I cannoni di Navarone

18 luglio 2020 ore 16:11 segnala
Ogni volta che la distonia col mondo diventava più evidente, ogni volta che quel freddo interiore reclamava il calore benevolo di uno sguardo - di quello sguardo - senza nemmeno che se ne rendesse conto prendeva quella direzione e cominciava a camminare, come fa un ferro entrato nella sfera di attrazione di un magnete.
Era sempre stato così, sin da quando aveva lasciato la pace ovattata della sua casa per mischiarsi con il mondo in prima elementare, come un piccolo affluente, che, camminando sotto traccia, alla fine debba affrontare l'idea di entrare in quel fiume, di doversi fare fiume.
Si dice che avere una famiglia affettuosa e protettiva sia una fortuna - e di fatto lo è o almeno lui lo continuava a pensare - ma tutte le cose hanno un rovescio della medaglia.
Lui lo aveva scoperto in prima elementare, quando si era reso conto per la prima volta del fatto di non avere un corredo anticorpale simile a quello degli altri, di non essersi allenato per stare con gli altri, ma meglio sarebbe stato dire per resistere agli altri o almeno sarebbe meglio se volessimo descrivere come lui pensava la cosa.
Così, ogni volta che i compagni lo facevano sentire diverso, ogni volta che si creava un'occasione che ingigantiva il solco che segnava la distinzione, ogni volta che il noi e lui o l'io e gli altri - a seconda dell'angolo prospettico dal quale ci si dispone all'osservazione - emergeva con più chiarezza, ogni volta insomma che quella differenza diventava motivo di isolamento, lui usciva di scuola e, cuffie nell'orecchio e cappuccio in testa, si lasciava alle spalle quelle voci ostili e si incamminava verso la direzione di quel magnete.
Arrivava a casa del nonno e lì trovava ad attenderlo quello sguardo, che sapeva renderlo sereno senza soffocarlo d'affetto.
Era il senso critico benevole di quello sguardo, il perenne interrogativo che esprimeva a renderlo diverso dal resto degli sguardi famigliari.
Nei suoi genitori trovava amore, ma era incondizionato, senza l'ombra di un dubbio, senza il bisogno di capire.
Era amore a prescindere il loro, che lo proteggeva, ma non lo aiutava.
Era amore che cercava un motivo quello del nonno e dargli quel motivo lo faceva stare bene, lo costringeva a mettere le cose in discussione, a mettersi in discussione.
Era un amore palestra e sapeva di averne bisogno, là fuori ogni cosa esigeva un perché.
Ora era cresciuto e quegli occhi invecchiati, ma quel bisogno così come quello sguardo sapevano ancora attrarsi, come una volta.
Suonò alla porta ed attese.
Quel tempo si era progressivamente dilatato, quell'attesa era cresciuta con il passare degli anni.
Da dietro quella porta immaginava la scena, la fatica dei suoi passi.
Suonare quel campanello era come accendere un motore: col tempo l'accensione diventa più lenta, la senti la fatica, lo sforzo di quel motore, ma quando finalmente aria, benzina e scintilla trovano il punto giusto per festeggiare un incontro, beh lo riconosci che è lui, il suo suono non cambia.
Quando, infatti, finalmente quella porta si aprì e comparve la faccia canuta del nonno, beh lo riconobbe subito quello sguardo, quell'interrogativo amorevole e critico che il tempo non poteva cambiare.
Ah, tu sei?
Si, ciao nonno, come stai?
Come un ferro ad arrugginire fu la risposta, accompagnata da un sospiro, che seppe esprimere un misto perfetto di ironia ed amara accettazione dell'ineluttabile.
Ma entra e togliti quel cappuccio, qua dentro non ti serve.
Ah si scusa nonno.
Tolse il cappuccio e sfilò le cuffie con la stessa lentezza e solennità con la quale un guerriero medioevale sfila l'armatura alla fine di una battaglia.
Se hai fame o sete sai dove sta la roba, se aspetti che lo faccia io diventi vecchio pure tu..
Tranquillo ci penso io nonno, tu cosa vuoi?
Un paio di gambe nuove, ma quelle non le trovi in frigorifero...
Spero di no..
No tranquillo, la badante è talmente crudele che se pure uccidesse qualcuno lo mangerebbe subito..
Risero pensando a quel donnone dell'est, che, in effetti, era tanto efficiente quanto brusca.
Allora dimmi, che ti è successo stavolta figliolo?
Niente nonno.
Ma perchè non ti togli questo vizio di rispondere sempre così? Io sto invecchiando ed i tempi a questa età è meglio accorciarli...
No, intendevo dire niente di importante..
Già va meglio, ma tutti e due sappiamo che quando si parla di te non esiste nulla di non importante...
Do troppa importanza alle cose, vero nonno?
No, è più giusto dire che la cogli l'importanza delle cose. Ogni cosa ne ha, ma alle volte non la vediamo. L'importanza non è un qualcosa che diamo, è un qualcosa che è. Tu hai solo una capacità innata nel coglierla.
O nel subirla...
Questo dipende da te, non dalle cose.
Ho discusso con Francesca, ma sono più deluso da Mario.
Hai scoperto che hanno una storia?
No, quello no. Mi fido di Francesca.
Ed allora perchè sei deluso da Mario? che c'entra con la discussione con la tua fidanzata?
Le parla male di me, non perde occasione per enfatizzare qualche mio difetto o per attribuirmene qualcuno e lei si fa influenzare.
Forse gli piace.
Non lo so, ma non capisco perché una persona debba spendere tutto quel tempo per distruggerne un'altra.
Eh..
Voglio dire, se ti piace una donna non sarebbe meglio se mostrassi la tua parte migliore, se le facessi capire quanto vali tu piuttosto che denigrare gli altri?
Si, in teoria hai ragione. Ma parti dal presupposto che ci sia qualcosa da mostrare...
