato, ma dai, cosa vuoi che sia, è uno stronzo come tanti.
Oh, no. Gli stronzi come tanti non ti mandano in terapia. Forse ci piangi, magari ci piangi TANTO, ma non ti provocano il Disturbo da Stress Post Traumatico. Agli stronzi passi sopra una schiacciasassi immaginaria e vai avanti. I narcisisti ti devastano il cervello al punto da non riuscire a riconnetterti con la realtà.

Nel giro di pochi giorni, spesso addirittura poche ore, la tua relazione subisce un'evoluzione repentina. Dopo l'idillio, il love bombing, in cui sei il centro del suo mondo - che può durare settimane, o mesi, o anche anni - inizia un'altalena di emozioni da nausea, in cui si alternano parole dolci e silenzi, cuoricini e musi lunghi, dichiarazioni importanti con annesse promesse d'impegni a lungo termine, e negazioni anche della presenza minima sindacale. Rinforzo intermittente. Sei un tassello troppo importante della sua vita, ormai. Vuole presentarti a sua madre. Sull'autocertificazione per venire a trovarti, scrive che sei una congiunta, un affetto stabile. Però non ti chiede com'è andata la tua visita medica, quella che ti terrorizzava. Però non ti chiede nulla delle nuove mansioni al lavoro. Ti sciorina nei minimi dettagli i suoi problemi lavorativi, invece, con il collega con cui è venuto alle mani. Ovviamente non è mai colpa sua, la responsabilità è sempre degli altri, lui cerca solo di fare le cose per bene.

E tu lo sai, lo sai benissimo che qualcosa non torna. Lo racconti, ti sfoghi con gli amici. Anche quelli che lo conoscono da più tempo di te. Ma "sarà stressato per il lavoro, non preoccuparti" "è un momento difficile per tutti, ognuno reagisce a modo suo" "vedrai che si sistema tutto".

Non si sistema niente. Mai. Perché con un narcisista le fasi sono tre, tre soltanto, non ce ne sono altre, e l'esito è sempre uno. Al love bombing segue la svalutazione, quel momento in cui non sei più la cosa più importante e bella che ha, ma un peso insostenibile, un intralcio ai suoi sogni di gloria, da demolire con ogni mezzo possibile: col silenzio, con le giustificazioni ("io non posso dare la mia quotidianità a nessuno"), minando la sua autostima. Se ne hai una solida, sei tra le più fortunate, almeno quella non verrà intaccata.
E infine lo scarto.
E' soltanto quello l'esito della relazione con un narcisista, a meno di non essere narcisista o sociopatica a tua volta: solo in quel caso la relazione -distruttiva- può durare, facendosi male a vicenda, sabotandosi a vicenda, in una spirale eterna di masochismo che tutto è tranne che amore sano.
Per tutte le altre vittime, per le persone normalmente empatiche, c'è una sola destinazione, una sola fermata, al viaggio con il narcisista. Lo scarto.
Violento. Improvviso. Ingiustificato.
Traumatizzante.
Esattamente come per la fase della svalutazione, arriva all'improvviso. A volte si salta persino la svalutazione, e si passa direttamente dal love bombing allo scarto.
Provate a immaginarvelo. Provate a immaginarvi la persona che avete accanto, che fino a ieri vi portava al ristorante per festeggiare il compleanno, che vi portava i fiori, che vi guardava adorante, che vi ha appena regalato un bracciale di Cartier, che il giorno dopo, dopo una dormita rigenerante, si sveglia al mattino, fa colazione, esce di casa, e non torna più. Sparisce nel nulla.
Magari - ma non sempre - vi lascia scritto su un biglietto che ha capito, durante il sonno, che non siete la persona che credeva che foste. Che in realtà non è innamorato come pensava. Che, semplicemente, "gli è passata". In una notte.
Riuscite a immaginare la sensazione di spaesamento, di annichilimento, di shock mentale, di trauma?
Ecco, è esattamente questo che succede con un narcisista.
Spesso senza nemmeno averci guadagnato un Cartier.
Semplicemente, dopo il sonno rigenerante, dopo aver condiviso mesi o anni, dopo avervi detto che siete la donna della sua vita, la persona più dolce che abbia mai incontrato, il narcisista si alza, fa colazione, esce di casa, e svanisce.
Senza alcuna spiegazione.
Non lo rintraccerete mai.
Potete provare a chiamarlo, a scrivergli, a chiedere spiegazioni, a urlare, sarà tutto inutile. Per lui non c'è assolutamente nulla da spiegare. La sua mente funziona così, questa è la sua logica interna, e più insisterete - da persone normali, con un'emotività e una razionalità normali, vorreste avere una spiegazione logica alla rottura improvvisa, almeno il rispetto per quanto condiviso - più passerete per pazze. Ma chi? Quella? Ma va, è una pazza, non stavamo neanche insieme, chissà cosa si è messa in testa, ci si stava solo conoscendo.
E la sensazione di shock, già alimentata da quel passaggio improvviso dalla venerazione alle critiche gratuite, e poi dalla venerazione alla sparizione - ghosting - trova il suo culmine.
Con la negazione di qualsiasi rispetto umano, di qualsiasi chiarimento o confronto che dia un senso della rottura, persino trattenendosi in casa le cose che ti aveva fatto portare perché "sei la persona che voglio accanto a me, nessun'altra era mai entrata in casa mia", perdi qualsiasi legame con la realtà.
Per la vittima di un narcisista, ha inizio il periodo peggiore della sua vita. Una tortura mentale, in cui il cervello cerca disperatamente connessioni logiche agli eventi e non le trova. E reagisce con la follia. Rabbia cieca. Attacchi di panico, tremori, urla improvvise. Gesti e pensieri che mai farebbe in un momento normale, in cui le sinapsi funzionano normalmente.
Perchè le sinapsi della vittima di un abuso narcisistico, letteralmente, si inceppano. Invertono il processo. Non ragioni, sragioni.
Sei diventata pazza per davvero.
E diventi pazza perchè, da persona normo-razionale, cerchi la razionalità anche dove non esiste: all'interno dell'anima marcia, e del cervello malato, di una persona affetta da Disturbo Narcisistico di Personalità.
Studi scientifici hanno rilevato che i traumi di natura emotiva cambiano la biochimica del cervello. Hanno effetto sull'ippocampo, sull'amigdala, sull'ipotalamo, sulla corteccia. Nei casi peggiori si parla di necrosi dell'ipotalamo, in ogni caso alcune cellule cerebrali muoiono veramente. Occorrono un sacco di mesi perché l'organismo le rigeneri. E non se ne esce senza una terapia.
Le vittime di narcisisti, dopo la rottura, soffrono di PTSD. Post-Traumatic Stress Disorder. E come potrebbe essere altrimenti? La violenza psicologica è una violenza a tutti gli effetti. Non è diversa da una violenza fisica, gli effetti che lascia nella mente, e nell'anima, sono gli stessi.
La paura del contatto, fisico ed emotivo. L'angoscia. Le crisi di panico. L'inappetenza alternata a fame bulimica. Il senso di solitudine e incomprensione che da lì in poi ti accompagnerà sempre, ad ogni "sì ma sei stata ingenua" - te la sei cercata -, "sì ma avresti dovuto accorgertene" - te la sei cercata - "sì ma lo stronzo capita a tutte, tu ne fai una tragedia", "vedrai che col tempo starai meglio".
No, non col tempo: con una terapia.
Non è il tempo. Il tempo non guarisce le ferite di un abuso emotivo. Il tempo lenisce i sentimenti, non i traumi.
Con la terapia, e con il tempo, sì, starai meglio. Guarirai dall'abuso.
Quello che non guarisce, sono le cicatrici che l'abuso lascia nell'anima. Che, come un marchio del Diavolo, come il tatuaggio di un prigioniero di guerra, segneranno il tuo biglietto da visita in ogni futuro rapporto umano.
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Love bombing. Gaslighting. Ghosting. DNP. PTSD. Quante parole ho imparato, quante di cui avrei preferito restare ignorante. La relazione con un narcisista ti devasta l'anima. Non ha importanza quanto sia durata: settimane, mesi o anni, un narcisista riesce a fare danni alla tua psiche anche nel...
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Sola

