Il mantra dell'asso di bastoni

21 settembre 2020 ore 19:31 segnala
In effetti, un modo di utilizzare queste prime tre righe potrebbe essere quello di fornire un breve riassunto o comunque un anticipo di quello che sarà l'argomento del post. E non è detto che la prossima volta non lo faccia. Stavolta, è troppo tardi. Peccato.
E' innegabile che usciamo da un momento in cui c'è stato un grandissimo sfracellamento di coglioni interesse mediatico a proposito di VIP colpiti da CoViD. Titoli di giornale, servizi TV, dibattiti social sulla prostata di un anziano imprenditore e sulla polmonite di un ancor più anziano ex-presidente del consiglio ci hanno gioiosamente accompagnati nella nostra quotidianità. E diciamocelo, cosa c'è di meglio a ora di cena mentre la forchettata di spaghetti delizia il nostro esofago che sentire una nota imprenditrice e politica nota per garbo, moderazione e savoir faire rassicurarci come persona misteriosamente informata sui fatti sulle condizioni della prostata di un amico? Fatto sta che di questi, volenti o nolenti, abbiamo avuto un sacco di notizie. Uno aveva trasformato la sua megasuite ospedaliera in un ufficio e da lì lavorava, l'altro il giorno delle dimissioni ci ha concesso una imperdibile conferenza stampa dal cortile dell'ospedale.
Io in questo umilissimo spazio voglio dare voce ai dimenticati, a chi non ha trovato uno spazio pubblico per raccontare la sua storia, a chi non ha avuto stampa e televisione a seguirne le condizioni di salute. Dargli qualcosa in tono minore come si addice a un non-VIP, tipo un reportage esclusivo su Teleghianda International. Qualcosa come questo, insomma.
Il protagonista del servizio che segue è il signor Tossicchio Scatarrati, ex-giardiniere classe 1928, ricoverato per dieci giorni presso un reparto di terapia intensiva in seguito a una polmonite bilaterale. Dopo aver concordato un appuntamento, cosa che ha richiesto circa una settimana dato che al telefono venivamo regolarmente scambiati per gestori telefonici, agenti immobiliari o testimoni di Geova e sommersi di sonore pernacchie e sanguinosi insulti, il signor Scatarrati dopo un lungo periodo di quarantena e di riabilitazione ci ha finalmente ricevuti presso l'osteria "Dal Lurido", sede abituale dei suoi incontri con la locale gang di pensionati e con la riserva di Lambrusco. Abbiamo chiesto al signor Tossicchio di raccontarci la sua esperienza. Tralasciamo i cinque minuti iniziali, che hanno visto una complessa sistemazione della dentiera sotto la mascherina alternata a un numero imprecisato di bestemmie appenniniche, alcune delle quali di pregevolissima fattura, rilevanza storica e interesse filologico, e cerchiamo di fornire un sunto delle sue dichiarazioni. Naturalmente occorre tenere conto dello stress e degli strascichi lasciati da questa brutta esperienza. Un evidente esempio ne è il fatto che il signor Tossicchio sia convinto (giura e spergiura sulla buonanima della sua defunta consorte Smaronina di averlo riconosciuto) di essere vittima di un caso particolare di malasanità, ovvero di essere stato intubato con lo stesso tubo usato l'anno precedente per la sua ultima colonscopia. Questo oltre a non renderlo bendisposto verso la sanità pubblica ci ha permesso di ascoltare alcune altre bestemmie locali oltre a una accurata e inoppugnabile riflessione sul fatto che lui quando annaffiava usava sempre lo stesso tubo ma che le cose che si ficcano nel culo alla gente andrebbero cambiate prima di ficcarle in gola ad altra gente, o almeno lavate molto ma molto bene.
Alle nostre domande sul personale e sull'assistenza, dopo una garbata lamentela dietetica sulla mancanza nel menu dei fegatini al lardo fritti nello Chardonnay e alcuni coloriti suggerimenti sull'utilizzo della crema di carote che preferiamo non riportare, il signor Scatarrati ha tenuto a sottolineare che l'infermiera bionda aveva poche tette ma un gran bel culo e comunque non glielo ha mai lasciato toccare mentre l'infermiera mora somigliava vagamente ad una sua giovanile frequentazione, la Desolina di Castelpompo sul Lago detta l'idrovora, ricordo che lo ha commosso. L'ennesima sequela di bestemmie locali invece è stata riservata all'operatore sociosanitario maschio che gli ha praticato un clistere, perché lui di farsi infilare cose dove non batte il sole da uomini non ne vuol sapere e anche la volta che sbronzo perso rimorchiò il trans al night Il Puttanone Felice finì tutto bene. Ovviamente non abbiamo chiesto altri dettagli sull'argomento e men che meno quale sia stato il lieto fine di questa epica disavventura.
Sollecitato a un suggerimento per i giovani su come affrontare l'emergenza, il signor Tossicchio ha elencato come punti cardine per una vita sana alzarsi presto, la patacca, lavorare sodo, il Lambrusco, andare a letto presto, la patacca e non trattenere le flatulenze. Della doppia citazione non sappiamo dire se fosse una dimenticanza o un intento rafforzativo, mentre dell'ultimo punto invece abbiamo purtroppo avuto un esempio in real time del quale avremmo volentieri fatto a meno. Riguardo alle sue intenzioni riguardo a una eventuale vaccinazione, il signor Scatarrati ha ricordato sdegnato di aver affrontato i tedeschi, i fascisti, tre coma etilici, sei indigestioni da frattaglie e quarantasei anni di matrimonio con la Smaronina, l'alito di Venefica la cassiera logorroica del minimarket, essere rotolato in mutande in un cespuglio di ortiche (nonostante le nostre curiosità c'è stato riserbo da parte sua sulla vicenda, ma siamo convinti che ci siano cose che la compianta Smaronina ignorava), aver sostenuto trent'anni di discussioni politiche con Guido, il sindacalista sordo detto Stràzacoion e aver marcato in tutti i derby del campionato di quarta categoria Ercole Muraglia, il centravanti della Valtimeno Dibrutto soprannominato "Betoniera ignorante" per stazza e intelligenza. A suo dire, tutto questo unito a generose dosi del lambrusco del Lurido nonché di Catramello, il torbido liquore locale distillato da Agenore lo stradino coi residui delle asfaltature gli garantisce una sufficiente protezione.
Alla nostra successiva domanda sull'immunità di gregge, ci ha guardati sdegnati affermando piccato che la sua Smaronina prima e l'ultima badante poi erano più che sufficienti e che lui quelle cose lì con le pecore non le faceva, neanche se erano sane e vaccinate. Prima di venire congedati per la tradizionale briscola serale, abbiamo posto un'ultima domanda sulla sua preoccupazione per una eventuale seconda ondata di contagi. Esaminando compiaciuto le tre carte che aveva in mano il signor Tossicchio, dopo una breve riflessione intervallata da alcune scatarrate e un'ultima raffica di bestemmie prima di mandarci signorilmente affanculo perché gli avevamo fracassato le balle, ha risposto con una eloquente e approfondita ravanata di coglioni con la mano libera accompagnata da un antico mantra nel ruvido e sgangherato dialetto locale.