Beh non è che se distruggi me resti solo tu... Francesca lascerebbe me, ma ci sarebbe il resto del mondo a quel punto da distruggere.
E' un pareggio figliolo.
In che senso?
Vedi, è come quando devi fare le gambe di un tavolo o di una sedia.
Non capisco.
Se devi costruire un tavolo e devi fare in modo che non zoppichi devi fare le gambe tutte uguali, no?
Si, penso di si
Ecco, metti che tu hai quattro pezzi di legno e che l'altezza giusta sia quello del più lungo tu che fai?
Vai avanti nonno.
In teoria dovresti portare la lunghezza degli altri pezzi a pareggiare quella del pezzo che ha la lunghezza adatta. Ma non puoi. In natura non si può aggiungere una qualità che le cose non hanno, ma si può levare. Sarai costretto a portare tutti i pezzi di legno all'altezza di quello più piccolo. Il tavolo non sarà dell'altezza che avevi in mente, ma non dondolerà...E'un pareggio..
A togliere qualità..rispose con lo sguardo pensieroso di chi insegue un ragionamento.
A metterla è impossibile, la qualità di una cosa o di una persona non è qualcosa che puoi aggiungere, è come il coraggio di Don Abbondio..
Ma è una cosa stupidamente cattiva
No, è sopravvivenza. E' nobile l'atto di una iena che mangia una carcassa che non ha conquistato, di un animale che non ha cacciato?
Direi di no.
Non lo è, ma è sopravvivenza. La iena non è stata dotata di nessuna qualità per cacciare, ragione per la quale o dignitosamente si pone all'attesa dell'estinzione o fa quello che può. Non sarà nobile, ma è utile, necessario.
Si ma è una cosa ignobile parlare male delle persone che nemmeno conosci.
Sono d'accordo, ma ognuno è costretto ad usare le armi che ha o a desistere e la dignità della desistenza è un'altra cosa che somiglia tanto al coraggio di manzoniana memoria.
Quindi fa bene?
No, fa una cosa ignobile, ma è l'unica che la sua natura gli consente di fare. Cosa le ha detto di te?
Che sono un pallone gonfiato, che nemmeno la vedo, che non so apprezzare le sue qualità, perchè sono troppo impegnato a mostrare le mie.
Ed è vero?
No che non è vero, lo sai meglio di chiunque altro che non è vero.
Io si, ma tu lo sai? lei lo sa?
Io si, lei lo spero.
Se lei crede al fido Jago è lei il problema, non la iena...
Ma è un atteggiamento odioso, vergognoso!
Vedi figliolo, quando ero piccolo noi si giocava a fare castelli con le carte. Hai mai fatto castelli con le carte?
No, veramente no.
Peccato, la tua generazione ha avuto senza dubbio giochi più belli, ma ha perso il senso dello sforzo e la vertigine dell'instabilità.
Spiegati meglio.
Quando giochi a fare castelli con le carte devi misurare ogni tuo movimento. Ogni volta che il castello cresce di un piano deve crescere anche lo sforzo della tua attenzione. Basta un minimo movimento sbagliato e tutto il castello crolla in un attimo.
Immagino di si.
Vedi la vita è così. Per costruire una cosa bella - e le cose belle sono ontologicamente delicate come una rosa - devi compiere uno sforzo di attenzione enorme, di dedizione, di cura del particolare. E più diventa grande e più devi metterci attenzione, più tempo avrai dedicato a quella costruzione e meno sarà il tempo che impiegherà a crollare. E maggiore ovviamente sarà la delusione. E poi ci sono loro..
Loro chi?
E' questa la lezione che ho imparato da piccolo giocando con i castelli di carta. Ho imparato che poi ci sono loro. Ci sono quelli che arrivano e senza motivo danno un colpo al tavolino e fanno crollare il castello. E poi ridono. E tu ti fai mille domande, ti chiedi perchè, che gusto ci si prova, a che serve fare una cosa così stupida. Ma sono le domande sbagliate e crescere significa soprattutto capire quale sia la domanda giusta.
Cioè?
Vedi la domanda giusta è: di cosa sta ridendo?
Della bravata immagino nonno.
No, ti sbagli. Sta ridendo della tua delusione, sta ridendo del tuo dispiacere, sta ridendo del senso di inanità di uno sforzo. Crescere significa accettare che nella vita ci sono anche loro.
Loro, quelli che fanno crollare il castello di carta?
No figliolo, peggio. Quelli che ridono per questo, quelli che godono di questo. Quelli che per pareggio non si mettono accanto a te e provano a farne uno più bello o più alto, ma preferiscono distruggere il tuo e si sentono appagati.
Ma qualcuno dovrebbe darsi cura di spiegarglielo non credi?
Si e questo è l'aspetto più bello di essere giovani: l'idealismo, la ferrea convinzione che tutto sia possibile, che il mondo volga istintivamente al bello, al buono.
E non è così?
E' giusto che alla tua età tu lo pensi ancora, ma poi la vita si incarica di spiegarti che non è così. Che quel bambino cresce e si fa uomo, ma riderà sempre della tua delusione. Tu potrai spiegargli mille volte che fare un castello più bello è la risposta giusta alla sua invidia, ma lui non cambierà mai. Vedi è come se tu cercassi di spiegare la critica della ragion pura al Charlie.
Al mio cane?
Esatto, alla fine lui non capirà, ma non sarà lui nell'errore, sarai tu il matto. E' nella sua natura non capire Kant e tu non potrai farci niente.
Ma è triste.
No, vanno semplicemente accettati. Sono come i cannoni di Navarone, messi lì, invisibili e comunque capaci di vanificare ogni tuo sforzo. Tu puoi desistere dalla missione che ti sei prefissata o continuare perchè la consideri importante, meritevole di ogni sacrificio. L'unica cosa che non potrai fare è fare finta che non ci siano i cannoni di Navarone, perchè loro continueranno a sparare, vanificando tutti i tuoi sforzi, se non troverai il modo di neutralizzarli....

