non sono artisti...

19 ottobre 2021 ore 23:03 segnala
Danno quello che possono, riportando fedelmente quello che vedono perché sono prede della percezione, non sono liberi, non sono creatori, nemmeno ideatori o speculatori dell’ignoto; non sono Maestri, veri attori del pensiero, viaggiano solo su sicuri binari empirici, quelli dell’ovvio, della consuetudine dell’ortodossia, nella strada senza sussulti e senza tremori; non sono manipolatori del vero, l’ignoto non è terreno d’esplorazione. Mai inquieti o problematici della complessità, demoni della curiosità, esploratori dell’innovazione, mai protagonisti del riformismo. Percorrono solo strade asfaltate per non essere vittime. Non sono l’antitesi del demiurgo, sono la ripetizione del riproducibile, mai l’esplorazione dell’improbabile, col coraggio del rischio. Temono la rovina e lo scandalo.
L’artista è creatore, non cronista, dell’esistere. creare è forgiare, in un coinvolgimento totale ed estremo. Solo le vere rivoluzioni lasciano qualcosa, compreso la possibilità di una nuova bellezza.
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Danno quello che possono, riportando fedelmente quello che vedono perché sono prede della percezione, non sono liberi, non sono creatori, nemmeno ideatori o speculatori dell’ignoto; non sono Maestri, veri attori del pensiero, viaggiano solo sui sicuri binari empirici, quelli dell’ovvio, della...
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19/10/2021 23:03:41
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non scendo le scale

02 ottobre 2021 ore 01:35 segnala
1/10
Non scendo mai in cantina, non sono mai sceso.
Mi pesano le scale che scendono, nel buio, e diventano sporche e trovi sempre segni di passaggi lontani. Non mi piace il sapore di muffa e topi perfino morti che ci hanno vissuto, e i ricordi gettati di fretta nell’umidità con le muffe che si allargano. Non scendo in cantina per le luci grigio verdi e gli odori che sono rumori che si muovono con me. Non voglio scendere da quelle scale che sanno di tanti patiboli, per non dover scoprire cadaveri abbandonati o scappare da qualcosa sentendo una goccia che echeggia e forse diventerà un torrente. Prima mi nascondevo dal vecchio satiro poi, crescendo, per pentirmi delle masturbazioni. Anna, per evitarla, mi offriva il suo letto quando si allontanava il padre, ma io in cantina non voglio più scendere a scoprire le fragili basi dell’edificio che cadrà….
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1/10 Non scendo mai in cantina, non sono mai sceso. Mi pesano le scale che scendono, nel buio, e diventano sporche e trovi sempre segni di passaggi lontani. Non mi piace il sapore di muffa e topi perfino morti che ci hanno vissuto, e i ricordi gettati di fretta nell’umidità con le muffe che si...
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edith, che amava...

26 settembre 2021 ore 01:07 segnala
Edith ha le mani forti e sa cosa fare. Non cerca l'amore ma si fa trovare, è il suo cercarsi nel luogo. Non ama nel desiderio o per il desiderio, essere attrattiva è sempre la conseguenza nella pagina. Non cerca corrispondenza biunivoca, l'esperienza è sempre in atto e non implode nella compassione. Edith è la foresta inesplorata e non è il primo passaggio dell'anonimo a decretare il successo. Non è l'artista, lei è l'opera che determina se stessa in quella naturale condizione di necessità. Non la puoi tentare nel senso naturale di protezione che ha sostituito con l'artificio della creatività, ma se vuole ti può sempre ascoltare...
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Edith ha le mani forti e sa cosa fare. Non cerca l'amore ma si fa trovare, è il suo cercarsi nel luogo. Non ama nel desiderio o per il desiderio, essere attrattiva è sempre la conseguenza nella pagina. Non cerca corrispondenza biunivoca, l'esperienza è sempre in atto e non implode nella...
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la regata. 13/9/21

