DA OGGI SMETTO DI USCIRE CON ME STESSO

02 settembre 2008 ore 20:15 segnala
 

DA OGGI SMETTO DI USCIRE CON ME STESSO

Il fischio di un treno. Le grida di lontano di alcuni bambini che approfittando dell’assenza dei genitori, si rincorrono intorno ad un’altalena. Nella stanza male illuminata giornali, bottiglie e  vestiti si confondono come passeggeri all’aereoporto. Le auto sfrecciano spedite verso discoteche, wine- bar, enoteche, bistrot ed ogni sorta di locale, alla ricerca dell’effimera illusione: quella di sentirsi vivi una sera. Una sola sera. Il tramestìo della notte in divenire, si sposa bene con il cigolio del tram. Il pachiderma che passeggiando sulle ferrose rotaie taglia di netto le arterie della città.

Nell’appartamento al quinto piano di Via Costanzi, un uomo, con rapide falcate taglia di netto l’abitazione. E’ appena uscito dalla doccia; la sigaretta accesa come una torcia, l’accappatoio logoro che ne mette in luce il petto glabro e le forme non proprio sinuose. Ai piedi, al posto di comunissime ciabatte da bagno indossa un paio di buste griffate “PAM – LA SPESA INTELLIGENTE”. Fuori il suono delle campane di una piccola chiesa segnano le undici. Un ‘ambulanza muggisce per aprirsi un varco nel traffico del sabato sera. Lombardo. Si fa chiamare cosi dagli amici, anche se questi non capiscono il motivo di questa scelta, dato che è originario di Mondello. L’uomo in preda ad una crisi isterica continua a camminare su e giù per il corridoio, prendendosi la testa tra le mani e continuando a ripetere all’infinito: “Il basco, non trovo piu’ il basco”. Una litania straziante. Una cantilena dolorosa che violenta il silenzio tra quelle quattro pareti. Ad un certo punto Lombardo pare liberarsi da quel pensiero martellante e d’impeto afferra la cornetta del telefono. Dall’altro capo una voce fievole e femminile alza il ricevitore:

-         Pronto. Chi è?

-         Puttana. Allora ci sei..

-         Certo amore. Ma che ti è preso?

-         Le mie solite ossessioni. Con chi sei?

-         Ma con chi vuoi che sia. Da sola.

-         Giuramelo su quello che hai di più caro.

-         Amore, a me di caro rimani solo tu.

-         Stronzate. Perché dovresti stare con me. Non vedi che panza e guarda che occhiaie. Fuori è pieno di ragazzi giovani e aitanti.

-         Ma io amo te. Te l’ho già ripetuto mille volte.

-         Cazzate. Non  sei da sola. Un mio parente di Canicattì mi ha appena letto le carte.

-         E cosa ti avrebbe detto questo parente di Canicattì?Sentiamo.

-         Che sei bionda e che in questo momento in casa con te ci sono altre due persone.

-         E tu credi davvero alle carte?

-         Si.

La donna abbassa il ricevitore. Lombardo rimane con la cornetta in mano a fissare la sua stanza. Ai piedi del letto preservativi, medicinali, unguenti, creme anti-età, guanti in lattice, anfibi e vecchie riviste sportive fungono da squallida scenografia a quel triste teatro di vita.

Leonardo si distende sul letto. E’ solo, dannatamente solo. Prova a distendere le gambe, il torso rigido, la bocca contratta in una smorfia che apre un sipario sulla scacchiera dei denti. Dodici  all’attivo. Il resto perso tra le mattonelle di pavimento freddo e disunito. Retaggio di una sbronza colossale. Leonardo è in dormiveglia. I pensieri si fanno vaghi. E’ stanco. La percezione dell’esterno è sbiadita quando ad un tratto un rumore metallico lo fa destare. Il suono di una ruota che gira freneticamente e squarcia d’improvviso il silenzio. E’ mezzanotte. Leonardo si alza e di scatto attraversa il corridoio e poi la cucina. Il rumore cresce d’intensità.. Sembra sempre più vicino, più vivo.. Sembra entrargli direttamente al cervello, perforandolo. Uscendo sul balcone rimane di sasso dinanzi a quel piccolo roditore che schizza come una saetta tra i raggi della sua ruota. Un criceto invasato. Un dannato criceto. In fondo ognuno ha le sue debolezze.

