Nei dintorni d'agosto

25 luglio 2013 ore 14:48 segnala
Di tanto in tanto, nei dintorni d'Agosto, pensi che esser in vita è una questione di responsabilità.
Mentre vai col finestrino abbassato e il braccio fuori steso lunghissimo che sembra che ti aggrappi all'aria, lo pensi, a quell'ora che c'hai un po' fame e l'aria che c'è a quell'ora nei dintorni d'agosto è quella che fa diventare l'acqua del fosso molle come l'olio e ti ricordi quando ti capitava di vedere quelli che nuotano da soli nella piscina e pensi che son bravi perché fanno pochissimo rumore e sembra che nuotano nell'olio, e tu pensi che non far tanto baccano sia una questione di bravura, di talento.
Mentre torni a casa, la casa di mamma che poi è quella che è sempre aperta, lo pensi, che ci trovi l'odore della cena e le due o tre parole scelte con cura che non è mica facile farti ridere, e nemmeno sorridere, e allora per una volta sorridi prima d'ogni parola e ti ricordi quando ti capitava d'incontrare una persona che ti stava davanti e ti faceva l'effetto del regalo da scartare quando sai che comunque è un giocattolo, e pensi che ridere è una questione di bravura, di talento.
Mentre te ne torni a poggiare il culo sulla tua solita sedia girevole, in mezzo a quei muri che tutta la forma ed il colore che c'hanno t'è passata tutta fra le mani, lo pensi, e però prima il gatto ti fa l'agguato da dietro lo scalino in fondo, e pure quello lo devi alle tue mani, e ti vengono in mente tutti i morsi e i graffi di Timoteo, di Figaro, e pensi che mordere e graffiare sia una questione di bravura, di talento.
Mentre ti bevi la birra, lo pensi, mentre pensi che c'ha lo stesso sapore di un anno fa e non dovrebbe avercelo, mentre guardi un altro film e capita che un sorso ti va giù come una cazzo di pallina da ping pong e pensi a tutte quelle che hai ingoiato e che hai fatto ingoiare e ti ricordi di quel figlio di puttana che ti ha picchiato sul lungarno vent'anni fa e ancora non sai perché e tutto sommato il livido non era diverso dagli altri e allora pensi che guarire è una questione di bravura, di talento.
E la bravura, il talento, sono una questione di responsabilità.
E tu non lo sapevi.

