20 SECONDI ALL'ALBA

30 novembre 2011 ore 03:03 segnala
20 SECONDI ALL'ALBA



#1 - NEL BUIO -domenica 1 aprile 2007 8.35

La prima volta che ci siamo incontrati è stato per caso, in una stanza anonima...ricordi?

la tenda filtrava poca luce. abbastanza comunque per capire che fuori era ancora giorno...intorno a noi invece era già notte e tu stavi seduta al mio fianco, sul bordo del letto, con il viso voltato leggermente verso di me, quanto bastava perchè potessi scorgere il tuo profilo a tre quarti...mi dicevi ridendo che se quello fosse stato un grattacielo tu in quel momento avresti avuto le gambe abbandonate nel vuoto…ricordi? io e te sul punto più alto del mondo...dicevi di essere attratta dalla vertigine...


Mentre parlavi a bassa voce gesticolavi.
Lo facevi in modo elegante. Senza foga. e con le dita sembrava volessi disegnare la danza delle parole...le accompagnavi nell'aria, me le porgevi e poi lasciavi che si dileguassero...guardavi per terra. a volte un punto fisso sul pavimento, a volte la punta dei piedi. A tratti alzavi gli occhi e quando lo facevi buttavi leggermente indietro la testa. Sempre attenta a che i nostri sguardi non si incrociassero mai.
ogni tanto ridevi.
non ricordo ciò che ci siamo detti. le parole mi uscivano confuse, le frasi scomposte, in un ordine molto simile a quello del caos...e neppure ascoltavo quello che avevi da dirmi tu...sentivo solo la tua voce...

ed ero sorpreso...perchè la tua voce era come una canzone...come la mia culla...
ed era in fondo alla culla che bisognava cercare il senso...lo sapevamo tutt’e due. in quel momento il senso non stava nelle parole, ma intorno ad esse...nei brevi silenzi imbarazzati, nella poca luce che attraversava la camera, nelle tue dita sottili e nella punta dei piedi...era come se ci conoscessimo da sempre...come se il tempo ci avesse tenuto distanti solo un po’ troppo a lungo per poterci ricordare di noi…e ci avesse restituito l'uno all'altra in quell’istante, insieme al desiderio e allo stupore di riscoprirsi ancora una volta.
per nulla cambiati.
poi hai smesso di parlare. ti sei scostata i capelli dalla fronte e fatta seria tutto d’un tratto…mi hai guardato in viso, in silenzio, per la prima volta. solo allora ho scoperto di che colore erano i tuoi occhi. Solo allora mi sono accorto di quanto fossero neri. come una notte d'inverno. tanto scuri da non poterne vedere il fondo...erano grandi e mi fissavano nel buio…
ed era con quegli occhi che adesso mi parlavi…mi guardavi e senza parole mi chiedevi di avvicinarmi ancora un po’…fino a poter catturare col mio respiro tutto il tuo ossigeno…finchè le nostre labbra non si fossero sfiorate…finchè non avessimo conosciuto davvero la nostra reciproca materialità…constatato la nostra esistenza...


ti guardavo ed in silenzio rispondevo di sì…che era ciò che volevo anch’io…che stavo facendo quello che tu mi chiedevi…
ti guardavo…
poi ho aperto gli occhi.


#2 - NEL SOLE -mercoledì 23 maggio 2007 19.41

Quando ti ho rivista eri smarrita.
camminavi nel sole, in equilibrio sull’ombra di un traliccio…un piede in fila all’altro…lentamente…con le braccia leggermente scostate dai fianchi, per bilanciarti meglio…
io ti osservavo da lontano. nascosto…
ti osservavo arrivare fino in fondo a quel filo d’ombra…poi ti sei fermata guardandoti intorno, con l’espressione di chi non sa più dove andare… ti sei seduta per terra, con la testa bassa, stringendoti al petto le ginocchia…e sei rimasta lì, immobile.
solo allora mi sono avvicinato, cercando di fare il meno rumore possibile…
ma tu devi avermi sentito lo stesso, perché di colpo hai sollevato il capo e i nostri occhi si sono incrociati.
per la seconda volta.
mi hai sorriso.
poi sono stato io il primo a parlare:

“che fai?”
alzi le spalle.
“ti stavo aspettando”
“ma non è qui che dovevamo trovarci…”
“lo so, ma mi sono persa”
“anch’io”
“non so più tornare indietro…”
“indietro dove?”
“non ricordo…a casa, forse…tu sai dov’è la mia casa?”
non lo so.
“forse devi seguire il percorso inverso delle nuvole…”
“l’ho fatto…ma qui non c’è la mia casa…”
mi guardo attorno. non c’è.
poi mi chino lentamente, per poterti osservare meglio.
“senti…”
“sì?”
“lo sai che io te non siamo finiti qui per caso…?”
sorridi di nuovo.
“lo so…e sono felice che ci sia anche tu…”
“io ci sono perché non avrei potuto essere da nessun’altra parte che qui…perché i nostri destini sono legati all’ombra di quel filo che tu hai percorso con tanta cura fino in fondo…attenta a non abbandonarne mai il solco…e sta troppo in alto, quel filo…troppo perché qualcuno lo possa toccare…o spezzare…eppure è così sottile che visto da qui, in controluce, sembra quasi perdersi nel sole…”
“tutto ciò che ci riguarda finisce per perdersi nel sole…”