17 settembre 2021 ore 01:57 segnala
la regata

Si parte con un venticello che invita, la barca è pronta e hanno detto che non sarà sempre agevole senza troppe spiegazioni, ma è tutto così straordinario e se anche il vento cambiasse non sarebbe mai contrario. Non ci sono certezze, non ci sono oneri gravosi, le premesse sono favorevoli, la stagione è deliziosa, cosa potrebbe accadere? Si parte convinti che sia un esercizio straordinario e appagante: vale la pena. Nessuno potrebbe troncarti la scotta o squarciarti le vele e non ti prenderà mai il vento, è un tragitto di condivisione. L’arrivo è un concetto distante e non si valuta l’attimo, si deve proseguire, lo scopo è proseguire. Le boe sono stazioni intermedie che indicano la rotta, senza fermate per pause di recupero né ulivi per la distensione. Il mare promette bene, la stagione stessa rassicura la navigazione e il percorso fatto sembra sempre poco e l’arrivo lontano: se scuffi puoi sempre recuperare e il bello deve sempre venire.
Non sembra ci siano avversari, lo scoprirai solo più avanti. E’ la boa di mezzo quella che conta e segna un limite assoluto, mentre s’attenua il senso ludico e sale la rabbia con chi ti taglia il vento e con il vento stesso, con la barca e chi te l’ha affidata. Mezzo cammino è quasi completato e all’altro mezzo non si crede più tanto, si avverte aria di inganno. stanno tramontando i sogni, per quello ti incitano a fare meglio o ti dileggiano osservando la tua posizione, e ti convinci a dare di più, che in fondo è meglio dare di più, e che dando di più si scalano posizioni. Ancora mezzo percorso davanti senza sapere dov’è l’arrivo, come non aver capito niente, ma nessuno lo sa pur sapendo che esiste, da qualche parte e prima o poi si troverà. Superata la metà il percorso muta, si fa brumoso, incerto, l’acqua è meno gradevole, ed è già più fredda e insicura, gli schizzi ti incendiano la faccia, ma hai tutta l’esperienza che serve. Bisogna andare avanti fino alla fine, lo fanno tutti, meno quelli più liberi che non decidono ancora. Come un evento inaspettato e inopportuno apparirà all’improvviso lo striscione della meta, ma ancora sarà subito ben leggibile e poi sarà difficile da interpretare, con rari preavvisi e sparuti segnali, spesso falsi allarmi, ma tu sei dentro un mare infinito è attorno a te, ora sai che è anche gara, e devi tenere la rotta, il resto è complementare.
Non c’è discesa al giro di boa, l’acqua non discese se non verticali, la discesa che con poca fatica lancia la massima velocità, la prima metà l’hai bruciata ripensando alla bellezza del percorso e le prime emozioni, sempre forti, e ai desideri aggiunti per vezzo. La seconda metà la consumi ripensando alla prima metà, a quello che hai imparato con fantasia e dedizione, a quello che immaginavi che è stato, a quello che non è stato ma avrebbe potuto essere.
Senti sempre più che il traguardo, scopri compagni invecchiati e più stanchi attorno a te ma puoi forse scegliere solo se passare il mistero del filo di lana con la vela leggera lanciata di bolina contro vento e le bianche creste delle onde che martellano e impennano o lentamente aggirandole per evitare saggiamente gli sbalzi che provocano.
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la regata Si parte con un venticello che invita, la barca è pronta e hanno detto che non sarà sempre agevole senza troppe spiegazioni, ma è tutto così straordinario e se anche il vento cambiasse non sarebbe mai contrario. Non ci sono certezze, non ci sono oneri gravosi, le premesse sono...
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Morire di genio…

