Frank Sinatra

20 giugno 2017 ore 22:29 segnala


Non mi vergogno di confermare quanto ha detto Lucky Luciano nel post precedente e cioè che suo padre e mio padre giocavano insieme da piccoli: tutti e due erano nati nello stesso paese e avevano la stessa età. Poi, siccome in Sicilia lavoro non ce n’era, entrambi furono costretti a emigrare in America e sia io che Turiddu (così si chiamava in realtà Lucky Luciano) siamo nati lì. Noi due non ci frequentavamo perché vivevamo in città diverse, ma entrambi abbiamo dovuto lottare sin da bambino solo per il fatto di essere italiani. Già a 11 anni, uno più grande di me mi chiamò sprezzantemente wop ( si legge uap e vuol significare guappo). Era il peggiore insulto che un italiano poteva ricevere. Cosa puoi fare a uno che ti insulta in questo modo? Gli spacchi la faccia. E così ho fatto. Ne ho spaccate tante di facce in vita mia, ma c’era sempre un motivo e spesso era legato al mio sangue italiano. Immaginate quindi la mia soddisfazione quando, dopo esser diventato famoso, un giornalista americano scrisse su di me: - “Per come la vedo io, in questo mondo ci sono solo 3 persone che contano: Gesù Cristo, Gandhi e Frank Sinatra.” Certo, avrebbe potuto mettermi al secondo posto - non aspiravo al primo - però non mi lamento.

Non male, vero? Soprattutto se si pensa che mio nonno Francesco era un povero contadino ignorante partito da Lercara Fredda, vicino Palermo, per andare nel new jersey. Era il 1900. Negli anni seguenti partirono la moglie e i figli Isidoro, Salvatore, Angela, Dorotea e mio padre, Antonio, che lavorerà in America come vigile del fuoco.

Sono andato poco a scuola. I soldi erano pochi e non potevo stare seduto sui banchi e imbrattare lavagne. Sono cresciuto sulla strada e ho fatto i lavori più umili: prima lo scaricatore di porto e poi l'imbianchino e lo strillone.

Mi sono sposato quattro volte: il matrimonio con Ava Gardner è stato il più turbolento. Lei non era certo una mammoletta, veniva dal sud degli Usa, il che significa un temperamento bollente. Io non ero certo un flemmatico inglese e furono botte da orbi. Ma anche un grandissimo amore!

Non mi piacciono i prepotenti, quelli che se la prendono con i più deboli, ecco perché nei primi anni 50, quando il razzismo era ad alti livelli in America, io mi schierai a favore dei neri, vicino al mio inseparabile amico Sammy Davis Jr. Per attaccarmi hanno cominciato a dire che avevo legami con la mafia che mi aveva aiutato nella mia carriera. Ho saputo dopo che L'FBI aveva aperto un dossier su di me.

Ho cantato per 70 anni. Nel 1996, a 80 anni, mi sono ritirato a vita privata nella mia casa a Malibu. Davanti alla mia finestra vedo l’oceano. Ma non sono contento: i miei migliori amici, da Dean Martin a Sammy Davis jn, sono tutti morti, il mio corpo va in frantumi e non ho niente a cui aggrapparmi. I’m losing…sto perdendo...
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Frank Sinatra venni colpito da tre infarti, tra il 96 e il 97. Il quarto, nel 1998, fu fatale. La sua canzone "my way", è la canzone in cui si sono cimentati il maggior numero di artisti, da Elvis Presley a Mireille Mathieu da Sid Vicious a Nina Hagen da Robin Williams a Michael Bublé e tanti altri ancora.