Favola di natale

05 giugno 2013 ore 17:11 segnala
ambiente invernale e natalizio, una baita isolata vista dall'esterno schiarisce la neve intorno con la luce che fugge dalle finestre denunciandone la vita che vi si svolge.
All'interno, di fronte al camino acceso, un uomo anziano seduto su una sedia a dondolo conversa e dà soddisfazione a quello che verosimilmente è il piccolo nipote sdraiato a pancia in giù sul tappeto rosso rispondendo alle sue fantasiose e pressanti curiose domande.
"NonnoVito, ma perché il natale si chiama Natale?"
"Eh, ha questo nome perché celebra una nascita, oggi è nato gesù bambino"
"NonnoVito, ma perché babbo natale porta i regali?"
"Eh, perché i bambini che sono stati buoni sono come gesù, e allora lui fa come i re magi"
"NonnoVito, ma perché in cima all'albero di natale c'è sempre un angioletto?"
Il sorriso accomodante di NonnoVito improvvisamente lascia il posto ad un espressione penetrante ed inquisitoria, di quelle che spaventano ed affascinano.
"Piccolo mio, per raccontarti il motivo di quest'usanza si deve risalire fino al primo natale della storia di tutti i natali..."
Gli occhi del bambino si fanno grandi e pieni di curiosità, NonnoVito sapeva bene le sue parole sarebbero state la porta del convento che si apre davanti al vagabondo. Così il giovane nipotino, senza proferir parola si sistema seduto a gambe incrociate ed il viso sorridente sorretto dai pugni sotto il mento erano non meno di quanto bastava a NonnoVito per far uso del suo stesso ruolo di narratore.
"Allora. Era il primo natale della storia di tutti i natali e, come puoi immaginare, BabboNatale era molto nervoso, era come il primo giorno di scuola, e due ore prima dell'inizio del primo natale di tutti i natali, ricontrollava mentalmente che tutto fosse in ordine. Ripercorreva mentalmente tutti i preparativi per continuare ad esser sicuro che tutti i pacchetti avessero il loro fiocco, che le renne fossero ben nutrite, che la slitta e le redini fossero ben oliate, e tutto pareva senza dubbio in ordine e perfettamente sistemato. Pareva proprio che BabboNatale non avesse altro da fare che guardare le lancette dell'orologio di natale scorrere, ma in una maniera che gli parve drammaticamente lenta. "Adesso sai che faccio?", pensò BabboNatale, "per avvantaggiarmi un po' metto sù il costumino di natale". E così se ne andò nell sua cameretta di natale dove sul letto, perfettamente stirato ed inamidato, era poggiato il completo ufficiale di BabboNatale.
Per prima indossò la camicia di natale, bianca e profumata, e subito dopo il gilet di natale, morbido e vellutato, ma non poté fare a meno di notare che il tutto era forse una taglia meno del necessario. "Avevo detto alle fatine di natale di cucirmi il vestito un paio di taglie in più, avevo detto, io, che quando sono nervoso mangio e ingrasso, ma loro no! Le precisine dovevano fare" sbottò BabboNatale con voce grave. "Poco male", pensò, "indossandolo adesso magari un po' cede".
Così fu la volta dei pantaloni di natale, caldi ed avvolgenti, e poi degli scarponi di natale, comodi e robusti. Ma quando BabboNatale si chinò per allacciare gli scarponi, un lacerante e terribile rumore riempì la stanza ed il petto di BabboNatale di un altrettanto terribile sospetto di cosa potesse mai esser accaduto. Voltandosi verso lo specchio ebbe allora la conferma del disastro avvenuto: Un terribile squarcio di natale sui pantaloni appena indossati proprio in mezzo alle chiappe di natale, e dal quale si potevano ormai vedere e distinguere chiaramente i mutandoni di natale dei quali BabboNatale andava sì fiero, ma non al punto da volerli mostrare!
Il sospetto lascio posto alla certezza, la certezza, a sua volta e condita dall'emozione e l'ansia da prestazione, al raccapriccio.
BabboNatale cercò di non perdere la testa, un imprevisto era messo in conto, e meno male che aveva deciso di indossare il costume con largo anticipo. Complimentandosi per la sua stessa lungimiranza non fece altro che quello che sarebbe parso più logico a chiunque: Una telefonata alle fatine di natale per rimediare al piccolo inconveniente.
Un numero dopo l'altro e la telefonata fu presto composta, ma dall'altro capo del filo, dopo pochi segnali di chiamata, non si ottenne che il messaggio registrato e recitato da una segreteria. "Aahh, me l'hanno fatta, quelle fatine!!" pensò BabboNatale, che non avendo altra scelta, dopo il -BIP- lasciò un messaggio in cui richiedeva pronto ed efficace soccorso.
Da uomo saggio quale BabboNatale era per prima cosa pensò che in ogni caso non avrebbe mai dovuto perdere la calma, che una soluzione si sarebbe in ogni caso trovata. Da buon leader pensò che nessun allarmismo avrebbe prodotto niente di buono, e così pensando ebbe fiducia che le fatine avrebbero presto richiamato e lui avrebbe rivolto loro la parola con la sua consueta dolcezza mista a ferma autorità, e per far ciò pensò che fosse il caso di prepararsi una di quelle tisane che gli avevano preparato i folletti dei boschi proprio per calmare i nervi nei momenti di stress natalizio.
