"No, per favore".

31 agosto 2020 ore 21:08 segnala
Ci sono vittime di molestie sessuali che hanno la prontezza di reagire.
Perché riconoscono i segnali, perché sono più lucide, meno ingenue, non so per quale motivo. Ma riescono a reagire. Urlano, mollano sberle, calci.
Ma non tutte. Ci sono altre che restano talmente interdette da paralizzarsi. Perché non se lo aspettano. Perché a far loro del male sono persone di cui si fidano, da cui non possono immaginarsi azioni simili. E restano immobili e allucinate al punto da non rendersi nemmeno conto di cosa stia accadendo, prendendo consapevolezza che si tratta di molestie a tutti gli effetti solo in seguito. Dando così, forse, pure l'impressione di essere consenzienti. Quando in realtà, quello non è consenso: è shock. Annichilimento.

Io sono una di quelle. Non l'avrei creduto possibile, da persona aggressiva quale sono. E invece, semplicemente, a volte capita che abbassi le difese, che smetta di sentirmi sull'attenti, per qualche momento della mia vita. Perché non tutti possono essere sempre una minaccia, Cristo, soprattutto se sono persone che conosco.
Amici.
Con gli amici tendenzialmente non mi sento in pericolo. Perché sono amici, da anni. Si definiscono tali. E gli amici non ti fanno del male, se sono amici.
Se.
Ma non lo sono.

E lo scopri quando è troppo tardi, quando ti invitano a casa per mangiare un dolce e ti ritrovi con le mani addosso e le parole addosso e lo schifo addosso, ma sul momento non ti rendi conto, perchè Dio, siamo amici, ma cosa stai facendo, sei davvero tu?, forse dovrei scappare, forse dovrei dargli una sberla, forse dovrei, è molesto, ma è un amico, ma perchè un amico sta facendo questo?, ma perché ti avvicini così?, basta, ti ho detto di smetterla, basta, mi stai dando fastidio, basta, ti dico ancora basta forse smetti, alzi la voce e continui a dire basta ma rimani immobile, perché lo stupore, lo shock e la confusione vincono persino sulla paura e ti tengono seduta.
Lo realizzi soltanto dopo, quando al mattino ti svegli e ti senti a disagio, e senti quelle frasi e quei contatti fisici forzati ancora lì che ti aleggiano addosso. E ti abbracci istintivamente, perché senti che è stato brutto.
Ed è allora che ti rendi conto di quello che è successo. Quando, passato lo shock, ripercorri tutto a mente lucida. E ti casca addosso come una secchiata d'acqua gelida sulla testa la consapevolezza che quelle non erano semplicemente battute a sfondo sessuale, non erano contatti fisici da amico e nemmeno da uomo interessato, erano molestie.
Che proporre diamanti in cambio di prestazioni sessuali non è uno scherzo divertente e non è amicizia, che toccare ossessivamente una persona non è amicizia, che fare domande inopportune sulle parti intime non è amicizia, che cercare di togliere indumenti - qualsiasi siano, fosse anche una scarpa - non è amicizia.
E non è nemmeno provarci con una donna, cosa che non dovrebbe comunque fare, avendo una moglie che dice di amare tanto.
Sono molestie.
E la mia ingenuità nell'accettare un invito senza vederci malizia, la mia fiducia, la mia paralisi nel non reagire con urla e strepiti perché scioccata da tutto, non erano consenso, e soprattutto non erano reato.
Molestare sì.
Negare tutto al momento di rendere conto di quanto successo, inventare scuse assurde, riversare la colpa su di me, bloccarmi su ogni social per paura di affrontarmi, ignorarmi e fare finta di non vedermi e non sentirmi mentre urlo addosso di guardarmi in faccia non è reato, ma sicuramente un'implicita ammissione di colpa.
A cui né un eccesso di alcol né l'immaturità possono trovare giustificazione: per sfogare la libido repressa, esistono i porno.
Non le amicizie.

Ma forse la parte peggiore non sono nemmeno le molestie. Perché al dolore di averle subite, si aggiunge poi quello di non essere creduta.
Di raccontarlo, e vedere che le tue parole vengono messe in dubbio. Come se avessi qualche vantaggio nel raccontare che qualcuno a cui volevi bene, che credevi fosse un amico leale e sincero, ti ha invece tradita nel peggiore dei modi. Di vedere che nel frattempo, per pararsi il culo, la persona che ti ha fatto del male ha messo in giro una sua personale versione dei fatti, quella in cui presumibilmente tu sei visionaria e quei contatti fisici sgradevoli te li sei immaginati, mentre lui era assolutamente in buona fede, e con le mani in tasca.