avevi un’espressione triste mentre dicevi queste parole…e io sapevo che avevi ragione…che tutto quello che siamo io e te prima o poi finisce nel sole…compresa la nostra esistenza…in un modo o nell’altro…ineluttabilmente…e io non dovevo più dimenticarlo…
poi con il pollice mi hai premuto leggera sul ginocchio…e ti è tornato il sorriso…
mi sono tirato in piedi:

“ora vado, prima che si faccia tardi…”
annuisci.
“io resto ancora un po’ qua”

prima di voltarmi ti ho sfiorato i capelli…
era una carezza.
e tu esistevi.

questa volta ne ero certo.



#3 - NEL VUOTO -venerdì 20 aprile 2007 5.17

“sei pronta?”

“credo di sì...”

“non c’è più tempo ormai per i ripensamenti...”

“lo so”

“allora andiamo...”



ti ho porto la mano e tu l’hai stretta forte, senza dire una parola.

ho capito che avevi paura.

“non c’è nulla da temere” ti ho sussurrato all’orecchio.

hai fatto di sì con la testa e abbiamo chiuso gli occhi, quasi nello stesso istante.

io respiravo profondamente.



poi è accaduto ciò che ti avevo promesso e ciò che entrambi stavamo aspettando.

abbiamo sentito i nostri piedi sollevarsi silenziosamente dal suolo e una forza sconosciuta portarci sempre più in alto, fin sopra i tetti delle case, fino a disperdere in una confusa nube lontana i rumori e gli odori della città.

le nostre dita erano ancora intrecciate e l’intensificarsi improvviso della tua stretta mi ha svelato che avevi appena riaperto gli occhi. l’ho fatto anch’io e ho visto le tue pupille brillare, mentre guardavi verso il basso, più o meno dalla stessa altezza da cui di solito ci osservano le nuvole.

tutto sotto di noi rimpiccioliva ogni secondo di più, mentre noi eravamo lì, sospesi a mezz’aria, cercando di indovinare posti e paesi che fino ad allora ci erano sempre sembrati così lontani...



il volo è continuato fino al blu più profondo, dove non serve aria per riempire i polmoni. fino al punto in cui basta il silenzio per tenere insieme l’intero cosmo. ci siamo fermati a guardare il nostro mondo, che mai come allora era apparso così minuscolo e fragile ai nostri occhi.

dunque era quella la vertigine...un volo senza rete, precipitando di testa verso il nulla...in alto, dove non c’è più niente che possa interrompere la caduta, se non la volontà di non smarrirsi in mezzo ad un’infinità di atomi. la vertigine era stringerti per mano, in una dichiarazione di fiducia che andava ben oltre qualunque parola, qualunque promessa infranta o mantenuta. era ascoltare le tue emozioni attraverso i fremiti, attraverso l’impercettibile movimento delle tue dita tra le mie. era la consapevolezza che saremmo esistiti soltanto finché le nostre mani avessero continuato a stringersi forte.



d’un tratto ti sei fatta pensierosa e con lo sguardo fisso davanti a te mi hai detto:

“guarda il mondo...non è buffo? visto da sotto sembra immenso...un enorme groviglio di materia in cui è così facile perdersi...a guardarlo da qui, invece, è soltanto un’insignificante pallina colorata...è bello pensare che basterebbe allungarsi un po’ per poterlo afferrare...per poterlo tenere anche solo qualche istante nel palmo della mano...”

“ogni cosa è possibile...basta volerla davvero...”

se così non fosse non saremmo mai arrivati fin quassù. e tu lo sapevi meglio di me.

senza aggiungere altro ho allungato un braccio e afferrato il mondo. poi l’ho portato vicino al tuo volto, perché potessi vederlo meglio. ti ho chiesto di aprire la mano e te l’ho appoggiato delicatamente sul palmo...tu l’hai osservato per un po’ da vicino, poi hai chiuso lentamente le dita e stretto sempre più forte...dal tuo pugno serrato sono uscite briciole e polvere di quella che un tempo era la nostra casa.



era bello pensare di poter afferrare il mondo...di poterlo tenere anche solo qualche istante nel palmo della mano...

ma era ancora più bello pensare che adesso c’eravamo soltanto io e te, lassù, sospesi nel vuoto, a galleggiare in mezzo alla luce soffusa degli astri...

io e te e nient’altro.

mi sorridevi. anche tu pensavi la stessa cosa. e i tuoi occhi ora brillavano così forte che se ci fosse stato ancora qualcuno laggiù, ad osservare il cielo di notte, li avrebbe di certo scambiati per stelle.

sì, era ancor più bello pensare che adesso, lassù, c’eravamo soltanto io e te.

io e te e nient’altro.

senza più nemmeno il bisogno di un posto in cui dover nuovamente atterrare#4 - DISTANTE -venerdì 25 maggio 2007 17.52“...Affinchè un suono si possa propagare ha bisogno di un mezzo che lo trasporti; l’aria è uno di questi in quanto le sue particelle si trasmettono l’un l’altra la vibrazione generata dalla sorgente sonora e la propagano nello spazio. Questo significa che qualsiasi mezzo, solido, liquido o gassoso che sia, è in grado di trasportare il suono, influendo sulla sua velocità a seconda della sua densità.”