Ormai è tardi per riprendere sonno. Si veste, afferra le chiavi di casa e prende d’infilata la porta, finisce di scolare il Martini e uscendo di casa accende l’ennesima sigaretta. La cortina di fumo azzurrognolo gli arrossa gli occhi. Due occhi da criceto invasato, Un maledetto roditore che crede di essere un uomo e si dispera per questo. Due occhi contornati da occhiaie pesanti simili alla traccia lasciata dall’aratro sul terreno. L’auto parte come una molla. Le mani saldamente sul volante. La radio che starnazza un vecchio motivo di Califano: “Piuttosto che sta solo dentro al letto vado randagio in quarche vicoletto”. Le luci della notte suscitano in lui una certa eccitazione. Attraversa viali, ponti, stazioni, cavalcavia fino a quando giunge a Piazza Vittorio. La culla del melting-pot. L’esempio vivente e mal riuscito d’integrazione razziale. Alla fermata del 38 notturno, senegalesi, rumeni, albanesi, moldavi, ceceni , polacchi, napoletani e calabresi si accalcano come anguille dentro ad un tinozzo in attesa del bus. Canto orchestrale di miseria, esecuzione corale vivente di poveri diavoli. “Uomini del sud, oggi canto per loro e per tanta gente che non ha lavoro…io figlio loro”. Leonardo vedendo quelle facce smunte, quei corpi macilenti, quelle figure che implorano pietà non li lascia impietosire e abbassando il finestrino grida con tono minaccioso: “ Per voi basta cagare un figlio sul marciapiede e subito volete la cittadinanza”

Giungendo a Via Cavour intravvede un locale affollato. Tanti giovani ai piedi di una scalinata che consumano le loro vivande, fumando sigarette e parlando dei tagli all’università. Leonardo decide di fermarsi. Parcheggia e sia avvia all’ingresso ma dopo pochi secondi la paranoia torna a farsi sentire: “Avrò chiuso la macchina? Con tutta quest’immondizia immigrata non si sa mai”. Entrando all’interno si siede su di uno sgabello. Ordina un drink. La musica rintrona e rende difficile la comunicazione, ma non  per lui che è da solo e non intende parlare. “Due ali per volare dove sono le stelle, l’inferno che mi possa far salvare la pelle io non ce l’ho”. I pensieri ricominciano a farsi largo mentre l’alcool in circolo lo inebria. Dinanzi a lui due ragazze vestite di nero. I lunghi capelli raccolti come uno scialle sulle scapole. Le due giovani parlano di arte, pittura, atelier, esposizioni mentre una delle due di soppiatto lancia sguardi languidi a Leonardo che, vinto dall’imbarazzo, controlla le schedine del Totocalcio. Leonardo si lascia ammaliare dal loro fascino. Viene rapito da quel loro modo di fare. Quelle movenze misteriose e quell’ammiccare meccanico. Una sorta di elaborato rituale. Ma ciò che lo intriga di più è il fatto che le due ragazze, all’altezza degli occhi abbiamo disegnata una striscia colorata, che avvolge lo sguardo come un sudario. Prende fiato. Scola l’ultimo sorso e si avvicina:

-         Ciao. Posso?

-         Devi.

-         Perché devo?

-         E’ da più di mezz’ora che ci guardi. E’ vero?

-         Si.

-         E si può sapere il perché?

-         Mi chiedevo il perché del vostro colore sugli occhi.