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« immagine » Non mi vergogno di confermare quanto ha detto Lucky Luciano nel post precedente e cioè che suo padre e mio padre giocavano insieme da piccoli: tutti e due erano nati nello stesso paese e avevano la stessa età. Poi, siccome in Sicilia lavoro non ce n’era, entrambi furono costretti a e...
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LUCKY LUCIANO

19 giugno 2017 ore 23:13 segnala


Sì, vero è! Io e Al Capone eravamo compagni di scuola a Brooklyn. Per fortuna che non abbiamo mai litigato tra noi, altrimenti, per quanto eravamo focosi, avremmo incendiato la scuola con tutti dentro, bidelli e insegnanti compresi. Al era un bambino vivace, babbiava con tutti, ma se qualcuno aveva la malaugurata idea di sfotterlo – e i bambini americani amavano stuzzicare chi non era biondo come loro – allora erano cazzi amari perché, mentre io ero paziente e sapevo aspettare l’uscita dalla scuola per regolare i conti, lui era troppo impulsivo, partiva come una scheggia impazzita contro il malcapitato e lo sminchiava di brutto. Era solo una difesa a favore delle minoranze la nostra.

Entrambi non siamo riusciti a finire la scuola perché ci hanno espulso dalla scuola. Eravamo diversi io e lui: da buon napoletano, Al si prestava benissimo allo sfavillio delle luci, mentre io, da buon siciliano, preferivo il basso profilo.
Detto questo, mi presento. Sono nato in un paesino vicino a Palermo. Mio padre probabilmente ha giocato da bambino con ‘zu Saverio, il padre di Frank Sinatra, anche lui nato nel mio paese. Entrambi, in tempi diversi, si sono poi trasferiti in America e lì io sono cresciuto. Noi, figli di italiani, eravamo, come a scuola, sempre presi di mira dai ragazzi americani, i biondini con gli occhi azzurri, però la loro sfortuna è che noi non eravamo babbi (tonti) e ci sapevamo difendere. Io, Frank, Al e tanti altri amici, siamo cresciuti spaccando facce a chi ci chiamava Wop e Dago, che erano insulti fatti apposta per gli italiani. (Wop – si pronuncia UAP - stava per guappo).

Gira che ti rigira, mi trovai con altri amici a rubare, tanto che a dieci anni fui condannato a quattro mesi di riformatorio. I riformatori, come le carceri, invece di ricondurti nella retta via, ti facevano ( e ti fanno) diventare più delinquente di prima e così, appena uscii di prigione, detti avvio ad una gang. Fui arrestato 25 volte ma non fui mai spedito in prigione. Un po’ più grande, fui assoldato da Joe il Boss, pezzo grosso della “mano nera”. Naturalmente non era un lavoro tranquillo il mio, avevo a che fare con la malacarne e, infatti, un giorno, alcuni uomini di bande avversarie mi hanno preso, mi hanno portato in un posto tranquillo e lì mi hanno squarciato la gola da un orecchio all’altro con un punteruolo per il ghiaccio. Pensando che fossi morto se ne sono andati lasciandomi in un pozzo di sangue, ma vivo. Ecco perché da allora mi chiamano Lucky Luciano: per chi non conosce l’inglese, Lucky sta per fortunato.

Per farla breve, tra un assassinio e l’altro, sono diventato il più potente boss della criminalità organizzata di tutta l’America. La mia banda si occupava di estorsioni, gioco d'azzardo illegale, traffico di droga e usura. Ero quindi il «capo dei capi». Però io rifiutai il titolo e al suo posto creai un apposito organismo, chiamato "Commissione", il cui compito era quello di governare gli affari di «Cosa Nostra». A un certo punto volli iniziare anche il business della prostituzione. I miei “colleghi” pensavano che non fosse un lavoro degno, ma per me non esistono soldi sporchi e soldi puliti, ma solo soldi. (There's no such thing as good money or bad money.There's just money.) Alcuni figghi di bottana fecero una soffiata e fui arrestato. Mi condannarono a 30 anni di carcere.

Durante la seconda guerra mondiale, agenti segreti degli Stati Uniti mi contattarono in carcere per avere il mio aiuto nell’ indagare sul sabotaggio di diverse navi nel porto di New York. Io infatti conoscevo tutti quelli che lavoravano nel porto e di tutti sapevo tutto. In cambio di questo aiuto, la mia condanna sarebbe stata commutata, sotto la condizione di essere deportato in Italia. Diedi loro una mano e fui mandato nel mio bel Paese. Soggiornai a Palermo, presso il Grand Hotel et des Palmes, bellissimo albergo, dove numerosi boss mafiosi erano soliti rendermi visita. Da qui organizzai un grande traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti.

