Tempus Fugit

05 febbraio 2023 ore 15:17 segnala


Quanta poca importanza si dà al tempo.
Eppure è importante, molto importante. Mi riferisco ai momenti, quelli che, anche se brevi, regalano un attimo di eternità. Mi riferisco a quelle notti che, anche se si trascorrono insonni, passate a chiacchierare o ad amare una persona che conta davvero, sembrano essere durate così poco.
Mi riferisco al tempo che si dedica a qualcuno che ci fa vibrare l'anima, anche se non ci conosce, anche se non lo conosciamo.
Penso a quanto poco importi tutto il resto quando si trascorrono momenti piacevoli, a quanto è facile lasciar perdere le faccende domestiche, la spesa, il nostro noioso contorno quando si è con qualcuno che ci rapisce completamente la mente.
Per una persona come me il tempo ha un'importanza assoluta, ma non il tempo in generale, solo quello che io decido di dedicare o che mi viene dedicato.
E lo faccio spontaneamente, senza star lì a pensare che devo fare questo o quell'altro.
Non parlo di quelle ore che non passano mai o passano troppo in fretta quando si sta lavorando, non parlo di quelle ore passate a fissare il soffitto sperando che il sonno arrivi presto. No, io parlo del tempo condiviso. Perchè non c'è niente di più bello di sentirsi cullare dalla voce e/o dalle parole di qualcuno che, anche se lontano, ha deciso di condividere con te il suo tempo, qualcuno che comprende che tu non sei lì tanto per, ma sei lì perchè l'altra persona è con te.
Purtroppo sto notando che non si apprezza questo regalo ed è sempre più facile sentirsi dire "ora non posso, dopo, domani, più tardi, quando ne avrò voglia" piuttosto che "voglio passare tutto il mio tempo con te e fanculo al resto!".




In un classico Disney un personaggio dice "Presto che è tardi!" prima di infilarsi nella sua tana ed essere seguito da una ragazza bionda.
Io mi rifugio nel mio oscuro nascondiglio e grido che il tempo è prezioso, purtroppo però nessuno mi seguirà fin quaggiù, è più semplice star fuori a dire "non capisco perchè ti chiudi così".


Blutengel - Sing
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05/02/2023 15:17:08
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More Than Words

05 febbraio 2023 ore 14:52 segnala
C'è chi dichiara un amore invincibile, sopra ad ogni cosa, mai avuto prima. C'è chi dice che una persona così non l'ha mai incontrata. C'è chi dichiara sentimenti importanti. C'è chi fa promesse di carriera, di promozione, di crescita professionale.
E c'è chi alle parole fa anche seguire i fatti dimostrando che quell'amore unico è davvero indispensabile, che quella persona è davvero speciale e ricercata, che dimostra amore ogni giorno, presenza, disponibilità. C'è chi prende appuntamenti e si fa sbattimenti per arrivare ad uno scopo.
Le persone peggiori sono quelle che dichiarano cose importanti, le dimostrano, ti illudono e poi spariscono. Per poi ricomparire altrove poco dopo, pronunciare le stesse parole verso qualcun altro, fare le stesse cose e rinnegare quanto dichiarato o accaduto poco prima.
E c'è chi continua comunque a pensare che tutto il pacchetto non possa essere stata un'illusione perchè dimostrata con fatti tangibili.

Questo fanno l'amore e l'ambizione, ti fanno vedere cose che non esistono solo perchè le vorresti sentire o toccare.

Spesso si sente dire che c'è chi fa tante parole e pochi fatti. Io dico che non sono necessarie parole o fatti particolari. Se non si ama, se non si ha intenzione di portare avanti un progetto, se non si è convinti è meglio non dire/fare niente fin da subito per non ferire chi in tutto questo potrebbe crederci davvero....E potrebbe soffrire davvero per poi perdere fiducia in chiunque e non riuscire più a dare niente a nessuno....



Marylin Manson - Sweet Dreams (Are Made Of This) (Alt. Version)

