PROFONDO ROSSO

05 luglio 2017 ore 00:28 segnala


Sfido chi non ha mai visto almeno una volta nella vita un film di paura e chi non ha mai, almeno una volta, chiuso gli occhi durante la visione. Ma perché ci piacciono così tanto? Qualcuno afferma che ci piacciono perché poi ci fanno star meglio: guardando questi film – dicono - diamo sfogo a ogni paura, a ogni nostra fobia, e poi ci sentiamo più purificati. E’ un po’ come quando, dopo un bel pianto, ci si sente meglio. Forse… io però ricordo che da adolescente e poi da giovane amavo questi film ma, dopo averli visti, più che calmo io ero mooolto agitato, tanto che di andare a letto proprio non mi andava. E però, se il giorno dopo mettevano in onda un altro film di paura, io ne ero morbosamente attratto.

La mia lunga esperienza della visione di questi film mi ha permesso di notare che di certe scene non se ne può fare a meno. Se ad esempio, entriamo in auto perché siamo inseguiti da un serial killer, uno zombie o un mostro, e accendiamo il quadro per scappare, ecco che la nostra macchina, anche se è uscita un secondo prima da un concessionario, non si accenderà mai. Allora inizieremo a battere le mani sul volante e a urlare: “Dai, dai, parti maledetta macchina”. Nel frattempo l’assassino si sta avvicinando sempre di più. Che fare? Semplice… bisogna scendere dall’altro lato dell’auto e iniziare a correre, ma, state certi che inciamperemo e cadremo. Anziché alzarci e ripartire, come si farebbe anche un deficiente, noi inizieremo a correre gattoni per alcuni secondi, facendo giustamente incazzare gli spettatori che ci grideranno dietro: “Muoviti, cazzo, scappa… Lo sapevi che in quella casa c’era qualcosa di spaventoso, ma tu niente, stronzo, hai dovuto aprire per forza quella porta. Non solo, ma ci sei dovuto entrare da solo. Stronzo!! I tuoi amici sono rimasti fuori perché sanno ragionare e tu invece, ridendo, hai aperto quella cazzo di porta. Ok, ormai sei entrato, bene, hai guardato, non c’è nessuno. Esci adesso! Dove vai? Ma perché cazzo devi entrare per forza in quella cantina buia. Nella vita reale non ci entreresti neanche se fossi munito di kalashnikov e bombe a mano, ma nel cinema diventi impavido, temerario."

Provi in effetti ad accendere l’interruttore prima di entrare, ma dovresti sapere che in un film horror gli interruttori delle cantine non funzionano mai, altrimenti che gusto ci sarebbe? Ma tu, furbo, prendi la torcia dallo zainetto che hai sulle spalle e vai lo stesso. Sei proprio un idiota! Cos’è? Adesso che sei là sotto, la torcia si sta spegnendo? Ma, benedetto ragazzo, non lo sai che la batteria è sempre scarica quando si scende in una cantina buia? E’ da manuale! Com’è da manuale che tra poco la porta si chiuderà tu non vedrai una benemerita cippa. Si è chiusa la porta? Odio dire che avevo ragione, ma che ti avevo detto? Hai paura adesso eh… provi a telefonare? Guarda le tacche, genio, non c’è campo. Oh guarda, c’è una finestrella che porta fuori. Metti due casse, una sopra l’altra e scappa. Ovviamente, anche se è buio pesto, lui ti vedrà e ti inseguirà con una motosega. Ma non preoccuparti, dopo tre ore di inseguimento, avrai il culo di trovare un’arma contundente, ti nasconderai e appena si avvicinerà, gli conficcherai la falce nel cuore. Ti giri e te ne vai.Ti giri??? Ma anche un bambino di tre anni sa che l’assassino, anche se lo tagli a pezzettini, lo bruci, e le ceneri le disperdi nell’oceano, non muore mai la prima volta. Minimo tre volte. Preparati a fuggire di nuovo, c’è ancora un’ora di film da riempire.