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Ogni volta che la distonia col mondo diventava più evidente, ogni volta che quel freddo interiore reclamava il calore benevolo di uno sguardo - di quello sguardo - senza nemmeno che se ne rendesse conto prendeva quella direzione e cominciava a camminare, come fa un ferro entrato nella sfera di...
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L'impossibile coincidentia oppositorum

20 giugno 2020 ore 13:35 segnala
Ho passato anche quest’anno la serata ad ascoltare accesi dibattiti sulla attitudine divisiva della festa del 25 aprile, sulla sua incapacità di essere la festa di tutti. Neanche la pandemia è riuscita a preservarci da questo stucchevole ed ozioso dibattito. Ho ascoltato giornalisti esibirsi in equilibrismi grotteschi, cercando di trovare il modo, secondo loro, di essere politically correct, lungo l'insidioso crinale del "si, ma anche...". Soprattutto ho passato la serata a chiedermi chi dividesse questa festa ed ho trovato un'unica risposta: divide coloro che festeggiano la Liberazione da quelli che vedono ancora oggi nel fascismo un valore. Ed allora mi domando: ma questi giornalisti sanno il significato di questa ricorrenza? il 25 aprile è ontologicamente la vittoria di un'idea su di un'altra. Pretendere che rappresenti un momento di unione tra chi insorse e chi fu sconfitto è ossimoro storico. Mi dispiace, ma questa tendenza a fare sempre di tutto pari e patta non è esercizio che mi appassioni e non è nemmeno sintomo di obiettività, è semmai il suo contrario. La storia non si legge come un romanzo, la storia si legge come vita vera, non si giudica seduti a tavolino, bisogna entrarci e viverla. La storia non è un quadro, è vita e sangue, è fatta di sentimenti, di pulsioni, in cui anche l'odio non ha un che di negativo a prescindere. Quando leggi la storia devi vederlo un banco vuoto, ma devi anche sentire lo stato d'animo del bambino che si gira e non vede più il suo compagno di banco e la paura e lo sconcerto che attanagliano colui che quel banco è stato costretto a lasciarlo vuoto senza capire il perché. Devi entrare nella rabbia di quella famiglia, che viene ghettizzata e guarda suo figlio e non sa dargli una risposta a quel perché. Devi sentire l'odore della paura di centinaia di migliaia di famiglie ebree costrette a nascondersi come topi. Devi sentire la rabbia di chi non può più insegnare o lavorare perché da un giorno all'altro ha perso il titolo di essere umano per degradare verso quello di razza inferiore. Devi immaginare la tracotanza ottusa delle purghe, devi sentire l'odore ed il sapore dell'olio di ricino ed il suono dei manganelli. Devi pensare cosa proveresti se di punto in bianco non potessi più esprimere una tua opinione, se non potessi più leggerla. Devi stare dentro la testa di chi parla in Parlamento e già sa che morirà perché ha scelto di dire no, di non piegare la testa. Devi aver perso la tua famiglia per una guerra al fianco dell'esercito di un pazzo criminale. Devi farlo con il cuore e non con la mente il viaggio in quel vagone dopo il rastrellamento, devi sentire lo strappo di tuo figlio preso da mani estranee o il tuo sguardo separarsi da quello di tuo marito o di tua moglie, che non vedrai mai più. Devi sentire il freddo della montagna innevata che ha sentito un partigiano e stare alle Fosse Ardeatine dopo via Rasella. Devi stare a Marzabotto - a Monte Sole - o a Sant'Anna di Stazzema insieme alla tua famiglia ad implorare di non morire senza un perché, a piangere ed a disperarti vedendo i tuoi figli crivellati di colpi, mentre gli altri ridono o urlano. Quando avrai fatto questo e lo avrai moltiplicato per venti lunghi anni, beh se ancora troverai strano l'odio che ti spinge a fare strame delle spoglie del tuo nemico, beh allora ricomincia a leggere, perché qualcosa ti deve essere sfuggito...
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Ho passato anche quest’anno la serata ad ascoltare accesi dibattiti sulla attitudine divisiva della festa del 25 aprile, sulla sua incapacità di essere la festa di tutti. Neanche la pandemia è riuscita a preservarci da questo stucchevole ed ozioso dibattito. Ho ascoltato giornalisti esibirsi in...
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E provavo dolore

16 giugno 2020 ore 02:44 segnala
E provavo dolore, un inspiegabile dolore.
Ogni volta che diceva sono stanca io vado, guardavo lentamente quella luce verde sparire e mi preparavo alla mancanza di lei, alla mancanza di me.
Gocce di assenza cominciavano lentamente a cadere nella mia anima e si predisponevano ad allagarla fino al prossimo ciao Nic o all'immancabile stai sempre a chatta...
Sapeva farmi sentire importante, riportandomi subito a terra ogni volta che il mio cuore tornava a battere e volare.
Anche oggi ti amo, ma quel dato temporale apparentemente insignificante si poneva come un argine alle mie speranze.
L'essere più presente della mia vita sembrava vivere nella consolante certezza di un amore a tempo determinato.
Un amore fatto di margini temporali, probabilmente incerti, ma comunque presenti.
Come se fosse disposta a lasciarsi andare, ma solo a patto di una fine.
Lasciarsi andare senza confini non era contemplato nel piano di volo dei suoi sentimenti.
Un perimetro anche temporale ad un amore, che, già di per sé, era nato con un guinzaglio ben tirato, limitato come l’accesso al salotto buono delle case di lusso degli anni 70, di quelli che magari eri riuscito di nascosto a vedere solo una volta di sfuggita e col tempo non capivi se vivesse nei tuoi ricordi o nel tuo immaginario.
Già questo amore.
Condannato a sostanziarsi solo di lettere e di foto, con coccole telematiche estemporanee.
Fantasie e voglie c’erano, ma tristemente relegate nell'ambito del vorrei, ma...
Ed allora, ora come allora, anche oggi che di anni ne sono passati aspetto come ogni giorno che si apra quel sipario per vivere insieme a lei quello spicchio di vita in comune, altro non ho ed a questo punto mai avrò.
Ma per poco che sia, ora lei e le sue letterine, che compongono frasi a volte affettuose, a volte ostili, ma che sanno dipingere, quando vuole, immagini che hanno del divino, sono il centro della mia vita.
La fantasia e la speranza colmano ogni giorno quel vuoto.
E poi si ricomincia...come un cerchio perfetto che si chiude e che riparte.
Io che ho sempre odiato l'apparire condannato a sperare che si apra quel sipario.
La vita a volte sa essere ironica.
Ma per quanto impossibile a credersi lei è, eccome se è...
Ed io la amo, come si ama una donna e non certo un nick.
E provavo dolore e provo dolore, un indescrivibile dolore…

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E provavo dolore, un inspiegabile dolore. Ogni volta che diceva sono stanca io vado, guardavo lentamente quella luce verde sparire e mi preparavo alla mancanza di lei, alla mancanza di me. Gocce di assenza cominciavano lentamente a cadere nella mia anima e si predisponevano ad allagarla fino al...
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La risacca