Nel 1960, Ian Fleming, creatore del celebre agente segreto James Bond, venne a intervistarmi, in veste di corrispondente per il Sunday Times. Ero famoso, più del mio amico Al.

A proposito di cinema, Francesco Rosi ha fatto un film su di me, dal titolo, Lucky Luciano. L’attore che mi impersonava era Gian Maria Volontè. Ma altri attori hanno avuto l’onore di vestire i miei panni, tra cui Stanley Tucci, Joe D’Alessandro, Christian Slater e Andy Garcia.

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Luciano morì il 26 gennaio 1962 per un attacco cardiaco presso l'Aeroporto Internazionale di Napoli a 64 anni. Fu sepolto nel St. John’s Cemetary di Middle Village, Queens a New York.

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« immagine » Sì, vero è! Io e Al Capone eravamo compagni di scuola a Brooklyn. Per fortuna che non abbiamo mai litigato tra noi, altrimenti, per quanto eravamo focosi, avremmo incendiato la scuola con tutti dentro, bidelli e insegnanti compresi. Al era un bambino vivace, babbiava con tutti, ma se...
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Al capone

18 giugno 2017 ore 23:05 segnala


Io ho sempre creduto nell’America. L'America ha fatto la mia fortuna. Se oggi tutti mi conoscono è grazie all’America. Se papà e la mamma fossero rimasti a Castellammare di Stabia, vicino Napoli, probabilmente non sarei famoso in tutto il mondo. Mamma era casalinga e Papà era barbiere. Hanno sfornato nove figli. Io ero il più piccolo e il più discolo. Ho fatto pochi anni di scuola, in compenso ho avuto un ottimo compagno di banco, come Salvatore Lucania, che tutti noi chiamavamo Lucky Luciano. Ognuno di noi aveva un soprannome. Il mio era Scarface, che significa pressappoco faccia tagliata. Avevo preso una rasoiata da na cap ‘e cazzo, cose che succedevano.

Ero piccolo di statura, la faccia rotondetta, l’aspetto bonario, ed è per questo che mi hanno sottovalutato. Pensavano fossi un coglione, invece ero molto più intelligente di loro. Sti figl 'e zuoccl americani mi chiamavano italiano di merda, poi quando iniziai a sbattergli un mucchio di dollari in faccia iniziarono a leccare e a scodinzolare. Pagavo tutti, persino il sindaco di Chicago era sul mio libro paga. Poi l’FBI mi ha fatto l’onore di dichiararmi "nemico pubblico numero 1" della città di Chicago e organizzò una squadra di agenti federali incorruttibili per fottermi. Ci hanno pure fatto un film, “Gli incorruttibili”. La mia parte è recitata da Bob De Niro. Bravo, mi è piaciuto! Comunque, alla fine mi fanno un processo, io mi compro l’intera giuria popolare ma chillo strunz del giudice all'ultimo istante, la sera prima del processo, la sostituisce completamente. La nuova giuria raggiunge un verdetto di colpevolezza e mi dà undici anni di carcere. Mi portano ad Alcatraz e qui la sifilide che avevo contratto anni prima mi ammala il corpo e la mente. Vengo liberato e mi ritiro in Florida, dove convivo con problemi soprattutto mentali, che mi impediscono di seguire le attività criminali che avevo lasciato.
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In seguito ad un colpo apoplettico e dopo una breve agonia Al Capone muore di arresto cardiaco il giorno 25 gennaio 1947 a Miami. Aveva 48 anni.

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« immagine » Io ho sempre creduto nell’America. L'America ha fatto la mia fortuna. Se oggi tutti mi conoscono è grazie all’America. Se papà e la mamma fossero rimasti a Castellammare di Stabia, vicino Napoli, probabilmente non sarei famoso in tutto il mondo. Mamma era casalinga e Papà era barbier...
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RODOLFO VALENTINO

19 novembre 2016 ore 17:23 segnala


Io volevo fare il giardiniere. Mi piaceva piantare, seminare, sostenere le piante deboli, vederle crescere, lottare contro le intemperie per difenderle. Mi piaceva davvero tanto. Il destino però ha voluto che diventassi un attore.

