Madame Purperose.

01 febbraio 2015 ore 20:56 segnala
Madame Purperose
Francisco García del Aguila
Marionette















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Madame Purperose Francisco García del Aguila Marionette « immagine » « immagine » « immagine » « immagine » http://fotoenfoques.photoshelter.com/gallery-image/Puppets-Marionetas/G0000a79kwzxjQ2w/I0000CCC8aOZgFes/C0000L2JfOLAuAdc
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01/02/2015 20:56:03
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Gilles Deleuze-Pourparlers.

30 gennaio 2015 ore 00:49 segnala
E’ questo che mi sembra interessante nelle vite, i buchi che comportano, le lacune, talvolta drammatiche, talvolta no. Le catalessi o quelle specie di sonnambulismo di più anni, che la maggior parte delle vite possiedono. Forse è in questi buchi che avviene il movimento. La questione infatti è proprio quella di come produrre il movimento, come forare il muro.



Alberto Burri, Combustione plastica, 1956
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E’ questo che mi sembra interessante nelle vite, i buchi che comportano, le lacune, talvolta drammatiche, talvolta no. Le catalessi o quelle specie di sonnambulismo di più anni, che la maggior parte delle vite possiedono. Forse è in questi buchi che avviene il movimento. La questione infatti è...
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Cartigli - di Gianfranco Palmery.

28 gennaio 2015 ore 22:32 segnala
Quante parole per affermare il «fare»! Il fare fatto a parole...
Espressioni come «uomo del fare», «governo del fare», oltre che tritamente tronfie sono monche, scorciate, tacciono sul cosa e sul come. Il verbo ha bisogno di un complemento oggetto e di un avverbio. Fare-cosa? Fare leggi giuste, fare affari, fare puttanate? E fare-come? Fare bene, fare male, fare schifo? «Fare»: questa insegna vacua e minacciosa... Come se il fare, di per sé, fosse prova di virtù e garantisse il risultato. Il mondo è pieno di fatti compiuti da idioti e mascalzoni attivissimi. G.P.



Quando sentite qualcuno dire: «Non voglio demonizzare...» questo o quello, siate pur certi che qualche commercio con il demonio ce l’ha di sicuro, se non con quello che non vuole demonizzare, con qualcun altro che lo ha indemoniato. Insomma, è uno che capisce, è comprensivo, perché è della famiglia. G.P.



Molti qui vanno alle urne come se partecipassero a una lotteria del fornaio... Le votazioni sono dei riti di fortuna, vi presiede la cecità.
Del resto vi è una beffa originale in questo diritto obbligatorio che costringe tanti che non vorrebbero, e non sanno, scegliere, a scegliere su quello che non sanno e non vogliono sapere. G.P.



"Il paese persegue il prodotto interno lordo. Il poeta segue il dolor interno prodotto. A ciascuno la sua mira e la sua rima. Ma: se l’economia ristagna, la poesia perde o guadagna? Se cresce il Prodotto Interno Lordo, cresce o cala il Dolor Interno Prodotto, (e il Dolor Esterno Prodotto, e il Dolor Universale Prodotto)?
Ecco quel che manca al ricco repertorio dei congressi: economisti e poeti a convegno per una analisi comparata del rapporto tra il PIL e il DIP, il DEP e il DUP". G.P.



I grandi poeti sono come i gabbiani: attingono alle immondizie del mondo, si calano nel cuore livido delle cose, se ne nutrono e le trasformano in volo, nel loro alto aleggiare nell’aria e lento planare sulla terra.
I piccoli poeti invece razzolano, becchettano materiali di cortile – possono al più imbattersi in cicche e chewing-gum: tutto lì il loro brivido – per il resto, minime granaglie di casa... E il loro minimalismo di testa avvince le teste minime del tempo. (24.I.09)



Esortazione.
Giovane poeta italiano, che non ti rassegni all’abiezione in cui è caduto il tuo paese eppure vedi impietosamente che non c’è salvezza possibile, ripara all’interno, chiedi asilo poetico: c’è una sola Italia dove vivere – come nella carducciana «isola dei poeti, degli eroi»... Non la penisola del tempo, ma un’isola della mente, una terra di morti, che sono i soli vivi – beata e non beota come quella dei morti-viventi che l’assediano e divorano giorno dopo giorno. Questa sia la tua Italia – l’altra faccia della merdaglia.