Ho sempre avuto l'abitudine di conservare ogni messaggio scritto, ogni sms, ogni mail, ogni scambio verbale. Di non cancellare mai nessuna conversazione, da brava nostalgica a cui piace spesso rileggere le parole altrui.
E per una volta, la mia tendenza al collezionismo torna utile.
Perché la memoria può fallire, i gesti si possono fraintendere e travisare e l'alcol può ottenebrare i ricordi, ma le parole scritte restano.
Restano quei messaggi, apparentemente senza senso, in cui mi chiedeva se mi fidassi ad andare da lui, da sola; se sarei andata comunque, nel caso in cui gli altri amici non avessero potuto. Messaggi senza senso che ne hanno acquisito uno nel momento in cui ho capito, a posteriori, che gli interessava solo capire se avrebbe avuto campo libero per fare le sue schifose avances. Tanto nessuno avrebbe mai creduto che fosse capace di una cosa simile.
Restano le risposte deliranti, frettolose, paracule, bugiarde e piene di spergiuri a un fidanzato che chiedeva spiegazioni, formulate in trenta secondi, nel panico, senza riflettere.
Resta il blocco sui social. Resta tutto.
Restano tutte quelle parole che, anche se forse non valgono come prova legale, provano in modo incontrovertibile almeno la meschinità. La bassezza e lo squallore di chi pensava di approfittare di un momento di fragilità di un'amica per sfogare gli ormoni, come un quindicenne infoiato.
E resteranno, e saranno fatte leggere, a chiunque voglia ascoltare, a chiunque voglia credermi.
Perché non sono io che devo cambiare locale, incontrandoti. Non sono io che devo avere attacchi di panico e rischiare di svenire e soffocare. Non sono io che devo stare attenta a dove vado per evitarti, sei tu.
Sei tu che devi vergognarti, sei tu che devi stare male vedendomi. Non il contrario.
Sei tu che devi chiuderti in casa e provare disagio. Non io.

E ti prometto che è quello che succederà. Perché di tutte le frasi fatte del mondo, solo in una credo fermamente: l'onestà paga. Almeno alla lunga.
Io sono stata sincera per tutta la mia vita. E chiunque mi conosca un minimo, lo sa.

Ogni volta che qualcuno vi racconta qualcosa che vi sembra incredibile, chiedetevi sempre cosa ci guadagna nel farlo. Quale vantaggio ne trae.
Se la risposta è "nessuno", molto probabilmente vi sta dicendo la verità.
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Ci sono vittime di molestie sessuali che hanno la prontezza di reagire. Perché riconoscono i segnali, perché sono più lucide, meno ingenue, non so per quale motivo. Ma riescono a reagire. Urlano, mollano sberle, calci. Ma non tutte. Ci sono altre che restano talmente interdette da paralizzarsi....
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T S O

19 agosto 2020 ore 19:21 segnala
Di tizi con turbe psichiche, in 10 anni di Chatta, ne ho visti parecchi. Ma ce n'è uno che mi inquieta più di tutti e che temo sia realmente svalvolato e pericoloso.

Inizia come tante altre conversazioni: mi contatta, più o meno normalmente, e rispondo.
Ci chiacchiero qualche volta, ma è abbastanza urticante nei modi di fare, perciò ad un certo punto chiarisco di non voler più parlare, e all'insistenza, blocco.

Inizia una lunghissima e snervante attività di stalking. Il suddetto tizio comincia a comparire periodicamente, con nick sempre diversi, insultandomi nella mia bacheca e nei messaggi, per diversi mesi, forse anni. Lo ignoro e blocco sempre.

All'ennesima offesa gratuita, con l'ennesimo nick, rispondo per le rime, chiarendo che se gli sto così tanto antipatica potrebbe evitare di contattarmi anziché insistere. E inizia a blaterare che in realtà non pensava quelle cose, voleva solo attirare la mia attenzione, farsi rispondere, perché a lui piaceva così tanto parlare con me e io invece non volevo più, e lui era così dispiaciuto... inizio a subodorare una follia che va ben oltre lo stalking, ma decido di dargli corda per il semplice fatto che dandogli il contentino almeno evito di trovarmi pappardelle periodiche di insulti a caso.

Ma se l'avevo trovato urticante la prima volta, avevo buoni motivi, e infatti si riconferma urticante esattamente come allora, al punto che mi ritrovo a doverlo nuovamente bloccare per l'insostenibile pesantezza di ogni sua frase.

E ricomincia esattamente come prima, comparendo con ventordici nick diversi con cui mi insulta nella mia bacheca e in privato, in uno stalking assolutamente nonsense in cui mi vomita addosso di essere così e cosà quando una persona sana si limiterebbe a ignorare qualcuno che evidentemente ritiene essere una brutta persona.
Continuo a ignorarlo e bloccarlo ad ogni riapparizione.

Finché un bel giorno mi trovo un suo messaggio privato in cui, con gentilezza e candore, come se niente fosse, come se non mi stesse stalkerando e insultando da un paio di anni e non l'avesse fatto fino al giorno prima, mi chiede come sto e se finalmente ho trovato lavoro.

