Non volete una figlia velina? Insegnatele l’autostima

18 aprile 2011 ore 19:53 segnala
Metti un pomeriggio a discutere cinque ragazze dai venti ai 29 anni (Marica, Linda, Francesca, Elena, Giulietta) con Michela Marzano, brillante filosofa italiana che insegna a Parigi e che con il libro Sii bella e stai zitta ha imposto in Italia il tema della resa al codice unico di bellezza, e all’uso del corpo delle donne come merce di scambio e scorciatoia verso il successo.

Subito si impone fra gli altri il problema della mancanza di autostima, nodo cruciale dell’identità femminile perché una maggior fiducia in sé, eviterebbe alle donne molte fatiche e garantirebbe loro qualche scatto di carriera in più e ruoli da leader.

E, a voler essere ottimisti, forse ci ritroveremmo anche con qualche escort in meno.
Ma l’autostima non la si compra al supermercato, e neppure leggendo manuali a base di facili ricette, la si costruisce lentamente e ha radici nell’infanzia e per questo “bisognerebbe lavorare in maniera nuova soprattutto sulle bambine, con l’educazione”. Fateci caso, suggerisce la filosofa, in genere se i maschietti sbagliano vengono subito perdonati e incoraggiati sempre con un bel “non importa”, che li porterà a essere indulgenti con se stessi, mentre le bambine anche quando fanno bene si sentono rivolgere un “potevi far meglio” che le accompagnerà come un mantra per tutta la vita. Ecco perché ancor oggi le ragazze faticano a valutare i propri talenti, mentre per un uomo è più facile avere fiducia in sé, e Marzano racconta di essere sconvolta nel constatare queste diversità fra i suoi studenti: i ragazzi perlopiù sono convinti di aver scritto una tesi geniale e lo restano anche quando io dico che francamente è mediocre. Mentre le ragazze non riescono a convincersi di avere fatto un lavoro eccellente neppure se glielo confermo io.

Fiducia in sé non vuol dunque dire cullarsi in fallaci sensi di onnipotenza e farci andare in giro a petto in fuori: “Tutti abbiamo paura, solo chi mente non ha paura” continua Marzano colloquiando con le giovani studentesse e le lavoratrici milanesi. “Io ho paura quando a lezione a Parigi mi arrivano davanti 500 sconosciuti e perdipiù pronti a beccarmi su quel po’ di accento che mi è rimasto. Siamo tutti fragili abbiamo bisogno di essere coccolati e incoraggiati, ma autostima non vuol dire diventare palloni gonfiati. Per questo proporrei una definizione minima di fiducia in sé:

la capacità di risollevarsi quando si cade. Piango e mi rialzo. Ogni volta, senza arrendermi”.
E voi, avete vostra definizione, minima o massima, di autostima? Un segreto per affrontare con equilibrata dose di fiducia in sé le prove, le sfide, il successo e il fallimento?