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John Travolta

03 luglio 2017 ore 23:14 segnala


I più giovani non lo sanno ma alla fine degli anni 70 ero il primo nella classifica degli attori più amati: Number one. Tanti siamo gli attori, ma pochi sono quelli che in un certo periodo di tempo sono stati i numeri uno: io sono stato uno di questi.

Come sapete, scorre sangue italiano nelle mie vene e ne sono fiero. Mio nonno veniva dalla provincia di Palermo, si è stabilito qui nel new jersey e ha sfornato un sacco di figli tra cui mio padre, Salvatore. Papà non amava studiare ed è entrato come operaio in una ditta di pneumatici. Anche lui, da buon Italiano, ha messo al mondo sei figli. Io sono il più piccolo.

Anch’io, come mio padre, non andavo matto per il libri, a sedici anni ho lasciato gli studi e ho provato a non lavorare. C’erano solo due modi: fare il politico o fare l’attore. Del primo non avevo le qualità immorali e ho quindi optato per il secondo. Devo dire che ci sono riuscito subito: avevo 22 anni quando sono diventato protagonista di una celebre serie Tv, in cui facevo la parte di un italo americano, Vinni Barbarino. Grazie a questo successo l’anno dopo sono stato scelto nel ruolo di Tony Manero, in “La febbre del Sabato sera.” Il ruolo successivo fu quello di Danny Zuko in Grease, altro grande successo. Ero diventato un multi miliardario giovane.Poi, la caduta. Per liberarsi dallo stereotipo italo-americano rifiutai i ruoli di protagonista in American Gigolò e Ufficiale e gentiluomo, facendo così la fortuna di Richard Gere. Mi imbarcai invece in veri e propri flop, come Urban Cowboy e Blow out. Il pubblico mi dimenticò e io mi rinchiusi in me stesso. Mi proposero un filmetto a basso costo. In altre occasioni avrei rifiutato ma avevo bisogno di soldi e accettai. Il film si chiamava “Senti chi parla”.

Inaspettatamente ebbe un grande successo e io iniziai a uscire dal cono d'ombra in cui mi ero infilato.Ma fu grazie a Quentin Tarantino che divenni di nuovo una star: facendomi interpretare il ruolo di Vincent Vega nel suo Pulp fiction.Da allora non ho più smesso di fare film.Anch’io ho la mia stella sulla Hollywood Walk of Fame, Los Angeles.

Se l’avesse saputo mio nonno che un giorno suo nipote avrebbe portato così in alto il suo cognome...

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La mia prima volta.

01 luglio 2017 ore 23:25 segnala


Posso affermare, senza voler fare il melodrammatico, che il cinema mi ha scombussolato la vita. Mi ha infatti lasciato in uno stato di adolescenza perenne, sempre alla ricerca di quelle avventure e di quegli amori che ho visto proiettati su quell’enorme lenzuolo bianco.
Non poteva essere altrimenti: la prima volta che sono entrato in un cinema avevo sei anni e non ne sono più uscito.

Quei volti sulla parete, cinquant’anni dopo, riescono ancora a catturarmi, come quando succedeva al “Minchia”, il cinema in cui andavo da bambino. In realtà si chiamava Cinghia, dal nome del proprietario, ma siccome le luci della prima lettera dell’insegna si erano fulminate da tempo, quello che si vedeva illuminato era “.Inghia”, e per tutti noi fu naturale sostituire la C con la M. Quando succedeva che la pellicola si rompeva, cosa abbastanza frequente al tempo, tutto il pubblico, me compreso, gridava in coro: “Che cinema di minchia.” Immediatamente seguiva una risata che coinvolgeva tutti.

