AMORE E PSICHE

14 febbraio 2015 ore 20:47 segnala
Psiche, una bellissima fanciulla che non riesce a trovare marito, diventa l'attrazione di tutti i popoli vicini che le offrono sacrifici e la chiamano Venere (o Afrodite). La divinità, saputa l'esistenza di Psiche, gelosa per il nome usurpatole, invia suo figlio Eros (o Cupido) perché la faccia innamorare dell'uomo più brutto e avaro della terra e sia coperta dalla vergogna di questa relazione, ma il dio sbaglia mira e la freccia d'amore colpisce invece il proprio piede ed egli si innamora perdutamente della fanciulla. Intanto, i genitori di Psiche consultano un oracolo che risponde:

« "Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla ed esponila, o re, su un'alta cima brulla. Non aspettarti un genero da umana stirpe nato, ma un feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l'aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui, orrore ne hanno i fiumi d'Averno e i regni bui."(IV, 33) »

Psiche viene così portata a malincuore sulla cima di una rupe e lì viene lasciata sola. Con l'aiuto di Zefiro, Cupido la trasporta al suo palazzo dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre Venere, la fa sua; così per molte notti Eros e Psiche bruciano la loro passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto; Psiche è prigioniera nel castello di Eros, legata da una passione che le travolge i sensi.
Una notte Psiche, istigata dalle sorelle, che Eros le aveva detto di evitare, con un pugnale ed una lampada ad olio decide di vedere il volto del suo amante, nella paura che l'amante tema la luce per la sua natura malvagia e bestiale. È questa bramosia di conoscenza ad esserle fatale: una goccia d'olio cade dalla lampada e ustiona il suo amante:

« … colpito, il dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d'improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa (V, 23) »

Fallito il tentativo di aggrapparsi alla sua gamba, Psiche straziata dal dolore tenta più volte il suicidio, ma gli dei glielo impediscono. Psiche inizia così a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo, si vendica delle avare sorelle e cerca di procurarsi la benevolenza degli dei, dedicando le sue cure a qualunque tempio incontri sul suo cammino. Arriva però al tempio di Venere e a questa si consegna, sperando di placarne l'ira per aver disonorato il nome del figlio.

Venere sottopone Psiche a diverse prove: nella prima, deve suddividere un mucchio di granaglie con diverse dimensioni in tanti mucchietti uguali; disperata, non prova nemmeno ad assolvere il compito che le è stato assegnato, ma riceve un aiuto inaspettato da un gruppo di formiche, che provano pena per l'amata di Cupido. La seconda prova consiste nel raccogliere la lana d'oro di un gruppo di pecore. Ingenua, Psiche fa per avvicinarsi alle pecore, ma una verde canna la avverte e la mette in guardia: le pecore diventano infatti molto aggressive con il sole e lei dovrà aspettare la sera per raccogliere la lana rimasta tra i cespugli. La terza prova consiste nel raccogliere acqua da una sorgente che si trova nel mezzo di una cima tutta liscia e a strapiombo. Qui viene però aiutata dall'aquila dello stesso Giove.
L'ultima e più difficile prova consiste nel discendere negli Inferi e chiedere alla dea Proserpina (o Persefone) un po' della sua bellezza. Psiche medita addirittura il suicidio tentando di gettarsi dalla cima di una torre; improvvisamente però la torre si anima e le indica come assolvere la sua missione. Durante il ritorno, mossa dalla curiosità, apre l'ampolla (data da Venere) contenente il dono di Proserpina, che in realtà altro non è che il sonno più profondo. Questa volta verrà in suo aiuto Eros, che la risveglia dopo aver rimesso a posto la nuvola soporifera uscita dall'ampolla e va a domandare aiuto a suo padre.

Solo alla fine, lacerata nel corpo e nella mente, Psiche riceve con l'amante l'aiuto di Giove: mosso da compassione il padre degli dei fa in modo che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene una dea e sposa Eros. Il racconto termina con un grande banchetto al quale partecipano tutti gli dei, alcuni anche in funzioni inusuali: per esempio, Bacco fa da coppiere, le tre Grazie suonano e il dio Vulcano si occupa di cucinare il ricco pranzo.