13 settembre 2021 ore 01:47 segnala
Morire di genio per paura di morire, stringendosi il collo per arrivare fino all’osso.
Lasciarsi cadere nella strettoia di una ruvida fune che taglia la pelle
E non ascolta il tuo ripensamento. Tutto è iniziato e sta per compiersi, non ci si può fermare.
Guardarvi avanti senza vedere quello che aveva creato la mente, non c’era altro che l’idea di una tua proiezione, c’era un vuoto sempre da riempire e non c’era mai il tuo posto da invitato. il rinnovamento consumava quel che era stato ed eri sempre nel posto sbagliato. Il nero ti invadeva sempre di più, il nero vuole corpi e li prende dalla mente. Avevi solo polvere da comprare e da sfogliare, polvere senza rumore che respiravi, perchè bisogna respirare anche prima di donare il collo alla stretta.
Ma in fondo sai che non hai altro percorso, uno che è dato, l’ineluttabilità ti governa e puoi solo scegliere quello che non avresti concepito quando tutto era davanti.
Tanto il tempo è acqua che sgorga e raggiunge ogni anfratto, e qualcuno, ma solo qualcuno, si domanda se ha senso anche l’inutilità…
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Morire di genio per paura di morire, stringendosi il collo per arrivare fino all’osso. Lasciarsi cadere nella strettoia di una ruvida fune che taglia la pelle E non ascolta il tuo ripensamento. Tutto è iniziato e sta per compiersi, non ci si può fermare. Guardarvi avanti senza vedere quello che...
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Quello che …

11 settembre 2021 ore 02:21 segnala
Quello che hai detto è pietra come in quel ritratto del genio imbiancato che rincorro, che rincorrevamo a velocità parziali. C’eravamo noi a descriverci pazientemente con le nostre piccole ragioni, inutilmente affaticati, la gioventù non ha dolore. Si rideva e si procrastinava nel tempo la nostra soluzione, già vivere era una risposta. Ma il tempo era un’idea che non si impossessava dell’idea , non ne aveva bisogno e ora siamo sepolcri e terra fredda su cui non scriveranno nessun epitaffio. Lui è Maurizio, ed era mio amico. Si vendeva come mirabile. Falsificare la realtà non è come dimenticare?
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Quello che hai detto è pietra come in quel ritratto del genio imbiancato che rincorro, che rincorrevamo a velocità parziali. C’eravamo noi a descriverci pazientemente con le nostre piccole ragioni, inutilmente affaticati, la gioventù non ha dolore. Si rideva e si procrastinava nel tempo la nostra...
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Ho il dubbio…

06 settembre 2021 ore 02:48 segnala
Ho il dubbio per ogni cosa da fare e non posso non fare, io sono motore eterno,
per affinità di specie, e non solo per analisi comparata. Mi hanno informato,
sicuramente male, per sentito dire, per completare il tempo, per qualcosa.
Dovrò scegliere tra lo stallo, le scale, seppur squallide, o l’ascensore.
Bottone dopo bottone, e la luce fioca di ogni solitudine silenziosa.
Lo stallo mi impietrisce e mi eterizza, non attutisce:
posso leggere un libro, girare le pagine , correggerle, riscriverle.
O bruciarle dopo averle strappate con rabbia,
Dopo sottolineatura indebita, come chi si uccide,
io non so farlo, con la sottolineatura,
e nemmeno con la pietra di Lavagna, ben preparata e affilata
dopo averla oleata sapientemente, per indebolirla fino al gesso,
come faceva, e poteva, Edith , come voleva Edith, come poi fece Edith,
che non fu mai troppo matura, per chiedermi un parere
che non avrei dato per peri insufficienza, a volte emotiva, poche volte.
Ma Edith sapeva perché il destino l’aveva voluto e non voleva condividerlo in un ambito di aspettative vane.
Coraggio della morte insensata, nella bella presenza con grazia
segnata e dovuta dal dolore, mia inappartenenza interiore,
d’amore infinito, combattuto con i racconti,
ma Finito, inesorabilmente, come l’avvento che lo ha portato.
Inesperienza superiore di vanità, accumulata con rigore e superbia, con ripetitività d’adolescenza,
e qualche telefonata notturna, per aggrapparsi a qualcosa di sganciato inesorabilmente,
come la tristezza che avremmo comprato e venduto. Piacere per sorridere tra noi.
Tornerà perché torna sempre , imprevedibilmente senza appuntamento, prima o dopo Alessandra, stesso destino, stessa inutilità, stesso pubblico assente.
Già , le scale, avevo scordato le scale. Non vorrei mai le scale,
Le scale portano al vicinato, luogo d’incontro indesiderato,
volti indesiderati, odori indesiderati, passi indesiderati. Tutto o quasi, niente.
E l’odio passionale per banalità incomprensibili: se bussi ti ammazzo.
Vita inutile più della mia, ereditata non voluta, senza compromesso e registrazione.
E l’ascensore, sempre guasto o come se lo fosse, non posso prenderlo
sempre allo stesso piano, sempre con quella specie di sibilo,
simile a uno svitamento continuo, e il peso sul vuoto. Aereo per l’intimità,latta senza strappo , dubbio per ogni decisione di lancio, puzza di sigaretta che finiscono gli altri.
Si tratta sempre, e nonostante, di decidere per una disgrazia o un simil dolore, il fine è sempre la strada principale, i vicoli sono un tramite. Per cui: Addio per sempre…prendo l’ascensore.
Almeno non cado. Le scarpe dureranno di più…
——— ———-———
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Ho il dubbio per ogni cosa da fare e non posso non fare, io sono motore eterno, Solo per affinità, e non per analisi. Mi hanno informato, sicuramente male, per sentito dire, per completare il tempo. Dovrò scegliere tra lo stallo, le scale, seppur squallide, o l’ascensore. Bottone dopo bottone, e...
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Ci hanno dato il mare…