14 aprile 2021 ore 20:54 segnala
Io morirò sola. Senza nessuno accanto a me.
Lo so da sempre. Ho sempre sperato che andasse diversamente, e ad ogni amore ci ho creduto davvero. Ma la vita mi ha sempre riportata al posto in cui devo stare: sola.
Come sono sempre stata.
Ero sola anche da bambina. Sono sempre stata sola. Non avevo molti amici e non piacevo agli altri bambini. Non perché facessi loro qualcosa di male: non ero una bambina cattiva, non facevo dispetti, non mi comportavo da antipatica, non facevo nulla per farmi malvolere. Ero una bambina tranquilla, riservata, silenziosa. Però ero brava a scuola, studiavo tanto, piacevo alle maestre, e questo non andava giù a molti.
Quando sei adulta non è poi tanto diverso. Non è più infantile invidia, ma semplicemente consapevolezza che il troppo stroppia anche quando si tratta di qualità.
"Le hai tutte", "non ti manca nulla per farti amare da qualcuno", ti dicono.
E' proprio quello, invece, che mi impedisce di esserlo.
Le ho sempre portate come un diadema, con orgoglio, le mie qualità. L'essere empatica e sensibile, e intelligente, e buona, e ironica. E bella, che non guasta mai.
Se prima le portavo con orgoglio, ora mi rendo conto di quanto queste qualità tutte insieme siano soltanto una pesante zavorra che mi impedisce di essere felice.
Una zavorra che ormai ha messo una distanza incolmabile tra me e il mondo.
E la bambina sola è diventata un'adulta sola, che nessuno ha voglia e coraggio di abbracciare.
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Io morirò sola. Senza nessuno accanto a me. Lo so da sempre. Ho sempre sperato che andasse diversamente, e ad ogni amore ci ho creduto davvero. Ma la vita mi ha sempre riportata al posto in cui devo stare: sola. Come sono sempre stata. Ero sola anche da bambina. Sono sempre stata sola. Non avevo...
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Rituale magico

18 febbraio 2021 ore 17:21 segnala
Per il sole splendente, per la grande stella,
brutta bambina, diventa bella!


Da bambina, e soprattutto da ragazzina, ero brutta.
Avevo i brufoli, l'apparecchio ai denti, dei capelli orribili, non ero magra ed era ancora presto per coprire le occhiaie col trucco.
Ero bruttina e ne soffrivo parecchio.
Ho un ricordo sfuocato e molto vago di averlo fatto, ma sono abbastanza sicura di aver eseguito, a un certo punto, una specie di rituale di magia, probabilmente letto sul Cioé o su qualche manuale delle Giovani Marmotte, in un momento di autoconvincimento di avere il potere di farlo, per invocare la bellezza.
Io volevo essere bella, ero stanca di essere derisa da tutti ed essere il brutto anatroccolo. Credo di aver usato una bacchetta cinese del mio repertorio di giocattoli come bacchetta magica, qualche vecchia candela puzzolente e probabilmente chiuso gli occhi e desiderato ardentemente di diventare bella.
L'incantesimo ha funzionato. A distanza di qualche anno, probabilmente la bacchetta cinese del ristorante dietro casa non era abbastanza potente per avere un effetto immediato.

Ma da bambina forse non avevo messo in conto che i rituali magici, voodoo, o che dir si voglia, persino quelli del Cioé, prevedono sempre un sacrificio.
Sarei diventata bella, sì, ma pagando un prezzo altissimo. Quello di poter essere felice e realmente amata.

Ecco, ogni tanto credo che il dolore e la solitudine che sto scontando ora siano il prezzo che sto pagando per aver chiesto con una candela e una bacchetta cinese, a dodici anni, di potermi guardare allo specchio e vedermi bellissima.
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Per il sole splendente, per la grande stella, brutta bambina, diventa bella! Da bambina, e soprattutto da ragazzina, ero brutta. Avevo i brufoli, l'apparecchio ai denti, dei capelli orribili, non ero magra ed era ancora presto per coprire le occhiaie col trucco. Ero bruttina e ne soffrivo...
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All you need is -

17 febbraio 2021 ore 15:43 segnala
Ci sono persone che non sanno stare da sole, e passano tutta la loro vita, ossessivamente, alla ricerca di qualcuno con cui passarla. Senza fare troppe distinzioni, senza grandi interrogativi se quella con cui stanno tentando sia davvero il tipo di persona di cui hanno bisogno: purché ce ne sia una. La cercano continuamente, ovunque, in un modo quasi disperato, come un drogato in cerca di una dose che giurerà essere l'ultima. E le riconosci, perché sono quelle che non passano mai più di un mese da sole: ad ogni relazione che chiudono, ne iniziano un'altra subito dopo. Finita quella, ricominceranno la loro estenuante danza dell'horror vacui, alla ricerca di un'altra persona con cui riempire il vuoto che sentono nel cuore, nel letto, nella propria casa, nella propria vita.
Ci sono poi quelle che si accontentano. Non vanno alla ricerca, ma prendono quello che arriva. Non sperano di poter avere di meglio, si accontentano di avere qualcuno che voglia loro bene, che gli faccia trovare la cena calda la sera, con cui passare del tempo, da cui sentirsi accettate, ascoltate e capite. Prendono, senza pensare a quanto possano e vogliano dare. Senza chiedersi se siano realmente felici o se si stiano solo adagiando in ciò che dà sicurezza. E' quello che io chiamo l'amore pigro. Non è amare, è voler bene e lasciarsi amare: è molto meno impegnativo, meno rischioso, più confortevole, come un plaid sotto cui infilarsi quando fuori fa troppo freddo per uscire. Non comporta nemmeno grandi dolori, semplicemente perché è tiepido. E il tepore conforta, ma non rende felici.
Poi ci sono le persone che dentro una relazione si annullano. Pensano che amore voglia dire smettere di essere sé e diventare altro. Rinunciano, almeno in parte, a essere ciò che sono sempre state, rinunciano a amicizie, passioni, piaceri, pezzi di sé, limano la propria essenza come falegnami per far combaciare il proprio perimetro con quello di chi sta loro accanto, senza accorgersi che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in un amore che fa sacrificare ciò che si è. Le riconosci anche in questo caso, sono quelle che quando iniziano una storia spariscono, letteralmente. Smettono di frequentare gli amici, di praticare lo sport e tutto ciò che amavano prima, di seguire le passioni che avevano. Si chiudono in un universo ristretto in cui esistono soltanto loro e la persona con cui hanno scelto di ingabbiarsi. Non escono quasi più, se non con quell'unica persona: il resto del mondo, un mondo fatto di persone e di cose, smette di esistere. E l'amore smette di essere amore, diventa dipendenza.
Proprio come chi lo cerca ossessivamente in chiunque, come si cerca una dose.
Come chi si accontenta, pur di non affrontare la solitudine e i propri fantasmi.
Tre modi di vivere male ciò che l'amore dovrebbe essere, a volte concatenati, vissuti uno di conseguenza all'altro. Ricerche ossessive che sfociano nell'accontentarsi e nell'annullarsi. Tutti modi di vivere l'amore ugualmente tossici, malati, distorti, eppure i più frequenti.