Il bancone malandato, dietro il quale era seduto l’addetto allo stacco dei biglietti, era davvero alto per me, ma stirando al massimo in alto il braccio, riuscivo a dargli i soldi e a ritirare il biglietto. Eccitato come può esserlo solo un bambino, mi dirigevo verso le enormi tende di velluto rosso che ondeggiavano solenni come canne al vento. Rappresentavano per me il confine tra il mondo reale, un mondo fatto di doveri, di imposizioni, di compiti di scuola, e quello immaginario, un mondo senza obblighi e pieno di colori. Aprivo le tende e subito ero investito da un forte odore stantio di polvere e di fumo. Cicche di sigarette accese brillavano come stelle cadenti e saettavano in tutte le direzioni infiammando le cartacce che ricoprivano il pavimento e non di rado qualche giacca. Fischi, urla, risate, bestemmie e insulti riempivano l’aria della sala. Ero nel mio mondo e ne ero felice. Come ogni benedetta domenica, a un certo punto qualcuno gridava verso qualche povera vittima ignara:
“ TURIDDUUU…”
C’era sempre qualche Turiddu in sala.
“CHE C’E’ ? - gridava il malcapitato pensando che si rivolgesse a lui.
“Ho visto tuo padre in giro, ieri sera. E’ già uscito di galera?”
Naturalmente i padri dei poveri Turiddu, il più delle volte erano innocenti e incensurati, ma ormai la frittata era fatta e gli occhi di tutti noi spettatori erano puntati sulla povera vittima dello scherzo crudele.
Poi, il buio calava sulla sala squarciato solo da un fascio di luce che usciva da un rettangolino del muro dietro di noi. Iniziava il film, accolto da un boato di fischi e di applausi. Le cicche accese che volavano sulle nostre teste si decuplicavano, protette dal buio e in lontananza qualcuno, evidentemente colpito, gridava: “FIGLIO DI BOTTANA!”
Altre risate!

Appena appariva l'attrice protagonista del film, subito partiva il solito, imprescindibile grido: “MIIINCHIA CHE STICCHIO”, accompagnato da applausi di approvazione di ognuno di noi Il cattivo del film era quello che veniva sempre preso di mira con fischi e i peggiori insulti e quando i suoi misfatti superavano il limite della nostra tolleranza – scarsa in verità – qualcuno si alzava e gridava con l’indice puntato verso lo schermo: “CURNUTO TU E CHI NON TE LO DICE”. Da tutta la sala partiva, unanime e compatto, un solo grido: “CURNUTO!”

Era difficile trovare un posto libero al Minchia. Tutti andavamo al cinema a quei tempi. Quando lo trovavi, rischiavi di perderlo se dovevi andare in bagno, specialmente se si era piccoli come me, ma quando il “bisogno” chiama, non puoi farne a meno. Il bagno… definirlo bagno è come dire che Schettino è coraggioso come un leone. Sembrava di entrare in una camera a gas: l’aria era irrespirabile. La lampadina accesa illuminava poco e niente. Il pavimento era scivoloso e i muri erano incrostati di scritte scurrili. Ma il vero pericolo era quando facevo pipì in uno dei vespasiani posti uno accanto all’altro: il tempo di sbottonarmi e subito qualche adulto si fermava accanto a me. Sapevo già cosa rispondere: - “Sono con mio padre” Mettevo dentro l’affarino e mi dirigevo con passo sicuro e cuore palpitante verso il mio posto che, nel frattempo, era stato occupato da un ragazzino quasi sempre più grande di me, nonostante avessi chiesto al mio vicino di occuparmi il posto. In questo caso, io e l’abusivo occupante, incrociavamo gli sguardi e ci “pesavamo”, senza parlare. Del resto, alle nostre latitudini, il non detto è molto più chiaro del detto. Se capivo che potevo “farmelo” mi infilavo nella fila con aria da duro, altrimenti lasciavo il suo sguardo e guardavo il film in piedi.