Detto e fatto in un attimo il bollitore con l'acqua già fischiava sul fuoco e BabboNatale si sarebbe presto ritrovato comodamente seduto sulla sua poltrona di natale preferita a sorseggiare la sua tisana aspettando la sicura chiamata delle fatine.
Ma al momento in cui la credenza di natale fu aperta nella parte alta, dov'erano conservate le tisane, un tripudio di ciottoli, pentolini, tazzine, piattini erbe tisane mestoli e gingilli caderono dalla credenza facendo sembrare l'aprir le ante come abbattere una diga. La sorpresa e il frastuono furono tali che BabboNatale si prese un bello spavento e contemplando tutto il disordine sul pavimento della cucina di natale ebbe un bel da fare a trattenere una gran parolaccia di natale!
Con il cuore in gola per l'ansia e lo spavento, si chinò per frugare tra le cianfrusaglie in cerca della benedetta tisana ed allora un rumoraccio ormai noto di stoffa che si lacera lo fece d'istinto scattare di nuovo ritto in piedi.
Oh, sorte ria, scattando in piedi, BabboNatale, prese proprio lo spigolo di un'anta lasciata aperta sul sopracciglio di natale provocandogli un profondo taglio che ben presto sanguinò imbrattando tutta la camicia di natale. Il dolore e lo sconforto furono tali che BabboNatale barcollò, e cercando un appiglio ebbe a urtare proprio il bollitore di natale con l'acqua bollente sul fuoco rovesciando l'acqua che conteneva sui pantaloni, gli scarponi, e tutto il resto delle cianfrusaglie per terra, comprese le tisane, cosicché sul pavimento si formò una poltiglia marrone densa e scivolosa.
BabboNatale accettò i suoi limiti e lasciò che l'ira si tramutasse in un poderoso pugno scagliato sulla credenza di natale che però non fece che aggiungere dolore al dolore ed ira all'ira. "Tisana ho detto e tisana sarà!!!" urlò babbo natale così forte che si poté udire fino al polo sud, raccolse il bollitore di natale, lo riempì di nuova acqua e lo scagliò sul fornello così forte che una buona metà ne schizzò fuori ancora.
Ma proprio in quel momento squillò penetrante in telefono di natale! "Le fatine!" esultò BabboNatale, e con i pantaloni fradici e strappati, il viso e la camicia insanguinate e la mano dolorante fece per correre al telefono così forte che scivolò sulla poltiglia marrone cadendo fragorosamente sulla chiena finendo per inzaccherare anche tutto il gilet di natale. Stoicamente, però, raccolse le forze e strisciò fino al telefono lento ma inesorabile urlando a squarciagola tutte le peggiori parolacce di natale che i vocabolari dell'epoca mettevano a disposizione con una precisione enciclopedica. Arrivato al telefono però scoprì d'esser stato troppo lento, perché smise di squillare proprio nel momento in cui BabboNatale sollevò la cornetta allungandosi disperato dal pavimento e non sentì altro che il - TUTU - del tono di libero che mai gli fu parso più odioso.
A BabboNatale il vocabolario a disposizione non fu più sufficiente, e coniò appositamente almeno venti nuove parolacce di natale tutte ben più terribili delle precedenti.
Fece per richiamare le fatine. Occupato.
Il bollitore sul fuoco iniziò a fischiare molestamente.
D'improvviso il suono del campanello della porta.
Il bollitore fischiava sempre più forte.
Il telefono squillò ancora, e stavolta BabboNatale rispose subito ma farfugliando di guerre e pestilenze miste ad altre venti nuove parolacce.
Il campanello della porta continuava a suonare con un insistenza degna della quarant'unesima parolaccia.
Il bollitore ormai urlava come un gallo dal collo tirato.
Al campanello della porta, insistente, s'erano aggiunti colpi sul battente.
Col telefono in mano BabboNatale tentò di raggiungere la porta, e striscia striscia tirò tanto il filo del telefono da strapparlo!
BabboNatale creò la parolaccia di natale perfetta unendo tutte le quarant'uno precedenti in un'unica sola.
Il bollitore in quel momento esplose.
Il campanello della porta non accennava a smettere.
BabboNatale bagnato, lacero, sporco, insanguinato e dolorante raggiunse ed aprì la porta paonazzo in volto e le vene pulsanti fuori del collo.
Lì c'era un angioletto che alla vista di quel BabboNatale deglutì, e con un filo di voce chiese "BabboNatale, qui c'è l'albero. Dove lo metto?"
E da allora, piccolo mio, ogni anno sulla punta dell'albero di natale per tradizione v'è infilato un angioletto."
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ambiente invernale e natalizio, una baita isolata vista dall'esterno schiarisce la neve intorno con la luce che fugge dalle finestre denunciandone la vita che vi si svolge. All'interno, di fronte al camino acceso, un uomo anziano seduto su una sedia a dondolo conversa e dà soddisfazione a quello...
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brano dal racconto "L'oro del mondo"