Ora, solo io penso che questo soggetto necessiti di un TSO immediato o qualcun altro condivide la preoccupazione che un elemento del genere sia effettivamente un cavallo pazzo e che devo pregare non sappia mai come mi chiamo e dove abito?
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Di tizi con turbe psichiche, in 10 anni di Chatta, ne ho visti parecchi. Ma ce n'è uno che mi inquieta più di tutti e che temo sia realmente svalvolato e pericoloso. Inizia come tante altre conversazioni: mi contatta, più o meno normalmente, e rispondo. Ci chiacchiero qualche volta, ma è...
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Imagine what happiness would be

07 giugno 2020 ore 20:02 segnala
Tua madre mi sorride mentre finisce di servire in tavola. "Altro pollo fritto, cara?" Acconsento, mi lascio riempire il piatto e anche un po' l'anima da tanta premura. Tu nel frattempo hai divorato quattro porzioni, discutendo con tuo padre dell'ultima uscita di qualche politico nel telegiornale dell'ora di pranzo. Io mi lascio coccolare dalla gentilezza delle donne di casa: perché finalmente mi sento a casa. La tua famiglia mi piace. Mi piace come mi ha accolta, mi piace che si sia creato un rapporto di cortesia sincera, di calore. Possiamo chiacchierare di libri, delle vacanze in programma, persino ridacchiare di te. Mi fanno tutti domande, si interessano a come va il mio lavoro, che sta finalmente ingranando.
Ho portato dei pasticcini anche se non c'è nessuna ricorrenza da festeggiare: mi sembrava carino, e so che ne siete tutti golosi. I sorrisi con cui è stato accolto il mio gesto mi sciolgono il cuore.
E' una domenica di sole, fuori fa caldo ma non ancora così tanto da soffrire. Per essere inizio estate, non potrei chiedere un clima migliore. In frigo ci aspettano anche i gelati, ma cerchiamo dignitosamente di aspettare l'ora di merenda, dopo tutto il ben di Dio che ha cucinato tua madre.
Ci piantiamo in giardino a prendere il sole: ho vinto anche le mie mille paranoie a stare in costume, ma in fondo in fondo sono state proprio quelle paranoie a spingermi a mettermi seriamente a dieta e tornare a fare attività fisica. Volevo essere la miglior versione di me stessa per starti accanto. Ogni tanto ironizzo ancora sui miei fianchi, mi rispondi lanciandomi addosso getti d'acqua dell'idrante. Finiamo a baciarci mezzi fradici, tra l'erba, le formiche e i vestiti appiccicaticci.
"Fa troppo caldo per stare fuori", mi dici, sudato e sfiancato dal sole delle tre di un giugno felice. Non potrei essere più d'accordo. Mi rimetto addosso i vestiti, quell'abito nero che ti piace tanto, che metto sempre nelle occasioni speciali. "Sei bellissima", mi dici mordendomi un orecchio.
Nella tua stanza si sta decisamente meglio, saranno i muri isolanti o forse essere mezzi bagnati. Il tentativo di far partire un film sul tuo computer si rivela tragicomico: non trovi il caricabatterie, e quando finalmente lo trovi internet si incanta su mille pubblicità. Adoro quando ti arrabbi e imprechi, ti rende ancora più desiderabile. Rido di gusto. Cerco di placarti baciandoti il collo e accarezzandoti i capelli, e finalmente ti calmi. "Se continui così non lo iniziamo più", è il tuo commento a fior di labbra, sorridendo, ormai più interessato ad altro che a guardare un film. Ma perseguiamo nel proposito originale: hai scelto tu il titolo, uno dei soliti inseguimenti tra gangster, fiumi di dollari e malavita.
A me non importa nulla. Non seguo un solo fotogramma, nemmeno presto attenzione ai titoli di testa. Appoggiata al tuo petto riesco a pensare soltanto alla bellezza del tuo corpo, ai contorni disegnati dalla penombra. Ti accarezzo la pancia nuda, rispondi sfiorandomi la mano. Probabilmente stai cercando di seguire realmente la trama, ma faccio del mio meglio per distrarti.
Sollevo la testa, mi appoggio all'incavo del tuo collo per poterti guardare meglio. Seguo con lo sguardo il tuo respiro, il petto che si alza e si abbassa. Seguo con la punta del dito la forma delle tue spalle, delle tue guance da bambino. Mi sento inondare da una sensazione di inebriante perfezione: è tutto così perfetto, è tutto come lo volevo. E' una domenica meravigliosa di inizio giugno in cui ti amo da una vita, tu ami me, adoro la tua famiglia e adoro passare il tempo con te e tutte le persone a te care. Abbassi il monitor del computer con un piede, mandi al diavolo il film, qualunque esso fosse, mi baci con un ardore indecente e cediamo entrambi, ritrovandoci in un intreccio di corpi e di mani, come ogni volta che siamo vicini.
Sono felice come non lo sono mai stata in vita mia, come una quindicenne alla prima cotta. E' solo una domenica di inizio estate di un anno come un altro, ma sono talmente schifosamente felice da volerla congelare per sempre insieme a quei gelati nel freezer che alla fine non mangeremo.

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Tua madre mi sorride mentre finisce di servire in tavola. "Altro pollo fritto, cara?" Acconsento, mi lascio riempire il piatto e anche un po' l'anima da tanta premura. Tu nel frattempo hai divorato quattro porzioni, discutendo con tuo padre dell'ultima uscita di qualche politico nel telegiornale...
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Let it snow on us

26 maggio 2020 ore 12:33 segnala
Arriverà un giorno, tra molti anni, in cui ti guarderai indietro, e scoprirai cosa significa davvero solitudine.
Sarà una sera d'inverno, intorno a Natale, mentre fuori inizia lentamente a nevicare e dalla strada arriva il vociare di bambini che giocano prima di chiudersi in casa, al caldo, ad aspettare le feste. Guarderai fuori dalla finestra, vedendo la vita che scorre. Una vita che ha continuato a scorrere senza di te, che ti sei lasciato scivolare tra le dita persone, emozioni, felicità, proprio come la neve farinosa che sta cadendo e non riesci ad afferrare.
Ti affaccerai, riconoscerai un volto tra tutte le persone che camminano, o ti sembrerà di riconoscerlo.

