Siddharta H.Hesse

17 febbraio 2011 ore 20:33 segnala

Ho letto questo libro molti anni fa, mi colpi il modo in cui il protagonista non si curasse affatto delle cose del mondo, l'unica sua preoccupazione era la ricerca della dottrina vera, della saggezza. Egli apprende che non esiste una dottrina vera ed unica, e si imbatte nel mondo degli uomini, vive insieme a loro conoscendone le debolezze, le miserie. Giace con una donna che gli insegna tutte le arti dell'amore,si lascia invaghire, si concede al peccato.. trova un lavoro e impara l'arte del commercio, un lavoro che gli permette di arricchirsi,comprende le avidità degli uomini..ma egli non è mai completamente un uomo come gli altri, non diventa mai come loro,come gli uomini bambini, egli rimane un samana..una piccola parte di se è sempre altrove, è sempre rivolto alla ricerca di quel qualcosa che da senso al tutto.

Mi sentivo un po come lui, anch'io mi sentivo di non appartenere al mondo che mi circondava, ero una spettatrice, sono sempre stata una spettatrice, estranea alla realtà e non perchè non vi partecipassi, ma perchè a volte non la "sentivo" semplicemente, ero assente.

"A volte percepiva, nella profondità dell'anima, una voce lieve, spirante, che piano lo ammoniva, piano si lamentava, così piano ch'egli appena se ne accorgeva. Allora si rendeva conto per un momento che viveva una strana vita, che faceva cose ch'erano un mero gioco, che certamente era lieto e talvolta provava gioia, ma che tuttavia la vita vera e propria gli scorreva accanto senza toccarlo. Come un giocoliere con i suoi arnesi, così egli giocava coi propri affari e con gli uomini che lo circondavano, li osservava, si pigliava spasso di loro: ma col cuore, con la fonte dell'essere suo, egli non era presente a queste cose. E qualche volta rabbrividì a simili pensieri, e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere e di esistere realmente, e non solo star lì come uno spettatore."

"Solo lentamente, tra le sue crescenti ricchezze, Siddharta aveva preso qualcosa delle maniere degli uomini-bambini, qualcosa della loro puerilità e della loro timidità. Eppure li invidiava, li invidiava tanto più quanto diventava simile a loro. Li invidiava per l'unica cosa che a lui mancava e che loro possedevano, per l'importanza che essi riuscivano ad attribuire alla loro vita, per la passionalità delle loro gioie e delle loro paure, per l'angoscia ma dolce felicità del loro stato di innamorati eterni. Di sé, di donne, dei loro bambini, di onori e di ricchezze, di progetti e speranze, sempre questi uomini sono innamorati. Ma appunto questo egli non riusciva ad imparare da loro, questa gioia infantile e questa infantile follia."

 

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Ho letto questo libro molti anni fa, mi colpi il modo in cui il protagonista non si curasse affatto delle cose del mondo, l'unica sua preoccupazione era la ricerca della dottrina vera, della saggezza. Egli apprende che non esiste una dottrina vera ed unica, e si imbatte nel mondo degli uomini, vive... (continua)
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17/02/2011 20:33:59
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