"M'an sbàt i maròn, g'ho l'às èd bastòn".



NdA : Non credo ci voglia un genio per capire che qui si scherza sulle modalità dell'informazione. Se a qualcuno viene in mente di dire qualche stronzata tipo "non si scherza sul CoViD", giuro che gli mando un file vocale col succitato mantra. Con anche gli assi di coppe, denari e spade.


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In effetti, un modo di utilizzare queste prime tre righe potrebbe essere quello di fornire un breve riassunto o comunque un anticipo di quello che sarà l'argomento del post. E non è detto che la prossima volta non lo faccia. Stavolta, è troppo tardi. Peccato. E' innegabile che usciamo da un momento...
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Compl8

14 settembre 2020 ore 16:44 segnala
Il titolo può suggerire che l'umile titolare di questo blog stia dando i numeri, e anche questa ipotesi non va trascurata. Ma ribadisco che a me interessa soltanto occupare queste tre righe con qualcosa privo di senso.
Tutto nasce da un episodio apparentemente insignificante. Sto compilando a mano una tabella con nomi e numeri, parte li so a memoria, parte li copio da un foglio appeso accanto, tutto procede in modo abbastanza meccanico finché la persona accanto a me mi chiede in modo stupito "Ma tu gli otto li fai così?". Io resto un attimo perplesso, davvero non capisco. "Così come?" "Due cerchietti" e si mette a ridere. E nel giro di un miliardesimo di secondo, una frazione di frazione di frazione di volo di libellula, un battito di ciglia dell'eternità, capisco di avere appena avuto Una Delle Grandi Rivelazioni.
Ovvero, ho appena scoperto che l'umanità intera si divide in due categorie e per forza di cose si appartiene o all'una o all'altra. No, non sto parlando di uomini e donne. Lì ci sono diverse possibilità ma non è questo il luogo per entrare in discorsi gender. Io sto parlando di qualcosa di più netto e definitivo, di due categorie assolute, tertium non datur. E il discriminante di questa netta separazione è il numero otto. Numero otto che, se scritto in orizzontale e non in verticale, diventa simbolo dell'infinito. Ed era anche il mio numero di maglia quando giocavo a calcio. Mentre non vi sfuggirà che la parola "otto" è un termine palindromo e che questo post viene scritto nel mese che precede Ottobre. E, prova definitiva che toglie ogni possibilità di replica, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto è 42, e non credo di dovervi spiegare come da 4 e 2 si arrivi a 8. Non vi pare evidente da tutte queste coincidenze che ci sia un disegno misterioso da parte di una regia occulta in tutto questo? E se non vi pare evidente perché non avete letto Guida galattica per autostoppisti, avete ancora tempo per fare ammenda e correre a leggerlo.




Ma torniamo a noi. Non c'è scampo, gente. Riflettete su voi stessi, se lo fate automaticamente e non siete in grado di ricordarlo prendete una penna e un foglio e provateci, ma i casi sono due. O scrivete il numero otto facendo due cerchiolini separati uno sull'altro che si uniscono toccandosi solo in un punto, o lo scrivete con una sinuosa linea continua che dopo una serie di curve si chiude tornando al punto di partenza. Dovete per forza appartenere a una delle due categorie. Siete esentati solo se seguaci di una religione che non prevede l'uso del suddetto numero, ma in questo caso sarei curioso di saperne di più. Se qualcuno conosce altri modi di scrivere a mano il numero otto, me li faccia sapere (1). Così come se qualcuno dovesse conoscere personalmente qualcuno di nome Otto, cosa che non c'entra un cazzo ma è una mia curiosità, non ho mai conosciuto nessuno con quel nome. Nel frattempo, apro un censimento sui lettori invitandoli a scrivere nei commenti il loro modus operandi riguardo alla scrittura del numero otto. Per chi partecipa, un buono per l'acquisto di una confezione di After Eight. Per chi non lo fa, segue come garbato avvertimento breve filmato con cruente e disgustose uccisioni tratte da "The hateful eight" del maestro Quentin Tarantino.




(1) Eventuali lettori acculturati sono pregati di astenersi da giochini tipo due al cubo, (3+5), 1000 binario, VIII latino e altre amenità.
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Il titolo può suggerire che l'umile titolare di questo blog stia dando i numeri, e anche questa ipotesi non va trascurata. Ma ribadisco che a me interessa soltanto occupare queste tre righe con qualcosa privo di senso. Tutto nasce da un episodio apparentemente insignificante. Sto compilando a mano...
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Lonely boy

01 settembre 2020 ore 16:22 segnala
Ho notato che nell'anteprima dei post recenti si leggono queste prime tre righe. Se le si riempie del nulla come sto facendo in questo momento, non si saprà di cosa parla il post fino a che non si inizia a leggerlo. E questo appaga la mia innata tendenza a rompere i coglioni.
Ragazzino, non c'è mai stata l'occasione di dirtelo e lo faccio qui anche se non mi leggerai mai. Sappi che io, seppur silenzioso e mai svelato, ero un tuo fedelissimo, convinto ammiratore. Ti vedevo tutte le mattine dopo aver accompagnato a scuola mio figlio. Ma non è che ti vedevo nell'atrio della scuola, no. Ti incrociavo fuori, mentre tu arrivavi a scuola e io tornavo alla mia auto. Almeno cinque minuti dopo il suono della campanella. Perché, caschi il mondo, credo che tu non sia mai entrato puntuale in classe una sola volta. E il bello è che trasmettevi la gioiosa, libera, scazzata sensazione che non ti fregasse assolutamente una mazza di essere perennemente in ritardo. Camminavi serafico sul marciapiede verso quel liceo con lo sguardo perso di chi si è svegliato circa tre minuti prima e non si è mai, dico mai, posto il problema di mettere la sveglia un po' prima. Nella stagione calda, oltre allo sguardo perso, avevi anche la tipica pettinatura di chi è saltato giù dal letto ed è uscito di casa ignorando l'esistenza degli specchi. E credimi, so di cosa parlo. Dovresti chiedere ai miei compagni di liceo. In inverno, invece, sfoggiavi una cuffia di lana bianca con righine, un modello che probabilmente risaliva ai tempi di Zeno Colò e che ricordava vagamente un profilattico.