L’opera a metà.
Dove comincia, o dove finisce, la differenza tra un’opera incompiuta – lasciata a mezzo dal suo autore – e un’opera diruta – dimezzata dal tempo distruttore? Prendiamo a esempio la chiesa della Sagrada Familia e l’abbazia di San Galgano: due grandeggianti relitti che si incontrano a metà strada: la prima ha perduto il futuro, la seconda il passato...
Il monumentale o lo statuario, innalzandosi e sgretolandosi sotto i nostri occhi, illustrano con fisica efficacia il dilemma; ma un medesimo confronto si può fare in poesia, che so, tra le strofe che ci arrivano mutile di Alcmane o di Saffo e quelle sospese, a frammento, di Campana, o i versi abbozzati, abbandonati tra le carte di Govoni o Penna.
L’opera non compiuta è un’opera che pare sottrarsi alla distruzione: imitandola con la sua incompiutezza in qualche modo la elude, forse la irride.
Ma, si può obiettare, il tempo rovina anche le sue rovine, così come la sua rosura non si arresta di fronte all’interrotto – e tuttavia, a quel punto, tra i segni della mano mancata dell’autore e quelli della mano immanente del tempo, le tracce sono bell’e confuse e il distruttore resterà pur sempre un po’ giocato – previsto.
Comunque, anche escludendo un’intenzione assicurativa o ironica nell’autore (di solito le opere restano incompiute per ragioni più contingenti che concettuali), il risultato non cambia: la confluenza confonde le acque e l’interrogativo ci ondeggia su.



L’ipernichilista.
Il nichilismo è una casa – una casa come un’altra. Spesso confortevole.
Chi ci vive di solito non se ne stacca. Non è forse abbastanza nichilista per perdere anche la mancanza di ogni fede possibile: crede fervidamente in nulla.
Bene annidato nella nientità, che offre gli agi e le agitazioni di tutte le clausure, questo ansioso sedentario soffre di un eccesso di sicurezza: il suo è il sistema dei sistemi: inattaccabile, consente un’arroccata solitudine – ma nessuna via d’uscita. Per paura e mancanza di contraddizione, è condannato a diventare il monumento del Monaco del Nulla o, sorte più irridente ma non spregiata, il guardiano della Casa della Fama.



scritta da se stesso:

questa era la mano d’un poeta, questa la mente:
ora l’una contro l’altra – e tutt’e due per il niente

Gianfranco Palmery
RIP 28 luglio 2013


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Quante parole per affermare il «fare»! Il fare fatto a parole... Espressioni come «uomo del fare», «governo del fare», oltre che tritamente tronfie sono monche, scorciate, tacciono sul cosa e sul come. Il verbo ha bisogno di un complemento oggetto e di un avverbio. Fare-cosa? Fare leggi giuste,...
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Ozymandias

28 gennaio 2015 ore 15:52 segnala
Ozymandias.

Un viaggiatore da un’antica terra tornando
mi ha detto: due gambe senza tronco, enormi, in pietra
stanno su nel deserto… Un po’ sepolta accanto
sulla sabbia, una testa spezzata, e il suo cipiglio,
il labbro increspato, il ghigno di freddo comando,
dicono che lo scultore ha visto bene quelle passioni,
impresse in cose senza vita, e vive ancora
oltre la mano che le colse e il cuore che le nutrì:
sul piedistallo appaiono queste parole:
«Ozymandias è il mio nome, re dei re:
guardate le mie opere, o Potenti, e disperate!».
Non resta altro. Intorno alla rovina
di quel rudere immenso, nude, illimitate
sabbie lisce e deserte si stendono lontano.