11 giugno 2020 ore 15:08 segnala
Lo guardò negli occhi in silenzio per un lungo momento.
Era il silenzio tipico di chi sa cosa rispondere, ma non trova le parole adatte ad esprimerlo.
Ad un certo punto ruppe il silenzio e disse "La risacca".
Lui lo guardò con uno sguardo tra il sorpreso e l'interrogativo e chiese "come la risacca? io ti chiedo perchè te ne stai seduto con lo sguardo triste a mirare un punto indefinito all'orizzonte e tu mi rispondi la risacca?"
"Si, la risacca è la risposta".
"..la risacca è la risposta..?"
"Lascia perdere la storia degli scogli, là è facile. Prendi una spiaggia e pensa al mistero della risacca...".
"Scusa ma davvero non ti seguo, sei sicuro di stare bene?"
"No affatto. Ma ti sei mai chiesto il perchè della risacca sulla spiaggia?"
"Vorrei dire qualcosa di intelligente ma francamente no, non me lo sono mai chiesto e, per dirla tutta, non mi sono mai interrogato nemmeno sulla differenza tra la risacca sugli scogli e quella sulla spiaggia. La risacca è risacca..Perchè esiste una differenza fondamentale?"
"Certo che esiste ed è lì la chiave".
"...La chiave...Addirittura?"
"Certo, lo scoglio c'è, lo vedi".
"Se per questo io vedo anche la spiaggia, tu no?"
"Ma certo che la vedo, che domande.. Intendevo che lo scoglio lo vedi che sta lì a frapporsi come ostacolo, non ti può sembrare strano che il mare sia costretto a battere in ritirata. Semmai ti sembrerebbe strano il contrario".
"..Il contrario?"
"Certo! Se il mare abbattesse lo scoglio, se superasse l'ostacolo e proseguisse oltre, come se nulla fosse accaduto, parleremmo di un evento straordinario".
"Uno tsunami?"
"Ecco per esempio. E' come quando giocavamo a morra cinese da piccoli. Tu non ti chiedevi perchè la forbice vincesse sulla carta o la pietra sulla forbice e solo perchè ti sembrava normale, naturale".
"Si in effetti, la forbice che taglia la roccia mi sarebbe suonato strano..."
"La stessa cosa vale tra lo scoglio ed il mare. Per questo la risacca in quel caso non ti pone interrogativi. Con secoli di ondate il mare può modificare la roccia, ma non con un'unica onda".
"Certo, ma ancora non capisco in che modo quanto stiamo dicendo si colleghi con la mia domanda".
"E' semplice, il problema è la risacca sulla spiaggia".
"La risacca sulla spiaggia.." rispose stavolta con lo sguardo accondiscendente che si riserva ai pazzi "e certo alla domanda che hai? chi non risponderebbe la risacca...sulla spiaggia però..."
Non colse l'ironia, era troppo concentrato ad inseguire il bandolo dei suoi pensieri.
"Ecco, quindi capisci che il mistero è la risacca sulla spiaggia".
"Certo, ma va avanti così me lo chiarisci meglio diciamo.."
"E' semplice. Perchè il mare si arresta e torna indietro? te lo sei mai chiesto? Voglio dire non è che trovi un ostacolo, la spiaggia sta anche sotto il mare e come è arrivata sin lì potrebbe andare oltre. Non è come lo scoglio".
"Beh si in effetti.."
"La sua sulla spiaggia - intendo quella del mare - sembra una resa o addirittura un ripensamento, come se all'improvviso si fosse ricordato che deve sbrigare delle faccende e deve tornare indietro. Come a dire: buongiorno, bellissima spiaggia, è tutto molto bello, ma mi scuserete non posso andare avanti perchè ho da fare".
"...Quindi il mare pensa, ha una vita sociale, magari ha un'agenda..."
"Ma no!"
"Ah ecco.."
"Ed è questo il punto. Non torma indietro perchè respinto come con lo scoglio, non torna indietro perchè ha dimenticato qualcosa. No. Torna indietro per propria incapacità".
"Incapacità? Incapacità a fare cosa?"
"Gli manca la forza, gli manca la spinta, gli manca una qualità che gli permetterebbe di andare avanti. Ed allora ecco che, dopo aver percorso magari centinaia di chilometri per arrivare lì, si deve arrendere e tornarsene indietro con la coda tra le gambe".
"Capisco.."
"Nella risacca di spiaggia c'è il limite, c'è il riconoscimento di una incapacità, l'ontologica imperfezione dello sforzo, c'è la sconfitta"
"C'è la sconfitta..e quindi diciamo che tu stai qui a rimirare l'infinito con espressione triste perchè ti dispiace per la sconfitta del mare..?"
"Ma no, è l'allegoria!"
"E certo che scemo, l'allegoria di scoglio, cioè di spiaggia.."
"Ma no, l'allegoria della sconfitta per incapacità proprie, l'allegoria di una resa davanti ad ostacoli che non parrebbero esserci, l'allegoria della rinuncia incoercibile".
"Ah ecco...diciamo che sei triste per il concetto di sconfitta!"
"Ma no, che vai dicendo? e mica sono un filosofo".
"Allora spiegami bene l'ultimo passaggio, un accenno.."
"Vedi stavo quì seduto in riva al mare e finalmente ho capito. La risacca mi ha dato la risposta".
"A cosa di grazia..?"
"Al perchè di questo amore che sembra sempre stare per decollare, iniziare, proseguire, insomma progredire ed invece ogni volta si arresta e torna indietro, come l'onda in risacca!"
"Ancora? sempre con questa storia impossibile? Ma la vuoi finire una buona volta prima che impazzisci?"
"Non posso smettere, mica lo decidi di amare, ma almeno ora ho capito. Non ci sono ostacoli, non c'è uno scoglio, sono io che dopo aver percorso sette anni di cammino manco di qualcosa. Sono io che non riesco a conquistare lei, così come l'onda non conquista la spiaggia. Ed allora in questo amore sono un mare in risacca. Lei è lì, lei potrebbe essere mia, ma non riesco ad avvicinare il suo cuore perchè manco di qualcosa. Ecco la mia sconfitta, ecco la mia risacca".
Si alzò in piedi e si avvicinò al mare e cominciò a camminare sulla riva, proprio nel punto in cui, come diceva il Professor Bartleboom, il mare finisce.
E, sospirando, unì la sua alla resa dell'onda..

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Lo guardò negli occhi in silenzio per un lungo momento. Era il silenzio tipico di chi sa cosa rispondere, ma non trova le parole adatte ad esprimerlo. Ad un certo punto ruppe il silenzio e disse "La risacca". Lui lo guardò con uno sguardo tra il sorpreso e l'interrogativo e chiese "come la risacca?...
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La giostra delle vanità

10 giugno 2020 ore 00:51 segnala
Fu solo un gioco, un inveterato, stucchevole e ripetitivo gioco, di cui non conosceva le regole.
Mai sedersi ad un tavolo non conoscendo le regole.
Finirai inevitabilmente per perdere.
Ma, soprattutto, mai entrare in una sala giochi o in un casinò pensando di star frequentando un luogo diverso.
Alla fine sarai tu fuori posto e non ti limiterai solo a perdere, diventerai lo sfizio, lo zimbello di quelli che il regolamento lo conoscono a menadito.
Si alzò da quel tavolo e finalmente uscì, ma non gli bruciava la perdita, sentiva dentro un vago senso di disgusto.
Aprì la porta, salutò l'uomo che vi faceva da guardia e gli arrivò dritta nei polmoni una folata di aria pulita.
Respirò, guardò il cielo terso e la gente che camminava intorno a lui con un vago senso di riconoscenza.
Loro stavano vivendo, nessuno di loro aveva alcunché di ludico.
Fece alcuni passi e di nuovo si girò a guardare l'entrata di quel luogo e finalmente capì la sensazione di fastidio che provava.
Ritornò in un attimo bambino, a quando - sceso dalla giostra in cui era stato poliziotto, cavaliere, principe in carrozza - la vedeva da fuori per quello che davvero era: un pezzo di lamiera, plastica e luci, dove niente era vero.
Eppure per pochi minuti aveva creduto davvero di essere principe, cavaliere e poliziotto: ma era stato solo inconsapevole parte di quella falsità.
Se ne allontanava sempre con un vago senso di fastidio da quella giostra, esattamente come ora, che si incammina verso la sua giornata, quella vera.