E ti chiederai come sarebbe stato.

Ti domanderai come sarebbe potuta andare se avessi avuto più coraggio. Se quella sera di tanti anni prima avessi messo da parte orgoglio e convinzioni, lasciandoti andare al calore di una persona invece di respingerla per paura di amare. Per paura di vivere.
Te lo chiederai e ti sentirai assalire da un'angoscia che ti fermerà il respiro in gola. Dal rimpianto per quello che sarebbe potuto essere. Dalla nostalgia, che ti farà crollare sul letto in cui dormi in solitudine da una vita credendo di aver fatto la scelta giusta.
E piangerai, sapendo che hai perso tutto. Che hai lasciato andare la tua unica possibilità di redenzione a una vita di errori e mancanze, stupida cocciutaggine, orgoglio inutile e tutte le scuse e paure a cui hai cercato di dare un nome, e che invece avevano soltanto il suo.

Non so fra quanti anni, non so quante stagioni passeranno, non so quanta neve si sarà depositata nelle nostre vite nel frattempo, ma succederà.
Ti prometto che succederà.
Arriverà quella sera d'inverno in cui mi cercherai e mi ritroverai soltanto fra i tuoi ricordi, annebbiati dal tempo. Vedrai il mio viso dai contorni sfuocati, ma vedrai i miei occhi gialli nitidi come se fossi ancora davanti a te, che ti guardano come allora, come il giorno in cui mi hai lasciata andare.

Soltanto allora ti renderai conto che solitudine significava un vuoto con la forma del mio corpo.

Ma quel giorno, probabilmente, sarà troppo tardi per riempirlo.

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Arriverà un giorno, tra molti anni, in cui ti guarderai indietro, e scoprirai cosa significa davvero solitudine. Sarà una sera d'inverno, intorno a Natale, mentre fuori inizia lentamente a nevicare e dalla strada arriva il vociare di bambini che giocano prima di chiudersi in casa, al caldo, ad...
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I don't give a damn

05 maggio 2020 ore 18:37 segnala
La libertà più grande che si possa raggiungere nella vita è quella di non dipendere mai, mai dallo sguardo altrui.
Ho passato anni della mia vita a preoccuparmi sempre di cosa potessero pensare gli altri. Non essere appariscente, non essere volgare, non essere così, non essere cosà. A un certo punto, e non senza un faticoso lavoro su me stessa, ho deciso che con l'opinione altrui potevo fare dei graziosi origami.
E ora non mi interessa un assoluto stracazzo di cosa pensino le persone. Anche perché tanto non mi interessano le persone.
Ho raggiunto un livello di autostima tale da non sentire minimamente il bisogno di approvazione sociale. Mai. In nessun aspetto della vita. A costo di sconfinare nell'arroganza, passare per quella a cui non sta mai bene niente, che giudica, che ha da dire su tutto e che si crede migliore degli altri. Spoiler: non mi credo migliore, lo sono. Fosse anche solo perché la mia materia cerebrale funziona e non rimane ad addobbare la scatola cranica per gli ospiti in visita. E non ho nessuna finta modestia nel sottolinearlo.
Sono perfettamente cosciente di risultare spesso insopportabile, per quello che dico, per come lo dico. E la cosa migliore è che non me ne importa niente di risultarlo. Lo considero un vanto personale.
Non me ne frega niente di piacere, di essere popolare, di raggiungere uno status, di avere i big like sui social, di essere come gli altri vorrebbero che fossi.
Sono sarcastica. Saccente. Acida. Pessimista, cinica, misantropa, asociale. Puntigliosa. E mi piace esserlo. Mi dà piacere sapere di essere una pigna in culo per gran parte del mondo. E mi piace non fare niente per nasconderlo, e non fingermi mai carina e accondiscendente. No: sono una rompicoglioni senza via d'uscita. Il mio animale totem probabilmente è una zanzara.
Ho da ridire su tutto, e lo ridico. Anche se può dare fastidio. Soprattutto se può dare fastidio.
Perché non mi interessa essere popolare, mi interessa essere sincera. E coerente.

E mi sento libera, non dovendomi preoccupare di piacere a chicchessia. Meno piaccio, più ne vado orgogliosa. Vuol dire che tutte le persone che fanno attualmente parte della mia vita, tutte quelle di cui mi sono circondata in questi anni, mi amano per quello che sono. E non hanno mai preteso che fossi diversa.

