L'incipit di "Addio alle armi".

21 gennaio 2021 ore 20:20 segnala
Un grande scrittore ha la capacità di colpirti, di farti ragionare, di farti emozionare con poche parole, poche frasi. Un grande scrittore è un uomo che prova le cose che provi tu, ma ha una sensibilità e una capacità che gli fanno trovare le parole giuste per esprimere la sua anima. Ernest Hemingway era un grande scrittore e Addio alle armi è il suo capolavoro, un romanzo che rende perfettamente visibile che cosa è la guerra (non comprensibile: è una cosa troppo traumatica per essere compresa, si può provarla ma non comprenderla fino in fondo). Hemingway ci riusciva perché era geniale ma anche perché la guerra l’ha vissuta sulla sua pelle: vivere una esperienza in prima persona ti permette di assorbirla nel profondo.
In poche righe, già nell’incipit del romanzo, Hemingway trova il modo di farci capire tante cose, giocando su due dimensioni: la natura e la guerra. Da un lato la natura che segue il suo ciclo ma che sembra quasi specchiarsi nelle sofferenze dell’uomo, mantenendo però un distacco inevitabile. Dall’altro uomini che sembrano affannarsi, grigi e quasi privi di individualità, per una lotta che appare inutile. Uomini brulicanti come formiche che vanno incontro a un destino triste e grigio....

“Sul finire di quell'estate abitavamo in un villaggio dove di là dal fiume e dalla pianura si vedevano i monti. Nel letto del fiume ciottoli e ghiaia erano asciutti e bianchi nel sole e l'acqua correva limpida e azzurra nei canali”

Si inizia con una descrizione bucolica di un paesaggio immerso nella natura. Una descrizione che trasmette serenità e pace, colore e bellezza. Una situazione che nulla parrebbe in grado di scalfire...

“Passavano truppe accanto alla casa e proseguivano lungo la strada, la loro polvere copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi erano ricoperti di polvere, e le foglie caddero presto quell'anno; vedevamo truppe marciare lungo la strada sollevando nuvole di polvere e cadere le foglie agitate dal vento mentre passavano i soldati, e poi la strada nuda e bianca dove non c'erano foglie”

La tranquillità della natura viene turbata, passano truppe che sollevano polvere, una polvere che si deposita sul paesaggio, una patina di “sporco” che toglie la sua limpidezza al contesto. Il punto di vista è quello di uno spettatore, residente nel villaggio, che assiste impotente ma quasi non toccato, almeno non in prima persona, dagli eventi: gli eventi sembrano non riguardarlo da vicino, li narra come un cronista distaccato, ma colmo di stupore perché fatica a comprendere quello che sta accadendo...

“La pianura era ancora ricca di messi, aveva molti frutteti e in fondo salivano le montagne brune e aride”

Di nuovo la natura ma stavolta c’è un elemento contrastante: le montagne sono brune e aride, a differenza della pianura ricca di messi. Finora la natura proponeva solo colori ed aspetto rassicuranti, le montagne sono invece brune, colore che inquieta, aride, non produttrici di vita. La pianura è vita ma in montagna si annida la morte...

“Si combatteva, lassù. Di notte scorgevamo le vampe dei cannoni. Parevano lampi di caldo nel buio, ma erano fresche le notti: non si aveva il senso dell'avvicinarsi di un temporale.
A volte, di notte, sentivamo marciare sotto la finestra, e passare cannoni trascinati da trattori. C'era sempre traffico di notte, muli lungo le strade con casse di munizioni in equilibrio dai due lati del basto, e grigi camion che portavano soldati ed altri camion carichi di materiale, coperti da tendoni, più lentamente incamminati nel traffico. E grossi cannoni passavano di giorno, rimorchiati dai trattori, le lunghe canne intrecciate di rami verdi mentre tralci di vite coprivano i trattori”

Ecco che compare la lotta. Finora avevamo visto i soldati in movimento ma quei soldati ora combattono. Il cronista resta distaccato, quasi attonito rispetto a uno spettacolo che non comprende perché innaturale. Cerca perciò di trovarvi una spiegazione razionale e naturale: i lampi devono portare a un temporale...ma non la trova perché non è uno spettacolo naturale quello a cui sta assistendo. Appare quasi stupito di fronte all’impegno, all’operosità di soldati che lavorano di notte per trasportare armi e munizioni, uomini affaccendati, ma è un vitalismo che produrrà morte...