E qui devo aprire una parentesi sul tuo look, in un cortile liceale di risvoltini e pantaloni sapientemente stracciati, di pizzetti stravaganti e pettinature da fucilazione immediata del barbiere. In quel mondo così fashion, cool e trendy, tu incedevi fiero con i tuoi quattro peli di barba e baffi da adolescente, nei tuoi vestiti già portati, forse da un fratello maggiore, forse dal papà, forse da uno zio, ed emanavi l'aura di chi vive in un'altra dimensione e se ne strafrega altamente di come va vestito. E probabilmente non ti sei mai accorto delle standing ovations silenziose di quell'uomo con la barba e il giubbino verde regalato dagli amici anni e anni fa che noncurante del clima si ostina a portare estate e inverno nonostante le minacce che LSD continua a rivolgermi. Io e te ci siamo sfiorati decine e decine di volte, ragazzino, e ho la netta sensazione che tu non mi abbia mai visto veramente. A dire il vero, una volta più che sfiorarci stavamo per scontrarci, la volta che camminavi a testa bassa con un libro aperto in mano. E tu quel giorno non stavi dando la classica ultima occhiata prima dell'interrogazione. No, tu quel giorno alle 8.04 stavi studiando concentrato mentre camminavi, e resto convinto che tu abbia fatto tutto il tragitto da casa tua, o dalla fermata dell'autobus, o da dove diavolo venivi, senza staccare gli occhi da quel libro. E sarei pronto a scommettere che l'interrogazione sia andata alla grande.
Ancora due cose, ragazzino. La prima è che ti ho sempre visto desolatamente solo. Ancora una volta diverso dagli altri, in quel mondo di coppiette melense mano mano bacio bacio pucci pucci o di branchi chiassosi o starnazzanti. Non ti ho mai visto scambiare due parole con un compagno, meno ancora con una ragazza. E non saprò mai se di questo ne soffrivi o se viceversa stavi infinitamente bene per i cazzi tuoi. La seconda è che, a differenza del resto del mondo, non ti ho mai visto con un telefono in mano. Non oso pensare che tu non l'avessi, sarebbe troppa perfezione. Ma mi piace pensare che invece di uno smartphone ultimo grido tu avessi un antiquato, obsoleto, demodè Nokia del 2007. Come me. E ti dedico una canzone. Eri un ragazzo solo. Spero, davvero tanto, che tu abbia incontrato una ragazza sola.


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Ho notato che nell'anteprima dei post recenti si leggono queste prime tre righe. Se le si riempie del nulla come sto facendo in questo momento, non si saprà di cosa parla il post fino a che non si inizia a leggerlo. E questo appaga la mia innata tendenza a rompere i coglioni. Ragazzino, non c'è mai...
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SCDM

25 agosto 2020 ore 11:55 segnala
Nessun messaggio in codice, solo pigrizia. Non ho voglia di riscrivere ogni volta tutte le parole quindi vado di iniziali. Se volete saperne di più continuate a leggere, altrimenti uscite, fate una torta, guardate un bel film, pomiciate coi vostri partner (o anche con quelli di altri, la vostra vita sentimentale non è affar mio).
Metto i miei 10 cent sul tema mascherine che è ancora una volta molto dibattuto in questi giorni, quindi nel caos di pareri in merito espressi da chiunque posso augurarmi che la mia minchiata opinione passi inosservata.
Arrivo subito al punto. Mi è capitato di leggere un post di una tizia che racconta con sdegnosa fierezza e ricchezza di particolari la sua entrata senza mascherina in un supermercato. Il tutto nella migliore tradizione italiana, a partire dall'ingresso. "Dovevo prendere una cosa dimenticata, ci avrei messo solo cinque minuti". L'Italia è il paese dove la stronzata è giustificata cronometro alla mano, e l'unità di misura sono i cinque minuti. L'auto in doppia/tripla fila o nel parcheggio disabili ? Ma sì, erano solo cinque minuti. Esci a far spesa durante il lavoro ? Sì, ma sto via solo cinque minuti. Telefono occupato quando dovrebbe rimanere libero ? Sì, ma cosa saranno mai cinque minuti.
E in questi presunti cinque minuti, la suddetta tizia proprio a causa della mancanza della mascherina riesce a discutere/litigare nell'ordine con la guardia giurata, la cassiera e un anziano cliente. E lo racconta con orgoglio. Ora, prima di proseguire sgombriamo il campo da ogni equivoco. Al di là delle idiozie che ho scritto in post precedenti, nemmeno a me piace portare la mascherina. Anzi, Sto Cazzo Di Mascherina, da ora in poi indicata come SCDM. Ho caldo, respiro male, mi prude la barba, ci sudo dentro, mi tira sulle orecchie, mi si appannano gli occhiali. Ma se devo entrare in un luogo pubblico affollato, per di più per soli cinque minuti, ed in quel luogo è obbligatorio l'uso di SCDM, io la metto. Bestemmio tra me e me, ma la metto.
La mette la guardia giurata, che fa solo il suo lavoro di sorveglianza e probabilmente passa metà del suo tempo a discutere con rompicazzo simpaticoni che non la vogliono mettere, la mettono male, la tolgono, la mettono ma discutono per metterla, e via elencando casi umani di ogni genere.
La mette la cassiera, che nel suo turno di lavoro è costretta a beccarsi in faccia per ore alitate di decine di persone, colpi di tosse, starnuti, a toccare monete banconote bancomat carte di credito di chiunque e ogni inverno probabilmente si fa un paio di influenze prese proprio sul lavoro.
La mette l'anziano signore, che magari quest'inverno nel giro di un mese ha perso due compagni di briscola portati via dal CoViD, è giustamente preoccupato per la propria salute e "tanto è letale solo per le persone anziane o con altre patologie" non è che lo conforta, anzi gli fa girare proprio i coglioni.
Quindi, tutti noi anche se malvolentieri per entrare al supermercato mettiamo SCDM ma tu, per cinque minuti, no. Tu SCDM non la metti, e narri estasiata di come hai sbeffeggiato la guardia giurata, come hai tenuto eroicamente testa alla cassiera, come è stato cafone l'anziano signore che ti ha trattata male. E non ci vorrebbe un'empatia speciale, una serenità zen per mettersi nei panni della guardia giurata, che è armata e non ti ha sparato, nei panni della cassiera che avrà scosso la testa rassegnata, dell'anziano signore che se ti ha sfanculata ha la mia benedizione. E fin qui tutto ci può stare, siamo in un ordinario caso di italianità media, le regole sono fatte per gli altri, niente di nuovo dal Marchese del Grillo in poi, "io so' io e voi nun sete un cazzo".
Ma poi decidi di strafare. Di esagerare. E descrivi la grandissima stronzata di entrare al supermercato senza metterti SCDM facendo incazzare tre persone come "un atto di disobbedienza civile come quello di Rosa Parks". Ora, non so se ricordate chi era. Rosa Parks era una donna di colore che negli USA nel 1955 rifiutò di cedere il posto a sedere in autobus a un bianco che lo reclamava come previsto dalla legge dell'epoca. Per essersi rifiutata di alzarsi venne arrestata e incarcerata, scatenando un movimento di lotta per i diritti civili che ottenne tra l'altro il risultato di far dichiarare incostituzionale la segregazione razziale sui bus. E tu, eroica rifiutatrice di SCDM, ti paragoni a lei nella lotta per la libertà.
Cara la mia Giovanna d'Arco dell'Esselunga, voglio dirti una cosa riguardo al paragone tra te e Rosa Parks. Voglio ricordarti che tra la pianura padana nel 2020 e l'Alabama nel 1955 c'è una certa differenza, sai. A Montgomery, nel 1955, per una cosa del genere c'era anche il rischio di trovarsi inchiodati a una croce che bruciava da una manica di mattacchioni che addosso non avevano SCDM. Avevano dei cappucci bianchi. Tu te la sei cavata con una sfanculata da guardia giurata, cassiera, cliente e una modesta perculata su un blog scemo come questo. Ti è andata di lusso, credimi.