04 settembre 2021 ore 23:30 segnala
Ci hanno dato il mare, come specchio e colore, per vivere e
Sopravvivere.
Ce lo hanno dato in omaggio, locazione gratuita, prima di ogni cosa, di ogni esistenza, prima dei fatti e delle circostanze, per donarcelo , per ricattarci. Il mare è sempre lontano, noi sempre dall’altra parte a guardare spogliati ed essere guardati. Forse solo per esprimere qualcosa o liberarsi di essa, per sentirsi gratificati.
Ce lo hanno dato per navigare, per dire di esserci stati, per desiderarlo. Per spostarci leggeri, per galleggiare col sorriso o berlo tutto e non tornare più. Ce lo hanno dato come i resti di un incendio, come non ci fosse altro, per sorprenderci e affogarci, per raccoglierlo col senso del liquido, e adornarlo con una fetta di limone. Non lo avremmo voluto , per non condannarlo dopo averlo adorato, per sopperire alla mancanza di diamanti. Per colorare il vuoto , riempirlo, e specchiarci, per aggiungere tristezza e silenzio. Il mare , per vivere e per morire, al largo di qualcosa, per sognare ancora e immaginare, per essere nuovamente noi, per donarci la meraviglia , subito dopo lo stupore, la sapienza e l’attesa,per essere credenti dell’incerto eterno, vuoti a rendere di un evento improbabile. Tutto condito di belle parole e di sprechi, leggeri come un remo che viene a guidare. Ci sarà sempre, oltre noi di sicuro, per dire che qualcuno dovrà sempre raggiungerlo.
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Ci hanno dato il mare, come specchio e colore, per vivere, e sopravvivere. Ce lo hanno dato prima di ogni esistenza, prima del sorgere di ogni problema, prima delle cose e dei fatti, forse solo per farcelo, o darci qualcosa. Ce lo hanno dato per navigare , per spostarci per qualcosa, per capire ,...
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04/09/2021 23:30:10
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non giocare su più tavoli...

31 luglio 2021 ore 01:35 segnala
Non giocare su più tavoli se poi dovrai pentirti della sconfitta
se non hai il senso di superiorità che ti supporta
giocare su più tavoli esige strafottenza, consapevolezza, arroganza,
l’idea innata di supremazia che corrobora lo spirito contorto.
Gli dèi non transigono e amano chi li guarda negli occhi sicuro,
anche bleffando, perché bleffare è oltremodo divino.
Tu giochi duro su più tavoli e io già intravedo la tua sconfitta
che è una sconfitta perpetua, è scritto sulla mano, non si cancella.
Tu giochi su più tavoli sognante forse,
per avidità o bisogno di certezza ultima,
con l’idea di paradiso che non è paradiso,
ignorando chi è come te giocatore strategico
o chi inganna per vera inettitudine.
Perderai tutto, anche i giocatori devoti, anche il tuo fine: te stesso.
Gioca solo quando sei disposto a perdere tutto e a ridere di te stesso,
quando saprai che ricominciare ha un suo valore e potrai farlo ancora,
quando sai che non è l’ultima volta e ti piace rischiare
come senso dei tuoi giorni, e non te ne pentirai.
Su più tavoli si gioca solo per giocare, per amore del gioco,
non per vincere perché alla fine vince sempre chi non desidera vincere.
vince veramente chi ama solo giocare.
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Non giocare su più tavoli se poi dovrai pentirti della sconfitta, se non hai il senso di superiorità che ti supporta, giocare su più tavoli esige strafottenza, consapevolezza, arroganza, l’idea innata di supremazia che corrobora lo spirito contorto. Gli dei non transigono e amano chi li guarda...
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31/07/2021 01:35:44
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lettera a M