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Fu solo un gioco, un inveterato, stucchevole e ripetitivo gioco, di cui non conosceva le regole. Mai sedersi ad un tavolo non conoscendo le regole. Finirai inevitabilmente per perdere. Ma, soprattutto, mai entrare in una sala giochi o in un casinò pensando di star frequentando un luogo diverso....
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Sogni infranti

10 giugno 2020 ore 00:28 segnala
Aveva sempre sentito dire che la vita è strana, che non bisogna mai dare nulla per scontato, che la vita sa sorprenderti.
Quando era piccolo questa frase veniva usata con un vago senso di affettuoso incoraggiamento, come a dire non ti scoraggiare mai, anche quando tutto sembra girare per il verso sbagliato.
Ed invero crescendo aveva finito per crederci, forse per questo la parola resa non aveva mai trovato spazio nel suo personalissimo vocabolario dell’anima.
Ma quelle parole oggi continuavano a mulinare nella sua testa con un vago sapore di beffa.
Stavolta la vita aveva davvero saputo sorprenderlo, ma nella sua accezione peggiore.
Erano anni che cercava da lontano di interpretare i movimenti astronomici di un universo misterioso ed insondabile.
Seguiva il ritmo delle maree di un animo affascinante e misterioso, che aveva qualcosa di ipnotico e di irresistibile.
L’ermeneutica era diventata la sua missione, valutava ogni singola parola, ogni frase che proveniva da quell'animo insondabile e provava a capirne il significato più profondo.
Missione la sua veramente difficile, se si considera che quell’animo produceva frasi che erano come un quadro astratto: non dovevi seguire le parole perché non saresti approdato a niente.
Dovevi sentire la musica, perché quelle parole erano come note messe su un pentagramma e quella era la musica del suo essere.
Non scriveva mai cose banali e non ti dovevi arrestare alla forma – che pure aveva una grazia sorprendente – dovevi scavalcare il significante ed abbeverarti dell’essenza.
Leggevi ed entravi in lei, perché quelle frasi erano sempre il riversarsi su uno spazio bianco del suo io più profondo.
Il loro era un rapporto strano, fatto di quella musica.
Si erano innamorati prima delle loro parole e poi, solo poi, l’uno dell’altro.
Ma quel rapporto era come una lacrima impigliata tra le ciglia ed indecisa se cadere.
Stava lì, con un vago senso sospeso e sembrava sempre sul punto di esplodere in un tripudio di passione, gioia, felicità, ma ogni volta si arrestava.
Lui aveva molto sbagliato, per rabbia, per gelosia, per incapacità di gestire la piena dei suoi sentimenti fuori controllo come mai.
Aveva passato molto tempo a chiedere scusa ed altrettanto a cercare di recuperare il loro rapporto.
Lei anche aveva molto sbagliato, ma sembrava non rendersene conto o per meglio dire sembrava trovare giusto farlo.
Lo dava per scontato, lo teneva ai margini della sua vita, regalandogli stille della sua vita ed altrettanti silenzi, presenze calorose e sparizioni misteriose.
Nella sua personalissima scala di valori sembrava avergli dato l’importanza di un trafiletto a piè di pagina, nel suo ordine del giorno appariva collocato perennemente alla voce varie ed eventuali.
Ma misteriosamente rimaneva lì, ancorata anche ella a questo rapporto come un assassino alla scena del delitto.
Ma non potevi odiarla, non potevi serbare rancore: era come un capolavoro dell’arte e l’arte non puoi odiarla, anche se ti sconvolge, anche se ti fa piangere o se ti provoca sgomento.
Lei era l’etereo ed il terreno, l’umano ed il divino, la dolcezza e la perfidia, l’intelligenza e l’incapacità di capire, l’eleganza e la semplicità, la razionalità e la passione più sfrenata.
Lei era tutto ed il suo contrario, era come un negozio fornitissimo dove trovi ogni cosa.
Non è che avesse mai capito bene cosa lei provasse davvero per lui, ma senza dubbio era convinto che qualcosa vi doveva essere nel suo cuore che lo riguardasse e su quell’angolino di cuore aveva puntato tutte le sue fiches.
Aveva preso tutti i carrarmatini che aveva a disposizione e come in una partita a Risiko aveva fatto della conquista dell’intero “continente cuore” il suo obiettivo.
Aveva deciso che sarebbe caduto combattendo o avrebbe vinto la sua partita con la felicità.
Quella parola che mai aveva albergato nel suo personalissimo vocabolario, di fronte a quel cimento non era nemmeno presa in considerazione.
Se voleva essere felice, quella battaglia non la poteva proprio perdere.
Se la sua vita fosse stato un edificio, oramai lei era le fondamenta.
Aveva trovato addirittura normale conformare la sua vita a quella attesa, aveva accettato le regole del suo gioco nella speranza di un lieto fine.
Era rimasto impassibile davanti a tutto quello che non avrebbe accettato da nessun altro essere vivente, perché era lei e lei era un pezzo unico, un miracolo della natura che reputava irripetibile.
Aveva accettato kafkiani processi fondati su accuse risibili, gelosie improbabili montanti come le onde di un mare in tempesta solo perché in ciò vedeva il segnale di un interesse ancora vivo, di un legame che sfidava le leggi del tempo e le distanze.
Ma questa volta no, questa volta non riusciva ad accettarlo.
Ancora una volta lo aveva escluso dalla sua vita e questa volta non aveva avuto nemmeno bisogno di un pretesto.
Lo aveva fatto come un esercizio di stile, come un caporale che dia ordini inutili solo per misura il suo potere.
Dopo sette anni no, proprio non lo poteva accettare.
Quello era il punto di non ritorno, era la goccia che il vaso non contiene, era il passo di addio, la parola the end dopo i ringraziamenti nei titoli di coda.
Stavolta non avrebbe perdonato.
Poteva accettare tutto – e di fatto lo aveva fatto – ma non l’idea di essere solo un gioco da riporre nel cassetto di fronte ad un nuovo regalo da scartare.
Lo lasciamo qui con lo sguardo triste ed inebetito.
Potrà pensarci anche per una vita intera, ma possiamo anticipare che una risposta non la troverà.
Perché non c’è mai un perché quando un sogno finisce.

