Sara ce l'ha fatta

23 maggio 2009 ore 10:04 segnala

In tanti mesi, è l'unica persona che ho visto uscire viva da qui. Sono venuti a prenderla. La riportano a casa, in famiglia. Nemmeno lei ci credeva, nemmeno lei ci sperava. Va a casa in carrozzina, ha avuto una brutta caduta, ma gli hanno sistemato il femore. Non cammina molto, ma riesce ad alzarsi da sola e a muovere qualche passo con il girello.

Siamo un pò invidiosi di lei. Qualcuno ha pianto, credo soprattutto perchè rimarca ancor di più, a tutti, il fatto che noi altri si resta qui dentro. Sara è una graziata, una mosca bianca. La invidiamo e insieme ci da speranza. Per avere speranza occorre avere dei presupposti. Il figlio era muratore (era, perchè adesso è in pensione). Non lo dico con disprezzo, anzi, chi è più povero è più avvezzo a vivere di miserie ed è attrezzato a farlo in continuazione. Il figlio veniva qui tutti i giorni, Sara è una "ragazza madre" abbandonata dall'amato e dalla famiglia, ha sempre fatto famiglia con suo figlio (lui non si è mai sposato, lei nemmeno, da diciassettenne maledetta). Dove lo trovi un altro esempio uguale? Abitano qui vicino, quasi in fondo alla strada, ma fuori da queste mura, fuori da questi orari da pensione di riviera senza il mare.

Sara, ... che nome? Non sembra nemmeno un nome da anziana. Sembra un nome da ragazzina, come cantava Venditti "... svegliati a primavera", e Sara si è svegliata da un incubo e va a vivere il suo sogno, tornare a casa. Chissà perchè Sara ha scelto me per lasciarmi la sua eredità, fin dei conti qualche saluto mesi fa, quando ancora andavo a mangiare con gli altri, poi più nulla. Sara mi ha lasciato un libro, un libro che l'ha accompagnata qui dentro per tutto il tempo. Di tanto in tanto ne leggeva qualche pagina, ma poi prendeva sonno subito e forse sognava. Qui nessuno parla molto di se stesso, se non chiedersi perchè è qui e per cosa continua a stare qui.

Il libro è di un certo Sherwin B. Nuland, edito da Mondadori, titolo "La saggezza del corpo". E' un medico (leggo sulla sovracopertina) autore anche di un libro dal titolo "Come si muore" ... cosa mai saprà un vivo, un sano, di come e cosa si prova in punto di morte, di cosa si confessa (poco) e di cosa ci si porta nella tomba (infinitamente tanto sopito, inutilmente confessabile).

Sara, non parlava molto, ma oggi diceva tutto con gli occhi lucidi e più luminosi di due soli a mezzogiorno.

Delle volte mi chiedo, se su di me abbiano più effetto i farmaci, la depressione o le continue menzogne che tutti ti raccontano. Noi vecchi siamo chiamati e trattati come bambini. Perdiamo ogni dignità qui dentro. Ci chiamano per nome, livellati premorte di qualsiasi cosa abbiamo avuto in vita. Forse pensano anche noi la si prenda come segno di amicizia. Non mi meraviglierei di sentirmi dire un giorno "biribiribiribiribuaaaaaa!!! mangiata tutta la pappa? Ma che bravo il mio bimbino, su vieni che ti faccio fare la popò".

Non c'è limite all'indecenza e magari fanno anche corsi per trattarci così, ispirati da qualche folle psicologo.

Noi abbiamo tutti una nostra dignità, siamo più impacciati, ma non bambini. Ci adattiamo ad esserlo, ma questo accettare di far piacere agli infermieri è un'ulteriore umiliazione. Sembra si debba essere noi a servizio della struttura e non l'inverso e ci va già bene quando non si aspettano un sorriso, un grazie e il battere le mani.

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In tanti mesi, è l'unica persona che ho visto uscire viva da qui. Sono venuti a prenderla. La riportano a casa, in famiglia. Nemmeno lei ci credeva, nemmeno lei ci sperava. Va a casa in carrozzina, ha avuto una brutta caduta, ma gli hanno sistemato il femore. Non cammina molto, ma riesce ad alzarsi...
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23/05/2009 10:04:59
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Commenti

  1. lady.hide 23 maggio 2009 ore 12:49
    se le cose che hai scritto siano autobiografiche o meno,so solo che mi ha emozionato leggerle,veramente bello e vero...
  2. MotelConcordia 23 maggio 2009 ore 22:24

    neanche rileggo perchè poi perderei il filo come spesso succede.

    Lo so che non riesco a mettere qui la realtà delle situazioni. Ci vorrebbe uno scrittore. Scrivo la nostra vita fatta di giornate di silenzio e dei momenti pieni dall'ascoltare la propria voce. Qui nessuno ascolta nessuno. Ascoltiamo tutti noi stessi. Non occorre aver fatto le medie per capirlo e nemmeno essere giovani.

    C'è poco da emozionarsi. Direi piùttosto da intristirsi, incupirsi, deprimersi.

  3. Saskia53 23 maggio 2009 ore 23:46
    quanta verità. annalisa
  4. MotelConcordia 24 maggio 2009 ore 00:44

    non rendersi conto che le cose per un anziano vanno così.

    Delle volte mi chiedo se avere a che fare con un anziano non possa essere una rogna tale che è meglio cancellare dalla nostra mente il tempo della malattia e della vecchiaia.

    se noi non lo ammettiamo, non esiste la vecchiaia e non esistono nemmeno gli anziani.

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