Who I Really Am

28 gennaio 2023 ore 15:14 segnala
Quella sera camminavo velocemente perchè era tardi, ma avevo dovuto trattenermi al lavoro, come sempre negli ultimi tempi. Era buio ed era una gelida notte d'inverno. Cercavo di raggiungere la macchina parcheggiata a qualche isolato di distanza dall'ufficio. All'improvviso, in quel silenzio, sentii un rumore, come un fruscio. Mi girai, mi guardai intorno e quasi spaventato accelerai il passo. Un altro fruscio, un movimento furtivo dietro di me. Gettai a terra la mia sigaretta e mi misi a correre. Il computer portatile che mi sbatteva sulla schiena, i piedi che scivolavano sul ghiaccio e all'improvviso....Mi sentii sollevare verso l'alto, vedevo l'asfalto sempre più lontano e mi sentivo svenire mentre qualcosa mi stringeva sul collo. Un attimo e avevo perso i sensi. Quando mi risvegliai ero nel mio letto, era notte fonda, non ricordavo altro che quanto fin qui ho raccontato. Pensai che fosse un sogno, solo un brutto sogno. Mi alzai e andai in bagno. Un po' stordito mi guardai allo specchio e vidi ciò che ero diventato...o che ero sempre stato.... Avevo due segni rossi e tondi sul collo, avevo la pelle cadaverica e i miei occhi verde sottobosco erano divenuti color ghiaccio...Li chiusi ripetutamente, era un incubo, li riaprii, guardai lo specchio ed ero io...di nuovo io...Turbato tornai a letto, mi sentivo sfinito e mi addormentai di nuovo....
Era l'alba ormai quando mi svegliai. La sveglia non aveva ancora preso a trillare, avevo ancora qualche minuto per pensare e riposare prima di ricominciare con il solito tran tran: lavoro, pranzo, lavoro, lavoro, casa...
Stanco come non mai, nel buio nella mia stanza, volgevo gli occhi al soffitto e pensavo alla notte precedente. Com'era stato tutto così dannatamente reale e quella stanchezza? Da dove veniva? Si, lavoravo troppo già da un po' di tempo, non avevo più tempo per me stesso, ma non era normale tutto ciò...Ecco che la sveglia prese a suonare. Mi alzai a fatica, entrai d'impulso sotto la doccia, avevo bisogno di calore, sentivo uno strano freddo e una spossatezza mai sentita prima. Che fosse febbre? Che mi fossi preso un'influenza? Eppure la sera prima stavo bene... Il vapore della doccia appannò lo specchio, quando ne uscii avvolto dall'accappatoio, feci il solito gesto di pulirlo con la manica e sobbalzai....La mia immagine non era riflessa, mi toccai la fronte...gelida.... Mi tastai il polso....assente.... Mi toccai il collo a destra...niente...a sinistra.....sentivo con le dita due fori distanti non più di 4-5 centimetri l'uno dall'altro. "No, non è possibile! Sono in un incubo, no...no...." dissi a voce alta senza nemmeno accorgermene. "Non è un incubo, è realtà". Sobbalzai. Di chi era quella voce così sinistra e suadente allo stesso tempo? Mi guardai intorno e vidi la più bella donna che avessi mai visto appoggiata con le spalle allo stipite della porta, con le braccia incrociate che mi guardava. Aveva lunghi capelli scuri, occhi neri e profondi, una pelle delicata, labbra rosse e carnose, era bellissima. Vestita con una giacchetta molto scollata e pantaloni di pelle nera, stivali rossi fuoco con dei tacchi vertiginosi.
"Chi.....chi....sei tu?" domandai tremante. "Oh tu sai chi sono, tu mi conosci da sempre, non ho segreti per te". Si avvicinò, prese il mio viso tra le mani, mi baciò. Non avevo mai sentito tanto ardore, tanta passione prima. Le sue mani scivolarono sul mio petto ancora bagnato, sotto l'accappatoio. Io sentii un irrefrenabile impulso che mi spingeva verso di lei, mi sentivo vivo anche se forse non lo ero più. Senza accorgermene in un attimo eravamo nella stanza da letto, sentivo quella donna già mia, tra noi non c'erano vergogne, non c'era pudore. Nudi sul letto, avvinghiati e avvolti da una passione irrefrenabile. Mentre tutto ciò accadeva nella mia testa scorrevano immagini di noi due, di una vita trascorsa al suo fianco, di un amore immenso. All'improvviso un istinto animale si impossessò di me, con la bocca sul suo collo, intento ad assaporarne la delicatezza, sentii l'impulso di mordere e mi sentii trasformare dentro. I miei denti nella sua carne, il sangue che scorreva sulla sua spalla. Provavo gusto in ciò che stavo facendo e contemporaneamente mi sentivo così strano. "Ora ti riconosco amore mio" mi disse lei dolcemente sorridendo. Di scatto mi fermai. La guardai negli occhi confuso.
E poi, poi ricordavo tutto, sapevo chi ero...
Mi ero ritrovato.

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Quella sera camminavo velocemente perchè era tardi, ma avevo dovuto trattenermi al lavoro come sempre negli ultimi tempi. Era buio ed era una gelida notte d'inverno. Cercavo di raggiungere la macchina parcheggiata a qualche isolato di distanza dall'ufficio. All'improvviso, in quel silenzio, sentii...
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I Mostri Dentro

28 gennaio 2023 ore 14:16 segnala


Per molto tempo aveva chiuso dietro a porte di ogni genere i suoi mostri, quei demoni che gli avevano rovinato la vita e che gli tormentavano l'anima. Erano in fondo, nel buio più pesto, incatenati e sedati.
Sapeva che avrebbero potuto fare dei grossi danni se fossero riusciti a liberarsi, quindi aveva preso tutte le precauzioni possibili per evitare che ciò accadesse.
Ma la vita è imprevedibile, davvero bastarda. Gli fece incontrare quella donna, con cui aveva stabilito un contatto emotivo davvero forte, un contatto che gli faceva traballare ogni piccola briciola dell'anima. Ne era spaventato, perchè accadeva soltanto di rado, molto di rado, che qualcuno riuscisse a valicare i suoi muri, le sue protezioni, la sua oscurità. Eppure lei ci era riuscita, soltanto con poche parole. La loro conoscenza era in pochissimo tempo divenuta reale, non passava minuto in cui non fossero "sintonizzati", lo erano anche mentre dormivano, pur se a centinaia di chilometri.
Forse questo legame era davvero troppo forte, tanto da spezzare gli equilibri di entrambi. In poche ore infatti tutto ciò che avevano costruito venne spazzato via dalla delusione, dalla diffidenza che tornò a farsi prepotente, dalla verità che alla fine venne a galla. Si sentì umiliato nel profondo, colpito dove faceva più male, usato. Quella serie di parole buttate in faccia, senza alcun filtro, con cattiveria continuarono a risuonargli in testa. Ancora una volta ciò che non poteva cambiare, le sue debolezze, i suoi difetti, si erano messi tra lui e la persona che voleva, bramava, desiderava.
Il panico cominciò a farsi largo, il dolore a bruciare dentro, le porte a spalancarsi una ad una, le catene a sciogliersi e i suoi demoni a svegliarsi, uno ad uno. Percorsero in un attimo i corridoi del suo essere ed uscirono annientando quel poco di dignità che ancora aveva preservato. E continuarono ad urlare, a farsi beffa di lui, a premere contro i suoi fragili muri.
Non aveva bisogno di qualcuno che ci fosse quando era in splendida forma, ma di qualcuno che l'amasse soprattutto nei momenti più bui. Lei lo aveva abbandonato proprio quando lui aveva più bisogno, urlandogli addosso tutto il suo disprezzo per l'essere che era e che non poteva cambiare in nessun modo.
Nessuno ama incondizionatamente, nessuno e soprattutto nessuno avrebbe amato uno come lui.


