You won't be fooled by this

05 settembre 2009 ore 17:19 segnala
Ho uno spazzolino, uno shampoo e una spazzola di un curioso color rosa su una mensola del mio bagno. Non sono miei, ma della ragazza che rimane a dormire da me. Ormai con una certa frequenza.
Inizio a pensare di essere fregato.

Lo speciale su Bob Soul.

03 settembre 2009 ore 02:39 segnala
Dopo i fatti di Parigi, Bob si rifiutò di condividere la sua figura iconica con estranei. Si sentì tradito dalla sua stessa innovazione, dallo spirito di un ventunesimo secolo che solo lui intravedeva nelle macerie del precedente. Gli altri strizzavano gli occhi fra la polvere del manierismo musicale, vedendo solo Bob come un dissacrante pupazzo dello scandalo.
Non ne fu felice.
Strappò un contratto da migliaia di sterline con la Electromouse, uno dei massimi picchi nella vita di ogni artista sperimentale. Chiese che il suo nome venisse cancellato dalle canottiere larghe e fluo che iniziavano a infettare le periferie della città come sifilide. Ma, soprattutto, iniziò a chiedere che ogni fonte su internet che lo prendesse in considerazione venisse cancellata.
Su internet, certo, ma non poteva cancellare le poche testimonianze cartacee. Nel 2007 Bob concesse la sua ultima intervista alla rivista «Musique par Coeur», fallita nel 2008 dopo un misterioso incendio doloso.
Mi diede una copia autografata del giornale lui, a suo tempo. Si voleva scusare per avermi sfasciato l'auto a Viareggio ed essere poi scappato da una body artist a Marsiglia. Non mi ha mai spiegato perché si fosse portato via la ruota di scorta e la tanichetta dell'olio.
Per ricambiare il favore, grazie alla traduzione di F.T., riporto un estratto di «Musique par Coeur», numero 5, anno I.

Il Craque [intraducibile, simile a "la nuova promessa" N.d.T.] apolide che infiammerà Parigi: Bob Soul.

Musique par Coeur: Un sacco di gente parla di te, ultimamente.
Bob Soul: Un sacco di gente parla di un sacco di roba, ultimamente. A dir la verità funziona così da quando il problema di cagarsi addosso al primo stimolo divenne superato.
MpC: Un attacco di improvvisa umiltà? Non si direbbe mai, da un personaggio come te.
BS: No, era solo una doverosa precisazione.
MpC: Ci vuoi raccontare qualcosa del tuo ultimo lavoro, Obliterazioni?
BS: Rappresenta un po' il primo stadio dell'arte alchemica, la cosiddetta nigredine. È la purificazione delle strutture armoniche dai facili istinti di pancia, quindi profondamente sessuali. È un progetto dal piccolo respiro, rispetto a quello che farò in futuro. Rimane infatti una traccia melodica profonda, a ben vedere.
MpC: Qualcuno ha accostato il tuo stile a quello di un Boyde Rice ancor più lisergico e rumoroso.
BS: Quel qualcuno probabilmente sei te, se conosco come vi esprimete voi giornalisti. Siete peggio delle fighe, per quanto riguarda i sottintesi. E no, ciccio, è un paragone del cazzo.
MpC: Accidenti, bello diretto. Come definiresti allora la tua musica?
BS: Tu come ti definiresti?
MpC: In che senso?
BS: Tu, in quanto persona, come ti definiresti?
MpC: Non so, un tipo apposto.
BS: Se queste sono le parole che usi per sintetizzare un essere umano, allora ok: la mia è una musica apposto.
MpC: Lasciando stare gli insulti alla mia professionalità, andiamo avanti. Dopo il successo a Manchester, pochi mesi dopo l'arrivo nella Capitale sei riuscito a ritagliarti serate al Rex Club. Come ci si sente a calcare lo stesso palco di gente come i Daft Punk?
BS: Come pisciare nella stessa latrina di Sarkozy. Sei sopraffatto dalla sensazione liberatoria per fottertene di chi ci è passato un momento prima.
MpC: Hai un certo seguito nelle banlieue, specialmente dopo le tue performance live con il cantante magrebino Cheb Aissa. Viste le recenti crisi in questi quartieri parigini, pensi che le fusioni musicali possano aiutare a smussare gli angoli della crisi sociale?
BS: Le persone scopano a prescindere dalla razza, un motivo ci sarà. L'ibridazione è un normale processo evolutivo. Nella musica succede spesso. E quello che succede nella musica, creazione umana, è spesso un riflesso di dinamiche sociali. Ai miei fan nordafricani consiglio di lasciarsi andare, tanto comunque chiavano e bevono come un qualsiasi rottinculo puramente francese.
MpC: Tu del resto sei anche figlio di questa mistura di etnie.
BS: Anche tu, tutti lo siamo. La mia è solo più recente.
MpC: Come mai ti chiamano il nero albrino?
BS: Per questioni estetiche. Sono biondo, riccio, con il naso camuso e le labbra carnose. Poco da aggiungere, in merito. Niente a che vedere con la mia musica e le mie idee, quindi lascerei cadere il discorso.
MpC: Nonostante le tue radici italiane, non hai mai vissuto in una Nazione per più di qualche anno. Una scelta o una necessità?
BS: Le scelte sono solo maschere dell'ineffabile. Si fa quel che si deve, generalmente. Che ci piaccia o meno.
MpC: Qualcosa da dire alla Francia, prima di lasciarti stare?
BS: No. Non conosco la Francia. Ci siamo solo visti qualche volta, non di più.