Tanto, le persone a cui non piaccio in genere non piacciono a me. Problema risolto.
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La libertà più grande che si possa raggiungere nella vita è quella di non dipendere mai, mai dallo sguardo altrui. Ho passato anni della mia vita a preoccuparmi sempre di cosa potessero pensare gli altri. Non essere appariscente, non essere volgare, non essere così, non essere cosà. A un certo...
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Un'insicurezza è per sempre

10 aprile 2020 ore 18:27 segnala
Si chiamava Alice, e fu l'incubo della mia adolescenza. A dodici anni non sai ancora un cazzo della vita, tutto quello che sai lo hai imparato da quelli di terza che hanno fumato lo spinello prima di te o hanno già i primi filarini, o dagli studenti delle superiori, che quando uscivano da scuola e passavano davanti al cancello non mancavano mai di insegnarci volgarità nuove e parole mai sentite prima.
E in quell'universo sconosciuto l'unico contatto con la terraferma erano quelle tre-quattro amiche che riuscivi faticosamente a ritagliarti in mezzo a quell'ammasso di stupidità che era l'adolescenza. Gli anni peggiori, l'adolescenza. Quelli in cui tra un brufolo e un apparecchio per i denti dovevi anche riuscire a costruirti un'identità.
Gran bello schifo.
Lei arrivò proprio al momento giusto, quando di apparecchi ne avevo quattro, e i brufoli non si potevano contare.
Arrivò giusto in tempo per portarmi via anche quelle quattro amiche che ero riuscita a farmi. La odiavo, la odiavo con tutte le mie forze, e a volte, a distanza di anni, se ci ripenso riesco ad odiarla ancora. Lei, con la sua chioma leonina, ispida, lei quasi barbuta, eppure tanto ammirata. Lei che a tredici anni aveva già le tette, e non c'era ragazzino brufoloso che non le sognasse di notte e non cercasse di allungare le mani. Lei, che bastava un suo gesto, per averli tutti ai suoi ordini, come una regina in mezzo agli schiavi, lei che bastava una parola sul tuo conto nelle orecchie giuste e poteva metterti contro il mondo intero.

A dodici anni per la prima volta in vita mia sperimentai la cattiveria umana. La odiai con tutte le forze che avevo in un corpo mingherlino e brufoloso, e stringevo i denti pensando che in fondo le scuole medie duravano poco, e poi sarebbe passato tutto. La paura, l'odio, le minacce, la cattiveria, e anche i brufoli. Magari sarei diventata bella, e lei, quel mostruoso barile pieno di peli e capelli e con le tette enormi, si sarebbe ritrovata un giorno sola, sempre grassa, sempre brutta, ma sola.
Alla fine non è andata così, Alice è dimagrita, i suoi occhi sono sempre luminosi e verdi e le sue tette sempre grandi, e chissà a quanti altri ragazzini e poi uomini hanno tolto il sonno. E c'è qualcuno che la ama, e forse non sa che dentro di lei c'è un mostro. Forse non l'ha mai raccontato, forse non se n'è mai resa conto, e per lei quegli anni rappresentano semplicemente l'immagine ingenua di un'adolescenza finita che nemmeno si ricorda nitidamente.
Non sa che mentre la sua finiva, la mia ricominciava da capo e continuava per anni, perchè quella che avrebbe dovuto esserci me l'aveva distrutta, fatta a pezzi, accartocciata su se stessa, tagliata a brandelli e rovinata per sempre, rovinando me. Non sa che mentre lei diventava una donna, io ero ancora intrappolata nei miei tredici anni, nelle mie insicurezze, nelle mie paure, nella mia timidezza, nella mia incapacità di affrontare il mondo, nella mia lotta contro lo specchio, nella gabbia dove lei senza nemmeno rendersene conto mi aveva rinchiusa, e dove sono stata rinchiusa per anni e anni dopo l'adolescenza, e dove a volte ancora mi ritrovo in alcuni momenti.
Alice non sa di aver rovinato una persona, Alice è diventata una donna e io sono rimasta un'eterna adolescente. Non ho più i brufoli e l'apparecchio, ma sulla pelle ho un sacco di cicatrici, e nell'anima ne ho di più, e tutto quel ferro mi si è avvinghiato intorno come filo spinato e mi impedisce di avere contatti col mondo esterno. Non sa che ancora oggi a volte mi guardo riflessa nello specchio, e risento la sua voce cattiva, la sua risata perfida, le sue battute crudeli, non sa che ho una paura terribile a stringere legami, non sa quanta fatica faccio a relazionarmi con le persone senza rivedermela davanti, non sa che a volte devo prendermi a schiaffi per non pensare che non valgo nulla, non sa niente di tutto questo.
Non sa che anche se i miei brufoli sono spariti, la mia adolescenza non è mai finita, che non ho mai finito di lottare contro lo specchio, di non accettarmi, di litigare col mio corpo e di cambiare identità, e che non ne ho mai raggiunta una definitiva.
Alice non sa di aver creato un mostro invincibile.

I brufoli spariscono, le Alici te le porti dietro per sempre.

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Si chiamava Alice, e fu l'incubo della mia adolescenza. A dodici anni non sai ancora un cazzo della vita, tutto quello che sai lo hai imparato da quelli di terza che hanno fumato lo spinello prima di te o hanno già i primi filarini, o dagli studenti delle superiori, che quando uscivano da scuola e...
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19 novembre 2019 ore 13:47 segnala
E alla fine sono tornati gli attacchi di panico. Quegli attimi tremendi in cui senti mancare il respiro, come se qualcuno ti stesse risucchiando l'aria dai polmoni. In apnea, tra lacrime e urla.
E per scatenare il vortice è bastato vedere le finestre della tua casa tutte sbarrate, quelle finestre che non aprirai mai più.