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« immagine » Per molto tempo aveva chiuso dietro a porte di ogni genere i suoi mostri, quei demoni che gli avevano rovinato la vita e che gli tormentavano l'anima. Erano in fondo, nel buio più pesto, incatenati e sedati. Sapeva che avrebbero potuto fare dei grossi danni se fossero riusciti a liber...
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Dreams and Hopes, Lies and Deceptions

28 gennaio 2023 ore 13:23 segnala
William era un uomo molto solo, provato dalla vita vissuta fino a quel momento, deluso da un amore finito già da un anno che l'aveva però devastato nell'anima. Passeggiava su quella strada ogni giorno, a volte la mattina, a volte il pomeriggio, a volte la sera, a volte per ore, tutto il giorno. Non aveva mai notato che quella strada costeggiava un parco. Si, aveva visto gli alberi, il verde, ma non aveva capito che si trattasse di un luogo di ritrovo per mamme, bambini, uomini, donne, ragazzini di ogni età, estrazione sociale, professione, cultura.
Quel giorno vi entrò incuriosito, si sedette su una panchina con le sue cuffiette nelle orecchie e cominciò a guardarsi intorno.
Ad un certo punto incontrò lo sguardo di una donna bellissima. I suoi occhi scuri gli entrarono dentro e gli bloccarono il battito del cuore. Abbassò lo sguardo, imbarazzato. Quando ebbe il coraggio di ritirarlo su, lei lo stava ancora guardando e gli sorrideva. Lui si girò per vedere se ci fosse qualcun altro dietro e no, non c'era nessuno. Lo guardava con un'intensità meravigliosa e gli entrava nell'anima senza che lui potesse fermarla. Si guardarono per molto tempo. Poi lei si alzò e se ne andò. Lui fece quindi lo stesso.
La stessa scena si ripetè per diversi giorni, sempre agli stessi orari. Quell'incontro di sguardi si fece sempre più intenso, finchè un giorno lei sorridendo si alzò e gli andò incontro per poi accomodarsi accanto a lui, non troppo vicino, ma sulla stessa panchina. William non sapeva che dire, ma lei iniziò il discorso: "Piacere, sono Sarah" porgendogli la mano ed un sorriso meraviglioso. "Ciao, io....ehm....sono William" disse lui arrossendo.
Si scambiarono presto il numero di telefono e cominciarono a sentirsi durante la giornata, ma ogni giorno, alla stessa ora, si incontravano in quel parco. Si guardavano intensamente, si esploravano l'anima, si raccontavano l'un l'altra come se si conoscessero da una vita intera. Eppure, in fin dei conti, erano solo due sconosciuti. Sapevano molto, ma non sapevano nulla. Si amavano, ma non conoscevano l'uno il sapore dell'altra. Quell'appuntamento era diventato un bisogno e se per caso, per un impegno qualunque, fosse saltato lui sarebbe impazzito.
William era di nuovo innamorato, non poteva crederci, ma il suo cuore, la sua mente, la sua anima non mentivano. Provava qualcosa di così intenso che non poteva che definirsi amore. Un giorno, durante una delle loro chiaccherate, mentre lei gli raccontava la sua giornata, prese coraggio e le disse sottovoce "Ti Amo". Lei non disse niente. Gli sorrise soltanto e lo guardò amorevolmente accarezzandogli una guancia.
Non capiva, era confuso. Perchè quelle giornate erano così intense, lei lo guardava e lo cercava come se fosse l'unico uomo al mondo, il suo valoroso cavaliere, ma quando aveva l'occasione di replicare alla sua dichiarazione non l'aveva fatto?
Questo dubbio lo tormentava e gliene parlò. Lei sorridendo e guardandolo con dolcezza gli disse "Ti voglio bene...E per me questo ha più significato di un 'Ti amo', perchè è come dirti che voglio il tuo bene, che tu stia bene.". Lui ricambiò il sorriso, ma dentro di sè continuava a non comprendere.
Un giorno, durante il loro incontro, Sarah era strana, taciturna. Le chiese cosa ci fosse che non andava, se aveva fatto qualcosa di sbagliato. Lo guardò intensamente...."Ascoltami, ascoltami bene. Io...Ti Amo". Sgranò gli occhi, il cuore smise di battere e un fremito lo attraversò dalla testa ai piedi. Le lacrime stavano per scendere da quegli occhi stanchi, ma trattenne a stento la commozione. Non fece altro che abbracciarla forte e ripeterle mille volte quanto anche lui l'amasse.
Intanto arrivò l'autunno e quegli alberi rigogliosi cominciarono a perdere le foglie e a colorare di spento tutto l'ambiente. William e Sarah sembravano non badare a tutto questo, andavano avanti con la loro favola meravigliosa e strana, ma il freddo stava per abbattersi su di loro. Infatti, poco tempo dopo, Sarah mancò un appuntamento. Senza alcuna spiegazione, senza motivo. William la cercò disperatamente senza riuscire a mettersi in contatto con lei. Ogni giorno, con qualsiasi tempo, l'aspettava su quella panchina. Ma nulla, lei era come svanita. Le foglie gialle avevano ormai ricoperto tutto il terreno gelido. L'aria era diventata fredda. William stava perdendo ogni speranza di rivedere la sua amata. Finchè un pomeriggio, nel disperato tentativo di trovarla al telefono, lei gli scrisse rassicurandolo che lo amava, che aveva dei problemi, ma che sarebbe tornata, che poteva stare tranquillo.
I giorni passarono, tutti uguali, insonni, nella disperata attesa di colei che era diventata l'amore della sua vita. E Sarah non tornò, non tornò mai più da lui. Straziato dal dolore, continuò comunque a sperare aggrappandosi a quelle parole "mi manchi, abbi pazienza, tornerò". In una gelida mattina d'inverno, seduto a guardare il sole pallido su quella panchina, vide in lontananza una donna con un aspetto famigliare. Si stava sedendo accanto ad un uomo, molto diverso da lui. Guardò con più attenzione e vide le stesse movenze, lo stesso modo di fare. Si avvicinò con circospezione e riconobbe la sua amata. Andò a passo deciso verso di lei, felice di averla ritrovata. E con suo grande stupore la vide impassibile, glaciale. Accennò un saluto, ma lei fece finta di non conoscerlo e anzi, lo guardò con cattiveria, quasi schifata.
William si allontanò e non fece mai più ritorno in quel luogo. Ma col pensiero e col cuore, anche col passare del tempo, continuò ad amarla. Perchè in vita sua, non aveva mai provato un amore così grande nè mai l'avrebbe provato mai più. Ormai quella parte di lui era morta. L'inverno era giunto.