Pensieri a caso a casa.

01 settembre 2009 ore 14:07 segnala
  • Il caffè in vetro ha un sapore più gradevole. Sicuramente è qualcosa di collegato alla dispersione dell'aroma, ma preferisco credere sia dovuto al fatto che i bicchieri sono più carini.
  • I video musicali delle canzoni house mi trasformano in un moralista indignato da quattro lire, evento straordinario a dir poco. Non so, la sovraesposizione di tette e culi mi rende un panda triste. Sembra il mercato generale delle carni. Di maiale.
  • Potessi, girerei sempre a piedi nudi. MI piace gustarmi il tatto anche dei talloni e della pianta del piede. Il solletico dell'erba umida fra le dita migliora anche la più merdosa delle giornate di merda.
  • La Marvel è stata acquisita dal gruppo Disney. È come scoprire un giorno che Babbo Natale è sfruttato dagli emiri come trivella per estrarre petrolio. Nudo.
  • Se sento nel raggio di tre chilometri nominare a vuoto l'amore, entro in frenesia omicida. Malefici banalizzatori. Non si parla d'amore, è ridondante. Silenzi, abbracci, capelli sciolti e pettinati in un bagno caldo. Non serve altro.
  • Mi annoiano così tanto gli approcci moderni con l'altro sesso, che ho deciso di darmi all'imbrocco inverso. Andare da una ragazza, cercare di rubare la bevuta che ha in mano, guardarla con astio senza prendere la misura dei suoi seni, farle capire con una certa esplicità che la consideri immondizia e preferiresti appartarti con una crepa sul muro. Ipocrisia per ipocrisia, tanto vale farsi due grasse risate.
  • Gli Svedesi sono senza dio. Che teneri.
  • Per capire se si ami o meno il cinema, è sufficiente guardare una pellicola di Ejzenštejn. È una delle forme per ora più compiuta e cristallina di arte in movimento. Se si trova Aleksandr Nevskij lento, noioso, prolisso... si può smettere di sprecare banda o soldi per guardare ciarpame hollywoodiano. Perché di ciarpame certo si tratterebbe.
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Il caffè in vetro ha un sapore più gradevole. Sicuramente è qualcosa di collegato alla dispersione dell'aroma, ma preferisco credere sia dovuto al fatto che i bicchieri sono più carini.I video...
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01/09/2009 14:07:59
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La genesi di Bob Soul. Parte seconda.

01 settembre 2009 ore 03:46 segnala
Incontrai la prima volta Bob quattro anni fa a Londra, precisamente all'Egg Club. Era di casa in quel brillante locale in York Way; scivolava come burro su una terrina fra le sale da ballo, con le mani in tasca e le labbra increspate in una smorfia. Salutava i barman con banconote stropicciate da cinquanta sterline e infilava sacchetti di pillole in tasca a chiunque gli stringesse la mano.
Ancora non si faceva chiamare Bob, né tantomeno Danese. Usava il suo nome di battesimo, omaggio di una madre siciliana al Nord che non aveva mai stretto a sé, tranne per pochi umidi istanti.
Mi chiese di offrirgli la bevuta che stavo sorseggiando, nonostante stringesse con la destra una bottiglia ricolma di vodka. Gli feci notare la cosa e, scusandosi, buttò nel cestino l'Eristoff prima di strapparmi di mano il mio gin lemon. Non ci fu modo migliore per presentarsi, con il senno di poi.
Ancora un po' sorpreso e ammutolito, sentivo il nome Sven ripetuto con cadenza regolare. Voci diverse con lo stesso timbro cordiale lo avvolgevano come una coperta di pile.