Linea 64

14 aprile 2011 ore 01:57 segnala
Le fredde linee dell''autobus apparvero sulla nebbiosa traccia d'asfalto, precedute dall'inconfondibile baccano che quei vecchi e nervosi modelli della Fiat facevano.
Si era chiesto mille volte che senso avesse coprire con la linea 64 una tratta così insignificante, quella che dall'ospedale San Carlo andava al Giambellino: luoghi tetri ai suoi occhi ingenui frequentati da ombre nervose alla perenne ricerca di una traccia. Oggi invece tutto appariva come un beffardo piano studiato dal destino: quella linea non era frequentata praticamente da nessuno, i bus erano perennemente vuoti, ma oggi lui doveva incontrare Lei, su quell'autobus. E' per quello che a linea era stata creata due anni prima, perché le loro mani quella sera potessero sfiorarsi, perché gli sguardi si potessero abbracciare, gli odori compenetrare, perché altrimenti? Non c'era altra spiegazione plausibile, no..Incredibilmente nessuno di quei sei viaggiatori distrattamente e silenziosamente seduti sulle scomode poltrone di plastica arancione poteva immaginare che a quella fermata anonima, in quel momento, in un tardo autunno milanese,potesse trovare finalmente un senso la scellerata idea dell'Atm, l'azienda dei Trasporti di Milano di creare quella linea 64.
Lui salì sul mezzo, frastornato e stordito dalla ciclone di emozioni che lo avevano tenuto per tutto il pomeriggio: troppo atteso quell'incontro, troppo sognato nel palpitare di un'eccitazione inebriante ma sempre più ingovernabile. Era attratto dall'effetto che Lei gli faceva, allo stesso tempo completamente terrorizzato nello scoprirsi indifeso, senza via di scampo, in balia...
“Sono perduto, Lei mi potrebbe chiedere di andare dal conducente, strappargli il volante e di condurla in mezzo alle nebbie dei navigli, e io lo farei senza esitare...Una voragine si sta impossessando della mia volontà...non resisterò”.
La smunta luce del neon dell'autobus rendeva il viso di Lei, i suoi capelli biondi, gli occhi azzurri, la pelle giallastra ancora più diafani, quasi immateriali...Lui si sentì completamente schiacciato: non doveva salire su quel mezzo, non avrebbe dovuto attendere quel momento per tutto un pomeriggio, non avrebbe dovuto contare uno a uno i palpiti del suo cuore, sperando di sentire sussurrare il suo nome...non doveva lasciarsi travolgere, non doveva...e quella linea pubblica non doveva esistere, non aveva senso, tanto non la prendeva nessuno...a chi serviva? Sembrava fatta apposta per vederlo lì in piedi, in preda al delirio, ai fantasmi...
“Eccoti gli appunti, grazie...per avermeli prestati”. Il quaderno scivolò dalle sue mani. Era incredibile come riuscisse a fare con grazia anche un gesto così banale, in luogo così sconcio e inutile...
“Figurati...se ne hai ancora bisogno”...avrebbe voluto gridarle il potere dell'estasi in cui era stato trascinato...ma nessun'altra parola riusciva ad uscire dal suo petto, un devastante terremoto aveva seppellito tutto...
“Ciao io scendo qui....”. Era in preda al terrore, un vero e profondo terrore per quello che gli stava succedendo, quasi senza che lui potesse farci nulla. Il terrore della forza di certe sensazioni che gli mostravano i bordi di un precipizio in cui sapeva benissimo si sarebbe gettato senza remora, in una caduta vertiginosa, alla quale non avrebbe mai rinunciato, per nulla al mondo. Lo sapeva, lo sapeva da sempre, ma adesso, di fronte a Lei, il suo odore che in un istante aveva penetrato tutte le sue difese...
In verità, Lei, non amava molto profumarsi, si metteva dietro le orecchie una impercettibile goccia di essenza di rose... Ma lui da sempre aveva avuto con l'olfatto la capacità di rivivere le più formidabili gallerie di sensazioni, immagini e ricordi...era sufficiente un leggero soffio perché lui si tuffasse in momenti che credeva definitivamente sopiti. Non poteva farci nulla, era impossibile che un odore lo lasciasse senza segno.
Quella sera bastò un leggero soffio, confuso nell'afrore delle plastiche e dei metalli del mezzo, affogato nell'umido e nello smog della serata invernale milanese, un leggero ed innocente soffio, per fargli provare l'estasi...
“Ma non resti con me ancora una fermata? Dai...”. Avrebbe fatto avanti e indietro cento volte su quella stupida linea, fino a che il conducente non l'avesse fatto scendere a forza davanti al deposito di via Novara, a fine turno...
Lei era di fronte....una fermata in più? Neanche la soddisfazione dell'ultimo desiderio in un condannato sarebbe stata più benefattrice.. Ma non riusciva ad essere pervaso da questo benessere...il terrore di perderlo lo affossava ineluttabilmente.
“ No scusa devo proprio andare...ciao”...
Il profilo arancione si allungava nell'apatia di quella sera...Lei non aveva detto nulla, gli aveva rivolto un sorriso triste...lui si era sentito cadere nel vuoto, ma atterrò sull'asfalto della fermata...
“ Che linea stupida questa 64, ma chi è che la prende?” si domandava ripetendone ossessivamente la scansione delle fermate...ad un tratto si fermò, guardò in lontananza il mezzo che superava con Lei il semaforo, e si scoprì in compagnia di una orrenda disperazione...

Depeche Mode

13 aprile 2011 ore 00:02 segnala
Shake the disease

The Christians

09 aprile 2011 ore 23:12 segnala
The Bottle