Non ho mai avuto la pretesa di trattenerti in questo mondo. Desiderare il tuo ritorno sarebbe quanto di più egoistico potessi chiedere, dopo averti vista soffrire in modo così atroce e straziante.
Era giusto così, è la vita. E' un cerchio che si chiude. Doveva succedere, ero preparata. Hai smesso di soffrire. Ora sei in pace. Frasi che mi ripeto e mi vengono ripetute, ma che non riescono a riempire la voragine che mi si è scavata nel petto fino a procurarmi quasi un dolore fisico come reazione alla mancanza.
Io non vorrei che tornassi. Non sarebbe giusto.
Sono io che vorrei tornare.
Tornare a quando eri in salute. Dolce, forte, affettuosa. Tornare a sciogliermi tra i tuoi abbracci. Tornare a tutti i momenti vissuti insieme. Tornare persino alle tue ultime settimane, per stringerti la mano più forte, per risentire la tua voce. Perché Dio se mi manca la tua voce dolce, l'unica cosa rimasta di te anche quando la malattia si era già portata via la tua mente; ma la tua voce che mi chiamava, e l'amore che traboccava da quel semplice pronunciare il mio nome, quella non me la restituisce nessuno.
Vorrei tornare al tuo ultimo Natale, al tuo ultimo compleanno. Vorrei abbracciarti sapendo che è l'ultimo.
Non vorrei che tu tornassi, vorrei tornare indietro io solo per poterti rivedere ancora una volta.

Ma il tempo scorre solo in avanti e io non posso tornare indietro. Posso solo sperare che non finisca tutto qui. Che tu esista ancora, in una dimensione extracorporea, sotto forma di angelo o di energia, di spirito o di luce, purchè esista. Che tu mi possa ancora sentire. Che io ti possa sentire in qualche modo.

Perchè sì, che vivrai dentro di me, come tutti mi ripetono, lo sapevo già. Sei sempre stata dentro di me, occupando ogni spazio della mia esistenza.
Ma quello che io vado cercando come una disperata sono risposte più alte che forse soltanto la fede in un Dio può concedere.

Forse solo il tempo potrà lenire il dolore. Ma nemmeno cento anni colmeranno il vuoto che hai lasciato.
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E alla fine sono tornati gli attacchi di panico. Quegli attimi tremendi in cui senti mancare il respiro, come se qualcuno ti stesse risucchiando l'aria dai polmoni. In apnea, tra lacrime e urla. E per scatenare il vortice è bastato vedere le finestre della tua casa tutte sbarrate, quelle finestre...
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Avete vinto voi

18 novembre 2019 ore 14:46 segnala
Alla fine hanno vinto loro.
Hanno vinto quelli del "non hai abbastanza esperienza", del "abbiamo bisogno di qualcuno che sappia già farlo", "al massimo possiamo proporti uno stage perchè ci sarebbe troppa formazione da fare su di te per assumerti", "serve per forza un periodo di reciproca conoscenza" "ci dispiace ma ci serve una figura autonoma".
Hanno vinto.
Perché a forza di essere trattata come una minorata mentale a cui nonostante una laurea, una specializzazione, un corso di formazione e tre anni di esperienza serve spiegare le cose con le illustrazioni, io stessa ho smesso di credere in quello che so realmente fare.
So scrivere? So fare attività di copywriting?
Non lo so. Non lo so più. Lo faccio da una vita ma a forza di sentirmelo chiedere inizio a dubitarne, penso che sì, l'ho fatto ma comunque non come vogliono loro, non a livello professionale, non nel loro campo, quindi forse non va bene come lo faccio e forse davvero non ne sono capace quindi perché dovrebbero chiamare me.
Questi sono i trip mentali che scattano nella testa di una persona dopo tredici rifiuti.
Non bastano nemmeno le parole di apprezzamento su qualche piccolo lavoro nel settore, né quelle di incoraggiamento del recruiter che valorizza quello che sei ma che tanto comunque non può assumerti perchè, di nuovo, non hai esperienza.
Va bene. Avete ragione. Avete vinto. Non ce l'ho. Non so fare nulla di quello che chiedete.
Ho smesso di mandare cv, ho smesso di dire che è ingiusto accettare stage con tre anni di esperienza, ho smesso di provarci quando mi viene richiesto di presentare progetti in fase di candidatura. Non li mando e rifiuto di proseguire l'iter. Non so farli. Non sono in grado. Non ho abbastanza competenze. Come mi ripetete da sei mesi a questa parte.
Accetterò anche gli stage a 500 euro e due pedate, tanto questo è il livello a cui posso aspirare con le competenze che ho al momento.
Non so cosa dire.

Continuo però a chiedermi cosa sono rimasta a fare per un anno e mezzo nella stessa azienda che mi faceva schifo, a rispondere alle mail per otto ore al giorno fino a farmi venire un esaurimento nervoso, sangue nella tosse e problemi gastrici, se tanto anche dopo questa esperienza comunque il mio livello è ancora quello di una neolaureata che non sa far nulla.