27 aprile 2013 ore 04:16 segnala
...Quell'idea dei vasi comunicanti l'aveva capita all'improvviso.
Gli era saltata in mente conoscendo quella giovane locandiera dall'aspetto trasandato ed elegante al tempo stesso, quando si rendeva conto che senza accorgersene i lati della sua stessa bocca s'allontanavano accennando un sorriso ogni volta che ne vedeva nascere uno lucente da lei.
Una questione d'empatia, immagino io.
Nonostante la sua doveva parere più una smorfia che un sorriso Alino sapeva bene che i muscoli che utilizzava dovevano esser necessariamente identici a quelli di lei.

"Il principio dei vasi comunicanti è quel principio fisico secondo il quale un liquido contenuto in due o più contenitori comunicanti tra loro, in presenza di gravità, raggiunge lo stesso livello dando vita ad un'unica superficie equipotenziale."

Ed era proprio così.
Quella giovane aveva una particolarità, forse un vezzo, portava a tracolla una borraccia, ma non la utilizzava mai. Non le serviva a mescere vino ai commensali. Non le serviva a placare la sete che doveva scaturire dalle sue fatiche.
Non le serviva a niente.
A ben guardare la borraccia era vecchia e lisa, si sarebbe potuta definire un vero colabrodo con un buco in particolare, più in basso di tutti, anche più grande ed evidente degli altri.
Alla fine, pare, Alino trovò il coraggio d'intervistare la ragazza, e lei parve sorpresa e soddisfatta della domanda, come se desiderasse, pur non aspettandoselo, che prima o poi qualcuno le chiedesse di quella sua borraccia per poter rispondere che conteneva i suoi ricordi.
L'obiezione di Alino fu quasi una conseguenza naturale del parlare, un obiezione doverosa e spontanea come è lecito aspettarsi il volo da un paio d'ali spiegate. Così perdi i tuoi ricordi, le fece notare Alino. Ma il sorriso di lei pareva denunciare ancor prima di parlare che la risposta avrebbe chiuso l'argomento, in poche battute, come quando si affrontano le ovvietà.
Questo pareva che la borraccia fosse per quella donna, un'ovvietà.
Sono solo i ricordi sul fondo della borraccia a cadere, e questo è un bene. In questo modo c'è sempre posto in alto, a portata di sguardo, per quel che voglio ricordare domani. I buchi di questa borraccia mi ricordano che posso e devo lasciar andare, così come è giusto lasciare che un fiore sia alla portata di tutti e sia il mondo e la pioggia a prendersene cura. Al chiuso, ovunque altrove, appassisce e muore, ed io non voglio che i miei ricordi muoiano con me, che la mia stessa vita muoia con me, e preferisco che non mi appartenga per sempre, preferisco che le tracce di me fioriscano ovunque io abbia camminato, se ben ricordo che non devo esserne gelosa.
Alino credette di sentirsi innamorato della ragazza, e credette che la cosa più ovvia fosse di chiederle di seguirlo. Ma pure capì bene la lezione della borraccia. E non le chiese mai di partire, non di seguirlo, sarebbe stato geloso di quel fiore e probabilmente sarebbe allora appassito.
Alino bucò la sua borraccia, tornò da lei per guardarla un'ultima volta perché fosse il primo contenuto della sua nuova vita. La guardò a fondo, e fece ancora un paio di volte quella smorfia che a lui parevano sorrisi tali e quali. Poi appuntò su un suo foglio:

"tutta l'acqua è solo acqua finché non diventa linfa. Tutto il fiume è solo fiume finché non diventa il mare."

E partì. E cominciò a seminare il suo bell'amore grondante dalla sua borraccia ovunque andasse.
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...Quell'idea dei vasi comunicanti l'aveva capita all'improvviso Gli era saltata in mente conoscendo quella giovane locandiera dall'aspetto trasandato ed elegante al tempo stesso, quando si rendeva conto che senza accorgersene i lati della sua stessa bocca s'allontanavano accennando un sorriso ogni...
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27/04/2013 04:16:49
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Il vento fa il giro

