Afghanistan: in pattuglia su un Lince con i fucilieri.

22 maggio 2011 ore 01:23 segnala
Centralina, Antenna, Frizione. I nomi in codice dei ragazzi della mia scorta. So che in caso di attacco o di pericolo io dovrò affidarmi completamente a loro.

Nella sala operativa, seduti diligentemente come bambini al primo giorno di scuola, ascoltiamo le istruzioni del capo scorta, il capitano Bartolo Morelli. Al muro una cartina geografica sulla quale ci viene indicato il percorso che compiremo. Quaranta chilometri di strade sterrate attraverso i villaggi di Dehzaq, Glashamabar, Chara – Bori, Morghab.

Poi il momento della vestizione: giubbetto antiproiettile ed elmetto d’ordinanza. In Afghanistan impari a conviverci. Di giorno quando si esce dal perimetro di Camp Arena, quando si sale a bordo dei Lince, quando si vola in elicottero, averli indosso è obbligatorio. Di notte li poggi lì, ai piedi della brandina, sapendo che l’indomani tornerai ad indossarli. Sotto l’elmetto una pashmina turchese. Quando scenderemo dal mezzo, tra la gente, il mio capo, i miei capelli, dovranno essere coperti. Bardata di tutto punto salgo sul Lince.

I ragazzi della scorta, tutti fucilieri dell’aria provenienti dal 9° e dal 16° stormo dell’Aeronautica Militare, mi sorridono. Per loro questa è solo una delle centinaia di pattuglie che effettuano durante la loro missione. Indosso le cinture di sicurezza. Il capo team mi tranquillizza: “Partiamo dal presupposto che non accadrà nulla ma se dovesse accadere qualcosa ti recupero io”. Non è che la prospettiva del recupero sia delle più rincuoranti, ma con i ragazzi della mia scorta mi sento estremamente tranquilla. D’altronde sono sempre stata una persona decisamente incosciente.

Il ragazzo che sta in ralla, mi scruta dall’alto, appoggiato al suo MG e mi indottrina su quello che dovrò fare in caso di attacco. “Se succede qualcosa tu mi passi queste cassettine”. Munizioni presumo. Annuisco. “Non accadrà nulla ma, se dovesse succedere qualcosa, nella mia tasca destra c’è la mia ultima lettera per mio figlio”. Sorrido e mi ritrovo a provare un senso di profonda tenerezza per tutti i ragazzi che come lui ogni giorno escono di pattuglia sapendo che potrebbero non tornare.Basta uscire fuori dalla base per accorgersi che lì, in quei villaggi di casupole fatiscenti, negli occhi dei bambini assiepati lungo le strade sterrate e polverose, nei burqa che nascondono i visi ed i corpi delle donne, ritrovi l’Afghanistan che ti saresti aspettato di vivere. La strada è sconnessa, ovunque ci sono buche. Il percorso è accidentato. Attraversiamo una landa desolata. Attorno solo pietre e sabbia. Lungo il tragitto un piccolo parco giochi costruito dal personale di Isaf. Giostrine di metallo turchese. Scendiamo dal mezzo. I ragazzi, si guardano attorno. Controllano ogni direzione. Ma nessun bambino nei paraggi. È mattino, a quell’ora i bambini sono al lavoro, mi spiegano i ragazzi della scorta.

In un primo momento penso sia soltanto una battuta di spirito poi, più tardi, attraverso il finestrino del Lince, scorgo un bambino che su una bicicletta troppo grande per lui, pedalando a fatica, trascina un albero secco legato alla ruota posteriore. Servirà per il fuoco, per riscaldare la sua famiglia. E più avanti un bambino di una decina di anni che trasporta sulla schiena un sacco enorme. Dentro ci sarà farina. Insieme a lui procedono due uomini. Lui cammina con passo lento, nascosto dalla mole che lo sovrasta.

Percorriamo delle vie così strette che le porte delle case sfiorano quasi le portiere del Lince. Attorno fogne a cielo aperto. E lungo le strade decine di bambini che sorridono e salutano. Vestiti di cotone leggero, ai piedi delle ciabattine aperte, quando non sono scalzi. È inverno e in Afghanistan la temperatura scende anche a 20 gradi sotto lo zero. Li guardo e penso che sono bellissimi. Come tutti i bambini del mondo. Ma questi mi sembrano ancora più belli. Penso che ognuno di loro ha una storia da raccontare. Penso a quale futuro possono avere in questo Paese. Quanti di loro diverranno grandi? Quanti di loro saranno reclutati tra le file degli insurgents? E poi cerco gli sguardi delle bambine. Li incrocio in una frazione di secondo mentre il Lince scorre via. Il capo coperto da un fazzoletto colorato annodato sotto il mento. Quante di loro vivranno sepolte sotto un burqa? Quante di loro saranno costrette a guardare il mondo attraverso una grata di stoffa turchese? A quante di loro sarà vietato leggere, pensare, ridere? Come alle loro madri che vedi camminare per strada nascoste dal burqa. Ne intuisci le fattezze, ne immagini i volti, ne scorgi solo i piedi. L’unico loro contatto con il mondo esterno: i piedi.