Sono nato a Castellaneta, in provincia di Taranto. Da giovane partii per New York perché in Puglia non c’era lavoro. Feci un po’ di tutto: fattorino, lavapiatti, cameriere e anche ballerino di tango a pagamento per le ricche signore newyorkesi. Scusate se mi lodo, ma molte di loro persero la testa per me. Il marito di una di esse però voleva uccidermi e fui costretto a lasciare New York per Los Angeles.

Fu una donna che mi fece entrare nel mondo del cinema. Al tempo c’erano solo due parti: quella del buono e quella del cattivo. Io che avevo un aspetto latino non potevo fare altro che il cattivo. Fu poi una mia amante che mi suggerì per la parte di protagonista ne “I 4 cavalieri dell’apocalisse.”

Beh, posso assicurarvi che da quel momento le donne americane si stufarono del ragazzo della porta accanto e anelarono all’amore latino. Fu con me che nacque la locuzione “Latin lover”.

Il maschio americano, che nei film fa sempre il buono ma che nella realtà spesso è uno stronzo patentato, si sentì minacciato e provò a screditarmi. Per fare solo un esempio, io portavo un braccialetto al polso, dono di una fan. Adesso è normale che un uomo possa portare un braccialetto, ma a quel tempo non si usava. Posso dire quindi di aver precorso i tempi. Beh, cosa fece il maschio americano? Mi tacciò di omosessualità.

L'invidia verso di me, un italiano emigrante, crebbe a livelli parossistici. Un giornalista mi soprannominò “Piumino da cipria”. Sfidai quel son of bitch a duello a pugni nudi, per dimostrargli chi tra loro due era più uomo. Non mi rispose naturalmente. Erano leoni dietro una macchina da scrivere.


Valentino fu ucciso da una peritonite. Aveva 31 anni. La notizia della sua morte generò episodi d’isteria e fanatismo nel pubblico, fino alla commissione di almeno una trentina di suicidi nei giorni a ridosso del suo corteo funebre.
Ecco cosa successe quel giorno:

https://www.youtube.com/watch?v=4Y_zA-AYVPg
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« immagine » Io volevo fare il giardiniere. Mi piace piantare, seminare, sostenere le piante deboli, vederle crescere, lottare contro le intemperie per difenderle. Mi piace proprio. Il destino però ha voluto che diventassi un attore. Sono nato a Castellaneta, in provincia di Taranto. Da giovane...
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ROCKY GRAZIANO

15 novembre 2016 ore 12:21 segnala


Essere bello è un segno della benevolenza di Dio. Se nasci bello, la vita è più bella. Tutto ti è più facile. Puoi persino fare l’attore, anche se reciti come un cane. Avrebbe mai potuto ad esempio recitare Richard Gere se fosse stato brutto? Per non parlare dei tanti pseudo-attori italiani.

Prendete me! Sicuramente vi starete chiedendo perché uno bello come me, anziché fare l’attore, è diventato pugile, rischiando di rovinarsi il bel faccino. Semplice, quello della foto non sono io: è Paul Newman.

Perché la sua foto? Perché è lui che ha interpretato me nel film “Lassù qualcuno mi ama!” Sì, è vero, non ci somigliamo per niente, però a quel tempo il protagonista di un film doveva essere bello e Paul lo era. Io ero macho, molto più di Paul, ma non rispettavo in pieno i canoni della bellezza classica. Non mi conoscete? Provvedo subito: eccomi in una foto fattami da Stanley Kubrick.



In realtà Rocky Graziano è il mio pseudonimo. Il mio vero nome è Thomas Rocco Barbella e sono di origini abruzzesi e siciliane. Immaginate quindi che impasto! Papà era stato pugile professionista senza però alcuna fortuna. Tentò di trasmettere la sua passione a me e a mio ratello maggiore,Joe. Ma io non amavo la boxe, anche perché in palestra dovevo fare da sacco a Joe. Preferivo stare in strada. purtroppo, essendo un po' irrequieto, presto collezionai una serie interminabile di reati e più volte fui pizzicato dalla polizia. A 11 anni fui rinchiuso in un istituto di rieducazione, ma avrei in seguito fatto frequenti visite anche a carceri per adulti. Un mio amico delle pericolose scorribande fu spesso Jacob "Jack" La Motta, detto in seguito "toro scatenato", italo-americano come me.