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Nessun messaggio in codice, solo pigrizia. Non ho voglia di riscrivere ogni volta tutte le parole quindi vado di iniziali. Se volete saperne di più continuate a leggere, altrimenti uscite, fate una torta, guardate un bel film, pomiciate coi vostri partner (o anche con quelli di altri, la vostra...
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25/08/2020 11:55:22
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La volta che uscii in semifinale al torneo di rutti al liceo

16 agosto 2020 ore 12:07 segnala
Il titolo è esplicativo e il warning superfluo, quindi andiamo avanti con la rubrica "another bad thing I did". Proseguendo nella lettura, mi sollevate da ogni responsabilità.


E' un tiepido giovedì di Maggio dello scorso millennio in un rinomato istituto superiore cittadino e cresce il fermento tra compiti in classe, interrogazioni, situazioni precarie da rimediare prima di fine anno. Ma questo non distoglie l'attenzione dall'attesissimo evento. Per un misterioso scherzo del calendario e della programmazione quell'anno il giovedì l'intervallo è seguito dall'ora di educazione fisica, cosa che fa sì che i dieci minuti di intervallo si dilatino con tempi che possono arrivare fino alla mezz'ora prima che qualcuno si presenti in palestra.
E oggi sono in programma le semifinali dell'annuale torneo di rutti. So che non è il genere di cosa che uno scrive con fierezza sul curriculum, ma in quell'anno lontano ho partecipato anche io. E sapete che ci tengo a condividere con voi i bei ricordi. Ho passato in scioltezza i quarti di finale e ora devo sfidare l'imbattuto e favoritissimo campione in carica. Impresa titanica, dato che negli anni precedenti ha vinto sempre lui, senza rivali. La sfida si articola su tre prove: potenza, durata e recitazione. Sulla potenza sono consapevole di non avere speranze. Sto per ruttare battermi contro uno che è riuscito a farsi sentire nell'aula accanto a porte chiuse. Sulla durata, posso giocarmela. Gioco a calcio, sono allenato, ho fiato, non fumo, posso dire la mia. Sulla recitazione si gioca il passaggio del turno, anche perché è qui che la giuria, composta da sette maschi e tre femmine che esprimono un voto da uno a dieci, ha la maggior discrezionalità. Una delle tre giurate è anche la mia fidanzata dell'epoca, il che mi espone a dubbi di conflitto di interessi e favoritismi che respingo sdegnosamente. Nel caso ve lo stiate chiedendo, il torneo è solo maschile dato che non abbiamo trovato un numero adeguato di ragazze disposte a mettersi in gioco sputtanarsi a questo livello.
Comunque, tra tifo sfrenato, rutti di incoraggiamento, scommesse e battute che definire da caserma sarebbe offensivo verso l'esercito, ha inizio la sfida. E' consentito l'aiuto di una sostanza liquida gassata, che per tre dei semifinalisti me compreso è la tradizionale Coca-Cola mentre il campione sfodera un vezzoso Chinotto. Come previsto, sulla potenza non c'è gara. Non c'è nemmeno bisogno di ricorrere alla giuria, riconosco sportivamente la sconfitta. Ma a sorpresa mi rifaccio sulla durata. Sarà stata la voglia di rivincita, sarà che il mio avversario mi ha sottovalutato ma piazzo un 9.48 tra il boato dei presenti rifilando quasi un secondo al campione. (1) E la tensione sale mentre ci apprestiamo alla prova di recitazione, che consiste nel pronunciare ruttando una frase a scelta. Vengono valutati sia l'originalità della scelta che l'intelligibilità della pronuncia.
Qui forse commetto il primo errore. Nella scelta del brano. La classe, per usare un eufemismo, ha un taglio decisamente conservatore e presentarmi in gara sbeffeggiando l'inno nazionale con una citazione di Fratelli d'Italia mi fa partire svantaggiato. Comunque, impavido rutto con stile "Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta dell'elmo di Scipio s'è cinta" perdendomi però sul finale senza riuscire a concludere la frase. (2) Tocca al campione. Che si mette in testa una corona d'alloro (3) e spara una citazione dall'Eneide che lascia tutti a bocca aperta. (4) Gioco, set, partita. Standing ovation della folla. Ammetto la sconfitta e stringo sportivamente la mano al mio avversario. Vincerà anche la finale, e anche i tornei successivi. In cinque anni di liceo, ha vinto sempre lui. Probabilmente, se avessero organizzato il trofeo interscuole, avrebbe vinto anche quello. E sappiate che ora che sono passati tanti ma tanti anni, se vi rivolgete a uno stimatissimo professionista in non vi dico quale campo, potrebbe essere lui.


(1) Ebbene sì, c'era anche il cronometrista.
(2) La mia ragazza mi diede 9. Era vero amore.
(3) Va bene, eravamo una classe di imbecilli, lo ammetto.
(4) Per completezza di informazione, le recitazioni degli altri semifinalisti furono "sempre caro mi fu quest'ermo colle che da tanta parte" e "sapore di sale sapore di mare che hai sulla pelle".


A questo punto, che dire? Li percepisco, sapete, i vostri pensieri. Mi sembra di sentirvi mentre dite "Ma ti rendi conto che hai fatto un intero post su un blog raccontando una gara di rutti, ma sei scemo?". E io dirò "Probabilmente sì, ma che dire allora di voi, che lo avete letto tutto e siete arrivati qui in fondo nonostante sapeste fin dall'inizio di cosa si trattava?".
Quindi, adesso che si fa ? Amici come prima e birretta, ovvio.