Quando finisci una relazione, le persone che ti circondano finiscono quasi sempre per ricadere dentro uno di questi schemi. Perché questo è l'unico modo in cui concepiscono le relazioni, l'unico modo in cui sono abituate a viverle.
Ne troverai un altro. Categoria uno.
Tu dovresti solo prenderle come vengono, senza pretese. Categoria due.
O la mia preferita, "Ora devi pensare a te stessa e a fare cose solo per te stessa, non con qualcuno accanto". Categoria tre.

Io non ho mai fatto parte della categoria uno, nemmeno da adolescente. Non ho mai cercato attivamente nessuno in tutta la mia vita, non mi sono mai tagliata le vene nei momenti di solitudine, me la sono coltivata con i libri, la riflessione, il piacere di chiudere gli occhi e non avere tormente nel cuore. Ho sempre visto l'amore come qualcosa che può accadere o non accadere, ma che di sicuro non è da forzare, andando a cercarlo ossessivamente in ogni angolo dell'esistenza. Ogni persona che è entrata nella mia vita, ci è entrata per avermi cercata. Ogni persona che ho lasciato entrare nella mia vita, mi ha tirata fuori da un bozzolo dal quale non sarei mai uscita spontaneamente per andare a caccia di amore. E ne sono uscita solo perché realmente convinta di volerlo fare, perché ho creduto valesse la pena di di srotolarmi fuori dal mio guscio di solitudine, perché ho istintivamente sentito di potermi fidare: per la maggior parte, ho elargito dei no.
Nella seconda categoria forse ci sono stata, ma non è durata, non ha funzionato. Non so sopravvivere all'infelicità, il tepore non mi basta. Posso sopravvivere alla solitudine da sola, ma non alla solitudine in due. E alla fine ne esco, a malincuore, perché dare mi rende immensamente più viva che ricevere restando inerte.
Della terza categoria, in nessun momento della mia vita. Rido, quando qualcuno mi dice che "devo fare cose solo per me stessa". Ogni cosa che ho fatto nella vita, l'ho fatta per me stessa. In coppia non ho mai rinunciato a niente che non facessi prima, da sola. Non ho smesso di uscire con le amiche, non ho smesso di vestirmi e truccarmi come piaceva a me, non ho smesso di usare i miei soldi per comprarmi quello che volevo, di andare in discoteca il sabato sera, di studiare quello che mi pareva, di viaggiare anche da sola, di avere dei sogni, di parlare con le persone, di stare sui social, di cantare, di ridere, di mettermi una minigonna, di pensare alla mia carriera lavorativa, di volermi realizzare professionalmente prima di essere una moglie e una madre e anzi, di volere entrambe le cose. Non ho mai sacrificato volontariamente una singola parte di me, con nessuno accanto, e quando mi sono accorta che stava succedendo, è stato il motivo per cui me ne sono andata.

Rido, quando le persone mi dicono che incontrerò "qualcun altro", perché non hanno capito che di "qualcun altro" per riempire il vuoto lasciato da "qualcuno" a me non è mai importato nulla, e ho sempre riempito i miei vuoti con qualcosa e non con qualcuno, 'che le persone non sono riempitivi dell'esistenza. Rido quando mi dicono che "dovrei prenderla come viene", perché la vita è una e se non ami forte in questa, se non sai amare forte e prendi l'amore solo come qualcuno che ti scaldi nelle notti più fredde, allora è meglio un camino, è meglio stare soli e non riempirsi la vita di infelicità condivisa. E rido ancora più forte quando mi dicono che devo fare 'cose solo per me stessa'. Perché amare davvero, amare senza riserve, fidarsi, rischiare, bruciarsi, schiantarsi, non è - soltanto - un gesto di altruismo verso chi si è scelto, ma quanto di più per se stessi e la propria schifosa e straziante felicità si possa fare nella vita.
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Ci sono persone che non sanno stare da sole, e passano tutta la loro vita, ossessivamente, alla ricerca di qualcuno con cui passarla. Senza fare troppe distinzioni, senza grandi interrogativi se quella con cui stanno tentando sia davvero il tipo di persona di cui hanno bisogno: purché ce ne sia...
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La tregua

11 febbraio 2021 ore 23:07 segnala
Il mio malessere, i miei crolli psichici, la mia fragilità, la mia negatività, le mie crisi isteriche, non dipendono dal fatto che mi siano successe cose brutte. Quelle capitano a tutti.
Il mio malessere dipende dal fatto che io non ho mai avuto il tempo di metabolizzarle, perché me ne sono successe subito delle altre, ancora più brutte.
Va avanti così da quasi quattro anni. Ininterrottamente, senza sosta. Ne uscirebbe provata e danneggiata la psiche di chiunque. C'è chi crollerebbe per molto meno.

Io non ho bisogno di essere positiva, dello yoga, dei mantra, di lavorare su me stessa, degli arcobaleni e dell'ottimismo.

Io ho solo bisogno di una tregua dall'esistenza. Di avere tempo per poter metabolizzare quello che di brutto mi succede, senza che succeda qualcos'altro cinque minuti dopo, vanificando tutti i miei sforzi di superare il dolore perché se ne ripresenta uno ancora peggiore.
Di potermi sedere su una panchina guardando il lago, chiudere gli occhi e pensare: ok, sono tranquilla. Va tutto bene. Non è successo niente di devastante, nessuna tragedia, nessun lutto. Non è successo niente di niente e non ho motivi per avere attacchi di panico in mezzo alla strada, né mentre guido, né di non riuscire a dormire di notte. Va tutto bene e posso stare seduta qui, a guardare il lago, serena, almeno un po', almeno per un po'.

A me non serve la positività. A me serve che smetta di succedermi tutto ciò che di brutto può succedere a una persona, continuamente e senza interruzione.
Mi serve solo un momento di tregua.
Solo un po' di tempo per potermi riprendere dalle botte forti che la vita dà, spesso, non solo a me.
Vorrei solo una tregua. Ma non so a chi chiederla.