I versi sono tratti da Percy Bysshe Shelley,
Alla Notte e altre poesie,
traduzione di Gianfranco Palmery, Il Labirinto, Roma 2002.
la statua di Ramesse II, chiamato Ozymandias, si pensa ispirò
la composizione. Si trova al British Museum.

Ozymandias era infatti un soprannome di Ramesse il Grande, faraone della 19esima dinastia dell'Antico Egitto. Il soprannome proviene da una traslitterazione in greco di una parte del nome di regno di Ramesse, User-maat-re Setep-en-re. Il sonetto interpreta la traduzione di Diodoro Siculo dell'iscrizione alla base della statua, in cui Ramesse solleciterebbe, per aiutare colui che chiedesse di chi fosse e di cosa avesse fatto, di portare come prova la grandezza delle sue opere. Scrive in realtà Diodoro Siculo:

« Si trova scritto su di essa: «Sono Ozymandyas, il re dei re. Se qualcuno vuole sapere quanto grande io sia e dove giaccio, superi qualcuna delle mie imprese». » (Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, I, 47, 4)


Il sonetto celebra l'anonimo scultore e la sua opera artistica, mentre Shelley visita virtualmente le rovine di una potenza passata per trarne una composizione musicale e compatta, imperniata sul racconto di un viaggiatore riguardo lontane e distanti rovine nel deserto. "Le solitarie e piatte sabbie" che si stendono nell'orizzonte, e circondano la statua sradicandola dall'imponente costruzione che Diodoro descrive, suggeriscono probabilmente un vuoto causato da un abuso di potere di cui "nulla accanto rimane"; infatti per quanto grande siano le opere di Ramesse, il tempo le cancella lentamente come svanito nel nulla è il suo impero, e Shelley sembra Appunto rivolgere lo stesso monito agli imperi a lui contemporanei.
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Ozymandias. Un viaggiatore da un’antica terra tornando mi ha detto: due gambe senza tronco, enormi, in pietra stanno su nel deserto… Un po’ sepolta accanto sulla sabbia, una testa spezzata, e il suo cipiglio, il labbro increspato, il ghigno di freddo comando, dicono che lo scultore ha visto bene...
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Diario Postumo.

27 gennaio 2015 ore 18:20 segnala
... io lo dedico ad ARM questo post. ad uopo. un pò di fede e di speranza. allegria. c'è sempre tempo per morire. bisogna ridere, morendo un pò.


Cos'è Diario postumo


È un archivio di pensieri, moralità, note in margine: riflessioni sui tempi e sui costumi, su poesia e letteratura, verità e errori d'epoca – brani scritti nell'arco di tre decenni e riferibili, in particolare, alla società italiana contemporanea.


Perché Diario postumo?
Perché è postumo ai pensieri o agli eventi che gli hanno dato vita.
Perché chi lo ha scritto è morto e ora non ne è che il curatore.
Perché chi lo ha scritto è ancora vivo, e queste pagine sono del genere che di solito si pubblica dopo la morte.
Perché l’autore si vede morto e sepolto e la sua esistenza e quello che scrive, tutto è postumo...
Gianfranco Palmery

Informazioni.
Introduzione: Gianfranco Palmery, nato e vissuto a Roma, è stato poeta e saggista. Ha pubblicato sedici libri di versi e numerose prose sparse in quotidiani e riviste, in parte raccolte in quattro volumi. Critico letterario per alcuni anni del quotidiano «Il Messaggero», ha fondato e diretto la rivista di letteratura «Arsenale». Ha tradotto, per le edizioni Il Labirinto, poesie di Keats, Shelley, Berryman, Sponde, Corbière, Stéfan. Dopo una lunga malattia, è morto a Roma il 28 luglio 2013.