-         Semplice. Il mio è rosa perché vedo il mondo tutto rosa.

-         Infatti. Il mio è verde perché vedo il mondo tutto verde.

-         Io il mondo lo vedo tutto nero.

Esce fuori e respira l’aria di questa notte assurda. Una notte di straordinaria follia. Una notte da uno, nessuno, centomila incontri. Una notte di un uomo solo, di due donne truccate, di un amore preso al discount e svenduto al mercato. Una notte di accattoni, emigranti, turisti, baristi e puttane. Già perché perdere tanto tempo dietro le donne. La radio in macchina intona: “Tanto la donna, anche quella più sincera, le corna prima o poi te le fa”.

Imbocca verso il Colosseo. Supera Piramide.  Le terme di Caracalla si stagliano con le loro rovine al di sopra delle tre direzioni che si diramano lungo l’asfalto. Benvenuti a Roma. Benvenuti nella città eterna. Buona permanenza nella città dove anche la merda viene venduta a peso d’oro. Siete a Roma. In bocca al lupo. Le piazze, le fontane, i superbi monumenti, le rovine, i resti antichi, le mille opportunità non sono che lo specchietto per le allodole per i Pinocchio e i Lucifero moderni.

Sul ciglio della strada, i tacchi saldamente piantati sul marciapiede le puttane vendono amore. 10 minuti di felicità e poi merdosa realtà. Leonardo rallenta. Ce ne sono di tutti i tipi. Un campionario di rara umanità. Umanità ferita, violentata, stuprata, segretamente violata e pubblicamente annientata. Scorre i visi, le gambe, le bocche invitanti. Rumene, asiatiche, nigeriane, senegalesi, lolite, veterane, trans. Seduta al di là di una stazione di servizio, Leonardo scruta una ragazza dai capelli biondi. Viso da cerbiattino e corpo da capogiro. Leonardo si ferma proprio davanti a lei. Avrà si e no 16 anni. La sigaretta in mano come una compagna inseparabile. Il tempo di 7-8 boccate. Un piacere illusorio. Come la vita. Non c’è tempo per le riflessioni profonde. L’alcool è in circolo. Il membro eretto come il busto di una statua. “20 euro è sarà mia” pensa Leonardo accingendosi a pronunciare la fatidica frase:

      -“Quanto vuoi”

      - Con te no. Tu albanese” risponde secca la ragazza, con marcata inflessione dell’Est.

 

-         “Ma quale albanese. Sono di Trapani”.

-         “Ho detto no. Tu brutta faccia”.

-         “Lo so ho le rughe. Sono tre giorni che non dormo. Il roditore gira tutta la notte, rode nella gabbia e a me se non sali rodono i coglioni”.

-         “Va via”

-         “Dai facciamo cinquanta”.

-         “Non voglio”

-         “Dai cinquanta a casa. Ti butto in branda e ti sposo”

-         “Tu sposi me?Ma Vaffanculo”

-         “Davvero. Mia madre sarebbe contenta. Mio padre ancora di più”.

Niente. Nun c’è trippa pe gatti dicono a Roma. Non c’è figa per i disperati recita la vita.