C'è un limite alla quantità di traumi sopportabili

01 febbraio 2021 ore 14:28 segnala
E' iniziato tutto nel 2016. Il 5 dicembre. Una mammografia con anomalie, nel programma di screening preventivo. Dobbiamo fare una biopsia, signora.
E biopsia fu. E anche la prevedibile diagnosi di carcinoma mammario, terzo stadio su quattro.
L'intervento, le terapie.
E' stato uno dei periodi più pesanti della mia vita. E dico "uno" e non "il peggiore in assoluto" solo perché ne sono arrivati altri altrettanto pesanti.
Avevo venticinque anni, dovevo finire la tesi, laurearmi, e l'unico pensiero che avevo era che rischiavo di perdere mia madre. Mia madre che è sempre stata l'unico punto fermo della mia vita, l'unica persona su cui potessi davvero contare. E non riuscivo a pensare ad altro che al fatto che poteva andarsene troppo presto, che io avevo ancora bisogno di lei. Il cancro è una di quelle cose che pensi sempre succedano agli altri, e mai a te. E quando invece succede proprio a te, alla tua famiglia, ti crolla il mondo addosso. Perché anche se non sei tu ad averlo in corpo, è qualcosa che si insidia in tutti. Quando si ammala un familiare, si ammalano di riflesso anche tutti gli altri. Vederla piangere, avere paura, fare attenzione alle parole che si usano in casa perché potrebbero turbarla, i discorsi sulla morte, le disposizioni sul funerale.
E' stata una tragedia che ha distrutto una parte di me, quella più ancorata all'infanzia. E' stato uno scossone che mi ha buttata nell'età adulta senza preavviso, senza il graduale processo di uscita dal nido che avverrebbe in una situazione normale. Quasi tre anni dopo, mentre ero in terapia con una psicologa per altri motivi, è emerso che questo è stato il trauma che ha segnato un "prima" e un "dopo" nel mio percorso di crescita e che mi ha portata a regredire al livello di bambina bisognosa di protezione, per la paura della perdita della figura genitoriale. Sono sicura che sia così.
L'intervento e le terapie sono andate bene, poi, ma la paura è sempre rimasta, ce ne sarà sempre un po'. Ci sono stati i falsi allarmi, le diagnosi sbagliate, le ricadute immaginarie. E' un incubo da cui non si esce mai del tutto, e che ti trascini per tantissimo tempo.
Io mi sono laureata con 110 e tante speranze.
Distrutte non appena mi sono scontrata col mondo del lavoro. Sognavo di diventare giornalista da quando ero al liceo. Tanti cv mandati, tante porte bussate, nessuna risposta.
Tranne una. Ho avuto una sola opzione, senza possibilità di scelta. Un solo colloquio, per una grossa azienda di consulenza. Non mi è piaciuta già dal colloquio, tre step per uno stage da 500 euro, di cui uno in cui sono stata esplicitamente denigrata durante la valutazione. Ma dato che era la mia unica opzione, ho dovuto accettare. Era già partita con il piede sbagliato, ma ho cercato di apprezzare quel poco di buono che c'era, pur non essendo il lavoro dei miei sogni. Mi sono conquistata anche un contratto a tempo determinato, quando la prassi era il rinnovo dello stage.
Ma la mia resistenza è durata poco. Dopo qualche mese stavo già mandando cv a raffica per potermene andare. Al di là delle mansioni, già poco gratificanti di per sé - assunta come Content Manager, cioè per scrivere contenuti, passavo invece la giornata a rispondere al telefono mandando credenziali e facendo assistenza a utenti analfabeti funzionali esasperanti - il mobbing e la pressione insostenibile. Sgobbavo come un mulo, sempre la prima ad arrivare in ufficio mentre i colleghi di team si presentavano alle nove e quaranta, per poi essere guardata male dalla responsabile se alle 18.00 in punto staccavo. Dopo il cambio di lavoro di due colleghe, mai sostituite, da figura junior mi sono ritrovata a dover gestire praticamente da sola tutto un progetto. E tutto mentre venivo costantemente cazziata da chiunque, responsabili, sovraresponsabili, colleghi sgradevoli. Per non parlare dell'atmosfera generale dell'azienda, che per certi versi somigliava più a un villaggio vacanza in cui mancava solo la canzoncina motivante: continue cene aziendali, feste (obbligatorie) oltre l'orario di lavoro, convegni, corsi di formazione-fuffa. A cui eri costretto a partecipare, pena essere segnato nel libro nero e nuovamente cazziato, perché in quei posti emergi solo se sei esuberante e "proattivo", e le persone riservate e poco inclini all'esuberanza come me, pur lavorando seriamente, vengono penalizzate. Mi sono vista rifiutare il contratto a tempo indeterminato perchè "non socializzavo abbastanza".
Ho cominciato a soffrire di insonnia, crisi di ansia, attacchi di panico, insofferenza. Piangevo di frustrazione ogni sera in cui tornavo a casa distrutta dall'ennesima giornata in cui facevo cose senza nessuna utilità né senso, ed ero sola, a dovermi gestire casa, me stessa, cucinare cena e pranzo per il giorno dopo perché non avevamo nemmeno i buoni pasto. A volte lavoravo anche nelle pause pranzo e a casa dopo cena, perchè stavo cercando di sopravvivere psicologicamente facendo un secondo lavoro nel campo che davvero amavo: il giornalismo. Collaboravo con un settimanale locale, gestivo una rubrica. Dopo otto ore sfiancanti in ufficio, tornavo a casa e lavoravo ancora, perchè stavo cercando di prendermi il tesserino e iscrivermi all'Albo.
Dopo due anni così, quando finalmente avevo raggiunto il numero di articoli necessari per la Lombardia ed ero pronta per fare domanda all'Ordine, mi è arrivata la comunicazione che gli articoli non erano validi per l'ammissione, per questioni burocratiche. Una staffilata per me, che non solo avevo lavorato così tanto guadagnando una miseria, ma che vedevo anche sfumare quell'unico sogno che mi teneva a galla.
Sono arrivata all'estate di quell'anno stremata, strisciando per sopravvivere.
Ed è stato allora che, giusto per migliorare la situazione, hanno cominciato a succedere cose orribili a catena.
La morte del mio gatto, con me da quando ero bambina, dopo sedici anni. Poche settimane dopo, l'ictus di mio nonno, ricoverato in fin di vita. Altre due settimane, i ladri in casa dei miei genitori, che hanno portato via tutti i ricordi di una vita. I regali del mio battesimo, comunione, cresima, laurea. Non ho più nulla. Qualche mese dopo ci hanno riprovato, spaccando la finestra. Poi una terza volta, hanno rubato la bicicletta.
Stavo male, non riuscivo a sostenere il malessere, né a livello personale né lavorativo.
E poi di nuovo, un'altra diagnosi di cancro. Questa volta a mia nonna. Che già soffriva di Alzheimer grave da anni. Nuovi pianti, nuova disperazione.
Nel frattempo la mia situazione lavorativa stava precipitando in picchiata. Mi sono sentita dire che per conquistarmi l'indeterminato avrei dovuto mostrarmi più proattiva, "pranzare ogni giorno con colleghi di progetti diversi per fare sinergia". In pausa pranzo. Parlare di lavoro. C'era il rischio concreto di ritrovarmi senza lavoro perchè non socializzavo. E perché non avevano soldi per tenere i dipendenti, visto che li sperperavano in cene e feste, ma questo non lo dicevano.
Ho iniziato a tossire sangue. Una tosse strana, soffocante, sembrava una faringite e ho scoperto solo mesi dopo essere reflusso gastrico. A due anni da allora, non mi è ancora passato, nonostante dieci terapie diverse. Niente mi toglie l'idea che abbia un'origine psicologica e che il mio stomaco abbia assorbito tutto il malessere di quei due anni infernali.
E poi è successo, mi hanno lasciata a casa davvero. Tante belle parole e moine, sei stata preziosa, ma in sostanza mi hanno sostituita con degli stagisti, perchè io in 18 mesi nonostante un contratto ho continuato sempre a fare il lavoro di una stagista, sbattendomi per tre. Mi sono ritrovata a casa senza lavoro a 27 anni, con un anno e mezzo di "esperienza" che esperienza non era, perchè di fatto in quel posto non avevo imparato a fare niente di utile, dato che rispondevo solo a tonnellate di e-mail, mandavo password e riscrivevo comunicati stampa.