Fu proprio tra un arresto e una detenzione che cominciai stavolta a bazzicare seriamente il mondo della boxe. Divenni pugile dilettante. Avevo un pugno niente male e, dopo quattro anni di combattimenti e di vittorie, arrivò finalmente l’incontrò con il campione del mondo dei medi, il formidabile Tony Zale, l’”uomo d’acciaio” dell’Indiana. Il match fu una lotta spietata, di inaudita violenza. Ce ne siamo date tante che non ci conoscevamo più allo specchio dopo l’incontro. Vinse Zale. Ma la rivincita era d’obbligo. Ebbi una seconda possibilità di conquistare la cintura mondiale dei medi. L’incontro fu cruento, non meno del precedente, e nel 6° round Zale cadde a tappeto. Divenni così campione del mondo dei pesi medi. La cintura la persi, definitivamente, anni dopo con Ray "Sugar" Robinson, che mi mandò al tappeto al terzo round. Troppo forte per me.

Spente le luci del ring, per me si accesero quelle della ribalta televisiva. Bucavo lo schermo e divenni un autentico show-man. Raggiunsi una seconda e meno cruenta popolarità. Ho avuto una bella vita, belle donne e ho viaggiato tanto. Grazie Dio.

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Rocky Graziano morì a New York il 22 maggio 1990.

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MADONNA

14 novembre 2016 ore 20:35 segnala


I miei nonni venivano da Pacentro, un piccolo paese in provincia dell’Aquila, in Abruzzo. Di cognome facevano Ciccone. Ebbero otto figli, e il più piccolo, Silvio, si laureò in ingegneria. Era mio padre.

Da buon Italiano, anche papà non si risparmiò a letto, ed ebbe sei figli, tra cui io, Madonna Louise Veronica. Mio padre era un uomo all’antica, tradizionalista, cresciuto nel tipico mondo macho italiano. Avevo un sacco di concorrenza a casa con i miei fratelli per conquistare l’attenzione di Papà. Io ci riuscivo prendendo buoni voti a scuola. In condotta era però un disastro: insubordinata e indisciplinata.

La mia famiglie era cattolicissima: Messa alle sei tutte le mattine e crocifissi per tutta la casa. Sono cresciuta con due prototipi femminili: la vergine e la puttana. Non ho mai capito perché bisognava essere l'una o l'altra.

Amo L’Italia e spesso l’ho ripresa nei miei video: In Papa don’t preach, ad esempio, cantavo con la maglietta “Italians do it better”. Non so chi ebbe più successo, la canzone o la maglietta. Probabilmente entrambe allo stesso modo.

Il mio primo debutto al cinema è avvenuto con un filmetto semiporno. Non me ne vergogno naturalmente anche se papà non fu contento, giusto per usare un eufemismo. Poi venne “Cercasi Susan disperatamente”, ed ebbe un gran successo di pubblico e di critica. Tutti i film che seguirono purtroppo non sono andati bene, secondo me perché non riescono a vedermi come attrice, ma solo come icona. Con “Ragazze vincenti” mi sono però tolta qualche soddisfazione.

In seguito al terremoto che ha colpito L'Aquila e parte dell'Abruzzo nel 2009, ho voluto contribuire personalmente alla ricostruzione con una donazione. Sono americana, ma mi sento figlia anche di quella terra.
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« immagine » I miei nonni venivano da Pacentro, un piccolo paese in provincia dell’Aquila, in Abruzzo. Di cognome facevano Ciccone. Ebbero otto figli, e il più piccolo, Silvio, si laureò in ingegneria. Era mio padre. Da buon Italiano, anche papà non si risparmiò a letto, ed ebbe sei figli, tra c...
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JOHN TRAVOLTA

13 novembre 2016 ore 22:25 segnala


Sono orgoglioso del sangue italiano che scorre nelle mie vene. Mio nonno veniva infatti dalla provincia di Palermo, Da giovane si è stabilito qui nel New Jersey e ha iniziato subito a sfornare figli come fossero pani, tra cui mio padre, Salvatore. Papà non amava studiare ed è entrato come operaio in una ditta di pneumatici. Anche lui, da buon Italiano, ha messo al mondo sei figli. Io sono il più piccolo.