Perché non vai all'estero?

29 ottobre 2019 ore 16:06 segnala
Io non brillerò per simpatia e disponibilità al dialogo, ma di fronte alle domande idiote non riesco ad essere pacata e tranquilla.

Ora proverò a spiegarlo, che al ventordicesimo "ma perché non vai all'estero?" le mie gonadi sono a cubetti.

1) Questa domanda si fa quando si conosce il contesto. Dirlo a qualcuno di cui non sai non dico le competenze, il settore, il tipo di formazione, ma manco IL NOME, è come dire a un calvo di andare dal parrucchiere. A caso. Non ha senso, non è un consiglio. E' una cagata sparata per dire qualcosa e non ha nessuna utilità. Credo che una persona ci arrivi da sola a questa soluzione, se praticabile, senza bisogno che qualcuno glielo suggerisca.
2) Ho una laurea umanistica. E' carta igienica qua, figurarsi all'estero.
3) Non mi assumono qua, dove ho padronanza perfetta della lingua - peraltro richiesta visto il settore - e dovrebbero farlo in un posto dove non sono neanche madrelingua?
4) Per andarci e fare la lavapiatti, allora posso lavare i piatti anche in una trattoria dietro casa, che almeno faccio girare l'economia italiana.
5) Per andarci e fare comunque un lavoro di merda che non mi gratifica, che cazzo ci vado a fare? Per portare a casa uno stipendio, buttarne metà nell'affitto di una casa fatiscente nei sobborghi di Londra e deprimermi perchè sono a millemila km da tutti i miei affetti?
Bella vita di merda, a sto punto meglio la cassiera all'Esselunga, almeno se hai bisogno sei a 15 minuti da qualunque cosa.
6) Io sono figlia unica. Mia madre è figlia unica. Questo significa che se un giorno i miei genitori, che presumibilmente diventeranno anziani, avranno bisogno DI QUALSIASI COSA, potranno contare soltanto su di me. E ho già visto com'è prendersi cura di una persona anziana e malata quando non hai fratelli e una sola figlia, quindi di che cazzo stiamo parlando? Sul serio, di cosa? Mia madre peraltro è paziente oncologica, quindi di che cazzo parliamo? "Non lo sapevo" appunto, quindi che cazzo di consiglio a caso è "perchè non vai all'estero"?
Vi sbatterei la testa sul marmo della lapide di mia nonna, spiegherebbe il mio "ecco perché" più di centomila parole.

E niente, ecco "perché non vado all'estero". Eccoli i motivi, più di uno, tutti logici, tutti sensati, talmente tanto da risultare ovvi. Perché ripeto, se una persona ha la possibilità di farlo, ci pensa da sola a questa soluzione drastica. Se non ci va non è che "non ha mai pensato di", E' CHE NON PUO'.
Oppure NON VUOLE, per i motivi sopracitati.

E la cosa più ridicola è che vi offendiate pure perché vi si dice che aprite la bocca solo per darle fiato. Perchè è questo che fate quando consigliate a una persona, senza sapere niente del suo background culturale, familiare, economico, di "andare all'estero". Come se fosse la panacea di tutti i mali del mondo.

Evitateli i consigli nonsense, specie quando nessuno ve li ha chiesti.
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Io non brillerò per simpatia e disponibilità al dialogo, ma di fronte alle domande idiote non riesco ad essere pacata e tranquilla. Ora proverò a spiegarlo, che al ventordicesimo "ma perché non vai all'estero?" le mie gonadi sono a cubetti. 1) Questa domanda si fa quando si conosce il contesto....
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That's why vi odio tutti

18 ottobre 2017 ore 14:45 segnala
Vi odio tutti perchè siete stupidi.
Perché non riuscireste a fare un ragionamento logico nemmeno con l'aiuto di una calcolatrice.
Perchè quello che avete nella scatola cranica lo usate solamente per sopravvivere come babbuini mossi unicamente dall'istinto, e non come esseri umani.

Devo ammettere che venire qui è la mia forma di kitsch personale: osservare qualcosa di tanto brutto da risultare affascinante, sprofondare negli abissi della pochezza umana e riemergerne sconvolta, è un passatempo interessante e permette di conoscere e scoprire molto della razza umana. L'osservazione è conoscenza, e ho conosciuto un'infinità di cose solo osservando la stupidità che trasuda da certuni.

Quando hanno davanti un palese blocco di ghiaccio, nella sua solidità e trasparenza, e riescono a scambiarlo per una medusa, per una lamiera, per un sacchetto di plastica, per un fossile (!!!), per un corallo, per un pesce, per un trancio di pesce spada, non riuscendo a collegare gli elementi che hanno sotto gli occhi e dando la colpa alle dimensioni della foto. Come se poi avesse senso scattarsi fotografie con in mano dei rifiuti.

Quando hai appena finito di dire che stai cercando lavoro e ti chiedono se convivi, perchè non riescono a mettere insieme che senza un lavoro = senza soldi = senza casa e perché nella loro mente i fidanzati sono tutti milionari da poter mantenere convivenze e e fidanzate tutte approfittatrici mantenute.