Più tardi nasce la figlia, concepita da Psiche durante una delle tante notti di passione dei due amanti prima della fuga dal castello. Questa viene chiamata Voluttà, ovvero Piacere.
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« immagine » Psiche, una bellissima fanciulla che non riesce a trovare marito, diventa l'attrazione di tutti i popoli vicini che le offrono sacrifici e la chiamano Venere (o Afrodite). La divinità, saputa l'esistenza di Psiche, gelosa per il nome usurpatole, invia suo figlio Eros (o Cupido) perché ...
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14/02/2015 20:47:01
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sono rimasta folgorata da questa canzone.

13 febbraio 2015 ore 18:25 segnala
Grazie amico mio, anche se sono pochi giorni che ci conosciamo, ti ringrazio, già sento di esser "cresciuta" cambiata, migliorata. La canzone che mi hai mandato mi piace da morire, perciò la metto qui.

%-)

Ciao Luciano!

19 ottobre 2014 ore 20:39 segnala
Eccomi qui a scriverti.
Sola finalmente, dopo queste giornate concitate, piene di gente che mi fa le condoglianze per la tua dipartita.
Innanzitutto vorrei ringraziarti, caro Luciano, per avermi insegnato la dignità nella malattia, la voglia di vivere che non ti è mai mancata neppure pochi minuti prima che tu ti spegnessi.
Avrò sempre negli occhi e nel cuore il tuo respiro pesante, il tuo aggrapparti, con tutto te stesso alle sbarre del tuo letto per succhiare l'aria.
Quante volte ho temuto quel momento! Quante volte ho pregato di non essere sola quando fosse giunta la tua ultima ora, avevo paura.....paura della morte, paura di non riuscire ad aiutarti se tu ne avessi avuto bisogno.
Invece il destino ha voluto che proprio io, il tuo "gioppino" fossi lì...presente come in tantissimi momenti che hanno segnato la tua malattia in questi ultimi mesi.
Avevamo un rapporto speciale noi due, riuscivamo a capirci al volo.
Ridevamo come matti per battute che solo noi due potevamo capire, gli altri non sapevano, non potevano entrare nel nostro "mondo"....qualcuno ci ha anche invidiato, sappilo.
Quando ti è mancata la voce, quante volte io sono stata la tua voce, traducendo per gli altri quello che sussurravi. Quando il mattino venivo ad aiutarti, tu non ti sei mai lamentato con me, ed io avevo una delicatezza come se tu fossi il più prezioso dei tesori.
Anche quando mi rimproveravi la mia esuberanza, facevi il serio, mentre sotto i baffi ridevi come un matto, con la tua solita ironia che ti contraddistingueva.
Ora, questo è il mio ultimo saluto, come le chiacchierate che ci facevamo quando eravamo soli al tuo capezzale, ricordi?
Grazie, suocero, maestro, ma soprattutto amico caro, ti vorrò sempre bene, come vorrò bene alle tue tante qualità e ai tuoi difetti.
Ciao Luciano! il tuo gioppino
Laura
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Eccomi qui a scriverti. Sola finalmente, dopo queste giornate concitate, piene di gente che mi fa le condoglianze per la tua dipartita. Innanzitutto vorrei ringraziarti, caro Luciano, per avermi insegnato la dignità nella malattia, la voglia di vivere che non ti è mai mancata neppure pochi minuti...
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19/10/2014 20:39:41
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non riesco più a volare

29 agosto 2014 ore 21:14 segnala
Non so più volare...
Quella parte di me che tanto mi era cara, di cui tanto ero gelosa, ha l'elettroencefalogramma piatto....non sento e non provo più nulla. Mi sento come un guscio vuoto....eppure da qualche parte so che c'è la parte di me che ancora spera in qualcosa di bello e di grande....ma dov'è?
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Non so più volare... Quella parte di me che tanto mi era cara, di cui tanto ero gelosa, ha l'elettroencefalogramma piatto....non sento e non provo più nulla. Mi sento come un guscio vuoto....eppure da qualche parte so che c'è la parte di me che ancora spera in qualcosa di bello e di grande....ma...
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NON VOGLIO NIENTE....

19 febbraio 2014 ore 20:07 segnala
solo dimenticare....lobotomia, amnesia, oblio.....

......

21 dicembre 2013 ore 07:07 segnala
La morte non è niente.
Sono solamente passato dall'altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.
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La morte non è niente. Sono solamente passato dall'altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello...
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