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Aveva sempre sentito dire che la vita è strana, che non bisogna mai dare nulla per scontato, che la vita sa sorprenderti. Quando era piccolo questa frase veniva usata con un vago senso di affettuoso incoraggiamento, come a dire non ti scoraggiare mai, anche quando tutto sembra girare per il verso...
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10/06/2020 00:28:12
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Hey You

09 giugno 2020 ore 09:36 segnala
Ci voltiamo dall'altra parte oramai pressoché sempre.
Narcotizzati da paure ed egoismo, ci voltiamo dall'altra parte davanti al bisogno, davanti alla difficoltà del prossimo, finanche davanti al grido di dolore ed all'implorazione di aiuto.
Ci voltiamo dall'altra parte, mostriamo le spalle e gettiamo furtivi lo sguardo all'intorno alla disperata ricerca di uno sguardo di approvazione o di comprensione, che ci emendi persino dai prodromi di un sempre più improbabile senso di colpa.
Pratichiamo, come sodali, come complici, la solidarietà tra vigliacchi come surrogato di quella verso il prossimo, dimentichi persino del suo significato.
Rimaniamo indifferenti a qualsiasi problema che non sia il nostro.
Per ogni accadimento valutiamo innanzitutto le probabilità di un nostro coinvolgimento e rassicurati torniamo a volgere lo sguardo dall’altra parte.
Siamo le le persiane in legno chiuse da cui si spia nella calura agostana di un paese del sud, siamo i portoni che rimangono serrati a doppia mandata, siamo soprattutto la grettezza dell'idea che li sigilla: non sta succedendo a me, non è un mio problema.
Siamo lo specchio di una società, di come ci vogliono: gretti ed egoisti.
Un giorno, forse, ci sveglieremo e ci sentiremo soli.
Sarà solo in quel momento che capiremo quanto sarà stato stupido isolarci, costruire muri di diffidenza e paura, muri con l'ambizione di proteggere, ma che imprigionano.
Sarà allora che capiremo di aver ascoltato sirene ingannevoli, che sentiremo il peso del nostro rifiuto dell'altro da sé.
Sarà quello il momento in cui capiremo che gli altri, quelli che abbiamo catalogato alla voce estranei o addirittura nemici, continuano a vivere fuori da quelle mura, che non sono loro ad essere rimasti fuori, ma noi ad esserci imprigionati senza lasciare nemmeno un varco di uscita.
Sarà allora che ci ricorderemo i loro occhi, quelli a cui abbiamo negato solidarietà mentre imploravano attenzione, in nome di un "prima e semmai solo dopo" senza dignità.
Sarà allora che grideremo Hey You..
Ma nessuno ci ascolterà...

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Ci voltiamo dall'altra parte oramai pressoché sempre. Narcotizzati da paure ed egoismo, ci voltiamo dall'altra parte davanti al bisogno, davanti alla difficoltà del prossimo, finanche davanti al grido di dolore ed all'implorazione di aiuto. Ci voltiamo dall'altra parte, mostriamo le spalle e...
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09/06/2020 09:36:49
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Come eravamo

07 giugno 2020 ore 00:48 segnala
"In un certo senso egli era come la nazione nella quale viveva, aveva avuto tutto troppo facilmente. Ma almeno lui lo sapeva." Così iniziava il racconto "Il vero americano sorride". Ci ripensava proprio in quel momento, con la schiena appoggiata al muro, le gambe incrociate al petto e lo sguardo perso da qualche parte dell'orizzonte, che si schiudeva di là dalla sua finestra. Gli era piaciuto molto quel film, sin dalla prima volta che lo aveva visto, ma più di tutto gli si era fissato nella mente l'incipit di quel racconto. Non che ci fosse un motivo particolare, perché l'età delle difficoltà era ancora di là da venire e con essa anche quella della possibile invidia per quel protagonista, ma gli suonava strana quella frase, quasi misteriosa. C'era qualcosa che metteva di buon umore nell'icastica immagine di questo uomo, che si identificava in una nazione a cui veniva tutto semplice. Se avesse dovuto rappresentarla, avrebbe istintivamente pensato ad una risata che esplode e che si contagia di faccia in faccia, come in un domino impazzito, fino a creare una sorta di Guernica al contrario, dove era l'ilarità e non il dolore o la rabbia a spalancare quelle bocche ed a contorcere i corpi. Ma proprio l'immagine che rimandava quell'esordio non gli rendeva comprensibile l'utilizzo del avverbio "troppo" e, a dirla tutta, nemmeno l'avversativa "ma almeno". Insomma, aveva passato anni a domandarsi perché mai ci dovesse essere un troppo nell'avere tutto, di qualunque cosa esso si sostanzi. Si domandava se esistesse un troppo alla salute, un troppo all'affetto, all'amore, anche al denaro, alla felicità. O più precisamente si domandava se vi fosse un male nell'avere tutte queste cose con facilità. Nella sua testa di adolescente ottimista quella doveva - o avrebbe dovuto - essere la regola. A ripensarla oggi quella frase, il senso gli giungeva immediato, ovvio, quasi scontato. Gli anni, le esperienze, la vita si erano dati carico di spiegargli tutto, anche troppo. Oggi gli giungeva anche l'eco di una vaga invidia per quel protagonista, perché lui, beh proprio non poteva identificarsi con la stessa nazione, a meno che essa non fosse radicalmente mutata nel corso dei decenni. Ma nonostante tutto, un retaggio di quell'adolescente troppo ottimista ancora albergava nella sua mente. È vero che la sofferenza forgia i caratteri, è vero anche che l'avere tutto troppo facilmente porta con altrettanta facilità a non godere di nulla realmente, a dare tutto per scontato e troppo spesso al vizio ed alla superficialità. Ma dentro di sé pensava che troppe volte gli uomini si negano la felicità, come se fossero giunti al parossismo di pensare che fare del male sia quasi un dono. Una perversa teleologia del dolore, una cattiveria didattica o formativa. Anche le persone che provano sentimenti di affetto, di amicizia e addirittura di amore lesinano parole ed atteggiamenti buoni, quasi con malcelata vergogna, ma non hanno alcun freno nel riversare cattiveria. Si arriva al punto di conoscere l'intimo per arrivare alla debolezza, di raccogliere confidenze per scovare talloni di Achille. E poi al primo momento utile - accontentandosi dell'occasione e senza bisogno di attendere il motivo - si colpisce lì. Senza pietà, quasi con un perverso brivido di piacere, che fa il nido nell'attimo che intercorre tra la parola scagliata ed il lampo di sofferenza nello sguardo di chi la riceve. Ecco, con lei andava sempre così, ogni volta che alzava la guardia in assoluta tranquillità veniva colpito dal fuoco amico. Con precisione chirurgica ogni volta che provava ad avvicinarsi a lei lo respingeva con caustici commenti sul suo non essere affidabile, credibile. Bugiardo per indole, per natura. Nonostante fosse stato lui a confessarle l’unico attimo della sua vita di cui proprio non sarebbe mai andato orgoglioso. Così. senza un motivo. Aveva parlato e come novella Medusa lo aveva pietrificato nell'attimo di commettere un errore, lo aveva reso per sempre solo ed unicamente un errore, quell'errore. Qualunque cosa avesse potuto aver fatto prima e dopo quell'errore di colpo non aveva importanza. Come la maga Circe lo aveva trasformato in un criceto, che girava in eterno sulla ruota di quell'errore. In un attimo gli tornò in mente un altro film, nel quale il protagonista si svegliava alle 8.00 e, qualunque sforzo potesse fare, ripeteva in eterno la stessa giornata. Ecco, la storia con lei era così: mille sogni, mille sforzi, mille pensieri per ritornare sempre al punto di partenza. Capì che erano trascorsi invano gli anni, che erano scorsi inutilmente fiumi di parole: l'aveva persa nell'attimo stesso nel quale aveva deciso di essere sincero e rivelare il suo errore. E gli tornavano in mente gli occhi di Barbara Streisand nell'atto di chiedere: è perchè non sono bella nel modo giusto, perchè non ho abbastanza stile..? Ecco, forse lo avrebbe dovuto capire anni fa, in quell'attimo preciso in cui confidandosi si era reso meno bello ai suoi occhi. La condanna era giunta allora ed il cuore di lei non prevedeva gradi di appello. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Li riaprì, guardò il cielo e fu pronto per la resa, finalmente. Ma da non americano non sorrise, proprio non gli riuscì di sorridere.