Quando ti chiedono i dati anagrafici che hanno sotto gli occhi e alla tua risposta di leggerli contrattaccano con "ma a volte si scrivono falsità" non riuscendo a comprendere che se rispondo che sono scritti è perchè corrispondono, che se una persona vuole mantenere l'anonimato non li rivelerà comunque, che se Tizio fa così non per forza lo deve fare anche Caia. O quando insistono perchè vogliono "sentirli da te", come se sul profilo invece li avesse scritti qualcun altro. Come se al supermercato chiamassero i commessi per farsi dire i prezzi anzichè leggerli, perchè "potrebbero essere falsi" o "per sentirseli dire".

Quando scrivono errori grammaticali tremendi e se li correggi anziché ammettere un errore danno la colpa al T9 che ha smesso di esistere con l'ultimo Nokia del 2008, o saltano su come molle perchè sei una professorina del cazzo e loro non sono a un esame e scrivono come vogliono, e cioè come dei babbuini che alle scuole elementari si scaccolavano anzichè imparare la differenza tra verbi e congiunzioni.

Quando leggono che sei fidanzata e quindi il tuo fidanzato dovrebbe essere geloso di quattro scemi che provano a rimorchiare in modo patetico dietro un monitor con copiaincolla, selfie a torso nudo e altri metodi da subumani, obiettano che "ma qui la gente ci prova" e non arrivano al concetto che la gente ci prova ovunque, anche nei bagni pubblici, e che almeno qua se ti rompe puoi bloccarla.

Quando propongono uscite ancora prima di sapere come ti chiami perchè "che ne sai che potremmo scoprire di piacerci", obietti che allora prima magari lo si dovrebbe scoprire e poi invitare e non viceversa.

Quando propongono uscite nonostante tu abbia spiegato a chiare lettere che non ti interessa e allora cosa ci fai qua, perchè non arrivano nemmeno a capire che non siamo su Tinder e non sei obbligata a cercare l'anima gemella in chat.

Quando provi con tutta la calma del mondo a spiegare che no, se non so neanche chi sei non ti lascio né il mio numero né vengo con te in vacanza, ma non riescono a capire perché rifiuti perchè per loro è la cosa più normale del mondo.

Quando usano il "carina" come fosse un super complimentone aspettandosi profluvi di ringraziamenti, provi a obiettare che se lo usassero con una fidanzata che ha passato tre ore a prepararsi li prenderebbe a borsettate in faccia e insistono nella loro interpretazione secondo cui "carina" in realtà vuol dire "stupenda", perchè la lingua italiana è un optional e i significati delle parole li attribuiscono loro, ma intanto con "carina" non hanno ancora rimorchiato e a trentasette anni sono ancora single.

Quando sganciano complimenti totalmente random solo per fare conversazione e si stupiscono se non li calcoli minimamente o non ringrazi, salvo poi lasciar intendere che è perchè "pensavano di fare una gentilezza" che nessuno gli ha chiesto di usare o perchè non sapevano in che altro modo salvare una conversazione morta venti minuti prima.

Quando si ostinano a fare commenti estetici su foto in cui non si vede nemmeno bene la faccia, o peggio commentano il tuo peso/fisico che nemmeno compare in foto, o si lanciano in commenti consolatori sul tuo grasso corporeo perchè ma va, mica hai bisogno di dimagrire tu, e fa niente se non ti hanno mai vista, è giusto per dirlo.

Quando si inventano di essere fotografi di moda, stilisti, talent scout alla ricerca di modelle/attrici perchè certo, le agenzie recruitano tramite una chat dove neanche si è sicuri che la foto corrisponda alla persona, a caso e senza nemmeno mezza misura, ma soprattutto recruitano tramite chat quando sono invase da book di modelle e mai nella vita andrebbero a cercarsele loro, per non parlare delle capacità recitative che notoriamente traspaiono da un monitor.

Quando si inventano lavori fantasiosi e inesistenti nella speranza di fare colpo e poi da superdirigenti di banca non riescono nemmeno a costruire un periodo completo nella propria lingua madre.

Quando leggono qualcosa e dando prova di tutto il proprio analfabetismo funzionale capiscono l'esatto contrario di quello che hai scritto o rispondono con cose totalmente off-topic.

Quando contattano con insulti o provocazioni o infastidendoti sperando di risultare brillanti e invece risultano solo pigne in culo perchè non capiscono che dando fastidio alla gente non verranno mai calcolati.

Quando gli stai sulle palle e invece di ignorarti come suggerirebbe il buonsenso vanno avanti a contattarti, rincorrerti, starti appresso e stalkerarti.

Quando fanno mille e altre cento di queste cazzate dimostrando di essere completi decerebrati incapaci di usare logica, buonsenso, razionalità e qualsiasi altra capacità intellettiva, e stare qui diventa un tuffo nel trash che Tina Cipollari levati che non vedo bene tutta questa meravigliosa e stupefacente stupidità umana.
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Vi odio tutti perchè siete stupidi. Perché non riuscireste a fare un ragionamento logico nemmeno con l'aiuto di una calcolatrice. Perchè quello che avete nella scatola cranica lo usate solamente per sopravvivere come babbuini mossi unicamente dall'istinto, e non come esseri umani. Devo ammettere...
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