"Sei l'unica persona che probabilmente mi mancherà sempre.
Più del dicibile.
Più di tutto.
Più del mondo.
E non importa quanto tempo sia passato.
E non importa quanta distanza ci separi.
E non importa la gente.
E non importa come sia andata a finire e come finirà.
Non importa.
Perché tu mi mancherai comunque, anche se non ci fossimo mai conosciuti"
.

Points of View

28 gennaio 2023 ore 13:02 segnala

http://www.angelsinthedark.it/images/application/blog/darkness_blog_moonearth.gif

E' davvero strano come, se guardassimo da diverse prospettive le cose, le vedremmo sotto un'altra luce.
Siamo così abituati a considerare sempre e solo un lato della medaglia, il nostro punto di vista. Eppure c'è sempre un'altra versione oppure ce n'è più d'una.
Ad esempio c'è chi lavora in una camera mortuaria e si lamenta della noia. Se cambiasse prospettiva potrebbe invece dire "ringrazio di avere un lavoro" oppure "almeno nessuno mi rompe le scatole".
C'è chi è colpito in pieno petto da un fulmine quando incontra una persona, magari pensa che sia quella della sua vita. Dall'altra parte magari qualcuno potrebbe dire "è soltanto una conoscenza" o "interessante, ma no grazie".
Ci sono donne/uomini che "amano" qualsiasi essere vivente di sesso opposto (o anche no) che respiri perchè innamorati del sesso o dipendenti da esso. Qualcuno però potrebbe pensare che siano luride puttane/puttanieri che non hanno alcun pudore, sentimento e rispetto per gli altri.

E poi ci sono io. Che ho l'abitudine di farmi mille domande su tutto, di guardare ogni piccola prospettiva e dettaglio fino quasi a tormentarmi, senza mai trovare davvero una risposta a tutti i miei quesiti. Forse perchè una risposta e una prospettiva giusta davvero non ci sono.
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« immagine » http://www.angelsinthedark.it/images/application/blog/darkness_blog_moonearth.gif E' davvero strano come, se guardassimo da diverse prospettive le cose, le vedremmo sotto un'altra luce. Siamo così abituati a considerare sempre e solo un lato della medaglia, il nostro punto di vista....
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If...