29 luglio 2021 ore 23:39 segnala
Lettera a M

Ora che molto tempo è trascorso, quasi la vita, nessuno manca perché nessuno cerca. È come innalzare una tomba sotto il grande pino. tutto è cambiato quaggiù: le rose e i vasi. Ogni tanto arriva il temporale e i libri stanno ingiallendo. Forse sei oblio ma io non posso saperlo e vivo il presente che abbiamo creato.
il cerchio andrebbe chiuso, almeno con un discorso finale che porti via le brume granitiche. L’incompletezza è capolavoro per l’arte sublime, quella che ha già potenziato le forme e l’idea, noi siamo squallidi operai, non montiamoci la testa. Il cerchio va chiuso. Prima del mare di oblio. Ognuno metta un tratto.
Il dono, come un Mida di pace, magari pensando ad altro come un ‘improvvida fine, che non hai mai compreso nel modo e nel significato intenzionale è giunto puntuale prima delle espressioni magre di circostanza e il suo accantonamento tempestivo non fu una sorpresa. Stavamo precipitando e lo volevamo. Le intuizioni sono stampe a volte nel segreto. Io cercavo il tuo piccolo oro e tu le mie possibilità. Lo scambio era impari, chissà se lo hai maturato. Non era previsto il tradimento, che fu uno, due contemporanei non erano possibili, ma l’umore non tradiva era esplicito e ci suggeriva che non ci saremmo guardati oltre. La porta stava per chiudersi e avremmo consegnato le chiavi ad altri di passaggio. Le nostre tentate esplosioni sono deflagrate in immense implosioni che non hanno scosso niente. La terra non ha subito.
Ti scrivo non sapendo se ancora potrai leggermi, non è una lettera indirizzata, è solo mirata, il suo senso è già in ognuno di noi prima ancora che sia stato scritto, in un vacuo tentativo.
Non siamo stati vicini per caso, qualcuno ha voluto che non fosse casuale per noi,
e ha rinunciato sconfitto per altre migliori volontà. Non tutti perdono, se non per volontà.
Non può essere che ci lecchiamo le ferite senza alcuna reciproca ammissione, bisogna scavare meglio adesso che il tempo è trascorso e la cera s’è ridotta. Non sappiamo dove siamo e cosa siamo ma lo vorremmo, lo voglio io che ho sempre cresciuto piante benedicendole fino al limite.
Non lo volevi sapere quando ti sono venuto incontro per accoglierti, per mettere il mio spazio nel tuo, e riceverlo completo, per portarti da un’altra parte che solo io avevo intravisto ma non avevi capito, non potevi capire, la tua casa non aveva mai avuto Durer e il suo bulino d’oro, di meticolosa pazienza, tu volevi il raccolto con la semina e la lotta era solo un simbolo da considerare altrove.
L’improvvisazione non è mai il caso, è la sintesi finale del più duro lavoro non
un rimedio all’ insufficienza, non casualità come soluzione all’indeterminatezza. Per te era tutto immagine in movimento, senza mai una legge profonda, un pensiero anche astratto, la comodità di rinnegare se stesso per il tradimento, o viceversa.
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Lettera a M Ora che molto tempo è trascorso, quasi la vita, nessuno manca perché nessuno cerca. È come innalzare una tomba sotto il grande pino. tutto è cambiato quaggiù: le rose e i vasi. Ogni tanto arriva il temporale e i libri stanno ingiallendo. Forse sei oblio ma io non posso saperlo e vivo...
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29/07/2021 23:39:19
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