Il cinema Minchia, a distanza di tanti anni, è ancora aperto, ma proiettano solo film porno per persone anziane. L’insegna non c’è più e i giovani non lo chiamano più cinema Minchia. A dire il vero non lo chiamano affatto, forse ne ignorano l’esistenza. Qualche anno fa sono entrato. Tutto mi sembrava più piccolo ma uguale: il bancone, i muri incrostati, le tende rosse. Tutto mi riportava alla mia infanzia. Ho chiesto al proprietario se poteva farmi entrare per un attimo in sala. “Prego”, mi ha detto. Mi sono avvicinato alle tende rosse, chiudendo gli occhi, e le ho aperte. Speravo forse di risentire i fischi e gli applausi di una volta. Niente, solo silenzio. Ho aperto allora gli occhi, e davanti a me, sul grande lenzuolo bianco, l’attrice stava facendo un p.....o all’attore. Mi è sembrata una perfetta metafora del tempo che scorre. Ho richiuso le tende, ho ringraziato il proprietario e sono andato via.

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« immagine » Posso affermare, senza voler fare il melodrammatico, che il cinema mi ha scombussolato la vita. Mi ha infatti lasciato in uno stato di adolescenza perenne, sempre alla ricerca di quelle avventure e di quegli amori che ho visto proiettati su quell’enorme lenzuolo bianco. Non poteva e...
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Joe Pesci

29 giugno 2017 ore 00:21 segnala


Mamma, ho perso l’aereo.” L’avete visto? Beh, io ero uno dei due ladri, quello più basso e incazzoso. E’ sempre stato così, sin dall’inizio: o dovevo essere mafioso o dovevo essere cattivo. Non è che pretendessi di far Titanic, al posto di Di Caprio, però cambiare genere di tanto in tanto.. Dicevano che ero troppo italiano in faccia per recitare generi diversi. Come se gli italiani in America erano o mafiosi o cattivi.

Papà era nato in Sicilia, ma quando venne in America, lavorò duro ma onestamente e non era un uomo cattivo. Non so come, ma lui fu il primo a capire che io potevo recitare e mi spronò alla carriera di attore considerandomi “il suo biglietto della lotteria”. Aveva ragione. Fui il suo biglietto vincente. Da quel momento a papà non feci mancare nulla, come un figlio dovrebbe fare con i genitori.

Non è stato facile agli inizi. Per anni mi sono mantenuto facendo il postino, il muratore, il fattorino e il parrucchiere. Sì, anche il parrucchiere perché lo era mia madre. Poi un giorno Martin Scorsese cercava uno per la parte del fratello di Jake La Motta in “Toro scatenato”. La Motta era interpretato dal mio amico Robert De Niro. Cercava una faccia arrabbiata e la mia faccia gli sembrò perfetta. Beh, aveva ragione. Con quella parte io vinsi un Oscar.

Quasi sempre sono stato violento nei film. Nella realtà non lo sono ma ci gioco molto. Un giorno il compianto Philip Seymour Hoffman stava dando un party a casa sua. Il problema è che casa sua era vicino alla mia e i suoi ospiti avevano posteggiato nel mio prato. Presi una mazza da baseball e uscii gridando che avrei spaccato quelle maledette macchine se entro cinque minuti non sparivano dalla mia vista. Grazie ai film che ho recitato erano convinti davvero che l’avrei fatto e sono scappati tutti via in meno di un minuto: gente di un metro e novanta che scappava di fronte a un uomo solo di un metro e sessanta. Ho appoggiato la mazza sulla mia spalla e con una camminata da duro sono rientrato a casa. Il mio prato non fu più violato.


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« immagine » “Mamma, ho perso l’aereo.” L’aveste visto? Beh, io ero uno dei due ladri, quello più basso e incazzoso. E’ sempre stato così, sin dall’inizio: o dovevo essere mafioso o dovevo essere cattivo. Non è che pretendessi di far Titanic, al posto di Di Caprio, però dicevano che ero troppo i...
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Dean Martin

27 giugno 2017 ore 22:51 segnala

Sinceramente mi dà fastidio che il mio nome non significhi nulla per quelli sotto i 40 anni. Eppure sono stato talmente famoso che un giorno Elvis Presley disse: «Io sarò anche "The King of Rock'n' Roll", ma Dean Martin è e sarà sempre "The King of Cool"». (Per chi non conosce l’inglese, Cool equivale a figo, cioè ero il re dei fighi.)

