Cartigli - di Gianfranco Palmery.

28 gennaio 2015 ore 22:32 segnala
Quante parole per affermare il «fare»! Il fare fatto a parole...
Espressioni come «uomo del fare», «governo del fare», oltre che tritamente tronfie sono monche, scorciate, tacciono sul cosa e sul come. Il verbo ha bisogno di un complemento oggetto e di un avverbio. Fare-cosa? Fare leggi giuste, fare affari, fare puttanate? E fare-come? Fare bene, fare male, fare schifo? «Fare»: questa insegna vacua e minacciosa... Come se il fare, di per sé, fosse prova di virtù e garantisse il risultato. Il mondo è pieno di fatti compiuti da idioti e mascalzoni attivissimi. G.P.



Quando sentite qualcuno dire: «Non voglio demonizzare...» questo o quello, siate pur certi che qualche commercio con il demonio ce l’ha di sicuro, se non con quello che non vuole demonizzare, con qualcun altro che lo ha indemoniato. Insomma, è uno che capisce, è comprensivo, perché è della famiglia. G.P.



Molti qui vanno alle urne come se partecipassero a una lotteria del fornaio... Le votazioni sono dei riti di fortuna, vi presiede la cecità.
Del resto vi è una beffa originale in questo diritto obbligatorio che costringe tanti che non vorrebbero, e non sanno, scegliere, a scegliere su quello che non sanno e non vogliono sapere. G.P.



"Il paese persegue il prodotto interno lordo. Il poeta segue il dolor interno prodotto. A ciascuno la sua mira e la sua rima. Ma: se l’economia ristagna, la poesia perde o guadagna? Se cresce il Prodotto Interno Lordo, cresce o cala il Dolor Interno Prodotto, (e il Dolor Esterno Prodotto, e il Dolor Universale Prodotto)?
Ecco quel che manca al ricco repertorio dei congressi: economisti e poeti a convegno per una analisi comparata del rapporto tra il PIL e il DIP, il DEP e il DUP". G.P.



I grandi poeti sono come i gabbiani: attingono alle immondizie del mondo, si calano nel cuore livido delle cose, se ne nutrono e le trasformano in volo, nel loro alto aleggiare nell’aria e lento planare sulla terra.
I piccoli poeti invece razzolano, becchettano materiali di cortile – possono al più imbattersi in cicche e chewing-gum: tutto lì il loro brivido – per il resto, minime granaglie di casa... E il loro minimalismo di testa avvince le teste minime del tempo. (24.I.09)



Esortazione.
Giovane poeta italiano, che non ti rassegni all’abiezione in cui è caduto il tuo paese eppure vedi impietosamente che non c’è salvezza possibile, ripara all’interno, chiedi asilo poetico: c’è una sola Italia dove vivere – come nella carducciana «isola dei poeti, degli eroi»... Non la penisola del tempo, ma un’isola della mente, una terra di morti, che sono i soli vivi – beata e non beota come quella dei morti-viventi che l’assediano e divorano giorno dopo giorno. Questa sia la tua Italia – l’altra faccia della merdaglia.



L’opera a metà.
Dove comincia, o dove finisce, la differenza tra un’opera incompiuta – lasciata a mezzo dal suo autore – e un’opera diruta – dimezzata dal tempo distruttore? Prendiamo a esempio la chiesa della Sagrada Familia e l’abbazia di San Galgano: due grandeggianti relitti che si incontrano a metà strada: la prima ha perduto il futuro, la seconda il passato...
Il monumentale o lo statuario, innalzandosi e sgretolandosi sotto i nostri occhi, illustrano con fisica efficacia il dilemma; ma un medesimo confronto si può fare in poesia, che so, tra le strofe che ci arrivano mutile di Alcmane o di Saffo e quelle sospese, a frammento, di Campana, o i versi abbozzati, abbandonati tra le carte di Govoni o Penna.
L’opera non compiuta è un’opera che pare sottrarsi alla distruzione: imitandola con la sua incompiutezza in qualche modo la elude, forse la irride.
Ma, si può obiettare, il tempo rovina anche le sue rovine, così come la sua rosura non si arresta di fronte all’interrotto – e tuttavia, a quel punto, tra i segni della mano mancata dell’autore e quelli della mano immanente del tempo, le tracce sono bell’e confuse e il distruttore resterà pur sempre un po’ giocato – previsto.
Comunque, anche escludendo un’intenzione assicurativa o ironica nell’autore (di solito le opere restano incompiute per ragioni più contingenti che concettuali), il risultato non cambia: la confluenza confonde le acque e l’interrogativo ci ondeggia su.



L’ipernichilista.
Il nichilismo è una casa – una casa come un’altra. Spesso confortevole.
Chi ci vive di solito non se ne stacca. Non è forse abbastanza nichilista per perdere anche la mancanza di ogni fede possibile: crede fervidamente in nulla.
Bene annidato nella nientità, che offre gli agi e le agitazioni di tutte le clausure, questo ansioso sedentario soffre di un eccesso di sicurezza: il suo è il sistema dei sistemi: inattaccabile, consente un’arroccata solitudine – ma nessuna via d’uscita. Per paura e mancanza di contraddizione, è condannato a diventare il monumento del Monaco del Nulla o, sorte più irridente ma non spregiata, il guardiano della Casa della Fama.



scritta da se stesso:

questa era la mano d’un poeta, questa la mente:
ora l’una contro l’altra – e tutt’e due per il niente

Gianfranco Palmery
RIP 28 luglio 2013


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Quante parole per affermare il «fare»! Il fare fatto a parole... Espressioni come «uomo del fare», «governo del fare», oltre che tritamente tronfie sono monche, scorciate, tacciono sul cosa e sul come. Il verbo ha bisogno di un complemento oggetto e di un avverbio. Fare-cosa? Fare leggi giuste,...
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28/01/2015 22:32:28
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