11 luglio 2021 ore 14:49 segnala


Carmina Burana ~ O Fortuna ~ Carl Orff

Scozia, 1587.
Vivevo la mia nuova vita da un tempo relativamente breve. Mi ero trasferito in un paese totalmente diverso dal mio, sia per cultura che per tradizione, cercando di ricominciare un'esistenza da zero che si prospettava eterna.
Avevo presto capito che non avrei più potuto ammirare un'alba od un tramonto. Mi cibavo di notte, nell'oscurità, come tutte le creature che appartenevano alla mia specie. Durante il giorno mi rifugiavo nella piccola stanza al piano di sopra della locanda di Mr. Wallace che mi aveva concesso vitto ed alloggio in cambio dei miei servigi da garzone durante le ore notturne.
Quella sera uscii fuori dal retro per svuotare le casse dal cibo avanzato. Non davo confidenza a nessuno, facevo il mio lavoro e per la maggior parte del tempo stavo in silenzio. Sentii delle urla avvicinarsi: "Da questa parte! Non ci sfuggirà, è in trappola! Al rogo, al rogo!".
In un attimo tre uomini piuttosto corpulenti, armati di bastoni e tridenti, entrarono nel vicolo in cui mi trovavo.
Nella mia mente vedevo già l'epilogo di quell'incontro. Un lauto pasto, nessuno li avrebbe cercati nè trovati, ma soprattutto nessuno li avrebbe sentiti gridare, perchè di fatto non avrebbero emesso un suono. Nel breve tempo trascorso dalla mia rinascita avevo imparato diverse cose sul nuovo genere a cui appartenevo. Una di queste consisteva nel poter condizionare i comportamenti degli umani semplicemente guardandoli negli occhi. Ecco perchè sarei riuscito a passare inosservato.
Si fermarono trafelati a pochi passi da me: "Ehi ragazzo, hai visto una donna venire da questa parte?" "No Signore" "Sei sicuro? E' ferita, non puoi non averla notata!". Mi stava irritando, stavo per fare la mia mossa, ma risposi ancora una volta: "No Signore".
Da più lontano si udirono altre voci "Eccola, venite, di qua!". I tre uomini corsero via, senza dire più nient'altro. Divertito dalla cosa continuai a svuotare le casse. Spostandone una notai che essa nascondeva un animale. Guardai meglio. Era un gatto nero come la pece, col pelo lucido ed un'enorme ferita tra la testa e la zampa anteriore, da cui usciva parecchio sangue. L'ironia della sorte mi stava mettendo davanti ciò che da qualche anno ormai bramavo ogni notte eppure, in quel momento, non volli infierire sulla bestiola. La mia umanità non era ancora del tutto spenta.
Lo nascosi sotto al grembiule e rientrai furtivamente. Corsi su per le scale e mi chiusi nella mia stanza. In una tinozza misi dell'acqua, preparai delle strisce di stoffa strappando una federa, medicai al meglio il gatto che non era più cosciente, ma respirava ancora.
"So che ti farà tanto male, ma questa ferita va cucita". Con tutta la delicatezza di cui ero capace cucii quel taglio. Avvolsi l'animale in una coperta e lo lasciai riposare sul letto, ormai convinto che probabilmente, al mio ritorno, l'avrei trovato esanime.
La notte stava lasciando posto all'alba quando ritornai nel mio alloggio. Chiusi ogni finestra, ogni fessura. Mi sdraiai sul letto e con mia grande sorpresa sentii il respiro del gatto "Uhm sei ancora vivo, fantastico!". Mi assopii.
Poche ore dopo fui risvegliato da un tonfo. Balzai sul letto controllando che le finestre fossero ancora chiuse. Nella penombra scorsi una donna, completamente nuda, di schiena. Accesi frettolosamente il lume. Lei mi guardò dietro la spalla. "Un vero gentiluomo non spierebbe una signora". "Ehm, perdonatemi" mi girai vergognoso "Come siete entrata qui?". "Mi ci avete portata voi, questa notte". "Io? Non ho bevuto ieri sera e credetemi, me lo ricorderei se avessi portato qui una persona". Prese una delle mie camicie e se la infilò, poi si avvicinò a me e con voce suadente mi disse: "Non dimenticherò ciò che avete fatto per me, dormite". Quando riaprii gli occhi questo era tutto ciò che ricordavo. Mi sentivo un po' stordito, non capivo perchè. Spalancai le finestre verso la luna che nel frattempo era sorta e sul tavolo, di fronte alla finestra, qualcosa si illuminò. Era un anello d'argento con una pietra nera, onice forse. Era poggiato su un pezzo di carta su cui era scritto "Indossalo e non dovrai più temere il sole". Provai quell'anello un po' titubante. Me l'aveva lasciato la donna che avevo sognato? L'avevo sognata o era reale? Com'era entrata nella mia stanza senza che io me ne accorgessi?
Il gatto, dov'era il gatto? La piccola bestiola era svanita. Tutto mi sembrava ancora più strano.
Mi preparai, scesi alla locanda, pensai e ripensai a quella notte. Per quasi una settimana, pur avendo ripreso la mia routine, avevo quel pensiero sempre in testa. Finchè, giunta quasi l'alba, dieci giorni dopo, entrai nel mio alloggio. Chiusi tutte le finestre, mi spogliai, spensi il lume, mi sdraiai e sentii una presenza in quei pochi metri quadrati. Accesi nuovamente la lampada ad olio e mi ritrovai di fronte quella donna. Potevo vederla con chiarezza ora. Un fisico slanciato, i capelli lunghi, lisci e corvini le scendevano sulle spalle, occhi scuri e penetranti, labbra carnose. Mi guardò e sorrise.
"Faccio così tanta paura?"
"No Milady, ma....ma....come siete entrata?"
"Non ha importanza, piuttosto, vedo che portate l'anello, ma non avete ancora avuto il coraggio di verificarne il potere"
"Siete voi che me l'avete donato?"
"E chi altro? La vostra specie è così dannatamente inconsapevole"
"La mia specie?"
"Si, non avete idea del potere che avete e comunque lo usate male. Ecco perchè la mia di specie vi dà la caccia" disse spalancando la finestra.
"Nooooo, che fate!" urlai rifugiandomi nell'unico angolo buio mentre fuori albeggiava.
"Venite qui, coraggio, non abbiate paura!"
Titubante mi avvicinai a lei, alla luce. Con mia grande sorpresa la mia pelle non cominciò a surriscaldarsi, non si incendiò. La guardai stupito. Mi sorrise "Vedete? Non c'è nulla da temere se avete indosso quell'anello. Consideratelo un mio regalo per avermi salvato la vita, ora siamo pari". Mentre si voltava per uscire dalla stanza notai una grande cicatrice sulla sua spalla, che finiva sul collo, dietro l'orecchio. Sbarrai gli occhi. "Il....gatto....eravate...voi?".
"Suvvia, non ditemi che l'avete capito soltanto ora" rispose ridendo. Con un cenno della mano scomparve, in uno sbuffo di fumo grigio.
Da quel momento la mia esistenza ritornò ad essere più "normale". Potevo di nuovo camminare alla luce del sole. E tutto grazie a quella donna misteriosa ed affascinante che ogni tanto appariva, chiacchierava con me e spariva di nuovo.
Avevo imparato a conoscerla, la trovavo davvero affine a me, ma non aveva mai voluto spiegarmi perchè la "sua specie" cacciasse la "mia". In fondo eravamo stati tutti umani un tempo. I nostri incontri erano sempre più frequenti, i nostri confronti sempre costruttivi, le nostre risate autentiche. Era la prima "persona" con cui mi rapportavo davvero dopo tanto tempo, nutriva tutto il mio rispetto, non riuscivo a fidarmi ciecamente di lei, ma quello che provavo vi si avvicinava molto. Non conoscevo il suo nome, ma conoscevo la sua anima e lei conosceva la mia.
Una notte, una maledetta notte, mi trovavo nel solito vicolo a svuotar casse quando sentii urla di un'intera folla provenire dalla vicina piazza. Incuriosito mi avvicinai. Si fece largo, tra tutte quelle persone, un carro-prigione condotto da un uomo muscoloso che portava un cappuccio nero in testa, un boia.
Si fermò al centro dell'ampio spazio dove scorsi un palo ricoperto di cataste di legno. Fece scendere una donna dal carro, incatenata ed incappucciata. La folla cominciò a gridare a gran voce "Al rogo strega!! Brucia!!! Maledetta!!!". Il boia le levò il cappuccio. "Oh diavolo!" esclamai. Era lei, la mia Milady. Sgomitai a destra e a manca per raggiungerla (avrei potuto uccidere tutte quelle persone in un attimo, ma non dovevo destare sospetti). "Milady! Milady!" gridai. Lei mi rivolse uno sguardo ed accennando un sorriso mi disse "Tranquillo, niente è per sempre. Io tornerò e la pagheranno tutti. Ora andate, andate via, vi prego!".
Non riuscivo più a muovere un muscolo, ero paralizzato, incredulo. E la guardai bruciare senza poter fare nulla. Rimasi lì per tutto il tempo, finchè il rogo non si spense da solo, inginocchiato di fronte a quello che rimaneva di lei. Le lacrime rigavano il mio volto. Perchè mi aveva impedito di agire? Perchè non mi aveva permesso di uccidere tutta quella gente maledetta? Giurai vendetta, per lei e per noi. L'ultimo barlume della mia umanità si spense insieme a quel fuoco.