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Il titolo è esplicativo e il warning superfluo, quindi andiamo avanti con la rubrica "another bad thing I did". Proseguendo nella lettura, mi sollevate da ogni responsabilità. E' un tiepido giovedì di Maggio dello scorso millennio in un rinomato istituto superiore cittadino e cresce il fermento...
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16/08/2020 12:07:13
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Sotto il vestito niente

09 agosto 2020 ore 15:01 segnala
Il titolo non c'entra una mazza, è solo clickbait. Gente, devo dirvi che sono un tantino depresso. Ho letto una cosa che all'improvviso è piombata sulla ventennale maglietta riciclata che indosso al momento e mi ha sprofondato nello sconforto più nero, soprattutto perché non ho trent'anni ma quasi il doppio. Ebbene sì, devo ammettere che l'opinione dell'Independent di Londra per me è sempre stata fondamentale.




Questa lettura è stata un duro colpo, temo di avere un guardaroba decisamente immaturo. Sinceramente, non so se mi vesto come un ragazzino. LSD dice che mi vesto come un barbone o come un deficiente, a seconda che sia di buon umore o meno. Io sono convinto di vestire casual, se questa definizione si applica all'afferrare al buio nei cassetti la prima cosa che a caso mi viene in mano. Comunque, la mia posizione ufficiale è la seguente. Tra le cose a cui non intendo rinunciare nell'età adulta, almeno quelle che si possono nominare pubblicamente senza incorrere in censure, motivo per cui il primo posto è vacante, al secondo posto viene lo Champagne. Il vestiario è decisamente più in basso in classifica, ma vado comunque ad esaminare la lista dei suggerimenti.




01) UN ABITO COMPLETO, SU MISURA E CHE VESTE BENE
Ho ancora l'abito (firmato, NdB) del matrimonio, e lo uso in modo plurifunzionale per matrimoni, funerali, battesimi, cerimonie di ogni genere. Senza chiudere il primo bottone dei pantaloni, se no mi soffoca la tartaruga.
02) UN BEL BLAZER PER VARIARE UN PO'
Variare cosa, e perché ? Ma soprattutto, cosa è un blazer ?
03) UN OROLOGIO DA POLSO PER LE OCCASIONI SPECIALI
Ho ritrovato l'orologio regalatomi alla prima comunione, mi è caduto e si è rotto. Adesso sto portando quello della cresima. E si definisca meglio quali sono le occasioni speciali.
04) SCARPE DI QUALITA' CHE SI ABBINANO ALL'ABITO
Se per scarpe di qualità si intendono quelle che ti consentono di agitare liberamente le dita dei piedi quando sei felice, le ho. E quando sei felice e agiti le dita dei piedi, non ti importa degli abbinamenti tra abito e scarpe.
05) UN PAIO DI PANTALONCINI DI COTONE
Vale portare ancora i pantaloncini da calcio che usavo prima del grande disastro dell'ago della bilancia ?
06) STIVALI RESISTENTI
Premesso che il mio trasferimento in Texas non è all'ordine del giorno e nemmeno l'iscrizione a un corso di ballo country, qualcuno mi fornisca un valido motivo per cui io dovrei possedere degli stivali.
07) SCARPE ESTIVE DI ALTA QUALITA'
Vedi punto 04, perché mi piace essere felice tutto l'anno e quindi anche in estate.
08) IL GIACCONE INVERNALE
Incredibile ma vero, questo ce l'ho. Però LSD ci ha messo 25 anni, tre bronchiti e un numero imprecisato di espressioni tra lo sdegnato e il compassionevole a convincermi.



09) UN GIACCONE ALLA MODA
Temo di avere seri problemi sul concetto di "moda". E comunque, quelli che ho una quindicina d'anni fa andavano assolutamente di moda.
10) UN VERO OMBRELLO
A parte il fatto che a me piace bagnarmi cantando Singin' in the rain, "I never buy umbrellas 'cause there's always one around" (cit. Mr. Tom Waits)
11) UN BORSONE GRANDE E CHIC
Il grande posso anche capirlo, ma chic perché ?
12) UNA BORSA DA LAVORO PER ADULTI
Giro con lo zaino smesso del liceo di mio figlio. Era stato smesso perché era orribile, vecchio, rotto e sporco. Poi sì, certo, aveva anche dei difetti.
13) UN PORTAFOGLIO IN PELLE DI QUALITA'
Al momento mi trovo benissimo col portassegni regalato dalla banca a Natale, grazie.
14) UNA CINTURA CHE DURA
Se il requisito è la durata, ne ho un paio da decenni. E poi, confesso questa insana passione, a me piacciono le bretelle.
15) SMOKING
Cosa? Come avrebbe detto John McEnroe in una delle sue migliori sbroccate con gli arbitri, "you cannot be serious".
16) UN PAIO DI JEANS SCURI
Mi piacciono i jeans scoloriti, anche se effettivamente su quelli scuri le sbrodolate di sugo e le padelle di unto risaltano meno.



17) LA MAGLIETTA PERFETTA
La maglietta perfetta è quella che giace sul pavimento dopo che Uma Thurman in guepiere con un bicchiere di champagne in mano me la ha appena sfilata di dosso con sguardo ammiccante, malandrino e lascivo.
18) UNA GIACCA CASUAL PREFERITA
Qui mi inquieta il "preferita". Perché hai messo quella giacca, è la tua preferita? Ma no, figurati, mi ha sempre fatto schifo. L'ho messa perché la trovo orrenda, non la indosso da decenni e l'ho messa apposta per uscire con te. Suvvia.
19) UNA CAMICIA CHE ESALTI LA PERSONALITA'
E se io avessi una personalità esaltata dalle mutande? O dai calzini? Eh?
20) UN COSTUME CHE NON CI IMBARAZZI
Sinceramente, vi prego di credere che quando sono semignudo in spiaggia o in piscina al momento il costume è l'ultima cosa che mi imbarazza.
21) UNA COLLEZIONE DI CRAVATTE CHE CI PIACCIONO REALMENTE
Vedi punto 18. Oh, ma quante cravatte hai nell'armadio, ti piacciono realmente? No, ho un armadio pieno di cravatte che odio, le tengo per spalmarle di colla e usarle come carta moschicida. E comunque, non metto una cravatta da almeno tre anni. Sto aspettando che vengano di moda le cravatte istoriate di mosche.
22) OCCHIALI DA SOLE CHE CI FACCIANO SEMBRARE UNA PERSONA INTELLIGENTE
Mò nun te allargà troppo, ovvero Mission Impossible.
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Il titolo non c'entra una mazza, è solo clickbait. Gente, devo dirvi che sono un tantino depresso. Ho letto una cosa che all'improvviso è piombata sulla ventennale maglietta riciclata che indosso al momento e mi ha sprofondato nello sconforto più nero, soprattutto perché non ho trent'anni ma quasi...
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09/08/2020 15:01:33
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Incubi nel cassetto