Ho fatto del mio meglio per approfittare del buono anche in quella situazione, dicendomi che finalmente avevo chiuso con quel posto orribile, almeno avevo tempo per cercare qualcosa di meglio, fare formazione per acquisire competenze e fare quello che volevo fare davvero. Mi sono iscritta a un corso di marketing, sono risultata la migliore della classe. Cominciavo davvero a intravedere la luce. Avevo già fatto qualche colloquio, tutti pessimi come presentazione, ma non demordevo. Dopo il corso le telefonate hanno cominciato a fioccare, avevo 4 colloqui a settimana. Ero fiduciosa, ottimista.
Ma mi sono dovuta scontrare subito con la realtà dei fatti. Sempre lo stesso esito: non hai abbastanza esperienza, ci dispiace ma cerchiamo qualcuno che sappia già fare queste cose in autonomia. A prescindere che la posizione fosse effettivamente per figure senior o per stagisti. Sempre la stessa risposta. Ci dispiace ma abbiamo scelto qualcuno più in linea, ci dispiace ma ci serve una figura con un percorso diverso e tu non arrivi dal marketing. Magari dopo avermi anche fatto fare testi o lavori di prova, su cui ho lavorato per ore o giorni, gratuitamente. Magari anche sparendo nel nulla senza darmi nessuna risposta. Selezionatori incompetenti -che non erano nemmeno delle Risorse Umane - incapaci di guardare oltre le skills tecniche, più spesso veri e propri pagliacci che scrivevano una cosa nell'annuncio per poi farti scoprire, dopo che ti eri fatta km di strada, che cercavano tutt'altro.
Ho fatto 31 colloqui così, con lo stesso esito. Per raccontarli tutti singolarmente occorrerebbe un post dedicato. Posso solo riassumere i più eclatanti. Da quelli che cercavano addetti marketing per organizzazione eventi e invece in realtà volevano commessi per il negozio di articoli da festa e per realizzare composizioni di palloncini, a quelli dell'agenzia immobiliare che cercavano una segretaria ma organizzavano party politici in sede. O quelli che cercavano una social media manager e addetta comunicazione, e dopo 40 km di strada scopri che non solo non hanno i social ma che la loro idea di comunicazione erano le presentazioni powerpoint. O quelli che volevano tenerti un anno a 500 euro per rispondere a delle mail (di nuovo?), o quelli che volevano farti lo stage e poi l'apprendistato pur di pagarti meno possibile. O quelli che ti scartavano per non aver saputo rispondere a un indovinello. Tutto così. Potrei andare avanti all'infinito.
E mentre facevo colloqui al limite del ridicolo mangiando frustrazione e sprofondando di più ad ogni processo di selezione, mia nonna ha cominciato ad aggravarsi. Nonostante l'età, che speravamo tutti rallentasse il decorso del tumore, le metastasi hanno cominciato a sbriciolarle le ossa. Non potevamo nemmeno più tenerla in casa, nemmeno due badanti erano sufficienti, perchè non poteva muoversi.
Abbiamo dovuto ricoverarla in un hospice. E guardarla morire un po' per giorno, tra i deliri dell'Alzheimer e i dolori. Andavo da lei ogni mattina. La guardavo dormire sotto effetto dei sedativi potentissimi, o farneticare in preda alle allucinazioni. A volte non mi riconosceva nemmeno, mi scambiava per la sorella o qualche altro parente deceduto.
Mia nonna, che mi aveva cresciuta fin da neonata quando i miei genitori lavoravano, si stava spegnendo in mezzo a una sofferenza atroce e io la guardavo spegnersi la mattina per poi andare ad affrontare uno dei colloqui sopracitati.
La mia sanità mentale ha cominciato a cedere. Ha ceduto definitivamente quando mia nonna se n'è andata, lasciando un vuoto nel mio cuore e nella mia vita che niente e nessuno potrà mai sostituire.
Ero senza la mia amata nonna, senza lavoro, senza nessuna prospettiva futura, perché anche la mia relazione, che durava da circa cinque anni, aveva grossissimi problemi.
Sono caduta in depressione, come era prevedibile.
Ho cominciato a non parlare più, non uscire più, chiudermi in me stessa, passare le giornate piangendo al cimitero. Avevo pensieri suicidi. Avrei preferito essere al posto di mia nonna.
Ho capito che dovevo chiedere aiuto, prima che fosse troppo tardi, e mi sono rivolta a una psicologa.
Appena ho iniziato la terapia, è iniziata la pandemia di covid.
E incredibilmente, io l'ho presa bene. Ho preso bene il lockdown ed essere tutti chiusi in casa, il mondo che si fermava. Per me era il primo vero momento di serenità dopo anni. L'ho capito ora il perché l'ho presa così bene: perché stare chiusi in casa voleva dire stare immobili. Non poteva succedere niente. Ed era un bene, dato che fino ad allora ogni volta che nella mia vita è successo qualcosa era qualcosa di brutto. Meglio l'immobilità.
La terapia con la psicologa è durata quasi sei mesi. Alla fine del percorso, dopo un enorme lavoro su me stessa e aver trovato gli strumenti per riprendere - più o meno - in mano la mia vita, ho trovato il coraggio di chiudere quella relazione che non mi stava facendo del bene nè portando da nessuna parte. Dopo sei anni di vita insieme. Una decisione che pur partendo da me mi è costata una sofferenza enorme, perché il bene che vuoi alle persone, se le hai amate davvero, rimane.
Ho provato a ricostruirmi una vita sentimentale. Ho provato a frequentare una persona che già conoscevo, per cui avevo un debole al liceo.
Ha cercato di stuprarmi in un parcheggio.
Ho cercato conforto negli amici, dopo questo brutto episodio. Un caro amico che conoscevo da anni, che sapeva della mia relazione difficile, di tutti i guai che stavo attraversando, si è offerto di organizzare una cena per il mio compleanno.
Mi ha molestata verbalmente e fisicamente, mettendomi le mani addosso. Amicizia finita.
In autunno ho conosciuto una persona che mi sembrava migliore delle altre, se non altro perché rispettosa. Mi sono aggrappata a questa bella novità pensando che fosse finalmente arrivata un po' di luce: un colpo di fulmine.
A senso unico. Ho passato una bella serata, sono contento di averti conosciuta, ma non sento il bisogno di rivederti.
Ci sono rimasta molto male. Mi sono abbattuta, nemmeno tanto per la delusione in sé, ma perché arrivata dopo tanto altro male. Ma finita la disperazione del momento, mi sono detta che c'era qualcosa di meglio per me, che in fondo era solo un cretino che non aveva avuto nemmeno il coraggio di dirmelo subito dopo la serata, aveva preferito sparire e aspettare che gli chiedessi spiegazioni io. C'era sicuramente di meglio per me là fuori.
E il meglio è arrivato per davvero, alla fine.
La luce che aspettavo da così tanto tempo, capace di cancellare con un colpo di spugna tutto il male di tutti questi anni pesanti, logoranti, dolorosi, frustranti, stressanti, disastrosi, infelici.
Una felicità inebriante. Lui che mi guarda con gli occhi a cuore e promette di migliorare la mia vita dopo tutto quello che gli ho raccontato, di non farmi del male, di non sparire. Cucina per me, mi porta la colazione a letto. Cento euro di regalo di Natale. "Sei una magia". "Sei quella giusta". Sei la persona che voglio al mio fianco. Sei un tassello troppo importante della mia vita, qualunque cosa succeda ti voglio con me. Un'intesa perfetta, fisica, emotiva, spirituale, come non avevo mai avuto con nessuno. Io lo sento, ne sono sicura: è l'Amore con la A maiuscola. Abbiamo gli stessi interessi, lo stesso modo di vedere la vita, di vivere, la stessa voglia di viaggiare, le ambizioni, i progetti. Tutto si incastra alla perfezione. E' la persona che ho sempre desiderato avere accanto, quella che aspettavo da tutta la vita.
Mi vedo moglie, mi vedo madre, per la prima volta è quello che davvero desidero.
Mi fa lasciare lo spazzolino a casa sua, i cambi di vestiti. E' il preludio di una storia d'amore potentissima.
Poi lo ricoverano in ospedale. Covid, ma anche una strana gastroenterite. Potrebbe essere Morbo di Crohn, ma si dovrà indagare a fondo nei prossimi mesi, con le analisi.
Lui nel frattempo esce dall'ospedale e anche dalla relazione.
Dieci giorni dopo "sei un tassello troppo importante della mia vita", mi lascia con un messaggio sul cellulare, dopo essere sparito quattro giorni senza dire una parola.
Dopo tutte le promesse di non sparire e non farmi del male. Dopo tutto quello che gli avevo raccontato e che avete appena letto.