Non ti vedevo. non eri più accanto a me. nel posto in cui avresti dovuto essere ora...

sentivo che eri stata lì fino ad un momento fa...ma non ricordo quanto fossero stati lunghi quegli attimi e pesanti i nostri passi per giungere dove ora mi trovavo, lontano dalla veglia e dal sonno. lontano dal mio essere vivo...

ho provato a chiamarti, ma nessun suono usciva dalla mia bocca...

ho provato ad urlare il tuo nome, ma non c’era più aria intorno. non c’era più vento a cui poterlo affidare. e non facevano più rumore i rami secchi che si spezzavano sotto i miei piedi.

eravamo partiti alla ricerca del cuore del silenzio e non c’era più dubbio ormai che a trovarlo ero stato soltanto io... ed ora mi chiedevo che senso avesse tutto questo se tu non eri più accanto a me. non ricordo se il nostro era stato un viaggio di speranza o una fuga a perdifiato...nè se il respiro ha iniziato a mancarmi durante la corsa oppure soltanto alla fine, dopo aver conosciuto la voce della solitudine.

mi sono seduto per terra a riprendere fiato.

e ho provato a concentrarmi soltanto sul tuo pensiero



sense



“ehi...dove sei finita?”

“HO PERSO IL CONTROLLO DEL TEMPO...NON RICONOSCO PIÙ LE CASE CHE MI CIRCONDANO...C’È TROPPO TRAFFICO QUI E HO IL CUORE CHE MI BATTE NELLE ORECCHIE...”

“il cuore? il mio credo si sia fermato da tempo ormai...”

“COME HAI DETTO?”

“niente, lascia stare...piuttosto...”

“COSA?!”

“l’ho trovato! il posto che stavamo cercando...dove neppure l’aria ha ragione d’esistere...dove ogni atomo è muto...e le uniche cose che sanno vibrare in silenzio sono i pensieri...e le sensazioni...devi cercare di raggiungermi subito, prima che si faccia davvero troppo tardi...”

“NON RIESCO PIÙ A VEDERE LA STRADA...C’È TROPPA GENTE INTORNO...E MI SCHIACCIA, NON MI FA RESPIRARE...”

“allora prendi la via del mare!”

“IL MARE? MA IO NON L’HO MAI VISTO DA VICINO IL MARE...O FORSE È SOLO CHE NON RICORDO PIù COM’È FATTO...”

“soltanto se riuscirai ad immaginarlo tutto intero sarai capace di attraversarlo...coraggio...manca pochissimo ormai...coraggio...il tempo è quasi finito il tempo è quasi finito il tempo è quasi finito

il

tempo

è

quasi

...



sapevo che questa volta non mi avresti raggiunto...che volente o nolente ero destinato a tenermi tutto per me quel posto che in due avevamo costruito soltanto col nostro desiderio di trovarlo...

poi ti ho detto piano che



“avrei voluto che ci fossi qui anche tu, lo giuro...a costo della mia stessa vita...”



l’ho detto sottovoce, ma sapevo che comunque non avresti potuto sentirmi...che le parole sarebbero morte ancor prima di uscire dalla mia bocca...l’ho detto perchè neppure io stesso avrei potuto udirle...così distanti da ogni molecola d'aria e così prgioniere di quel vuoto che ora mi premeva forte sui timpani...

ho imparato che il silenzio è un tappeto leggero di piume quando ci si sta seduti sopra in due...ma diventa un pesante macigno quando a condividerlo non c’è altro che la solitudine...

e tutto questo non aveva il minimo senso...perchè? perchè quello che doveva essere il più bello di tutti i sogni ora aveva tutto l’aspetto di un incubo..?

eppure io sorridevo...sorridevo, perchè sapevo di non poter fare altro che aspettare...e aspettavo...di sentire sempre più forte il peso di quel macigno...

e intanto mi chiedevo se quella notte lontana dalla veglia e dal sonno, lontana dal mio essere vivo, prima o poi sarebbe finita anche per me...
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20 SECONDI ALL'ALBA #1 - NEL BUIO -domenica 1 aprile 2007 8.35 La prima volta che ci siamo incontrati è stato per caso, in una stanza anonima...ricordi? la tenda filtrava poca luce. abbastanza comunque per capire che fuori era ancora giorno...intorno a noi invece era già notte e tu stavi...
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30/11/2011 03:03:25
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Commenti

  1. astilelibero 30 novembre 2011 ore 05:43
    :rosa

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