“Due mani con due altre da poter incrociare io non ce l’ho”…

La notte è ancora lunga. Aihmè. Leonardo riprende il suo tragitto. Abbandonata la Cristoforo Colombo imbocca la via di ritorno verso casa. 32 anni, 76 kg, 1200 euro di stipendio, 12 denti rimasti, un solo scudetto festeggiato e milioni di fallimenti. La luce al neon di un’ insegna lo cattura come il richiamo di una sirena. “Marilù – Club Privè”. Decide di entrare. Luci  soffuse, arredamento di pessimo gusto, separè, priveè, divani in finta pelle. All’interno un vero e proprio affresco di personaggi picareschi. Trans, travestiti, lesbiche, froci, cuckold, mariti pronti a scambiare mogli, mogli pronte a scambiare mariti, gente pronta a scambiare la propria intimità pur di non annoiarsi. Mani intrecciate, corpi aggrovigliati, lingue come mulinelli. Leonardo si muove come un giaguaro ferito nel buio di quelle stanze. Il silenzio è religioso, rotto soltanto dai gridolini di piacere e dai gemiti. Tutti si scrutano, si palpano, si spingono, si cercano senza far rumore. E’ un cimitero di piacere e le tombe se ne stanno in attesa di godere. In fila, abbracciati, di traverso, avvinghiati. Il piacere ha tante forme, tante sfumature. Ma Leonardo è uno soltanto e se si trascina canticchiando un motivetto che stride con quell’atmosfera di assoluta compostezza acustica e in quel caos ormonale: “Tanti Auguri a chi tanti amanti ha”. Superato un piccolo corridoio, travestiti appollaiati sugli sgabelli, donne e uomini sbranati dalla loro stessa bramosia, Leonardo si infila in un cunicolo. “Tanti auguri a chi tanti amanti ha”.E’ buio. A tastoni procede in quel bunker di trasgressione. Le mani protese in avanti incontrano una porta. Il nostro esercita pressione su quell’ostruzione mentre all’interno i gemiti di piacere si fanno sempre più intensi, simili a dei singhiozzi.”Tanti auguri a chi tanti amanti ha”. Leonardo continua a spingere: un tonfo, il fracasso della porta che rovina a terra, le urla di piacere che si trasformano in urla di dolore. L’Amplesso di due amanti rovinato dal collasso di una porta e dalla follia di un uomo. Un uomo che nel giro di 4 minuti viene preso al bavero dai buttafuori e sbattuto per strada come un verme. “Scendi dal palco, il pubblico è già uscito, nun c’è rimasto manco un travestito”.

 Decide di chiudere lì quella serata malsana. Tutto va storto. Le telefonate vanno storte, il rilascio della cittadinanza va storto, con le puttane va storto, con le donne non ne parliamo. Solo le porte cadono nel punto giusto. Ma questa è un’altra storia.

Appena rientrato a casa Leonardo prova a riparare con Ivonne. Compone il numero.

-         Pronto?

-         Ciao come stai?

-         Leonardo tra noi è finita.

-         Lo so ho sbagliato.

-         Dimenticami. Non uscirò mai più con te”.

-         Hai ragione. Stavo pensando anch’io di non uscire più con me stesso”.

 

Bè, è strepitoso. E’ di sicuro il più folle, paranoico, schizofrenico, esilarante personaggio che abbia mai calcato le strade della città eterna. Gradasso, bugiardo, puzzolente, lavativo, razzista, blasfemo, eppure calpestato e calunniato da tutti: è davvero strepitoso. Protagonista di gloriose rivincite, un essere che corre contro e più veloce di sé stesso, sempre arrapato, perennemente dilaniato dalle paranoie e dai sensi di colpa, autolesionista al limite del masochismo. Maniaco, solo contro tutti, incassatore di memorabili sconfitte

, ossessivo ed ossessionato, ad ogni passaggio sotto il cielo polveroso della città s’innalzano fiotti di dolore, pietà e commozione per le creature più sventurate di lui. Fanfarone, affetto da manie di grandezza, esibizionista: capace di spendere 250 euro in un ristorante per mangiare poi 50 grammi di tortellini solo per il gusto di spendere, consumare, avvilire. Sfortunato amante senza mai essere ricambiato.

Nell’incessante susseguirsi di sogni di riscatto e grandezza, il suo è uno inno solenne alla piccolezza.

.Ora silenzio. E’ tempo di dormire. Albeggia. Sono stanco e domani devo cercare il basco…..  “Già stanotte che se fa..io nun c’ho voja de enventamme niente dormirei solamente…a me de perde tempo co la gente nun me frega più niente…

………