Ora, esiste una frase, che avrei voluto mettere come titolo a questo post ma non ci stava per intero, di un film di Woody Allen (Blue Jasmin) che recita così: "c'è un limite ai traumi che una persona può sopportare prima di mettersi ad urlare in mezzo alla strada".
Io questo limite credo di averlo superato da tanto tempo. Non urlo per strada, ma urlo internamente. Ho ceduto, i miei nervi hanno ceduto. Non sopporto più le frasi fatte, i "vedrai che la ruota gira", l'ottimismo a tutti i costi, le persone che ti dicono di essere positiva perché la negatività attira negatività, non sopporto più nulla. Non ho più speranza né fiducia in nulla, vorrei solo premere il pulsante "FWD" per mandare avanti questo film dell'orrore fino al momento in cui sono anziana e chiudo gli occhi per sempre, perché la vita sembra volermi riservare solo dolore a oltranza.
Tutti mi dicono di non mollare che le cose belle arrivano, che non si può continuare a cadere perché prima o poi si tocca il fondo.
Io sono la dimostrazione vivente che si può eccome, si può continuare a cadere all'infinito in un abisso senza fondo.

A luglio compirò trent'anni.
Guadagno 616 euro al mese.
Ho familiarità col cancro.
Sono sola, profondamente sola. Con ogni probabilità non sono destinata all'amore né alla maternità.
Non riesco più ad avere 24 ore di serenità senza pensare che sta per succedere qualcos'altro di brutto.

E tutto questo non cambierà anche se io continuo a sforzarmi di cambiare le cose, anche se mi sono sempre sforzata anche di trovare il buono, di sorridere e di essere positiva.
Non cambierà mai.
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E' iniziato tutto nel 2016. Il 5 dicembre. Una mammografia con anomalie, nel programma di screening preventivo. Dobbiamo fare una biopsia, signora. E biopsia fu. E anche la prevedibile diagnosi di carcinoma mammario, terzo stadio su quattro. L'intervento, le terapie. E' stato uno dei periodi più...
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01/02/2021 14:28:18
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Ansia di vivere

13 gennaio 2021 ore 13:31 segnala
La vita è un elenco interminabile di ansie.
Vivere è difficile, incredibilmente difficile. Troppo difficile. Perlomeno se si è persone eccessivamente riflessive, che si fanno domande su tutto.
Come si fa ad arrivare a ottant'anni senza cadere in depressione, annoiarsi, finire da uno psichiatra? Cos'è che dà senso alla vita? L'amore esiste? O è soltanto un palliativo alla noia e al male di vivere? Come si riesce a stare insieme per una vita intera? E' davvero amore alla fine, o solo abitudine? E una volta che si incontra una persona che sembra dare un senso a tutto, come può durare per sempre? Sono i figli a tenere legate le persone? La paura di stare soli? O esiste una forza di gravità nell'universo che non sappiamo spiegare e che lega le anime come se si appartenessero da sempre?
Cos'è l'amore? Cos'è il fine dell'esistenza? Amare o sopravvivere?
E si sopravvive o si vive? Come si fa a rendersi conto se si sta vivendo in pieno o se ci si sta limitando a sopravvivere, arrabattandosi come si può, fino al giorno della morte? Quante persone possono dire di aver vissuto realmente, cosa bisogna fare per vivere davvero e non, invece, lasciarsi soltanto trascinare dal tempo che ci è concesso?
Ecco, a volte vorrei essere incredibilmente stupida e pensare di meno. Le persone che pensano poco e non si pongono inutili questioni esistenziali hanno indubbiamente una vita più leggera: si limitano a prendere ciò che arriva.
A me prende l'ansia a non capire. Mi è sempre venuta. Avevo l'ansia di non avere capito benissimo tutto, quando studiavo e dovevo preparare le verifiche al liceo e gli esami all'università. Di recente mi sono rimessa a studiare francese, e alla fine del corso, nonostante l'abbia terminato con un buon punteggio, mi è presa l'ansia di non avere ancora capito bene come si formano i tempi verbali. E quindi continuo a rileggere gli appunti, ogni santo giorno, col panico di non sapere ancora costruire una frase, esattamente come prima.
Ecco, figurarsi con la vita. Per ogni cosa che accade mi faccio un centinaio di domande e non trovare risposte a ciò che non
capisco mi mette ansia.
La vita è un'ansia perenne. Vivere è fottutamente ansiogeno.
Se fosse una giostra, vorrei che si fermasse, per poter scendere e smettere di avere giramenti di testa e nausea.
E invece mi tocca star seduta su un cavallo rosa bardato di pennacchi a farmi domande fino al mio ultimo giorno: quanto vorrei limitarmi a cavalcarlo con la testa vuota di una bambina che pensa soltanto a divertirsi su una giostra.
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La vita è un elenco interminabile di ansie. Vivere è difficile, incredibilmente difficile. Troppo difficile. Perlomeno se si è persone eccessivamente riflessive, che si fanno domande su tutto. Come si fa ad arrivare a ottant'anni senza cadere in depressione, annoiarsi, finire da uno psichiatra?...
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Covid Christmas

03 dicembre 2020 ore 12:52 segnala
Io sono una di quelle persone che si è fatta il primo lockdown senza fiatare.

Non sono mai uscita se non per andare in farmacia. Non mi sono lamentata. Non ho inveito contro nessuno per la violazione della mia libertà. Non ho visto amici, parenti, fidanzato, nessuno. Me ne sono stata a casa buona e tranquilla aspettando la fine della clausura. E anche dopo il primo via libera ho preferito aspettare ancora qualche giorno, per essere sicura che i contagi fossero effettivamente diminuiti, per evitare di far parte della fiumana di gente che col "tana libera tutti" rischiava di far ricominciare tutto da capo.
E per tutta estate e fino al nuovo lockdown, ho tenuto la mascherina in qualunque luogo fosse richiesto e obbligatorio, evitato posti affollati, evitato vacanzone, evitato qualunque cosa mi sembrasse piuttosto rischiosa, ho lavato le mani come prima cosa ogni volta che sono rientrata a casa dopo essere uscita.
Ho fatto tutto quello che potevo, ho seguito le regole, non mi sono comportata da incosciente.

E niente, siamo in casa. Di nuovo. Nel periodo dell'anno che più amo e che non vedevo l'ora di vivermi: l'albero di Natale in Duomo, le luminarie per le città, i mercatini, girare alla ricerca dei regali, l'odore dei camini e della nebbia in pianura. Niente, sto vedendo tutto dalla finestra. Mi alzo al mattino, lavoro, vedo qualcosa su Netflix, vado a dormire. Così, ogni giorno, da un mese. Lo so bene che si può uscire da casa adesso, ma poco mi importa che siamo passati in zona arancione, se tanto comunque non posso uscire dal mio Comune, dove ho un'unica amica e nessun parente perchè vivono tutti altrove. Di bighellonare da sola per il mio paese mi importa poco, erano le persone care che volevo rivedere. Poterle incontrare e berci una cioccolata. Non poterlo ancora fare mi pesa tantissimo.

Ma ho cercato di lamentarmi il meno possibile anche questa volta, perchè c'è poco da prendersela col Governo se le misure sono necessarie a rallentare i contagi. Se si tratta di qualcosa di necessario io lo faccio e per quanto difficile e pesante sopporto e cerco di non lamentarmi, che per medici e infermieri è molto più pesante che per me.

Però sono stanca anche io, adesso.

Perché non si vede una fine. E perché almeno a Natale un po' di normalità l'avrei voluta. Ci avevano chiesto questo secondo sacrificio per salvare le festività: e invece passeremo anche quelle chiusi in casa, e sono anche tra i fortunati che almeno hanno i genitori sotto lo stesso tetto. Ma penso a tutte quelle persone che conosco che non potranno vedere i parenti stretti o peggio ancora vivono sole e giuro che mi viene da star male, proprio male.