Mi sono sempre sentito profondamente italiano e quando per la prima volta parlai alla radio americana, ecco come mi presentai: “My name is Dino Antonio Giuseppe Angelo Pietro Garibaldi Crocetti. I am Italian.”
Mi sono pentito di avere inglesizzato il mio nome per avere più successo. Ancora adesso mi dispiaccio.

Papà e mamma erano abruzzesi. Papà veniva da Montesilvano, provincia di Pescara e mamma dalla provincia di Teramo. Come tutti gli italiani, ho fatto i lavori più disparati, da pugile, a trasportatore di whisky di contrabbando, da croupier a comico. Fu proprio mentre mi esibivo da comico in un locale che conobbi Jerry Lewis. Facemmo subito coppia e la gente rideva, a tal punto che fummo invitati in Tv. Insieme abbiamo girato sedici film e il pubblico riempiva le sale. Poi, i contrasti con Jerry si fecero sempre più forti – lui mi trattava come una spalla – e io lo mandai a fanculo. Si gli dissi proprio così, fanculo, in italiano.

Molti pensavano che, senza Jerry, la mia carriera fosse avviata al declino. Ottenni invece grandi successi, come attore e come cantante. Fu in questo periodo che cantai la mia canzone più famosa, dedicata all’Italia: That’s amore. Potete ascoltarla appena finite di leggermi, se volete. ho postato un link per voi.
Negli anni sessanta feci spesso coppia fissa con Sinatra, il mio amico Frank. Per decenni anni, io e lui siamo stati dei modelli per tutti gli italiani d’America. Con noi finalmente essere italiano, o meglio, italo-americano, cominciava a essere di moda. Eravamo diversi però, io e lui. Frank era pieno di vitalità, voleva provare tutto. Io sono sempre stato di indole malinconica. Non mi dispiaceva affatto stare on my own, da solo. A volte ero costretto ad andare qui e là per esigenze di pubblicità di un mio film o di una mia canzone, ma fosse stato per me, avrei mandato tutti a fanculo.

Gli ultimi miei anni non sono felici.
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Dopo anni di triste declino fisico e mentale, Dean Martin morì per enfisema il giorno di Natale del 1995; poche settimane prima Sinatra non l'aveva invitato alla festa per i suoi 80 anni, perché non voleva vedere il fraterno amico ridotto a un vegetale.


https://www.youtube.com/watch?v=RnoDb0bMQuk

VB

Al Pacino

27 giugno 2017 ore 00:39 segnala


Ebbene sì, le mie radici sono a Corleone. Pensavo fosse un paesino sconosciuto, ho saputo anni dopo che è un paese famoso. Mio nonno partì da lì per andare in America. Ebbe diversi figli, tra cui Salvatore, mio padre. Non era propriamente uno studioso. Fece qualche anno di scuola poi iniziò a lavorare come tagliapietre e muratore. Quando ebbi due anni, pensò bene di andarsene di casa e non fece più ritorno. Andai quindi a vivere con i nonni siciliani. Ricordo che parlavano in siciliano, specialmente quando non volevano farmi capire cosa si dicessero. Vorrei aver imparato il loro dialetto. Mi piaceva. Quando ho girato il Padrino mi sono ricordato della loro cadenza. Ho cercato di far del mio meglio.

Mio nonno cucinava sempre cibo italiano. Quando ho iniziato a fare del cinema, stavo per cambiare il mio cognome: a quel tempo non era di moda il cognome con la vocale finale. Ma mio nonno si sarebbe incazzato come un opossum se mi fossi permesso di storpiare il nome e cosi furono gli americani a doversi abituare a pronunciare il mio cognome in italiano. All’inizio, per sfottere la mia italianità mi chiamavano, non Pacino ma Cappuccino. Ogni scusa era buona per screditare un Italiano. Adesso sono Al Pacino, ma non avete idea quanti rospi ho dovuto ingoiare.
Ah, a proposito, sono 1 metro e sessantotto. Lo scrivo perché sento voci che mi danno sotto il metro e sessanta: mica sono Danny De Vito...