29 marzo 2013 ore 00:46 segnala
io quando ti incontro
ho una fretta di mani
ed è come a quei tempi
in cui facevan' aeroplani

a volte mi arrendo
ed altre ti sogno
a un tiro di schioppo, e penso
"com'è piccolo il mondo"

e quando ci penso
la strada è un giochino
mi si srotola in testa
e con quella cammino

e quando ti volti
io non vedo l'ora
ho una fame da lupi
e non ho fissa dimora

e a volte mi spoglio
ed altre ti aspetto
e ripenso alle cose
che non ti ho mai detto

ma quando ti parlo
la luce fa il giro
mi si accende in bocca
e con quella ti ammiro

io quando ti scrivo
poi mi guardo allo specchio
do un bacio all'inchiostro
e mi bevo i tuoi occhi

e quando ti penso
la strada è un giochino
mi si srotola in testa
e con quella cammino

e quando ti guardo
il vento fa il giro
si tuffa negli occhi
e con quelli respiro

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io quando ti incontro ho una fretta di mani ed è come a quei tempi in cui facevan' aeroplani a volte mi arrendo ed altre ti sogno a un tiro di schioppo, e penso "com'è piccolo il mondo" e quando ci penso la strada è un giochino mi si srotola in testa e con quella cammino E quando ti volti...
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29/03/2013 00:46:33
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Fra il perderti e l'averti

26 febbraio 2013 ore 16:30 segnala
amore del risveglio
avanzo del mio sogno
non con te ma in te
come carcere e ricovero
per membra scellerate
violente per talento
che lacerano il ventre
per abitarti in grembo
come mani consumate
a inseguire non-amore
la mia mente sconquassata
fra il perderti e l' averti
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amore del risveglio avanzo del mio sogno non con te ma in te come carcere e ricovero per membra scellerate violente per talento che lacerano il ventre per abitarti in grembo come mani consumate a inseguire non-amore la mia mente sconquassata fra il perderti e l' averti
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26/02/2013 16:30:54
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La fine del mondo

09 gennaio 2013 ore 15:22 segnala

Se il tempo che passo pensando a te da quel giorno che c'avevano detto che finiva il mondo e che infatti io pure a un certo punto dentro alla prima vettura della piazza mi sono detto "caspita, è la fine del mondo", se il tempo, dicevo, che passo pensando a te da allora fosse un argomento, sarebbe un argomento lungo così e impegnativo, e poi però pure bello, e forse un po' commovente e forse un po' pure per te, da far pensare a quei matrimoni coi botti e il vino e le stelle filanti e i saltimbanchi.
Ché io c'ho voglia di farti tutte quelle cose dell'amore che si fanno, e fare la capannella con la coperta che fuori ci fa freddo e dentro ci stai tu, e un biscotto, ma tu di più. Ché c'ho voglia di farti tutte quelle cose magiche dell'amore che uno alla fine deve dire che sta bene, che uno quando gli fanno quell'abbraccio spaziale che ci vogliono le braccia e pure le gambe e tutto il resto finisce che pensa che c'ha quello che gli serve. Ché c'ho voglia di farti tutte quelle facce buffe dell'amore che si fanno e che fanno ridere e ti fanno dire "che incubo felice!".
Se il tempo che passo pensando a te da quel giorno che c'avevano detto che finiva il mondo lo passassi a farti tutte le cose dell'amore che c'ho voglia di farti sarebbe un mondo come lo volevo io.
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« video » Se il tempo che passo pensando a te da quel giorno che c'avevano detto che finiva il mondo e che infatti io pure a un certo punto dentro alla prima vettura della piazza mi sono detto "caspita, è la fine del mondo", se il tempo, dicevo, che passo pensando a te da allora fosse un argomento...
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Recensione di "giocattoli e bugie" su Il Tonnuto