A pretty rad meth indeed, Sven.
Hey, Sven!
Yesterday there was an hell of a party, Sven.
You should try these, Sven.
I forgot my thong in your jacket, Sven.
Sven.
Sven.
Sven.
Gimme your love, Sven.


Gli Eggers ogni tanto lo chiamavano the Coach, in un poco divertente tentativo di sottolineare l'omonimia con l'ex ct dell'Inghilterra. Bob era già così sfuggente, eclettico, da far sentire la necessità a chiunque lo incrociasse di limitarne lo spettro con un soprannome.
Prima dei concerti esplosivi al No Fixed Above di Manchester, prima delle performance liberatorie al Rex Club di Parigi, il non-ancora-Bob era un luminoso baronetto delle droghe e delle marchette. Stava racimolando soldi e notorietà con droga e sesso, gli unici prodotti di cui era convinto il mercato non si potesse mai saturare.
Suonava soltanto il Venerdì pomeriggio, alla soffocante stazione della metro di King's Cross. Sperimentava le potenzialità di un gameboy variopinto, amplificandolo con un Marshall giocattolo da 20 sterline. Cavava con la forza stridii in bassa definizione, graffiava la pura plastica giapponese con le unghie nervose. Si coccolava la zona all'imbocco del tunnel, per ore, titillando i pulsanti della console fra il puzzo di piscio stagnante e lo scalpiccio di uomini di affari e di fretta.
Non era là per farsi ascoltare, anzi. Pensava che stare con una felpa sdrucita nell'underground londinese fosse il modo migliore per diventare invisibile.
La sera del nostro primo incontro mi raccontò di aver rotto due chitarre classiche della concorrenza nella metro, rea di aver osato rubargli le sue ore di catarsi creativa.
Come dargli torto, in fondo. Lasciava l'estro in un cassetto di un comodino laccato, nella comune dal sapore stantio dove si rifugiava al mattino presto, e lo tirava fuori solo quando era certo nessuno lo vedesse.
Sopportava volentieri di essere Sven per tutta la settimana, ma una parte di sé già chiedeva di diventare Bob. Senza fretta, un Venerdì per volta.

Nonostante i fiumi di daiquiri e le polveri strane che passavano letteralmente sotto al mio naso, percepii distintamente di non avere davanti una persona comune. C'era qualcosa di indefinibile, un'idea astratta attorcigliata fra i suoi ricci, che staccava la sua silouhette dal piatto fondale.
Si abusa del termine "speciale" anche per la prima pupù informe di un bambino nel vasetto, si umanizzano i miti, si considera inconsciamente il successo come una serie di convergenze fortunose e irriproducibili.
Dabbenaggini, per niente ispirate. Esistono persone predestinate a essere differenti, la loro fragranza si espande ovunque vadano, per quanto ci si turi il naso con la mediocrità.
Bob era Sven soltanto per comodità e un po' di pigrizia, ma indiscutibilmente già unico.
Finì il mio gin lemon, mi rubò il portafoglio e lo rividi solo sei mesi dopo.

La genesi di Bob Soul, detto il Danese.