“Verso nord una foresta di castagni appariva in fondo a una valle, e poi saliva un'altra montagna, di qua del fiume. Si combattè‚ a lungo anche per essa ma senza successo; in autunno, quando incominciarono le piogge, le foglie caddero dai castagni e i rami rimasero spogli, neri i tronchi dei castagni dentro la pioggia. Si spogliarono le viti e tutto il paese fu brullo, umido e morto nell'autunno”

Ora la natura torna protagonista ma tutto è cambiato, appare spogliata, decaduta. Il paese diventa brullo e morto nell’autunno, specchio di quanto accade intorno dove si combatte a lungo ma inutilmente. Inutilmente: una parola che dà un connotato preciso alle lotte, che ne sottolinea l'assurdità. Le azioni dei soldati assumono un senso di inutilità sempre più forte...

“Banchi di nebbia stavano sul fiume e nuvole sulle montagne, e i camion schizzavano fango sulle strade. Passavano fangose e bagnate le truppe dentro i mantelli, umidi i fucili di pioggia, e di sotto i mantelli spuntavano sul davanti le giberne di cuoio, grigie giberne piene di pacchetti di caricatori con le loro cartucce lunghe e sottili, da 6,5 millimetri; sporgevano rigonfie e gli uomini marciavano come se fossero gravidi di sei mesi. Piccole automobili grigie passavano in fretta, un ufficiale, di solito, seduto accanto al guidatore ed altri dietro. Schizzavano ancora peggio dei camion e se uno degli ufficiali nel fondo era piccolissimo, seduto tra due generali, tanto piccolo da non poterne neppure vedere il viso ma solo la punta del berretto, e se la macchina correva ancora più in fretta, probabilmente era il re. Abitava a Udine e quasi ogni giorno voleva vedere come andavano le cose, che andavano in verità molto male”.

Fango, pioggia, automobili grigie, uomini che sembrano gravidi per il peso che portano...la cornice rispecchia una realtà triste, pesante, oppressiva. La descrizione del re, piccolissimo, non ha nulla di marziale: sembra una figura quasi impotente di fronte alla portata degli eventi, che stanno prendendo una piega negativa. E' qualcosa di più grande di lui, persino di un re...

Il contrasto tra la natura placida e tranquilla e i soldati operosi e affannati, fra il senso di pace del paesaggio e l’inquieto e innaturale lampeggiare dei combattimenti, fra la produttività della pianura e il senso di morte delle montagne ha dominato questi primi paragrafi. Per ora però la guerra è stata descritta come uomini in movimento, armi, munizioni, ufficiali, lampi. Niente sangue, niente morti, sono sottintesi ma non sbattuti di fronte al lettore...

L’ultima riga del primo libro, l’ultima frase, è il colpo da maestro.

“All'inizio dell'inverno non smise più di piovere. Venne il colera. Ma riuscirono a domarlo e non più che settemila uomini infine ne morirono, in tutto l’esercito”

La natura sembra essersi adeguata al senso di tristezza e piove sempre. Arriva il colera. Ci sono tanti modi di dare una informazione, una notizia. Hemingway riesce con poche parole a trasmettere un mondo intero di significati: “riuscirono a domarlo” fa pensare a una epidemia stoppata sul nascere, a nessuna sofferenza, ma la frase dopo ci comunica che 7000 soldati sono caduti. Settemila, settemila anime, settemila figli, padri, fratelli. Una strage, nel nostro sentire. Un successo, per chi è in guerra, abituato alla morte, a tragedie ben più grandi e inquantificabili. Si ritiene un successo avere limitato le vittime a 7000: questa prospettiva fa capire quanto poco valga la vita umana in questa situazione, una situazione di morte...Il tutto in una riga sola: come se fosse una nota, non una tragedia...