01 agosto 2020 ore 18:57 segnala
Come ho già detto, l'inattività forzata del periodo di chiusura ha indotto molti di noi a fare cose che normalmente uno tende a non fare, rinviare, catalogare come non necessarie. Una di queste è la risistemazione di cassetti e armadi, che nella top ten delle attività che odio è al secondo posto dopo lavare la macchina. Del mio abbigliamento ho già scritto più volte e non intendo tornarci su, ma so che mi crederete se dico che il mio armadio e i miei cassetti non sono esattamente quelli di Lord Brummell o di Richard Gere in American Gigolò. E le uniche sfumature di grigio sono quella della biancheria intima uscita da lavaggi sbagliati. Comunque, in questo periodo mi sono addentrato nei meandri del mio vestiario e ho fatto due scoperte, o meglio una scoperta e una riscoperta.
Partiamo dalla scoperta, che è stata un doloroso colpo al cuore e che è nata dalla desolata constatazione di una assenza. "Assenza, più acuta presenza", scriveva Attilio Bertolucci, che spero mi perdonerà per averlo citato in un post accanto alle mie mutande. Allora, sto cercando di sistemare l'ammasso informe che giace nel cassetto della biancheria e vedo che manca qualcosa. Non trovo la mia adorata maglietta dell'Oktoberfest. Frugo, esamino, guardo gli altri cassetti, niente di niente. Provo ad andare nel bagno dove c'è la lavatrice, sicuro di trovarla nel cesto della roba da lavare. Non c'è. E mentre mi aggiro preoccupato per il bagno, l'occhio mi cade sul contenitore seminascosto dietro la porta dove si ammucchiano i capi vecchi da adibire a stracci.
Avete già capito, vero? Tra stracci di ogni colore fa capolino un lembo viola. Con le lacrime agli occhi, mi chino e con delicatezza la tiro fuori. Rovinata, sporca, accuratamente ripiegata tra un vecchio canovaccio da cucina e pezzi di un vecchio lenzuolo dei ragazzi. Sì, era di un colore abominevole. Sì, era piena di sfilacciature, qualche buco, collo liso. Sì, era dello scorso millennio. Ma questo non sfuma il dolore. Non si è mai pronti a dare l'estremo saluto ad una vecchia amica, anche se si ha la consapevolezza che ormai il suo ciclo di vita era finito. Non so come vi comportate voi con le magliette, ma le mie t-shirt hanno un preciso ciclo di fasi di vita che si ripete immutabile, dall'inizio alla fine. E la successione delle tappe che ogni maglietta attraversa è la seguente.


1) Maglietta bella
2) Maglietta così così
3) Maglietta per lavori
4) Maglietta per dormire
5) Straccio

Ora, sto facendo riflessioni inquietanti tipo chiedermi se il Nirvana di una maglietta, dopo varie reincarnazioni, è lo stato di straccio. Se questo stato finale si può considerare una evoluzione della coscienza della maglietta, che passa da un effimero essere indossata per meri fini estetici ad assumere una progressiva utilità fino all'annullarsi come vanesio indumento e servire il disegno cosmico divenendo umile straccio. Se invece voi vi state chiedendo se nel mio assoluto disinteresse per come sono vestito io ho mai considerato come maglietta bella da indossare a una cena una t-shirt viola dell'Oktoberfest 1992, col gusto della perfidia non vi risponderò. E, amica mia, voglio dirti che a metterti nella cesta degli stracci non sono stato io. Non lo avrei mai fatto, lo sai. Fosse stato per me, ti avrei tenuta ancora in fase 3 o 4 per una decina d'anni. E' stato fatto a mia insaputa, te lo giuro.
Il secondo evento legato al vestiario invece è stata una scoperta, o meglio una riscoperta. Pare che, a metà del secolo scorso, in occasione del matrimonio da cui poi sono nato, mia nonna avesse fornito mio padre di un corredo nuziale. Non si è mai saputo bene cosa contenesse, ma le uniche cose che si sono salvate sono alcuni fazzoletti e due camicie da notte da uomo. In quanto unico erede maschio, sono toccate a me. Una con bordino blu e una con bordino rosso, le iniziali cifrate sul taschino. Erano finite in un cassetto, sepolte sotto strati geologici di altri capi di abbigliamento. E nel periodo di lockdown sono riemerse. Anche qui, essendo persone argute avete già capito cosa è successo, vero ? Di tutto questo esistono anche prove fotografiche (sì, la mia signora oltre a buttarmi via magliette a tradimento ha il vezzo di immortalare le mie performance peggiori), ma quel minimo di dignità rimastami mi vieta di renderle pubbliche. Quindi, dovete prendere per buone le mie parole e prendere atto del fatto che l'umile autore di questo blog per tutto il periodo del lockdown ha dormito indossando una elegante, vintage camicia da notte maschile. E, se mi consentite una piccola annotazione personale, godendone assai. Essendo scarso a tette, almeno per il momento, non so dire cosa provano le gentili lettrici quando tolgono il reggiseno. Ma posso dire, citando Luciana Littizzetto, che dormire col grande cocomero libero di ballare la lambada è tutta un'altra storia.
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Come ho già detto, l'inattività forzata del periodo di chiusura ha indotto molti di noi a fare cose che normalmente uno tende a non fare, rinviare, catalogare come non necessarie. Una di queste è la risistemazione di cassetti e armadi, che nella top ten delle attività che odio è al secondo posto...
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01/08/2020 18:57:39
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L'ultima cena