Sonetto

Non sollevare il velo dipinto che chiama
chi vive Vita: benché di forme irreali istoriato
si trasfiguri solo in quello che vogliamo
credere con colori sparsi a caso – dietro in agguato
ha Paura e Speranza, sorti gemelle, sempre a tessere
le loro ombre sul cupo e cieco baratro.
Conobbi uno che l’aveva sollevato – in cerca,
era tenero il suo perso cuore, di cose da amare, ma
non ne trovò, ahimè, né c’era un’offerta
del mondo, una, che potesse approvare.
Passò tra gli sbadati, i tanti, un fulgore
in mezzo alle ombre, una macchia lucente
su questa buia scena, uno spirito teso
verso il vero, e come il Predicatore non trovò niente.

I versi sono tratti da Percy Bysshe Shelley, Alla Notte e altre poesie, traduzione di Gianfranco Palmery, Il Labirinto, Roma 2002.

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... io lo dedico ad ARM questo post. ad uopo. un pò di fede e di speranza. allegria. c'è sempre tempo per morire. bisogna ridere, morendo un pò. Cos'è Diario postumo È un archivio di pensieri, moralità, note in margine: riflessioni sui tempi e sui costumi, su poesia e letteratura, verità e...
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Autoritratto con gatti.

24 gennaio 2015 ore 23:26 segnala
Henri Cole
"AUTORITRATTO CON GATTI"

Andando a stendere la biancheria, visito i gatti.
«Non appartengo a nessuno» insiste Yang, pesantemente.
«Yang» rispondo, «non capisci niente».
Yin, una soriana arancione, concorda,
ma antepone la gentilezza alla rigida verità.
La ammiro ma vorrei che non idolatrasse
chi la vittimizza. È capitato anche a me.
Il suo silenzio è pungente quando Yang sfrega
il brutto corpo tartaruga addosso a lei,
stesa nel mio cosmo. «Non mi dà fastidio, davvero»
dice con le fusa, gli occhi orizzontali, la bocca
un sorriso ionio, le zampe nobilmente incrociate
sul davanti, un modello di Nirvana felino:
«Lesinando il suo affetto, mi ha fatta più forte».

Traduzione di Massimo Bacigalupo
da Autoritratto con gatti, Guanda, 2010

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Henri Cole "AUTORITRATTO CON GATTI" Andando a stendere la biancheria, visito i gatti. «Non appartengo a nessuno» insiste Yang, pesantemente. «Yang» rispondo, «non capisci niente». Yin, una soriana arancione, concorda, ma antepone la gentilezza alla rigida verità. La ammiro ma vorrei che non...
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Se ti tagliassero a pezzetti

14 gennaio 2015 ore 00:35 segnala
Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di dio
di dio il sorriso.



Ti ho trovata lungo il fiume
che suonavi una foglia di fiore
che cantavi parole leggere, parole d'amore
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso.

Rosa gialla rosa di rame
mai ballato così a lungo
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino
alla fine siamo caduti sopra il fieno.

Persa per molto persa per poco
presa sul serio presa per gioco
non c'è stato molto da dire o da pensare
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera
spettinata da tutti i venti della sera.

E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina anarchia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.

T'ho incrociata alla stazione
che inseguivi il tuo profumo
presa in trappola da un tailleur grigio fumo
i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino
camminavi fianco a fianco al tuo assassino.

Ma se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso.
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Se ti tagliassero a pezzetti il vento li raccoglierebbe il regno dei ragni cucirebbe la pelle e la luna tesserebbe i capelli e il viso e il polline di dio di dio il sorriso. « video » Ti ho trovata lungo il fiume che suonavi una foglia di fiore che cantavi parole leggere, parole d'amore ho...
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14/01/2015 00:35:01
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Hotel Supramonte.