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Un grande scrittore ha la capacità di colpirti, di farti ragionare, di farti emozionare con poche parole, poche frasi. Un grande scrittore è un uomo che prova le cose che provi tu, ma ha una sensibilità e una capacità che gli fanno trovare le parole giuste per esprimere la sua anima. Ernest...
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21/01/2021 20:20:48
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Un padre e un figlio giocano, nasce un romanzo immortale

21 gennaio 2021 ore 19:47 segnala
Quante volte avete giocato con i vostri figli o con magari un nipotino, il figlio di un amico. Quante volte vi siete prestati a fantasticare con lui su nuovi mondi, su avventure mirabolanti, su eroi della fantasia.

"L'isola del tesoro" è uno dei romanzi più famosi della storia, un romanzo dal successo strepitoso, amatissimo dai ragazzi: proprio da un ragazzo ha avuto la sua origine, da un gioco fra un adulto e un adolescente.

Robert Louis Stevenson, l'autore, aveva sposato infatti Fanny, una donna più anziana di lui che aveva già avuto un figlio da un rapporto precedente, un ragazzo di nome Lloyd.

Robert, da buon padre acquisito, si occupava di Lloyd. Durante un periodo di permanenza in Scozia Robert stava giocando col ragazzo quando questi iniziò a colorare una mappa dipinta con l'acquerello. I due iniziarono a giocare insieme, Lloyd scrisse sul foglio "isola del tesoro" e disse che sarebbe stato bello avere una storia da raccontare su quest'isola, una storia di avventure. Robert si mise al lavoro e insieme al figliastro (che diede suggerimenti esprimendo preferenze: per esempio non voleva personaggi femminili, che evidentemente lo annoiavano) diede origine al nucleo iniziale del romanzo. Un gioco talmente ben riuscito da influire sulla carriera di Robert, riuscendo a far scoccare la scintilla della creatività nello scrittore.

Un gioco da ragazzi trasformato in un pezzo di storia della letteratura: a volte un evento innocuo come un gioco può essere foriero di conseguenze importantissime.


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Quante volte avete giocato con i vostri figli o con magari un nipotino, il figlio di un amico. Quante volte vi siete prestati a fantasticare con lui su nuovi mondi, su avventure mirabolanti, su eroi della fantasia. "L'isola del tesoro" è uno dei romanzi più famosi della storia, un romanzo dal...
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21/01/2021 19:47:36
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I poeti lavorano di notte: il sublime "rumore della poesia"

21 gennaio 2021 ore 19:42 segnala
“I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle”

ALDA MERINI

Pochi versi per esprimere l’essenza della poesia. Il poeta lavora di notte intesa non solo come tempo della natura ma come il tempo dell’anima, quando tutto si quieta, quando le persone, gli impegni scanditi dalle ore, le semplici monotone abitudini vengono sospese per un tempo senza tempo, il tempo del poeta appunto, il tempo del falco capace di cogliere le risorse della notte, il tempo dell’usignolo, della bellezza cioè talmente sublime da poter apparire un atto di presunzione di fronte a Iddio. Quando le inquietudini della vita si sospendono, nel silenzio parla l’anima e il “rumore” che fa sovrasta la pur meravigliosa bellezza della natura. Un’anima che riesce a esprimersi liberamente fa infatti più rumore di una cupola dorata di stelle e la poesia è il linguaggio dell’anima: un flusso di emozioni, pensieri, sensazioni che non può essere compresso e sollecitato dal tempo. Di notte il tempo è sospeso ed è il tempo della poesia...


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“I poeti lavorano di notte quando il tempo non urge su di loro, quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore. I poeti lavorano nel buio come falchi notturni od usignoli dal dolcissimo canto e temono di offendere Iddio. Ma i poeti, nel loro silenzio fanno ben più rumore di una...
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21/01/2021 19:42:18
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Il trauma violento nell'infanzia di Stephen King

21 gennaio 2021 ore 19:35 segnala


Nel suo saggio (non un romanzo ma appunto un saggio sul mondo dei film e libri horror, fantasy e splatter: niente finzione ma considerazioni dello scrittore e consigli) “Danse macabre” Stephen King racconta nei dettagli un episodio della sua vita reale (rievocato da King anche in qualche conferenza, parlando a ruota libera) accaduto quando aveva appena 4 anni (ricostruito attraverso i racconti della madre: come vedremo fra poco lo stesso King non ricorda nulla).

