Lampo di vita

31 ottobre 2010 ore 02:36 segnala
Chissà se ti sei salvata....

Spiaggia bassa

31 ottobre 2010 ore 02:01 segnala
La chiusa violenta e stremata di una passione somiglia al risveglio dopo un piccolo incubo. Ti guardi intorno stupito ed ammaccato. E' come tornare a casa dopo un bel viaggio, e vedi dell'aria delle case, della spiaggia bassa, tutto a colori aspri e teneri, come il rosa su una parete scabra. E tiri un sospiro di sollievo.. E' stato un  bel viaggio...
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La chiusa violenta e stremata di una passione somiglia al risveglio dopo un piccolo incubo. Ti guardi intorno stupito ed ammaccato. E' come tornare a casa dopo un bel viaggio, e vedi dell'aria delle case, della spiaggia bassa, tutto a colori aspri e teneri, come il rosa su una parete scabra. E tiri... (continua)
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31/10/2010 02:01:59
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Lapis a margine

19 ottobre 2010 ore 19:48 segnala
Ci sono giornate che sono filosofie, che ci suggeriscono interpretazioni della vita, che sono appunti a margine, pieni di altra critica, nel libro del nostro destino universale. Questa è una di quelle giornate, lo sento. Ho l'assurda impressione che con i miei occhi pesanti e col mio cervello assente si stiano tracciando, come con un lapis insensato, le lettere del commento profondo e inutile

anno domini 2010

19 ottobre 2010 ore 11:24 segnala
"Acclamazioni, adulazioni, servitù volontarie, spergiuri, rapide conversioni di... accesi democratici, che sarebbero state comiche se non fossero state umilianti, restrizioni mentali, accomodamenti [....] insensibilità per la violata giustizia e pei quotidiani sopprusi, infingimenti di non vedere e non sapere quel che ben si vedeva e si sapeva per acchetare così i rimproveri della coscienza, ignoranza circa l'andamento dei pubblici affari con congiunto e incessante bisbigliare di scandali, supino plauso di ogni detto o asserzione che venisse dall'alto [....] audacie degli audaci nel dare l'assalto alla fortuna, e prontezze a cogliere privati vantaggi o a soddisfare privati odi con sembianze di politico zelo, senza che alcuno osasse opporsi o protestare [...]. L'umanità nella sua condizione media, è così fatta che non bisogna porla a troppo difficile prova e chiederle troppo duri sacrifici".
BENEDETTO CROCE, Storia d'Europa nel secolo decimonono, 1932

Carmelo Bene

18 ottobre 2010 ore 12:15 segnala
Carmelo Bene. Me l'ero immaginato definitivamente ingoiato da una vita quotidiana inimmaginabile, e triturata dal suo stesso genio, portato via su galassie tutte sue, a doppiare pianeti che sapeva solo lui. Perduto, insomma. Poi ha iniziato a girare con questo suo spettacolo anomalo, una lettura dei Canti Orfici di Dino Campana.
L'ho mancato per un pelo un sacco di volte, e alla fine ci sono riuscito a trovarmi una poltrona, in un teatro, con davanti lui. A Napoli, all'Augusteo. Scena buia, solo un leggio. Lui, lì, con una fascia sulla fronte alla McEnroe, e dei segni di cerone bianco sotto gli occhi. Un microfono davanti alla bocca, e una luce addosso. Cinquanta minuti, non di più. Non so gli altri: ma io me li ricorderò finché campo.
Non è che si possa scrivere quel che ho sentito. Né cosa, precisamente, lui faccia con la sua voce e quelle parole non sue. Dire che legge è ridicolo. Lui diventa quelle parole, e quelle non sono più parole, ma voce, e suono che accade diventa Ciò-che-accade, e dunque tutto, e il resto non è più niente. Chiaro come il regolamento del pallone elastico. Riproviamo.
Quando sono uscito non avrei saputo dire cosa quei testi dicevano. Il fatto è che nell'istante in cui Carmelo Bene pronuncia un parola, in quell'istante, tu sai cosa vuol dire: un istante dopo non lo sai più. Così il significato del testo è una cosa che percepisci, si, ma nella forma aerea di una sparizione. senti il frullare delle ali, ma l'uccello non lo vedi: volato via. Così, di continuo, ossessivamente, ad ogni parola. E allora non so gli altri, ma io ho capito quel che non avevo mai capito, e cioè che il senso, nella poesia, è un'apparizione che scompare, e che se alla fine tu sai volgere in prosa una poesia allora hai sbagliato tutto, e, a dirla tutta, la poesia esiste solo quando diventa suono, e dunque quando la pronunci a voce alta, perché se la leggi solo con gli occhi non è nulla, è prosa un po' vaga che va a capo prima della fine della riga ed è scritta bene, ma poesia non è, è un'altra cosa.
Diceva Valéry che il verso poetico è un'esitazione tra suono e senso: ma era un modo di restare a metà del guado. Se senti Carmelo Bene capisci che il suono non è un'altra cosa dal senso, ma la sua stagione estrema, il suo ultimo pezzo, la sua necessaria eclisse. Ho sempre odiato, istintivamente, le poesie in cui non si capisce niente, neanche di cosa si parla. Adesso so che c'è qualcosa di sensato in quel rifiuto: rifiuta una falsa soluzione. Quel che bisognerebbe saper scrivere sono parole che hanno un senso percepibile fino all'istante in cui le pronunci, e allora diventano suono, e allora, solo allora, il senso sparisce. Edifici abbastanza solidi da stare in piedi, e sufficientemente leggeri da volare via al primo colpo di vento.
È meraviglioso come tutto questo non abbia niente a che fare con l'idea che si ha normalmente della poesia: un poeta soffre, esprime il suo dolore in belle parole, io leggo le parole, incontro il suo dolore, lo intreccio col mio, ci godo. Palle: per anime belle. Tu senti Carmelo Bene e il poeta sparisce, non esprime e comunica niente, l'attore sparisce, non esprime e comunica niente: sono sponde di un biliardo in cui va la biglia del linguaggio a tracciare traiettorie che disegnano figure sonore: e quelle figure, sono icone dell'umano. Le poesie non sono delle telefonate: non le si fanno per comunicare. Le poesie dovrebbero esser pietre: il mare o il vento che le hanno disegnate, sono poco più che un'ipotesi.
Non spiega quasi nulla, Carmelo bene, durante lo spettacolo. Solo un paio di volte annota qualcosa. E quando lo fa lascia il segno. Dice: leggere è un modo di dimenticare. Testualmente, nel suo linguaggio avvitato sul gusto del paradosso: leggere è una non-forma dell'oblio. Non so gli altri: ma a me m'ha fulminato. L'avevo anche già sentita: ma è lì, che l'ho capita. Scrivere e leggere stretti in un unico gesto di sparizione, di commiato. Allora ho pensato che poi uno nella vita scrive tante cose, e molte sono normali: cioè raccontano o spiegano, e va bene così, è comunque una cosa bella, scrivere. Però sarebbe meraviglioso una volta, almeno una volta, riuscire a scrivere qualcosa, anche una pagina soltanto, che poi qualcuno prende in mano, e a voce alta la pronuncia, e nell'istante in cui la pronuncia, parola per parola, sparisce, parola per parola, sparisce per sempre, sparisce anche l'inchiostro sulla pagina, tutto, e quando quello arriva all'ultima parola sparisce anche quella, e alla fine ti restituisce il foglio e il foglio è bianco, neanche tu ti ricordi bene cosa c'avevi scritto, solo ti rimane come una vaga impressione, un'ombra di ricordo, qualcosa come la sensazione che tu, una volta, ce l'avevi fatta, e avevi scritto una poesia.