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"In un certo senso egli era come la nazione nella quale viveva, aveva avuto tutto troppo facilmente. Ma almeno lui lo sapeva." Così iniziava il racconto "Il vero americano sorride". Ci ripensava proprio in quel momento, con la schiena appoggiata al muro, le gambe incrociate al petto e lo sguardo...
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07/06/2020 00:48:41
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D'estate la mia vita diventa liquida

04 giugno 2020 ore 21:29 segnala
D'estate la mia vita diventa liquida.
D'estate diventa azzurra.
L'estate è un lungo Natale.
Saluto le mie bestie, la terra è arida e riarsa e non offre nulla al pascolo e loro non offrono nulla a me.
Chi conosce il latte sa che ha le sue stagioni, chi conosce il latte sa che d'estate non evoca sapori.
Le saluto una ad una, come se potessero prenderla a male una scortesia e chi sa che non sia veramente così.
Mi guardano con un misto di rassegnazione e malinconia - o almeno a me pare di cogliere questo - ma anche con lo sguardo che dice "va, non saremo noi a darti il pane, non con questo caldo che rende superfluo il nostro vello".
E così parto, direzione Tirreno.
Ed è il mare a farsi pane, è il mare ad offrirci i suoi frutti.
D'estate da custode divento assassino di animali.
Non porto le bestie a mangiare, le privo del loro elemento, le asciugo dell'acqua che le fa respirare.
Il mare è un mondo al contrario.
Da dove vengo l'aria riempie i polmoni e l'acqua può strangolare, qui è l'aria a soffocarti.
La giornata procede identica a se stessa per tutta la stagione.
La vita del pescatore, in questo, non si differenzia da quella del pastore.
Ci si sveglia che è ancora buio e si parte a chiedere vita al mare ed a prendere vite al mare.
Il beccheggio i primi giorni procura vertigine a chi è abituato alla consolante stabilità del pascolo, ma l'abitudine si fa presto strada e quel dondolio si fa culla, come quando da bambino non prendevo sonno e mia madre, stanca, portava a danzare i miei pensieri perché trovassero quiete.
Si gettano le reti e si aspetta e si prega, perché altro non puoi fare: sono i pesci a venire a noi, è il mare a donarceli.
Quando più e quando meno.
L'alba arriva e mi inonda di azzurro.
Brillano le onde ed in quel momento e per un attimo mi sento felice.
Mille pietre, tra le più preziose, non sono capaci di quello spettacolo.
Si tirano le reti e si raccoglie il frutto, come nei campi d'estate la falce raccoglie le messi.
Si muovono ancora tra le mie mani e una danza è il loro addio alla vita
In quel momento avviene il passaggio, la traslazione si compie: salutano la loro vita, mi rendono la loro vita perché prosegua la mia.
D'estate, in un certo senso, sono prosecutore, continuatore, erede di vite altrui.
Quando l'aria ha compiuto lo strappo, quando ha sancito la successione, li disponiamo per tipi.
Con gli anni ho imparato a riconoscere le specie, anche il mare sa essere scuola.
Si torna sulla terra ferma e si allestisce la bancarella.
Il sole sempre più a picco fa brillare quel pesce ed attira spettatori, che, se Dio vuole, diventano compratori.
Non so mercanteggiare, quello nessuno te lo insegna o almeno non a me, che sono abituato a lunghi ininterrotti silenzi.
A me quella folla dà vertigine più dell'onda, quella folla è un beccheggio che non si fa mai culla, quella folla fa tanto Natale.
Ma a Natale non ho bisogno di parlare.
A Natale il fiato si fa musica, qui rimane zitto: la parola è uno strumento che non so suonare.
Per fortuna chi è più esperto di me conduce la trattativa e l'incasso si fa.
Quel passaggio, grazie a loro, assume un senso: il mio silenzio avrebbe aggiunto offesa a quella successione.
Grazie al mare ho imparato la potenza delle parole, la loro capacità di trasformare le cose, di conferire dignità anche ad un assassinio.
Grazie al mare ho imparato l'importanza delle parole, ma non le parole.
Non parlo, ma guardo.
Guardo la gente che arriva serena e divertita.
Il mare per molti è svago, per altri fatica.
Quando la merce finisce si torna a casa e si deve dormire subito.
La notte del pescatore è troppo corta ed il giorno le deve donare un pò delle sue ore, per compenso, per pareggio.
Così mi corico, mentre sento salire la voce dei villeggianti: mentre si approssima la loro serata - tra risate, occhiate e storie d'amore - inizia la mia notte, che è rifornimento di energia.
In quell'attimo la mente va a quell'azzurro, a quell'istante in cui il sole dice buongiorno e regala colore alle onde.
A quell'azzurro che acceca, a quel riflesso che è ipnotico.
A Natale quest'anno ho avuto il mio mare.
In quegli occhi lo stesso riflesso ipnotico, la stessa luce accecante.
A Natale, quest'anno, ho capito che non è l'azzurro, ma la luce ad incantarmi.
A Natale ho capito che alcune donne il mare se lo portano dentro.
Mi piacerebbe gettare le reti in quel mare, nel suo mare ed aspettare nella speranza di imprigionare tra le maglie i suoi pensieri.
Ma in quel mare serve un'arte che io non posseggo.
Io sono uomo da fatica, da mestieri, l'arte è un'altra cosa, l'arte è una musica che non so suonare, che non trova albergo dentro di me.
In quel mare, nel suo mare, bisogna avere studiato per riconoscere le specie, per apprezzare la varietà, per essere degno di un'eredità.
In quel mare, nel suo mare, non sono pronto per guardare.
E' un abisso che non copro con la mia vista analfabeta, che non raggiungo con la mia rete da artigiano delle onde.
E così mi consolo di avere almeno capito.
Ora so che il mondo offre spettacoli che non conosco e per i quali in questa vita non ho il biglietto.
Mi preparo alla prossima vita, sperando che il destino mi faccia incrociare di nuovo quegli occhi e quel sorriso, che per questa vita e per quanto ne resta hanno preso il posto dell'azzurro del mare prima di dormire.