Sono stanca perché sembra che questa cosa non finisca mai, e andrà avanti all'infinito, tra restrizioni, divieti, obblighi, sacrifici che però continuano a osservare sempre e soltanto le stesse persone mentre gli altri se ne fregano.

Sono stanca perchè so che io anche questa volta me ne starò a casa senza fiatare, rinuncerò a vedere le mie amiche, a passare Natale con le mie cugine, passerò tutte le feste senza vedere nessuno oltre ai miei - che vedo ininterrottamente da anche troppo tempo, per avere trent'anni - dato che non posso uscire dal mio Comune, ma poi leggerò dell'ennesimo stronzo che ha organizzato una festa in un autogrill, che ha fatto una cena con 60 persone infettandone 45, che è andato a fare il cenone di Natale con ottantasette parenti fino al sedicesimo grado, che è andato a sparare petardi in piazza facendo assembramenti , e mi chiederò a cosa è servito tapparmi in casa e star male pur di rispettare sempre le regole come una stronza, quando potevo prendere la mia bella macchinina e andare dai miei parenti o organizzare un festino a casa mia con tutti i miei amici, sapendo che pure se lo avessi fatto davvero sarei stata comunque prudente e responsabile mantenendo le distanze e tutto il resto.

Ecco cosa mi pesa tanto: sapere che questa schifezza non è colpa mia. E pagare per chi invece il rispetto delle regole non l'ha mai avuto.
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Io sono una di quelle persone che si è fatta il primo lockdown senza fiatare. Non sono mai uscita se non per andare in farmacia. Non mi sono lamentata. Non ho inveito contro nessuno per la violazione della mia libertà. Non ho visto amici, parenti, fidanzato, nessuno. Me ne sono stata a casa buona...
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Volevo solo una gioia, U N A

26 settembre 2020 ore 20:56 segnala
Sto cercando di dare un senso a tutto lo schifo che ho mangiato in questo 2020 (ed è tanto), che al di là del Covid19, con le mazzate nella mia vita ha voluto strafare.
Passi il non avere un lavoro da un anno e mezzo, che di per sé fa già i tre quarti della mia infelicità. Ma ti aiuta magari a venire a patti con te stessa e i tuoi obiettivi, ti sprona a cercare nuove strade, boh, qualche funzione pure la disoccupazione ce l'avrà avuta, anche solo per avermi permesso di stare vicina a mia nonna nei suoi ultimi giorni.
Poi ritrovi per caso lui, quello di cui ti eri innamorata follemente anni fa - un coglione cosmico, ora lo sai, ma allora non del tutto - e ti rendi conto che è quella la scintilla che manca nella tua vita sentimentale, al di là di tutti gli altri problemi conclamati.
E trovi la forza e il coraggio di chiudere una relazione di sei anni che non funzionava più. La storia più lunga e la più importante della tua vita, anzi l'unica lunga e importante.
E inizi a intravedere un senso nella concatenazione di eventi, in questo reincontro, nella quarantena, persino nell'essere senza lavoro, tutti tasselli che in qualche modo vanno a comporre un puzzle di senso compiuto, che messi in fila costruiscono un percorso verso (forse) la felicità.
Allora ci ritenti, con l'idiota (che non sapevi essere così idiota).
Finisce a perculamenti, denigrazioni gratuite e una mezza violenza sessuale in un parcheggio.
Ok. Bene. Questo senso compiuto inizia ad appannarsi e perdere di senso. Perché io cercavo di stare meglio, non di stare peggio.
Ma va bene, probabilmente ha insegnato qualcosa anche questo fatto orrendo. Forse è finalmente l'appiglio per cancellare per sempre questa persona, sopravvissuta nell'inconscio e nella tua vita anche troppo tempo.
Senza lavoro, senza fidanzato, con un mezzo stupro alle spalle, cosa fai? Cerchi conforto negli amici.
Ti ritrovi molestata anche dagli amici. Vai a casa loro e finisce a mani addosso, proposte oscene e gesti inopportuni.
Amicizia finita.
Va bene, altro insegnamento di vita: vatti a fidare degli amici, non andare mai più a casa di qualcuno da sola neanche se lo conosci da dieci anni. Le persone così meglio perderle che trovarle, bla bla bla e le solite frasi fatte. Ma va bene.
Poi, finalmente, una gioia che cala dal cielo, con le sembianze di un ragazzo siciliano, bellissimo, intelligente, acculturato, spiritoso, gentile, rispettoso, che sa cucinare ed è goloso quanto te, che ti tratta come una regina e ti dà una scossa che presa della corrente scansate. E' un colpo di fulmine in piena regola. Forse finalmente hai trovato l'Amore con la A maiuscola, pure se non te lo aspettavi così presto, pure se non stavi cercando niente. Sarebbe anche ora di una gioia dopo tutta sta merda.
E allora ci credi, per una volta ci credi veramente a "la ruota gira, non può andare sempre male". Ci provi davvero a essere ottimista per una volta.
Anche se, dentro di te, c'è sempre quel tarlino che ti ricorda di non cedere alla positività, che le inculate sono sempre dietro l'angolo, mai abbassare la guardia, tanto questo 2020 e tutti i tre anni precedenti ti stanno facendo una lunghissima presentazione Powerpoint in cui illustrano tutti i modi in cui ogni singola cosa può andare serenamente a puttane.
E infatti il PPT finisce con il ragazzo più perfetto che tu abbia mai incontrato, sicuramente l'unico -finalmente- senza disagi psichici, che gli spiace, ma purtroppo per quanto non ti manchi nulla, non è scattato quel qualcosa in più da parte sua per decidere di continuare.
Così.
Aggratise.
E' tipo il dessert a fine pasto, solo che hai mangiato di merda da gennaio e faceva cagare pure l'antipasto. Serviva giusto il dolce al cacao amaro per concludere in bellezza il tuo elenco interminabile di ingloriose disfatte.
Il senso a questa cosa, non ce lo trovi, perchè per quanto ti sforzi di intravedere disegni divini, questa è una perculata bella e buona. E' la vita che ti fa uno sgambetto e mentre sei a terra ti fa pure le pernacchie.
E' il 2020 che ti sussurra all'orecchio "cogliona, illusa, sono il 2020, non andrà bene nulla finchè vivrò" ma poi pensi che in fondo è dal 2017 che senti pernacchie, tra familiari col cancro, familiari che muoiono, familiari che si ammalano, i ladri in casa, la perdita del lavoro, la depressione, i problemi di salute, perciò che cazzo vuoi che cambi nel 2021, amo fatto tre anni di merda, famo quattro, sono quattro e tre mesi, che faccio, tolgo o lascio?
E così, niente, tutto il mio sforzo per cercare di dare un senso a ogni cosa negativa che mi è successa è inutile. Perché questa cosa non ha nessun senso, non è un insegnamento di vita. E' sadismo dell'esistenza. Non mi serviva un (ennesimo) insegnamento di vita, mi serviva una gioia. Grande. Potente. Come il mago di Oz. Che mi facesse abbandonare tutta la negatività e intravedere finalmente un po' di sole nella mia vita.
Ma no, perché è il 2020 e sta scritto che debba pigliare schiaffi da chiunque fino a san Silvestro e oltre.

Perché vabbuò raga, va bene tutto, va bene la disoccupazione, va bene la pandemia globale, va bene la fine di una relazione importante, vanno bene due molestie sessuali nel giro di un'estate, ma pure l'amore non ricambiato io non me lo meritavo.
Davvero non me lo meritavo.
Non c'è un disegno divino dietro agli eventi infausti della mia vita e del mio anno, c'è che il 2020 c'ha la mamma puttana e basta.
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Sto cercando di dare un senso a tutto lo schifo che ho mangiato in questo 2020 (ed è tanto), che al di là del Covid19, con le mazzate nella mia vita ha voluto strafare. Passi il non avere un lavoro da un anno e mezzo, che di per sé fa già i tre quarti della mia infelicità. Ma ti aiuta magari a...
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26/09/2020 20:56:54
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"No, per favore".