12 gennaio 2015 ore 22:24 segnala
“E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa di giorno
poi scuse accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi vivi ridi o sei perduta
col tuo ordine discreto dentro il cuore
ma dove, dov'è il tuo amore,
ma dove, è finito il tuo amore”.



“Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove, dov'è il tuo amore,
ma dove, è finito il tuo amore”.

“E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove, dov'è il tuo cuore,
ma dove, è finito il tuo cuore”.
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“E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo e una lettera vera di notte falsa di giorno poi scuse accuse e scuse senza ritorno e ora viaggi vivi ridi o sei perduta col tuo ordine discreto dentro il cuore ma dove, dov'è il tuo amore, ma dove, è...
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12/01/2015 22:24:59
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Salvataggio

11 gennaio 2015 ore 22:38 segnala
Stare di qua o di là, essere viva
o morta, a quanto pare era per te
un dettaglio da niente; come può
altrimenti una brava nuotatrice
sotto gli occhi di tutti andare a picco
in un innocuo metro d’acqua, e lì,
tirata su per i capelli, ormai
cadavere, risorgere, e sorridere,
ma come se la avessero sopresa
dormire sotto un albero? Per me
fu invece un grande spavento, e fu duplice
perché come in un lampo mi era apparsa
la tua vera natura.


da: Veneri e locuste, Renato Job



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Stare di qua o di là, essere viva o morta, a quanto pare era per te un dettaglio da niente; come può altrimenti una brava nuotatrice sotto gli occhi di tutti andare a picco in un innocuo metro d’acqua, e lì, tirata su per i capelli, ormai cadavere, risorgere, e sorridere, ma come se la avessero...
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Letterina di natale per Vereor.

25 dicembre 2014 ore 00:15 segnala
Cara Vere, non ho scritto letterine di natale
a qualcuno che non fosse mia figlia, da ormai
22 anni... mannaggia a te.
Le parolacce e le imprecazioni che ti sei presa
quando hai lasciato Chatta, riecheggiano ancora
nelle nostre caselle dei messaggi.

Cara Vere.
noi che ti vogliamo bene, nonostante...
brutta stronza, .. te ne sia andata, ti
preghiamo di tornare, da qualche parte,
in qualsiasi modo e:
o con le buone o con le cattive...
Ogni volta che scriviamo qualcosa mancano
i tuoi commenti, unici, a volte indecenti,
ma unici.
Chi mai commenterà più con un Rocco superdotato,
o chi mai scriverà più sul sesso
dandoci la soddisfazione di eccitare Gal
come lui stesso ha confessato aprendo un
Blog apposta per farti tornare...
Non se ne può più.
Ritorna Vere, se non ritorni veniamo a prenderti.
A forza. Veniamo in macchina, Ele ARM Gal Stù e
guido io che sono la meno peggio. E tu sai che
quando Ele si mette, va fino in fondo... eh eh
Chi più parla di uccelli e membri vari come facevi tu.
Tu hai saputo risvegliare gli istinti assopiti di Gal...
e non solo. confesso ( chi lo conosceva Rocco che
sono andata subito a vedermi qualcosa su di lui, ...
e ho trovato... TANTO....!!!!! ).
Con te mi si è aperto un orizzonte che temevo esaurito,
un arcobaleno di sesso e rose (con spine naturalmente)
di sesso e amore, di sesso senza amore, di sesso e dolore,
di sesso e basta.
Ti voglio bene Vere, brutta infame, te la faremo pagare.
Cara Vere natale è anche quando senti la mancanza di
qualcuno.
Così ti posto Rocco in foto. più in giù è meglio di no.....
(in privato).
Kiss.

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Cara Vere, non ho scritto letterine di natale a qualcuno che non fosse mia figlia, da ormai 22 anni... mannaggia a te. Le parolacce e le imprecazioni che ti sei presa quando hai lasciato Chatta, riecheggiano ancora nelle nostre caselle dei messaggi. Cara Vere. noi che ti vogliamo bene,...
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25/12/2014 00:15:49
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