La critica che non dimenticherò mai? E’ di un critico cinematografico. Agli inizi della mia carriera scrisse questo articolo che tengo ancora in salotto. Eccolo:
- "Al pacino non diventerà mai un attore di prim’ordine. Tanto per cominciare è troppo piccolo e troppo italiano, ha il naso grosso e il viso troppo pallido."-
Dio, ho goduto come un riccio quando, ormai una star del cinema, mi chiese quasi in ginocchio un’intervista. Quanto fu bello dirgli: No, Grazie!

P.s. Danny DeVito dice in giro di aver avuto più donne di tutti quanti. Sarà, ma io piaccio ancora, lui non so.


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« immagine » Ebbene sì, le mie radici sono a Corleone. Pensavo fosse un paesino sconosciuto, ho saputo anni dopo che è un paese famoso. Mio nonno partì da lì per andare in America. Ebbe diversi figli, tra cui Salvatore, mio padre. Non era propriamente uno studioso. Fece qualche anno di scuola poi...
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Nicolas Cage

25 giugno 2017 ore 23:49 segnala

Se vi siete chiesti perché negli ultimi tre anni ho recitato in più di 15 film, record mondiale, è perché dovevo al fisco americano cento milioni di dollari.

Un’altra cosa che forse non sapevate è che nelle mie vene scorre sangue lucano. A dispetto del mio cognome d’arte, io mi chiamo in realtà Nicolas Kim Coppola. I miei bisnonni venivano dalla Basilicata, precisamente da Bernalda, in prov. di Matera. Sono imparentato con Francis Ford Coppola (il regista de “Il padrino”, per chi non si intende di cinema) ed è stato lui infatti a farmi esordire nel cinema affidandomi una particina in “Rusty il selvaggio”. Ho cambiato cognome perché non volevo essere sempre visto come il nipote di F.F.Coppola.

A differenza di molti miei colleghi italo-americani che venivano da famiglie molto umili, io sono cresciuto in una famiglia dove a casa si ascoltava solo musica classica e si guardavano solo i film di Fellini. Papà era professore di matematica comparata e in seguito divenne preside. Non tutti gli italiani facevano gli strilloni o i pizzaioli.

Da buon Italiano amo le donne. Ne ho avute tante. Mi sono sposato più voltee le mie casse ne hanno risentito. Ho persino avuto una moglie che era più famosa di me: la figlia nientopocodimenoche di Elvis Presley. Solo che il nostro matrimonio si è rotto dopo appena due mesi. Ho due figli: il primo l’ho avuto a 26 anni e mi ha fatto diventare nonno. Il secondo ha undici anni.

Ho vinto un Oscar con “Via da Las Vegas” e anch’io ho la mia stella sulla Hollywood Walk of Fame a Los Angeles.

Hanno provato a farmi passare per un attore etnico, lo fanno quando devono ridimensionare qualcuno. Nonostante avessi cambiato cognome, la critica spesso ha voluto sottolineare le mie origini italiane: una rivista, ad esempio, scrisse che il mio torace sembrava fatto per indossare una canottiera, ma non ci sono riusciti e posso affermare che oggi sono considerato un attore all american.


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« immagine » Se vi siete chiesti perché negli ultimi tre anni ho recitato in più di 15 film, record mondiale, è perché dovevo al fisco americano cento milioni di dollari. Un’altra cosa che forse non sapevate è che nelle mie vene scorre sangue lucano. A dispetto del mio cognome d’arte, io mi chia...
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Joe DiMaggio

23 giugno 2017 ore 23:31 segnala

Minchia, dopo aver scritto di cani e porci, e persino di mafiosi, ho temuto che l’autore si dimenticasse di chi, come me, ha reso orgogliosi gli italiani in America, dopo decenni di mafia e di padrini.