31 agosto 2020 ore 21:08 segnala
Ci sono vittime di molestie sessuali che hanno la prontezza di reagire.
Perché riconoscono i segnali, perché sono più lucide, meno ingenue, non so per quale motivo. Ma riescono a reagire. Urlano, mollano sberle, calci.
Ma non tutte. Ci sono altre che restano talmente interdette da paralizzarsi. Perché non se lo aspettano. Perché a far loro del male sono persone di cui si fidano, da cui non possono immaginarsi azioni simili. E restano immobili e allucinate al punto da non rendersi nemmeno conto di cosa stia accadendo, prendendo consapevolezza che si tratta di molestie a tutti gli effetti solo in seguito. Dando così, forse, pure l'impressione di essere consenzienti. Quando in realtà, quello non è consenso: è shock. Annichilimento.

Io sono una di quelle. Non l'avrei creduto possibile, da persona aggressiva quale sono. E invece, semplicemente, a volte capita che abbassi le difese, che smetta di sentirmi sull'attenti, per qualche momento della mia vita. Perché non tutti possono essere sempre una minaccia, Cristo, soprattutto se sono persone che conosco.
Amici.
Con gli amici tendenzialmente non mi sento in pericolo. Perché sono amici, da anni. Si definiscono tali. E gli amici non ti fanno del male, se sono amici.
Se.
Ma non lo sono.

E lo scopri quando è troppo tardi, quando ti invitano a casa per mangiare un dolce e ti ritrovi con le mani addosso e le parole addosso e lo schifo addosso, ma sul momento non ti rendi conto, perchè Dio, siamo amici, ma cosa stai facendo, sei davvero tu?, forse dovrei scappare, forse dovrei dargli una sberla, forse dovrei, è molesto, ma è un amico, ma perchè un amico sta facendo questo?, ma perché ti avvicini così?, basta, ti ho detto di smetterla, basta, mi stai dando fastidio, basta, ti dico ancora basta forse smetti, alzi la voce e continui a dire basta ma rimani immobile, perché lo stupore, lo shock e la confusione vincono persino sulla paura e ti tengono seduta.
Lo realizzi soltanto dopo, quando al mattino ti svegli e ti senti a disagio, e senti quelle frasi e quei contatti fisici forzati ancora lì che ti aleggiano addosso. E ti abbracci istintivamente, perché senti che è stato brutto.
Ed è allora che ti rendi conto di quello che è successo. Quando, passato lo shock, ripercorri tutto a mente lucida. E ti casca addosso come una secchiata d'acqua gelida sulla testa la consapevolezza che quelle non erano semplicemente battute a sfondo sessuale, non erano contatti fisici da amico e nemmeno da uomo interessato, erano molestie.
Che proporre diamanti in cambio di prestazioni sessuali non è uno scherzo divertente e non è amicizia, che toccare ossessivamente una persona non è amicizia, che fare domande inopportune sulle parti intime non è amicizia, che cercare di togliere indumenti - qualsiasi siano, fosse anche una scarpa - non è amicizia.
E non è nemmeno provarci con una donna, cosa che non dovrebbe comunque fare, avendo una moglie che dice di amare tanto.
Sono molestie.
E la mia ingenuità nell'accettare un invito senza vederci malizia, la mia fiducia, la mia paralisi nel non reagire con urla e strepiti perché scioccata da tutto, non erano consenso, e soprattutto non erano reato.
Molestare sì.
Negare tutto al momento di rendere conto di quanto successo, inventare scuse assurde, riversare la colpa su di me, bloccarmi su ogni social per paura di affrontarmi, ignorarmi e fare finta di non vedermi e non sentirmi mentre urlo addosso di guardarmi in faccia non è reato, ma sicuramente un'implicita ammissione di colpa.
A cui né un eccesso di alcol né l'immaturità possono trovare giustificazione: per sfogare la libido repressa, esistono i porno.
Non le amicizie.

Ma forse la parte peggiore non sono nemmeno le molestie. Perché al dolore di averle subite, si aggiunge poi quello di non essere creduta.
Di raccontarlo, e vedere che le tue parole vengono messe in dubbio. Come se avessi qualche vantaggio nel raccontare che qualcuno a cui volevi bene, che credevi fosse un amico leale e sincero, ti ha invece tradita nel peggiore dei modi. Di vedere che nel frattempo, per pararsi il culo, la persona che ti ha fatto del male ha messo in giro una sua personale versione dei fatti, quella in cui presumibilmente tu sei visionaria e quei contatti fisici sgradevoli te li sei immaginati, mentre lui era assolutamente in buona fede, e con le mani in tasca.

Ho sempre avuto l'abitudine di conservare ogni messaggio scritto, ogni sms, ogni mail, ogni scambio verbale. Di non cancellare mai nessuna conversazione, da brava nostalgica a cui piace spesso rileggere le parole altrui.
E per una volta, la mia tendenza al collezionismo torna utile.
Perché la memoria può fallire, i gesti si possono fraintendere e travisare e l'alcol può ottenebrare i ricordi, ma le parole scritte restano.
Restano quei messaggi, apparentemente senza senso, in cui mi chiedeva se mi fidassi ad andare da lui, da sola; se sarei andata comunque, nel caso in cui gli altri amici non avessero potuto. Messaggi senza senso che ne hanno acquisito uno nel momento in cui ho capito, a posteriori, che gli interessava solo capire se avrebbe avuto campo libero per fare le sue schifose avances. Tanto nessuno avrebbe mai creduto che fosse capace di una cosa simile.
Restano le risposte deliranti, frettolose, paracule, bugiarde e piene di spergiuri a un fidanzato che chiedeva spiegazioni, formulate in trenta secondi, nel panico, senza riflettere.
Resta il blocco sui social. Resta tutto.
Restano tutte quelle parole che, anche se forse non valgono come prova legale, provano in modo incontrovertibile almeno la meschinità. La bassezza e lo squallore di chi pensava di approfittare di un momento di fragilità di un'amica per sfogare gli ormoni, come un quindicenne infoiato.
E resteranno, e saranno fatte leggere, a chiunque voglia ascoltare, a chiunque voglia credermi.
Perché non sono io che devo cambiare locale, incontrandoti. Non sono io che devo avere attacchi di panico e rischiare di svenire e soffocare. Non sono io che devo stare attenta a dove vado per evitarti, sei tu.
Sei tu che devi vergognarti, sei tu che devi stare male vedendomi. Non il contrario.
Sei tu che devi chiuderti in casa e provare disagio. Non io.

E ti prometto che è quello che succederà. Perché di tutte le frasi fatte del mondo, solo in una credo fermamente: l'onestà paga. Almeno alla lunga.
Io sono stata sincera per tutta la mia vita. E chiunque mi conosca un minimo, lo sa.

Ogni volta che qualcuno vi racconta qualcosa che vi sembra incredibile, chiedetevi sempre cosa ci guadagna nel farlo. Quale vantaggio ne trae.
Se la risposta è "nessuno", molto probabilmente vi sta dicendo la verità.
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Ci sono vittime di molestie sessuali che hanno la prontezza di reagire. Perché riconoscono i segnali, perché sono più lucide, meno ingenue, non so per quale motivo. Ma riescono a reagire. Urlano, mollano sberle, calci. Ma non tutte. Ci sono altre che restano talmente interdette da paralizzarsi....
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31/08/2020 21:08:59
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