VARIETA'

17 ottobre 2010 ore 16:01 segnala
Cacciatore di ricchezze" commerciante venditore, atleta della lotta fatta col discorso”;
“Purificatore dell’anima dalle opinioni che sono d’impedimento alla acquisizione delle cognizioni”;
“Un uomo che possiede una scienza apparente su tutto, ma è privo della verità”.
Queste sono alcune definizioni della figura del sofista fornite da Platone nel dialogo omonimo (231d-232c).
Subito dopo, lo straniero invita a figurarsi qualcuno che non solo sia in grado di dire e contraddire su tutto, ma – forzando e potenziando l’immaginazione – di “saper fare e realizzare con un’arte sola tutte le cose…”. Una sorta di artefice geniale capace di produrre rapidamente ogni cosa vendendola per di più ad un ottimo prezzo (233e-234a). In questo modo, tra l’altro, ci si riavvicina al significato originario (e privo di connotazioni negative) del termine sofista, dal verbo sofizesthai, cioè “operare o parlare abilmente”.
Ora, si provi a togliere lo spessore culturale del contesto filosofico-critico e ad aggiungere l’elemento patologico, la mania (non certo la filosofica ma la narcisistica, quella di grandezza), e verrà fuori grosso modo il deserto antropologico nel quale è precipitato negli ultimi 25 anni gran parte di questo paese. Che, naturalmente, vi si è fatto precipitare ben volentieri…

LA BALLATA DELLE DONNE

17 ottobre 2010 ore 14:28 segnala

Quando ci penso, che il tempo è passato, le vecchie madri che ci hanno portato, poi le ragazze, che furono amore, e poi le mogli e le figlie e le nuore, femmina penso, se penso una gioia: pensarci il maschio, ci penso la noia.

 

Quando ci penso, che il tempo è venuto, la partigiana che qui ha combattuto, quella colpita, ferita una volta, e quella morta, che abbiamo sepolta, femmina penso, se penso la pace: pensarci il maschio, pensare non piace.

 

Quando ci penso, che il tempo ritorna, che arriva il giorno che il giorno raggiorna, penso che è culla una pancia di donna, e casa è pancia che tiene una gonna, e pancia è cassa, che viene al finire, che arriva il giorno che si va a dormire.

 

Perché la donna non è cielo, è terra carne di terra che non vuole guerra: è questa terra, che io fui seminato, vita ho vissuto che dentro ho piantato, qui cerco il caldo che il cuore ci sente, la lunga notte che divento niente.

 

Femmina penso, se penso l'umano la mia compagna, ti prendo per mano

 

Edoardo Sanguineti