25 luglio 2020 ore 15:56 segnala
A.D. 2020, siamo ai primissimi giorni di Marzo e si comincia a capire che sta succedendo qualcosa di veramente serio. Quindi, dato che le cose serie vanno affrontate con serietà e possibilmente coi piedi sotto la tavola, scatta la convocazione per una cena tra amici. Uno dichiara forfait all'ultimo momento annunciando di essersi messo in autoisolamento, dei due medici uno è trattenuto in ospedale e l'altro arriva dopo lungo responsabile travaglio sull'incertezza di unirsi o meno alla comitiva. I presenti espletano i riti iniziali di saluto con la consueta brillantezza. Qui percepisco la vostra timorosa curiosità ed apro una parentesi che potete consapevolmente scegliere di saltare.
Se avete scelto di non saltarla, state per venire informati del fatto che per usanza pluridecennale il saluto tra gli esponenti di questo branco di grigi pachidermi in marcia compatta verso la terza età consiste in un cordiale "ciao coglionazzo" seguito dal tentativo di tirare una manata nei coglioni al tuo interlocutore. Quando l'interlocutore è disattento, non fa il saltino indietro e la manata si concretizza nell'afferrata dei gioielli di famiglia, il rituale prevede che sghignazzando si commenti "brutta gallina" in dialetto stretto. Sull'onda di questo imbarazzante outing, sono tentato di chiedere alle mie gentili lettrici se anche loro quando si salutano alle cene di gruppo del gentil sesso indulgono a pratiche simili, e nel caso di ragguagliarmi sulle suddette pratiche. Delle cene miste a cui sono presenti le nostre signore, posso solo dire che noi ci comportiamo in modo vilmente dignitoso astenendoci dal rituale succitato, soprattutto per non dare motivo alle nostre consorti di fare battute sulle cause delle nostre eventuali defaillance.
Comunque, completate le pratiche iniziali ci sediamo e qualcuno se ne esce con la prevedibile battuta sul fatto che potrebbe essere l'ultima cena. E qui, dopo una sacrosanta toccata di coglioni, almeno per chi ha superato indenne il saluto di cui sopra, la mia approfondita conoscenza della storia sacra (leggasi "vaghi ricordi del catechismo") unita alla progressiva crescita del tasso alcolico e ad una mia tendenza ad aggirarmi sul labile confine che divide minchiate e blasfemia ha provocato una serie di riflessioni. No, riflessioni è una parola grossa. Sono proprio inequivocabilmente minchiate.
Anzi, qui scatta una doverosa avvertenza. Se siete sensibili ai temi religiosi e vi infastidisce sentirne parlare in modo leggero e irriverente, vi conviene cambiare post e forse anche blog, dato che con me "scherza coi fanti e lascia stare i santi" non attacca. Quindi, proseguendo nella lettura dichiarate di essere maggiorenni, consapevoli dell'avvertenza e vi impegnate a non rompermi i coglioni con commenti scandalizzati.
Allora, tanto per cominciare, l'ultima cena in tempi di CoViD-19 sarebbe stata possibile o il gruppo avrebbe dovuto rispettare il distanziamento? Dodici persone più una nell'orto del Getsemani sarebbero state sanzionate per assembramento? E per arrivarci avrebbero dovuto compilare una autocertificazione? E Giuda cosa ci avrebbe scritto come motivo di necessità, "esco per andare a tradire il figlio di Dio" ? E avrebbe potuto dare il fatidico bacio levandosi la mascherina? E ribaltando il paragone sulla nostra cena, se fosse stata l'ultima dopo quella sera nella messa si sarebbe sentito "sfilettò il branzino, lo diede ai suoi discepoli e disse prendete e mangiatene tutti, che poi magari ci facciamo un frittino"? La lavanda dei piedi andava bene anche col gel idroalcolico? "Prendete e bevetene tutti" sarebbe stato seguito da una interminabile accesa discussione sul tema sa di tappo o no?
Ma soprattutto, da bravi complottisti, vi siete mai chiesti seriamente cosa sapeva già Ponzio Pilato 2000 anni fa e cosa voleva dirci con quel suo lavarsi le mani ? E come si spiega il rifilare un pacco di frustate a un tizio e poi crocifiggerlo solo perché radunava folle e le invitava a scambiarsi segni di pace? E a questo punto, perso nella mia allucinazione religiosa, capirete la mia delusione alla fine quando siamo andati alla cassa. "Ragazzi, divido uguale come al solito? Sono trenta euro". Come sarebbe a dire, trenta euro? Non trenta denari? Ci sono rimasto male.
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A.D. 2020, siamo ai primissimi giorni di Marzo e si comincia a capire che sta succedendo qualcosa di veramente serio. Quindi, dato che le cose serie vanno affrontate con serietà e possibilmente coi piedi sotto la tavola, scatta la convocazione per una cena tra amici. Uno dichiara forfait all'ultimo...
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25/07/2020 15:56:44
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Smascherato

17 luglio 2020 ore 19:01 segnala
Delle mascherine e del mio rapporto con loro, soprattutto per quanto riguarda la barba, ho già accennato qualcosa in precedenza. Con l'arrivo della stagione calda e la fine della chiusura, la barba è tornata ad una lunghezza media che, pur continuando a fare di me quell'uomo affascinante e irresistibile di cui vi ho spesso parlato e trasformando in una vera disdetta il dover ricoprire cotanta avvenenza di lineamenti con la mascherina, mi consente di indossarla senza particolari difficoltà. Ricordatemi di contattarmi a Ferragosto, quando la Padania darà il meglio di sé per clima e umidità, e di chiedermi se la penso ancora così riguardo alla mancanza di difficoltà. Naturalmente, su tutto quanto appena detto andate pure come al solito in fiducia e catalogate a vostro piacere nella cartella "minchiate".
Anche sulle mascherine i meme si sprecavano. Il primo che mi viene in mente, e credo sia venuto in mente a molti visto che è comparso quasi subito, è quello che raffigurava un ex presidente del consiglio ben noto per il suo interesse per il sesso femminile mentre indossa a mo' di mascherina un paio di mutandine femminili. Un altro divertente era quello della ragazza con una mascherina su cui erano raffigurati dei piccoli, colorati, simpatici organi genitali maschili, con la didascalia che narrava del suo scambio con un signore che le fa notare la cosa e la risposta della ragazza che fa notare che se riesce a distinguerli vuol dire che si è avvicinato troppo e lo invita a ritornare alle dovute distanze.




A questo proposito, resto convinto che sarebbe un colpo di genio che qualcuno si decidesse finalmente a produrre una mascherina che rappresenta un bel paio di chiappe. Sarebbe un simpatico regalo da fare a tanta gente, a cui magari hai sempre voluto dire qualcosa ma non hai mai avuto il coraggio di farlo. Per molti, tra l'altro, indossandole non cambierebbe affatto la riconoscibilità e si potrebbe anche fare la battuta sul perché è uscito senza mascherina. Diciamo che per indossarle ci vorrebbe una notevole dose di autocoscienza e di autoironia.
Poi c'è anche la gente a cui la cosa delle mascherine è un tantino sfuggita di mano, ma questo è un altro discorso.