“Tienila sotto controllo. Che scarpe indossa?”. Il capo team comunica via radio con l’equipaggio dell’altro Lince. “Due mezzi a ore sei, fai defilare. Occhio a questa macchina”. Il pericolo è ovunque quando si esce di pattuglia. Può nascondersi sotto un burqa, in un’auto, lungo i bordi delle strade.

I fucilieri dell’aria in forza al 9° stormo di Grazzanise e al 16° stormo di Martina Franca attualmente in Afghanistan, hanno il compito di compiere pattuglie cadenzate, notturne e diurne e di scortare il personale nell’area di Herat, fino ad esempio al Regional Training Center di Herat.

“Quando usciamo di pattuglia nei villaggi vicini verifichiamo tutti gli aspetti che vanno tenuti sotto controllo – racconta Max, il mio capo team – Prima di arrivare in Afghanistan abbiamo compiuto un periodo di affiatamento. Siamo intercambiabili ma ognuno di noi ha peculiarità che sfrutta a favore dell’unità. La minaccia qui in Afghanistan è asimmetrica: noi siamo riconoscibili ma è difficile individuare gli altri. Proprio per questo cerchiamo sempre di variare percorsi, strade per non essere prevedibili. E poi registriamo ogni minimo cambiamento e lo segnaliamo. Ogni volta che usciamo di pattuglia ci giochiamo la nostra partita”.

Il Lince imbocca l’ingresso della base. Ci lasciamo alle spalle un’immensa nuvola di polvere. Due ore di pattuglia. Tra le case, tra la gente. Negli occhi ogni fotogramma di Afghanistan carpito attraverso il finestrino del Lince. Scendiamo dal mezzo e posso finalmente sganciarmi l’elmetto. Saluto Centralina, Antenna e Frizione. Non dico loro che sono orgogliosa di essere salita a bordo del loro Lince anche se lo penso. Ci ritroveremo più tardi in mensa. Io non ho un nome in codice ma per un giorno mi sono sentita davvero parte del team. Una giornalista e la sua scorta.
Fonte:Italnew.info
Questa non e' altro che una sola delle giornate dei militari in missione vista e vissuta in prima persona da una giornalista,e' affascinante come sia riuscita a cogliere ogni piccola sfumatura,come sia riuscita a rendere palpabile la tensione che ci attanaglia ogni qual volta usciamo di pattuglia,sono rientrato da pochi giorni ma, leggendo questo articolo,sono riuscito a risentire il rombo dei Lince e l'odore persistente del carburante.Articolo scritto veramente con il cuore,difficile non restarne colpiti.
fd6964bc-8afc-4cf5-b7ab-5d16795022e9
Centralina, Antenna, Frizione. I nomi in codice dei ragazzi della mia scorta. So che in caso di attacco o di pericolo io dovrò affidarmi completamente a loro. Nella sala operativa, seduti diligentemente come bambini al primo giorno di scuola, ascoltiamo le istruzioni del capo scorta, il capitano...
Post
22/05/2011 01:23:28
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    4

Commenti

  1. lupa.cattiva 23 maggio 2011 ore 08:52
    la guerra vista con gli occhi di una donna... occhi e cuore non dovrebbero mai "lavorare" separati, purtroppo succede sempre più spesso... in questo caso no e l'emozione che suscita ne è la prova...


    ciao :-)

    ps vado un pò in giro a dare ordini... ;-)
  2. Moonlight21 23 maggio 2011 ore 15:02
    Beh...per prima cosa...bentornato!!!!!!!! Sono stata un pò impicciata e non te l'ho detto prima!
    Bellissimo articolo, credo proprio che nella tua testa i pensieri siano stati proprio simili negli ultimi mesi!
    Sono contenta che sia andato tutto per il meglio anche stavolta!
    Un pò di tranquillità, poi....si riparte??
    Un abbraccione!
  3. lupa.cattiva 15 giugno 2011 ore 12:01
    sempre pensieri positivi, mi raccomando (o almeno facciamo il possibile affinchè lo diventino!)... è un ordine, eh! ;-)


    ciao
  4. calypte 16 giugno 2011 ore 21:57
    Se me sente arlare spesso di missioni e fino a qualche anno fa....davvero era un'idea molto vaga!
    Con internet sono andata anche io in missione e gli amici la sera mi raccontavano le loro giornate e le loro paure. Le angoscie delle notti che esplodevano di fuoco...la speranza di tornare a casa!
    Certo...indirettamente!
    Mi e' servito a capire quanto nobile sia questo lavoro dei soldati!
    Il coraggio.
    La dignita' di una divisa...nata per la guerra e usta per la pace!
    Ci servite di un lavoro nobile e speciale....grazie! :rosa :rosa :rosa
  5. calypte 03 giugno 2012 ore 23:41
    :rosa

Scrivi commento

Fai la login per commentare

Accedi al sito per lasciare un commento a questo post.