Già, proprio io, figlio di un povero pescatore siciliano (mamma e papà sono nati e cresciti a Isola delle femmine, un paesino a dieci km da Palermo) sono diventato il più famoso giocatore di baseball di tutti i tempi. Io, che a dieci anni, facevo lo strillone (bambini che vendevano giornali agli angoli delle strade, strillando il titolo principale) e allo stesso tempo lavoravo in barca con papà, io sono diventato il marito della più famosa attrice del tempo, Marilyn Monroe. Già, proprio io, Giuseppe di Maggio.


A diciassette anni, per la gioia della mamma, eccola,

sono un ragazzone di un metro e ottanta con i denti a finestra. Vengo ingaggiato da una squadra di baseball. Sono bravo e dopo qualche stagione, il grande salto nei "New York Yankees", venticinquemila dollari a stagione (milioni e milioni di euro se rapportati al giorno d’oggi), tutti i record polverizzati. Divento un mostro di bravura. Il mio cognome diventa una delle prime cento parole che gli emigrati imparano non appena sbarcati.

Ho 39 anni quando conosco Marilyn. Lei ne ha 27. Bella come un angelo. Mi innamoro da matti ma lei non prova lo stesso sentimento. Per carattere non desisto mai. La corteggio per due anni e alla fine la sposo. Purtroppo il matrimonio dura soltanto nove mesi perché sono gelosissimo degli amici, dei colleghi, dei vestiti scollati di Marilyn. Il mio sangue siciliano si fa sentire. Alla fine, sarà lei, con le lacrime agli occhi, ad annunciare la nostra separazione alla stampa americana. Io continuerò ad amarla per sempre. Quando lei muore sono io che organizzo il funerale selezionando solo ventitré persone. Grandi attori mi chiedono di partecipare alle esequie, ma a tutti io rispondo: «Mi dispiace, dopotutto l' avete ammazzata voi». Da quel momento e per tutta la vita, ho portato delle rose rosse sulla sua tomba, tre volte la settimana.
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L'8 marzo 1999 Joe muore nella sua casa di Hollywood. Ha 85 anni.




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« immagine » Minchia, dopo aver scritto di cani e porci, e persino di mafiosi, ho temuto che l’autore si dimenticasse di chi, come me, ha reso orgogliosi gli italiani in America, dopo decenni di mafia e di padrini. Già, proprio io, figlio di un povero pescatore siciliano (mamma e papà sono nati ...
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Danny DeVito

22 giugno 2017 ore 22:36 segnala


Non sarò muscoloso come Stallone, sexy come Pacino, bravo come De Niro, ballerino come Travolta e bello come Di Caprio, però ho avuto più donne io che tutti loro messi insieme. Sono sesso-dipendente, come Michael Douglas o Charlie Sheen. L’altro mio segno distintivo è una scarsa altezza: credo di essere il più basso attore contemporaneo con i miei 150 cm.

Mio nonno era siciliano, ma non so di dove esattamente. Mio padre è nato in America ma la nostra era una famiglia tipicamente italo-americana. Io mi chiamo Daniel Michael ma tutti mi chiamano Danny. Sono cresciuto nello stesso quartiere di Bruce Springsteen ma lui era più piccolo di me, credo di cinque anni. A proposito le sapete che la mamma di Bruce è italiana anche lei?

Anche se non avevo l’aspetto tipico dell’attore, anzi il contrario, io comunque volevo fare cinema e devo dire che, a dispetto del mio look, sono partito come un razzo. Ho interpretato infatti uno dei matti del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, un vero capolavoro, chi non l’ha visto si affretti a gustarselo, nonostante siano trascorsi tanti anni è un film che sembra fatto ieri. Ci sono tre attori superlativi in quel film:, Vincent Schiavelli, che spero che l’autore di questo blog ne traccerà un profilo; Jack Nicholson che tutti conoscono , e io naturalmente. Sono proprio bravo in quel film. Non sono una da falsa modestia.