Ora, dovreste sapere (e se non lo sapete ve lo dico ora) che non riesco a farmi fino in fondo una buona opinione di voi, del resto non potete negare che siete gente che legge blog come questo e io non me ne farei vanto. Proprio perché vi conosco e penso di voi quel che penso, dopo questa immagine facciamo un patto serio tra gente seria. Non lo suggelliamo con una stretta di mano perché ancora siamo prudenti e pieni di cautele riguardo al contagio, ma voglio essere ugualmente chiaro. Io mi impegno a non fare di mia iniziativa foto con mascherine in posti stravaganti e voi vi impegnate a non intasarmi la posta con richieste di farlo, va bene? Se qualcuno si sta chiedendo cosa, sappia che sono davvero felice di avere tra i miei lettori un'anima candida.
Tornando su un livello di pseudoserietà, posso dire che comunque non tutte le mascherine vengono per nuocere. Intanto, l'uso forzato della mascherina ha fatto sì che questa sia stata la primavera in cui sono stato meglio con la mia allergia. E soprattutto, la mascherina si sta rivelando un validissimo alleato nelle strategie di evitamento da usare quando si incontra per strada qualcuno che ci sta sui coglioni o che comunque non si ha voglia di salutare. Tutte quelle ignobili bassezze tipo cambiare marciapiedi al volo rischiando di farsi investire, voltarsi a guardare vetrine di cui non ci frega assolutamente un cazzo, fingere di allacciarsi le scarpe anche se si hanno i mocassini, sono validamente sostituite da un dignitoso ignorare continuando a incedere a testa alta, con la possibilità di giocarsi un valido jolly tipo "Oh, scusa, sai che con la mascherina non ti avevo riconosciuto?"
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Delle mascherine e del mio rapporto con loro, soprattutto per quanto riguarda la barba, ho già accennato qualcosa in precedenza. Con l'arrivo della stagione calda e la fine della chiusura, la barba è tornata ad una lunghezza media che, pur continuando a fare di me quell'uomo affascinante e...
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17/07/2020 19:01:36
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Spie

02 luglio 2020 ore 21:25 segnala
Nel periodo di lockdown ho avuto spesso a che fare con la parola spia, con accezioni diverse.
La prima è automobilistica, nel senso che ho vissuto un periodo di ansia dovuta al fatto che le officine avevano tempi di attesa biblici ed essendo costretto ad usare l'auto ogni minimo lampeggiamento di qualsivoglia spia nel quadro del cruscotto era foriero di apprensione, agitazione e ricorso a parole per le quali il premio bon ton 2020 non mi vedrà tra i favoriti. Comunque, ho finalmente avuto appuntamento per i tagliandi di entrambe le auto e tutte le spie (tranne una, ma non è importante) tacciono, quindi ostento un moderato ottimismo. In ogni caso, questo sottoargomento non era previsto, mi è venuto in mente adesso mentre scrivevo e fondamentalmente l'ho scritto solo per utilizzare la frase "foriero di apprensione", che per qualche imperscrutabile motivo sentivo il bisogno di usare in un post.
La seconda è comportamentale, ed entra più nel merito della chiusura e dei relativi provvedimenti, in particolare del divieto di uscire se non per motivi di necessità e del distanziamento tra persone. Sono tendenzialmente portato a farmi succulente padellate di cazzi miei, quindi di quello che la gente faceva o non faceva in giro me ne sbattevo solennemente le palle non mi curavo granché. L'unica volta in cui ho accusato il colpo è stato quando camminando per una strada di campagna con mio figlio ho incrociato un tizio che ha commentato qualcosa sul fatto che eravamo troppo vicini. Sono stato educatissimo, anche se ho avuto la tentazione di avvicinarmi fingendo di non aver sentito e tossirgli addosso. Però so di aspre discussioni, per non dire di peggio, tra gente che era uscita e gente non uscita che spiando dai balconi rimproverava agli usciti il fatto di essere usciti senza il permesso di uscire mentre loro non uscivano perché non si poteva uscire essendo proibite le uscite. Da questo uscivano interessanti scambi tra gente uscita di testa. Questo sottoargomento, lo avrete capito, l'ho scritto soltanto per vedere quante volte riuscivo a usare la parola "uscire" in poche righe.
La terza è etologico-televisiva ed è quella da cui ha avuto origine l'idea del post. Come ho detto qualche post fa, nel periodo di chiusura sono scivolato in una condizione di totale, amorfa passività davanti alla tele. Una delle trasmissioni che mi sono trovato a guardare, e della quale sono diventato un convinto fan, era un documentario della BBC (credo) sul mondo animale intitolato appunto "Occhio alla spia". L'idea è semplice, si manda in mezzo a gruppi di animali un robot semovente con le fattezze dell'animale stesso che come occhi ha una telecamera, quindi gli animali non si spaventano e continuano a fare la loro vita senza sapere di essere ripresi dalla spia. Un po' come fanno Zuckerberg & Co. insomma, con la differenza che tutte le vostre puttanate su FB siete voi a mettercele e come se non bastasse vi mettete anche Alexa in casa. Io, e so che mi crederete, ovviamente ho iniziato a guardarlo sperando di vedere qualcosa di divertente o meglio ancora peccaminoso, tipo una gara di rutti tra ornitorinchi, un marito ippopotamo che litiga con una moglie ippopotama infedele, koala che si scaccolano durante amplessi di gruppo. Invece mi sono trovato a guardare l'appassionante storia di mamma coyote che cerca il suo piccolo che si è perso (per le anime sensibili, sappiate che lo ha ritrovato sano e salvo), le avventure di (quei gran fiji de na mignotta de) pinguini che si rubano le uova lasciate incustodite, un gruppo di orang utan (o macachi, non mi ricordo, insomma scimmie) che fa il bagno in una pozza d'acqua seguendo una gerarchia che definire medievale è un complimento. Ma quello che mi è piaciuto di più è stato quello sull'igiene del facocero. Il facocero è un animale meraviglioso, non so se avete presente Pumbaa del Re Leone, praticamente un maiale grunge. Quando si sente particolarmente sporco, si sdraia su un fianco in una posizione convenuta e arriva un gruppo di manguste che inizia a banchettare strappandogli via di dosso parassiti e pelle secca. Io, devo ammetterlo, ho guardato e apprezzato questa stupenda puntata con una mangusta che litigava con una appetitosa zecca che non voleva staccarsi mentre compiaciutissimo mi ingozzavo di merendine davanti a questa scena francamente disgustosa senza fare una piega. Dopodiché, era ormai il secondo mese di lockdown, ho tentato di stendermi sul divano nella stessa posizione del facocero ma in casa mia evidentemente scarseggiano le manguste e invece del grido di esultanza delle suddette per il pasto in arrivo è arrivato il secco commento de LSD sul fatto che mi ero appena alzato dal letto e se non avevo nient'altro di meglio da fare che sbriciolare sul divano. Con lo stile che mi contraddistingue, ho emesso un grugnito baritonale da fare invidia a qualsiasi facocero e masticando la quinta merendina ho risposto con un certo sussiego di non infastidirmi perché presto sarò la star di un documentario.
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Nel periodo di lockdown ho avuto spesso a che fare con la parola spia, con accezioni diverse. La prima è automobilistica, nel senso che ho vissuto un periodo di ansia dovuta al fatto che le officine avevano tempi di attesa biblici ed essendo costretto ad usare l'auto ogni minimo lampeggiamento di...
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02/07/2020 21:25:11
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