New York, 2015.
Erano trascorsi secoli, durante i quali avevo ucciso migliaia di persone. L'oscurità in cui ero rinato mi aveva avvolto completamente. Se mostravo gentilezza o cortesia lo facevo soltanto per avere un ritorno di sangue. Lavoravo come pubblicitario. Era stato facile ottenere quell'incarico. La mia capacità "di convincimento" era aumentata con gli anni. E di anni ne erano passati centinaia.
Passeggiavo in Central Park, fumando una sigaretta ed osservando tutte le mie probabili vittime. Badavo ad ogni singolo dettaglio. E sentivo i loro cuori battere, le loro vene pulsare. Musica per le mie orecchie, cibo per il mio stomaco. Mi sedetti su una panchina. Mi guardai intorno ancora. Ad un certo punto udii un fruscio alle mie spalle, qualcuno si nascondeva dietro di me, in un cespuglio. "E' inutile che celi la tua identità con le foglie, ti ho sentito! Non sei stato molto attento eh?". Mi girai e rimasi senza fiato, senza parole.
Da quel cespuglio spuntò lei, Milady, in carne ed ossa. "Vi avevo detto che sarei tornata, no?". Strabuzzai gli occhi, la guardai ancora per essere certo di non avere le traveggole. Istintivamente presi il suo viso tra le mani e baciai la sua fronte.
"Ehi, tenete le mani a posto, non sono nè sono mai stata di vostra proprietà" disse accigliata.
"Perdonatemi, ma sono così felice di ritrovarvi."
"Non avete mai perso quella brutta umanità eh?"
"In realtà l'avevo spenta, siete voi ad aver riattivato il tutto"
"Senti, confondiamoci con gli umani, sai bene che fine possiamo fare no? Noi siamo diversi da tutti gli altri!"
"Certo, è una buona idea, anche se mi par strano darti del tu"





Passammo tutto il pomeriggio su quella panchina. Riprendemmo a raccontarci, come se non ci fossimo mai separati, ma 400 anni erano stati davvero tanti. Non le chiesi com'era sopravvissuta al rogo, non me l'avrebbe detto. Non mi diceva mai molto di sè, scoprivo (o immaginavo) di lei man mano che parlava di questo o quell'argomento. Si fece sera, la invitai a simulare una cena in un ristorante che frequentavo spesso. Almeno per mantenere le apparenze. Accettò l'invito. Cenammo e passeggiammo per le vie della città trovando sempre qualcosa di cui discorrere.