Anch’io, come mio padre, non andavo matto per il libri, a sedici anni ho lasciato gli studi e ho provato a non lavorare, cioè a fare l’attore. Devo dire che ci sono riuscito subito: avevo 22 anni quando sono diventato protagonista di una celebre serie Tv, in cui facevo la parte di un italo americano, Vinni Barbarino. Grazie a questo successo l’anno dopo sono stato scelto nel ruolo di Tony Manero, in “La febbre del Sabato sera.” In quel periodo ero il number one!
Il ruolo successivo fu quello di Danny Zuko in Grease, altro grande successo. Ero diventato miliardario in due anni.

Poi, la caduta. Davvero brutta. Per liberarmi dallo stereotipo italo-americano rifiutai i ruoli di protagonista in American Gigolò e Ufficiale e gentiluomo, facendo così la fortuna di Richard Gere. Mi imbarcai invece in veri e propri flop, come Urban Cowboy e Blow out. Nel giro di qualche anno, il pubblico mi dimenticò e io mi rinchiusi in me stesso.

Un giorno mi proposero un filmetto a basso costo. Sapevo che era come scendere nei bassifondi. Dopotutto ero il protagonista assoluto de "La febbre del sabato sera" e di "Grease". Era come chiedere a Maradona di giocare in serie D. In altre occasioni avrei rifiutato, ma avevo un gran bisogno di soldi e accettai. Il film si chiamava “Senti chi parla”. Incredibile a dirsi ma ebbe un grande successo di pubblico, anche se la critica lo stroncò. Perlomeno ero ancora a galla.

Poi, un po' per fortuna, un po' perché il copione mi convinse, accettai il ruolo di uno psicopatico assassino: ero Vincent Vega nel film di Tarantino, Pulp fiction. Divenni di nuovo una star. Da allora non ho più smesso di fare film.

Anch’io ho la mia stella sulla Hollywood Walk of Fame, a Los Angeles: Ah, quanto mi sarebbe piaciuto se avesse potuto vederla quel vecchietto che veniva dall'entroterra della Sicilia, mio nonno…
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« immagine » Sono orgoglioso del sangue italiano che scorre nelle mie vene. Mio nonno veniva infatti dalla provincia di Palermo, Da giovane si è stabilito qui nel New Jersey e ha iniziato subito a sfornare figli come fossero pani, tra cui mio padre, Salvatore. Papà non amava studiare ed è entrato...
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13/11/2016 22:25:12
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LUCKY LUCIANO

11 novembre 2016 ore 14:17 segnala


Sì, vero è. Io e Al Capone eravamo compagni di scuola a Brooklyn. Per fortuna che non abbiamo mai litigato tra noi, altrimenti avremmo incendiato la scuola con tutti dentro. Al lo ricordo come un bambino vivace, scherzava con tutti, ma se qualcuno aveva la malaugurata idea di sfotterlo – e i bambini americani amavano stuzzicare chi non era biondo come loro – allora erano cazzi amari perché, mentre io sapevo aspettare l’uscita dalla scuola per regolare i conti, lui, impulsivo per natura, partiva come una scheggia impazzita contro il malcapitato e lo “sminchiava” di brutto. Per la cronaca, entrambi non siamo riusciti a finire la scuola perché ci hanno espulso.
Eravamo diversi io e lui: da buon napoletano, Al si prestava benissimo allo sfavillio delle luci, mentre io, da buon siciliano, preferivo il basso profilo.