30 agosto 2009 ore 05:56 segnala
Dell'infanzia di Bob Soul si conosce quel poco che basta per farsi un'idea. Poco definita, fumosa, grigia come un cappotto infeltrito.
Il padre, un discreto trombettista jazz in Danimarca. Dita veloci, ottimo fiato, infinita malinconia che riversava nelle sue placide ottave. Sempre troppo vero, troppo lento: il mondo stava iniziando a ingurgitare i ritmi serrati della prima disco, sudando via cinquanta anni di genuine influenze nere.
La madre, una delle prime groupie profondamente femministe. Divorava De Beauvoir e Stuart Mill mentre aspettava che i calchi dei peni seccassero. Fumava sigarette come stecche di liquirizia, succhiando via il filtro sporco di rossetto. Una voce roca e acre, come una vita di vent'anni suonati male.
Padre e madre, chiusi in uno sgabuzzino di una trattoria al confine con la Slovenia nella torrida estate del 1979. Insieme hanno condiviso solo un caffè marcio e un quarto d'ora di sesso, avvinghiati e muti su una tinozza di stagno. Quindici minuti di euforia, novecento secondi di sudore multietnico. Si scambiarono un saluto in un inglese crudo, quasi superfluo. Lui se ne andò ripassando la gomma al cinnamomo di lei rimasta appiccicata fra i suoi peli pubici.
Irina, la masticatrice di gomme femminista, crebbe il figlio di un coito estivo con una certa riluttanza. Non che fosse indesiderato, solo ingiustificatamente bambino. Poco sperimentatore, borghese, fallocratico, commerciale.
Crebbe in fretta, quel bambino di nome Bob. Fosse stata le spinta sovversiva materna o i(L) geni(o) la causa, non è dato saperlo.
Mentre i coetanei giocavano con Big Jim e il suo militarismo peloso, Bob si divideva fra la sua fase gay e un vecchio sintetizzatore che profumava di legno. Mentre i pari età facevano stridere apparecchi per i denti in goffi baci, Bob aveva già fatto voto di astinenza dal sesso per purificarsi e sbloccare il chakra del basso ventre.
Il quattordicenne medio guardava Spielberg, il quattordicenne Bob venerava la decadenza neorealistica di Visconti. Un'adolescenza piena di colori, musica, impressioni, espressioni di una vitalità acerba ed esplosiva. Dipinse, scrisse, musicò. Abbastanza veloce da imparare dai suoi errori, abbastanza lentamente da avere il tempo di stracciare le sue produzioni con una certa regolarità.
A diciotto anni scappò di casa, seppure non ne avesse mai avuta una fissa. Abbandonò la madre, sebbene lei lo avesse concettualmente abbandonato in quella trattoria slovena.
Entrò a Londra in punta di piedi e con i pugni vuoti.
Tornò in Italia a passi pesanti e con il dito medio.


Ma questa è un'altra storia.

Heil Frankenstein

27 giugno 2008 ore 14:46 segnala
Basta con questa inutile lotta intestina.
Basta con queste opposizioni sterili e dannose al quieto esercizio delle funzioni dello Stato.
Voglio un partito Unico, nel vero senso della parola. Un solo simbolo su cui mettere la crocetta, un solo programma impossibile da mantenere, un solo intervento governativo in ogni tg al posto dei soliti dodici bocchini politici a tutti i partiti in nome del "pluralismo" e della "par condicio".

E voglio un solo premier, specialmente.
Lo voglio napoleonico di statura, con un campo da calcetto sintetico sul capo a mostrare come un novello Prometeo possa combattere e vincere contro l'ineluttabile destino (le calvizie, in questo caso) e dal sorriso di chi nella vita ha mangiato più di quanto abbia cagato.
Lo voglio con gli occhioni a cerbiatto e le guance cadenti, gli occhiali tondi da uomo pacifico e la postura tipica dell'uomo che non noteresti in un tram nemmeno se foste solo in due.
Lo voglio con la erre moscia, dallo stile impeccabile e con una strana forma di lunatismo programmatico.
Lo voglio sanguigno, un po' goffo e dalla curiosa fama di uomo tutto di un pezzo specialmente fra i giovani con tanto Grillo per la testa.
Voglio che abbia lo stacco di cosce da fatalona ed il culo che forma due perfette valli sotto uno stretto tailleur.

Non siamo pronti a farci prendere per il culo da un sistema di falsa diversità, accontentiamoci di farci prendere per il culo da un dittatore.
Proni, ma per niente confusi.

Jingles and balls

26 dicembre 2007 ore 15:14 segnala
Devo realizzare una sigla, devo, non ci sono scuse.

 
Cerco il midi, non trovo il midi.

Cerco ancora, lo trovo.

Il programma non lo apre.

Cerco un altro programma.



Non lo trovo.



Lo trovo e non funziona.

Chiudo il computer con bug di XP.



Il bug di XP non parte.



Piango.


La natura si gira con un ghigno verso la mia figura per sollecitare il pagamento dell'affito.

Non trovo i soldi dell'affitto.



La natura piange.



Una forza neutrale ricompone la realtà.

Trovo il midi. Il programma parte.



Il bug di XP blocca tutto.



Non piango, Bill Gates mi interrompe ogni secondo con una risata grottesca.



La natura ride,  ha trovato i soldi.