Passammo poi davanti ad un vicolo stretto e poco illuminato. All'improvviso mi spinse in quella viuzza e mi bloccò contro il muro. Si avvicinò. Il suo viso era così vicino che quasi le sue labbra sfioravano le mie. Mi guardò dritto negli occhi "Mi dispiace garzone, ti avevo detto che la mia specie caccia la vostra. E' stato bello ritrovarsi. E' stato bello sapere che non mi avete dimenticata, ma la guerra è guerra. Avreste dovuto spegnere qualunque sentimento, soprattutto verso di me.".
Sentii quel paletto di legno affondare nel mio cuore. Come 400 anni prima una lacrima rigò il mio volto. Come 400 anni prima il mio cuore si spezzò, ma questa volta fu per sempre.
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« immagine » « video » Carmina Burana ~ O Fortuna ~ Carl Orff Scozia, 1587. Vivevo la mia nuova vita da un tempo relativamente breve. Mi ero trasferito in un paese totalmente diverso dal mio, sia per cultura che per tradizione, cercando di ricominciare un'esistenza da zero che si prospettava ...
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11/07/2021 14:49:52
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A War You Can't Win

04 luglio 2021 ore 13:34 segnala


Nascita. La prima battaglia ha inizio. La Signora dei Demoni, la più temibile, scaglia la sua maledizione su di te.

Fanciullezza. La Signora comincia ad osservarti, a guardare la tua spensieratezza con il ghigno sulla faccia.

Adolescenza. La seconda battaglia. Ti fa fronteggiare "Identità" e "Ribellione", le sue beffarde e maligne guerriere. La sfida si fa seria, vacilli, cadi, ma non sai come nè perchè riesci ad uscirne ancora indenne.

Giovinezza. I tuoi avversari si fanno più tosti, "Prime Volte", "Primi Grandi Errori". Al suolo rivolgi loro uno sguardo di sfida. Raccogli le forze e ancora una volta ce la fai, ti rialzi.

Maturità. La Signora dei Demoni si beffa di te usando "Gioia", ti illude con "Amore", ti sfida con "Dolore", "Sofferenza", "Perdita" e "Lutto". Ti dà e ti toglie, ogni santo giorno, ridendo alle tue spalle.

Continua a ridere guardando la tua anima in pezzi, martoriata da tante battaglie. Le tue ferite sono evidenti e profonde ora. Tu ti alzi a fatica, ma vieni gettato ancora a terra.
E quando arriverà il più grande e sadico degli scontri, non avrai più forza e modo di difenderti. Ti porterà alla tua fine.

E puoi pregare tutti gli dei credendo che ne esista uno, ma semmai va a braccetto con La Signora.

"Voglio che tu sia te stesso. Lasciatelo dire: il senso di colpa è come un sacco pieno di mattoni, non devi fare altro che scaricarlo!
Per chi è che ti incolli tutti quei mattoni, si può sapere? Dio? E' così? Dio...
Beh Kevin, ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio.
A Dio piace guardare. E' un guardone giocherellone, riflettici un po'... Lui da all'uomo gli istinti.
Ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Te lo giuro che lo fa per il suo puro divertimento...
Per farsi il suo bravo, cosmico spot pubblicitario del film.
Fissa le regole in contraddizione, una stronzata universale.
Guarda ma non toccare, tocca ma non gustare, gusta ma non inghiottire.
E mentre tu saltelli da un piede all'altro lui che cosa fa?
Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate! Perché è un moralista! E' un gran sadico!
E' un padrone assenteista, ecco che cos'è! E uno dovrebbe adorarlo? No, mai!"


Questa guerra non la puoi vincere, a meno che non usi l'unica arma che hai a tua disposizione: il Libero Arbitrio.

{L'Avvocato del Diavolo - 1997 - Keanu Reeves, Al Pacino, Charlize Theron - Scena Finale 02:06:45 ... rende l'idea...}


Solo i morti hanno visto la fine della guerra.
Platone
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« immagine » Nascita. La prima battaglia ha inizio. La Signora dei Demoni, la più temibile, scaglia la sua maledizione su di te. Fanciullezza. La Signora comincia ad osservarti, a guardare la tua spensieratezza con il ghigno sulla faccia. Adolescenza. La seconda battaglia. Ti fa fronteggiare "I...
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The Sentence

02 maggio 2021 ore 19:02 segnala

"In piedi!
Caso 1975, numero di ruolo 11-11. Presiede il giudice La Vita."

"Seduti prego."
"Non avendo lei diritto ad un avvocato, ha qualcosa da dire prima che venga pronunciata la sentenza?"
"No Vostro Onore."
"Questa corte dichiara l'imputato COLPEVOLE:
di aver tentato di farsi accettare da famigliari ed amici
di aver posto sempre davanti a sè le persone che ha amato
di aver cercato di regalare un sorriso a chi ne avesse bisogno, nonostante si sentisse bruciare dentro
di aver cercato di migliorare sè stesso e le situazioni troppo complicate
di aver cercato in tutti i modi di sapere, conoscere, con curiosità
di aver badato a qualsiasi dettaglio del quotidiano e non, diventando iper sensibile
di aver amato all'inverosimile, perdonando anche l'imperdonabile
di aver amato gli animali più delle persone
di essersi isolato per non essere ferito e non ferire"


"Visti i capi d'accusa suddetti e la gravità degli stessi condanna l'imputato
alla perdita totale o parziale di chiunque abbia amato o tenti di amare o di chiunque gli faccia provare una benchè minima emozione;
alla diffidenza totale verso e dalle persone che si avvicinino troppo;
ad avere cultura, intelligenza, curiosità che non saranno mai sufficienti;
a non poter realizzare alcun sogno;
ad essere incatenato nel più profondo buio e ad un'eterna prigionia dell'anima in un corpo che non possa controllare e gestire cosicchè chiunque, vedendolo, possa soltanto provare eventuale pietà, ma mai altro sentimento.