Un giorno il piccolo Stephen va dai vicini, per giocare allegramente con un bimbo suo coetaneo, suo amichetto. Sua madre lo vede tornare dopo un’oretta, sbiancato in volto e ammutolito. Non parla e non spiega perché è tornato a casa da solo, non ha avvisato la madre del suo ritorno, non spiega perché la famiglia dei vicini lo ha lasciato andare come se nulla fosse nonostante fosse appunto un bimbo piccolissimo, non certo una creatura da lasciar girare non accompagnata.

King non ricorda nulla di quanto accaduto quel pomeriggio, nemmeno oggi. Sua madre scoprirà presto, però, che il figlio dei vicini era stato ucciso travolto da un treno (la ferrovia passava vicino alla casa dei vicini) mentre stava giocando, una distrazione fatale e terribile. Non si sa se Stephen fosse presente in quel momento (lui appunto non ha ricordi, a causa evidentemente del trauma) ma si può supporre di si (stavano giocando insieme e anche il comportamento successivo, traumatizzato, di Stephen lo lascia pensare: ribadiamo per correttezza però che non ci sono certezze).

Nel pregevole racconto scritto da King intitolato “Il corpo”, da cui è stato poi tratto il famoso e meraviglioso film “Stand By Me” si trova un evento simile descritto dallo scrittore: una nota quindi quasi autobiografica pescata dall’inconscio (anche se, ribadiamo una volta di più, King non ricorda nulla a livello cosciente).


Due scrittori capaci di intrecciare finzione e realtà

21 gennaio 2021 ore 13:59 segnala
Robert Bloch è famoso soprattutto per avere scritto “Psycho”, il romanzo da cui Hitchcock ha tratto il suo famoso film. Bloch però merita di essere ricordato anche per il suo rapporto molto particolare con Lovecraft, scrittore famosissimo. Lasciamo la parola a Bloch stesso (intervista del 1983):
“Ho scritto a “Weird Tales” (“strane storie”) e a Lovecraft chiedendoli se poteva dirmi dove potevo trovare altre storie di cui avevo letto. Lui mi disse che sarebbe stato felice di inviarmi le copie che volevo. Iniziammo a scriverci. Alla quarta lettera mi scrisse “c’è qualcosa nel modo in cui scrivi che mi fa pensare che potresti essere interessato a scrivere tu stesso storie di questo genere, ti interessa?”. Ero entusiasta, ho iniziato a scrivere storie e inviargliele ma erano brutte, lui però invece che criticarle le elogiava, il tipo di incoraggiamento di cui avevo bisogno. A fine superiori a 17 anni ho cominciato a lavorare e sei settimane dopo ho venduto la mia prima storia alla rivista. Sono rimasto in stretto contatto con Lovecraft fino alla sua morte. La mia carriera la devo a lui!”
I due fecero anche una esperienza curiosissima: Bloch chiese a Lovecraft se poteva inserire un personaggio ispirato a lui nel racconto “L’orrore dalle stelle”. Il personaggio finisce col morire nel racconto. Lovecraft rispose con un racconto intitolato “l’abitatore del buio” in cui a morire è il personaggio ispirato a Bloch. Un’idea a suo modo geniale, se ci pensate!


Presidenti USA assassinati.

21 gennaio 2021 ore 02:14 segnala
Quanti presidenti degli Stati Uniti sono stati assassinati?
Nella storia della repubblica a stelle e strisce, su un numero totale di 46 presidenti, ne sono stati uccisi “solo” 4.
Tra questi, il primo fu Abraham Lincoln, assassinato con un colpo di pistola alla testa il 14 aprile del 1865 da un oppositore politico, mentre era a teatro. Il 2 luglio del 1881 fu la volta di James Garfield, preso a pistolettate da un suo ex sostenitore alla stazione ferroviaria di Washington e morto due mesi dopo per le ferite riportate.
Passarono ancora venti anni e toccò a William McKinley, spentosi il 14 settembre 1901 dopo essere stato colpito dalle revolverate di un anarchico, mentre si trovava all’Esposizione Panamericana di Buffalo.
L’ultimo assassinio è anche il più celebre e misterioso: quello subìto da John F. Kennedy, freddato da un ignoto cecchino il 22 novembre 1963 a Dallas.