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D'estate la mia vita diventa liquida. D'estate diventa azzurra. L'estate è un lungo Natale. Saluto le mie bestie, la terra è arida e riarsa e non offre nulla al pascolo e loro non offrono nulla a me. Chi conosce il latte sa che ha le sue stagioni, chi conosce il latte sa che d'estate non evoca...
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04/06/2020 21:29:35
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E poi viene Natale..

04 giugno 2020 ore 19:48 segnala
Si vive.
Ognuno la propria vita.
Ognuno vive la propria vita e si impara anche a farsela piacere alla fine.
In fondo l'umiltà è il dono che il Signore concede per non sentire il limite, la pressapochezza e, alle volte, la tristezza di una condizione infima.
Si vive e si impara anche a volerle bene a questa vita, anche se è la meccanica ripetizione di gesti sempre uguali.
Ti svegli all'alba, mungi le tue capre, prepari l'occorrente per il caglio, prepari il gregge e cammini.
Cammini, cammini, cammini, altro non fai per ore intere.
Poi quando si fermano a brucare, magari ti siedi sotto un albero e mangi anche tu.
Mentre le guardi pensi e, pensando, magari immagini.
Ma anche la tua immaginazione ha il perimetro angusto di uno stazzo, anche la fantasia ha bisogno di essere coltivata, di andare a scuola, di apprendere l'arte di essere bella e vasta e colorata e senza confini.
La fantasia di un pastore è una fantasia limitata, analfabeta, semplice.
Un fantasia che non ha letto, che non ha trovato germi per produrre immagini e storie che aspirino alla meraviglia.
E poi arriva Natale e fai della tua condizione un simbolo condiviso.
La gente ti guarda, ti sente suonare e pensa che tu stia impersonando un'allegoria, un personaggio da presepe.
Non sa che quella è la tua vita e la tua condizione quotidiana.
Mentre elegante e frenetica realizza gli ultimi acquisti, gli ultimi regali da mettere sotto l'albero e magari immagina con piacere l'espressione di chi lo riceverà, la gente distrattamente ti guarda e le perfezioni un'atmosfera.
A Natale la gente ti vuole bene.
E poi arriva Natale e spingi tutto il tuo fiato davanti ad una chiesa con un pubblico allegro che guarda un presepe vivente.
Pareggi i loro conti con l'aspetto religioso della ricorrenza, quello che prima di sentire la tua cornamusa non era sicuramente nei loro pensieri: non in quello della signora che fa la spesa per il cenone, non in quello della donna che prova l'abito che la renderà elegante ed ammirata, non in quello del papà intento a tenere a bada bambini eccitati da vetrine colme di giocattoli.
Per una settimana diventi tu la loro fantasia.
E poi arriva Natale ed incroci due occhi ed un sorriso e, mentre suoni il tuo strumento, la tua fantasia diventa improvvisamente letterata, si laurea, prende un master.
Due occhi ed un sorriso che ti svelano la meraviglia, che ti dicono cosa sia mancato davvero alla tua vita, in che cosa essa sia davvero limitata.
Poi quella bocca smette di sorridere e ti parla.
In un minuto provi tutte le emozioni che ti sono mancate, che nemmeno sapevi potessero esistere, tu così abituato alla meccanica riproposizione dell'uguale.
E in quella emozione ti fai coraggio e rispondi.
Magari non sei all'altezza, magari non sai parlare, ma rispondi, non puoi non farlo.
Tutto te stesso, quel te stesso che nemmeno conoscevi, che non immaginavi trova il coraggio e risponde.
E parli, parli a lei ed a quella sconosciuta dagli occhi da fiaba racconti tutto quello che nemmeno a te stesso avevi mai avuto il coraggio di raccontare.
E la tua vita cambia perchè da quel momento la vedrai con l'espressione degli occhi di quella donna, che ascoltava realmente interessata il tuo racconto.
Perchè il filtro di quella grazia saprà renderla in qualche modo diversa, a suo modo speciale.
E capisci in un momento che sono le persone, quelle speciali a rendere bella la vita, con la loro grazia, con la loro innata eleganza, con la loro semplicità, la loro umanità e la loro meraviglia, quella che hanno dentro e portano impressa negli occhi.
E torni alla tua vita, perchè Natale finisce.
Torni alla tua vita, ma non è più la stessa vita, anche se le azioni giornaliere sono le stesse.
Ora seduto sotto quell'albero c'è lo stesso pastore, ma non più lo stesso uomo.
E le sue fantasie oggi hanno colore e musica e spazi immensi e soprattutto un nome, il suo nome.

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Si vive. Ognuno la propria vita. Ognuno vive la propria vita e si impara anche a farsela piacere alla fine. In fondo l'umiltà è il dono che il Signore concede per non sentire il limite, la pressapochezza e, alle volte, la tristezza di una condizione infima. Si vive e si impara anche a volerle...
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04/06/2020 19:48:36
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