Detto questo, mi presento. Sono nato in un paesino vicino a Palermo. Mio padre probabilmente ha giocato da bambino con ‘zu Saverio Sinatra, il padre di Frank Sinatra, anche lui nato nel mio paese. Entrambi, seppure in tempi diversi, si sono poi trasferiti in America e lì io sono cresciuto. Noi, figli di italiani, eravamo, come ho detto, sempre presi di mira dagli american guys, i biondini con gli occhi azzurri, però la loro sfortuna è che noi non eravamo biondi, ma neanche babbi (tonti) e, purtroppo per loro, ci sapevamo difendere benino. Io, Frank, Al e tanti altri amici nostri, siamo cresciuti spaccando facce a chi ci chiamava Wop e Dago, che erano insulti fatti apposta per gli italiani. (Wop – si pronuncia UAP - stava per guappo).

Gira che ti rigira, mi trovai con altri amici a rubare, tanto che quando avevo dieci anni fui condannato a quattro mesi di riformatorio. I riformatori, come le carceri, invece di ricondurti nella retta via, ti facevano ( e ti fanno) diventare più delinquente di prima e così, appena uscii di prigione, detti avvio ad una baby gang. Fui arrestato 25 volte ma non fui mai spedito in prigione. Un po’ più grande, fui assoldato da Joe il Boss, pezzo grosso della “mano nera”. Naturalmente non era un lavoro tranquillo il mio, avevo a che fare con la malacarne e, infatti, un giorno, alcuni uomini di bande avversarie mi hanno preso, mi hanno portato in un posto tranquillo e lì mi hanno squarciato la gola da un orecchio all’altro con un punteruolo per il ghiaccio. Pensando che fossi morto se ne sono andati lasciandomi in un pozzo di sangue, ma vivo. Ecco perché da allora mi chiamano Lucky Luciano: per chi non conosce l’inglese, Lucky sta per fortunato.

Per farla breve, tra un assassinio e l’altro, sono diventato il più potente boss della criminalità organizzata di tutta l’America. La mia banda si occupava di estorsioni, gioco d'azzardo illegale, traffico di droga e usura. Ero quindi il «capo dei capi». Però io rifiutai il titolo e al suo posto creai un apposito organismo, chiamato "Commissione", il cui compito era quello di governare gli affari di «Cosa Nostra». A un certo punto volli iniziare anche il business della prostituzione. I miei “colleghi” pensavano che non fosse un lavoro degno, ma per me non esistono soldi sporchi e soldi puliti, ma solo soldi. (There's no such thing as good money or bad money. There's just money.) Alcuni figghi di bottana fecero una soffiata e fui arrestato. Mi condannarono a 30 anni di carcere.
Durante la seconda guerra mondiale, agenti segreti degli Stati Uniti mi contattarono in carcere per avere il mio aiuto nell’ indagare sul sabotaggio di diverse navi nel porto di New York. Io infatti conoscevo tutti quelli che lavoravano nel porto e di tutti sapevo tutto. In cambio di questo aiuto, la mia condanna sarebbe stata commutata, sotto la condizione di essere deportato in Italia. Diedi loro una mano e fui mandato nel mio bel Paese. Ecco la foto del mio arrivo a Palermo:


A Palermo soggiornai presso il Grand Hotel et des Palmes, bellissimo albergo, dove numerosi boss mafiosi erano soliti rendermi visita. Da qui organizzai un grande traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti.

Nel 1960, Ian Fleming, creatore del celebre agente segreto James Bond, venne a intervistarmi, in veste di corrispondente per il Sunday Times. Ero diventato più famoso del mio amico Al.

A proposito di cinema, Francesco Rosi ha fatto un film su di me, dal titolo, Lucky Luciano. L’attore che mi impersonava era Gian Maria Volontè.
Ma altri attori hanno avuto l’onore di vestire i miei panni, tra cui Stanley Tucci, Joe D’Alessandro, Christian Slater e Andy Garcia.

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Luciano morì il 26 gennaio 1962 per un attacco cardiaco presso l'Aeroporto Internazionale di Napoli a 64 anni. Fu sepolto nel St. John’s Cemetary di Middle Village, Queens a New York.