Riparo il tutto, ogni componente del mosaico funziona senza esitazioni.


Ora?


Ho perso l'ispirazione. Fuck.

The only scotch I like is on a spear, mate.

24 dicembre 2007 ore 17:49 segnala
Regole empiricamente dimostrate sul lavoro sottopagato di cameriere in un pub.

1. I truzzi (o anche "diversamente eleganti") sono totalmente privi di visione periferica.
2. Una "birra bionda media" in italiano corrente equivale ad una pinta di pilsner o di lager.
3. I ragazzi orientali hanno una particolare passione per gli shottini e non riescono a finire quello che hanno ordinato. Mai.
4. In una coppia la donna proverà sempre a pagare il conto con teatrale foga, casualmente finendo sempre per farsi offrire tutto.
5. Se hai un vassoio in mano, qualcuno probabilmente si sta accingendo a darti una spallata camminando in retromarcia senza un particolare motivo.
6. Se un bicchiere non si può rompere, si romperà.
7. Il ghiaccio finisce sempre quando ti stai preparando qualcosa da bere.
8. Una comitiva di trenta persone entrerà nel locale nel momento stesso in cui stai per uscire a fare una pausa sigaretta.
9. In una serata le probabilità di sporcarsi le dita di maionese sono insospettabilmente superiori a qualsiasi altro evento naturale e non.
10. Un tavolo formato da sole ragazze proverà assai probabilmente a farsi offrire qualcosa da bere facendo pateticamente gli occhi dolci. Nel caso in cui il cameriere sia un figlio di puttana patentato di cui non faremo il nome, va aggiunto che verranno fregati loro dai due ai tre euro di resto.
11. Se un tavolo è formato da due donne, le probabilità che due primati pieni di testosterone le si siedano accanto importunandole sono del 90%.
da cui deriva la regola:
Se un tavolo è formato da due primati pieni di testosterone, le probabilità che tale tavolo si liberi è direttamente proporzionale al numero di donne sole.





...

Che non si fa per arrotondare.

Lick my pages

20 dicembre 2007 ore 03:36 segnala
Probabilmente il mio approccio all'acquisto di un libro è generalmente piuttosto diverso da quello della media (sebbene la vera "media" tenda a non acquistarne affatto, se non al massimo un mattone di thriller ad uso e consumo estivo).
Non mi faccio consigliare da conoscenti, non ho alcun interesse per l'opinione dei critici letterari nè tantomeno mi affatico nel seguire l'onda del successo di un determinato genere.
Entro quindi in libreria generalmente con sguardo vergine: gli occhi seguono il profilarsi di lunghi scaffali di autori ed edizioni scevro di ogni pregiudizio particolare e di ogni desiderio generale.
All'inizio scarto al volo i libri con il titolo più piccolo del nome dell'autore, per esempio. Il dare più importanza al mittente piuttosto che al messaggio non mi rende propenso a credere che valga la pena di leggerli se non nel caso di autobiografie.
Poi scorro i titoli quasi sovrappensiero, soffermandomi soltanto su quelli che mi colpiscono particolarmente. Non devono avere alcun particolare senso, nè tantomeno si devono dimostrare più brillanti della media. Mi basta che in me scatti la curiosità di prenderlo in mano per osservarne la copertina.
Annuso l'odore della carta, ascolto il frusciare della cellulosa ad ogni pagina sfogliata, ne controllo con i polpastrelli la ruvidezza.
Soltanto a questo punto leggo il retro copertina e decido fra un paio di papabili titoli chi tornerà a casa con un nuovo paparino.
Le opere letterarie hanno un tale valore nel mio cervellaccio bacato che non riesco a fare a meno di questo mio lungo cerimoniale a cui manca solo un vistoso kimono per raggiungere il grottesco.



Se vedete un tizio che pare preso da manie ossessive-compulsive in libreria... è assai probabile sia io.  O un serial killer.

This was a triumph, i'm making a note here.

18 dicembre 2007 ore 05:34 segnala
"I'm not even angry.I'm being so sincere right now.Even though you broke my heart.And killed me.And tore me to pieces.And threw every piece into a fire.As they burned it hurt because I was so happy for you!"

Se esiste da qualche parte un limite alla mia sopportazione, nel caso vi capiti di scovarlo vi prego di tracciarmelo dentro al cranio con un bell'evidenziatore color "misonrottoicoglioni".


Grazie e a buon rendere.