Così è deciso, l'udienza è tolta."
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« immagine » "In piedi! Caso 1975, numero di ruolo 11-11. Presiede il giudice La Vita." "Seduti prego." "Non avendo lei diritto ad un avvocato, ha qualcosa da dire prima che venga pronunciata la sentenza?" "No Vostro Onore." "Questa corte dichiara l'imputato COLPEVOLE: di aver tentato di farsi ac...
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Attrazione da Circo

02 maggio 2021 ore 18:54 segnala
Era una persona estremamente riservata, timida, cui non piaceva esporsi se non quando era strettamente necessario o quando lo ritenesse davvero un valido motivo. Rimaneva in disparte ad osservare il mondo, cogliendo ogni singolo dettaglio d'espressione, ogni tonalità di colore, luci ed ombre, sfumature di vario genere. Amava e temeva allo stesso tempo la propria oscurità, sapeva che quando si rifugiava in essa poteva non uscirne o cambiare radicalmente. Le tenebre l'avevano avvolto in parecchi frangenti, l'avevano raffreddato e reso più razionale, meno emotivo.
Ciò nonostante manteneva una piccola fiamma accesa, talmente piccina da illuminare appena la sua anima di luce fioca e tenue.
Col tempo aveva preso le distanze da quel mondo che non sentiva il suo, da quegli esseri in cui non trovava umanità di alcun genere, nè rispetto dei valori nè degli altri esseri viventi, nè delle emozioni.
Viveva pacatamente, anche se, quando punto sul vivo in merito a cose o persone a cui teneva particolarmente, diventava una furia che travolgeva tutto quanto gli si parava davanti, come un fiume in piena, senza pietà alcuna.
Dopo aver trascorso un periodo in isolamento, per privarsi di condizionamenti di vario tipo che gli intaccavano l'esistenza, nel vagare senza meta alcuna, si ritrovò in un luogo particolare. Si sorprese quasi, guardandosi intorno, di ciò che vide.
Una serie di stereotipi classificabili in modo semplice, migliaia di personaggi tutti uguali, con volti dalle espressioni false, privi di emozioni, grigi, tetri. Sentì quasi di perdersi in tutta quella piattezza.
Come sempre faceva però, non si fermò davanti all'apparenza. Ciò che sta dietro a persone e cose può rivelarsi del tutto diverso. Osservò, in silenzio, continuando a camminare, quella moltitudine di facce che dicevano tutte le stesse cose.
Ad un certo punto, da lontano, scorse qualcuno che "stonava" rispetto al resto. Si spostò di qualche metro e poi di altri ancora, girando in tondo, senza togliere lo sguardo. Esaminò tutti i suoi movimenti, le sue espressioni, i gesti. Si, era davvero qualcuno di diverso.
Timidamente provò ad avvicinarsi, sperando che le loro comuni diversità spiccassero, sperando che la sua diversità venisse notata.
Tentennava, la sua timidezza ed il rispetto, che portava anche verso chi non conosceva affatto che dimostrava però di essere particolare, gli impedivano di fare ulteriori passi. Cercò comunque di tentare un modesto approccio fatto di sguardi, di sorrisi e gesti delicati. Avrebbe voluto fare molto di più, ma la sua diffidenza gli impediva di andare oltre, di osare di più. Sperava che ci fosse intraprendenza dall'altra parte. Invece no, nulla, anzi gli sembrò quasi che ci fosse di nuovo distanza, quella che c'era sempre stata quando due entità sono l'un l'altra sconosciute. Si rattristò e, cercando di distrarsi, notato più in là un grande tendone, vi entrò.
Percorse quella specie di corridoio e si ritrovò in un grande palco, circondato da quei personaggi tutti uguali. Al centro del palco c'era quell'entità che girandosi, puntando il dito verso di lui disse: "E' arrivato, signore e signori, guardate tutti il....Fenomeno da Baraccone!! Un applausoooooooooo".
Cominciò ad arretrare, con gli occhi sbarrati su ciò che stava accadendo, un passo dietro l'altro, rosso in viso per la vergogna, fino ad uscire completamente da quel luogo.
Si sentì deriso, additato, iper osservato. Avrebbe voluto soltanto parlare con quell'entità che sentiva diversa come lui, ciò che era accaduto non era ciò che voleva, egli non era ciò che avevano detto essere, non era chi avevano pensato lui fosse. Camminò così tanto e così in fretta da allontanarsi quasi completamente da quel posto malato dove l'avevano trasformato in attrazione di un circo in cui i mostri erano normalità e la normalità un mostro.

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Era una persona estremamente riservata, timida, cui non piaceva esporsi se non quando era strettamente necessario o quando lo ritenesse davvero un valido motivo. Rimaneva in disparte ad osservare il mondo, cogliendo ogni singolo dettaglio d'espressione, ogni tonalità di colore, luci ed ombre,...
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02/05/2021 18:54:37
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