Dopo quel film mi trasferisco a Los Angeles per avere più chances, ma la fortuna sembra girare e per mantenermi lavoro come parcheggiatore. Poi, come per incanto, negli anni ottanta prendo il volo e giro decine di film, da Matilda a Batman, da Gemelli con Arnold Scwazzwnwgger, non so come capperi si scrive, a Getta la mamma dal treno. Insomma divento famosissimo. E ricchissimo. Sempre in quel decennio mi sono sposato e ho avuto tre figli. Dopo 30 anni di matrimonio, mia moglie ha voluto il divorzio a causa delle continue scappatelle. Come dicevo all’inizio, mi piacciono le donne, sono come calamite per me.

Chi vorrei interpretare un giorno? San Francesco D’Assisi.

Scusate adesso, ho un appuntamento galante, bye...


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« immagine » Non sarò muscoloso come Stallone, sexy come Pacino, bravo come De Niro, ballerino come Travolta e bello come Di Caprio, però ho avuto più donne io che tutti loro messe insieme. Sono sesso-dipendente, come Michael Douglas o Charlie Sheen. L’altro mio segno distintivo è una scarsa alte...
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Madonna

21 giugno 2017 ore 23:19 segnala


Per un momento ho pensato che l’autore di questo blog fosse misogino. I protagonisti erano tutti uomini. Ho quindi apprezzato quando mi ha chiesto di parlare un po’ di me. Lo faccio con molto piacere. Sapete tutti che ho sangue italiano che circola nelle mie vene.

I miei nonni venivano da Pacentro, un piccolo paese in provincia dell’Aquila, in Abruzzo. Di cognome facevano Ciccone. Ebbero otto figli, come tanti italiani al tempo, e il più piccolo, Silvio, si laureò in ingegneria. Era, e lo dico con grande orgoglio, il mio papà.

Anche lui non si risparmiò a letto, in verità, ed ebbe sei figli, tra cui io, Madonna Louise Veronica. Papà era un uomo all’antica, tradizionalista, cresciuto nel tipico mondo macho italiano. C’era una sacco di concorrenza con i miei fratelli per conquistare l’attenzione di Papà. Io ci riuscivo prendendo buoni voti a scuola. In condotta era però un disastro: insubordinata e indisciplinata.

Come ogni buon Italiano, anche la mia famiglie era cattolicissima. La messa alle sei tutte le mattine, il catechismo, i crocifissi per tutta la casa. Sono cresciuta con due modelli femminili: la vergine e la puttana. Non ho mai capito perché non potessi essere allo stesso tempo l’una e l’altra. Credo che lo siamo tutti, solo che, purtroppo, molte nascondono l’aspetto più vero e si manifestano come verginelle.

Amo L’Italia e spesso l’ho ripresa nei miei video:
In Papa don’t preach, ad esempio, cantavo con la maglietta “Italians do it better”.

Il mio primo debutto al cinema è avvenuto con un filmetto semiporno, non me ne vergogno affatto, anzi mi sono proprio divertita. Poi venne “Cercasi Susan disperatamente”, ed ebbe un gran successo di pubblico e di critica. Tutti i film che seguirono purtroppo non sono andati bene, secondo me perché non riescono a vedermi come attrice, ma solo come icona. Con “Ragazze vincenti” mi sono però tolta qualche soddisfazione.

Ho avuto molti amori ma l’unico che ho veramente amato è stato Sean Penn, che ho sposato a 27 anni, che ho denunciato tre anni dopo per violenza domestica e con cui ho divorziato l’anno dopo. Quasi 30 anni dopo dal divorzio, durante una seduta benefica ho dichiarato pubblicamente che lo amo ancora.



In seguito al terremoto che ha colpito L'Aquila e parte dell'Abruzzo nel 2009, ho voluto contribuire personalmente alla ricostruzione con una donazione, dopo tutto io sono figlia di quella terra.

VB
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« immagine » Per un momento ho pensato che l’autore di questo blog fosse misogino. I protagonisti erano tutti uomini. Ho quindi apprezzato quando mi ha chiesto di parlare un po’ di me. Lo faccio con molto piacere. Sapete tutti che ho sangue italiano che circola nelle mie vene. I miei nonni veni...
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21/06/2017 23:19:35
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