14 maggio 2012 ore 12:01 segnala
di Rho Mauro

Ernesto Fontanella originario di Napoli ma ben presto trasferitosi in Toscana è un cantautore dal gusto fine e raffinato.
Inizia la sua avventura nel mondo della musica come batterista. E forse proprio lo star dietro alla sessione ritmica gli detta il
tempo di mettersi “in proprio”. Di comporre cioè musica propria, testi compresi.
Il risultato del suo primo lavoro è qui, in GIOCATTOLI E BUGIE: un estratto in 10 canzoni (per 47 minuti) di musica di grande
spessore.
Seppur il suo sito MYSPACE lo accrediti residente in quel della provincia di Pisa già dalla partenza del disco si capiscono le sue
origini. Si parte infatti con PARTENOPE una splendida ballata cantata in dialetto napoletano che, con i suoi suoni belli, chiari,
puliti conquista subito l’ascoltatore.
E’ poi con uno splendido e armonico giro di chitarra che si apre la sorprendente OGNISANTI. Una delle canzoni più belle
dell’album. Una ballata molto ben orchestrata. E questa è una caratteristica dell’album di Fontanella. Ogni strumento lì al
posto giusto, compresa la splendida armonica che detta il tempo del brano. Scelte musicali azzeccate e raffinate, chiaro
sintomo di una sensibilità non comune.
Un bel contrabbasso ci introduce alla più “scanzonata” BAMBOLA. Canzone dedicata all’amore di “plastica”.
In LE CAREZZE CHE NON CHIEDI prosegue il racconto di un amore che appare sempre un po’ problematico … la bambolina del
pezzo precedente potrebbe essere la stessa di questa nuova canzone, ma anche no.
CIECO parte come una movimentata ballata … ed a ballare non siamo solo noi. Il riferimento al gesto della masturbazione che
porta poi alla cecità si spiega via via nel testo della canzone fino all’apoteosi finale. Il rapporto tra la mano e “l’affare” è
descritto in maniera molto “psicologica”… ma efficace. Un pezzo, a suo modo, assolutamente geniale.
E’ quindi la volta dell’unica cover presente nel disco. E che cover. Ernesto Fontanella ci ripropone VENDERO’ di Edoardo
Bennato. La versione di Fontanella è molto rilassata e pur non stravolgendo l’originale Ernesto ce la propone in tutt’altra
salsa. Strumentazione molto raffinata e, a mio parere, un piccolo e prezioso gioiello.
MUSCOLI E CATENE è una delicata ballata e nel rapporto tra l’uomo e il suo cane vi è tutto un mondo che Fontanella illustra in
maniera molto poetica. Un pezzo decisamente molto ispirato.
DEJAVU mette in evidenza una splendida tromba che ne impreziosisce il tessuto sonoro ed è un’altra ballata ad effetto.
PERDONO è, a parere di chi vi scrive, il pezzo pregiato della raccolta. Una canzone di quelle degne di essere messe tra le cose
più belle ascoltate nell’anno. Una dolce e raffinata riflessione sulle storie d’amore. Ci vogliono capacità non comuni per
assemblare gemme preziose come quella in oggetto. Ernesto Fontanella è (giusto per rubare il titolo al nostro amico Paolo
Pieretto) un perfetto “artigiano di parole”. Sublime.
BUGIA è una bella “tarantella” che chiude in maniera festosa e decisamente godibile, con la sua splendida fisarmonica,
questa “festa” che è stata per noi l’ascolto di GIOCATTOLI E BUGIE. Il canto dei grilli sul finire della festa ci congeda da Ernesto
Fontanella artista che, senza ombra di dubbio, ha una caratura decisamente sopra la media.
Speriamo che la sua arte non resti gioia per pochi ma possa, nel tempo, trovare la sua degna collocazione tra la musica
d’autore che conta.
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di Rho Mauro Ernesto Fontanella originario di Napoli ma ben presto trasferitosi in Toscana è un cantautore dal gusto fine e raffinato. Inizia la sua avventura nel mondo della musica come batterista. E forse proprio lo star dietro alla sessione ritmica gli detta il tempo di mettersi “in proprio”....
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recensione di "giocattoli e bugie" su Radioland

17 aprile 2012 ore 19:13 segnala
Ernesto Fontanella - Giocattoli e Bugie

Pennellate che dischiudono campi, colori come chiazze di luce ed ombra. Le tracce del cantautore Ernesto Fontanella sono il volto o la pelle di dieci atti d’amore (omaggio compreso) e cura che hanno forma liquida di musica.

Fontanella ha vestito i suoi canti con evocazioni sottili e vestiti leggeri. Gli ingredienti di “Giocattoli e Bugie” sono il sapore di intimità e l’essenzialità, che contraddistinguono tanto la forma quanto la sostanza.

I suoni sono intrecciati in maniera densa eppure leggera, sottile come un velo di luce. Le voci degli strumenti sono ordite in maniera semplice ed efficace.

La musica di Fontanella è stata nutrita d’amore e di cura.

L’attenzione dell’anima è reclamata dai dettagli nei quali si trova un respiro prezioso, i bagliori racchiusi in una culla di mani, il calore di un posto che sa far sentire a casa il pensiero e il corpo.

Se ci si abbandona alla musica ci si ritrova presso un battito che viene dalle origini “percussive” di Fontanella.

Un disco che merita davvero di essere ascoltato.
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Ernesto Fontanella - Giocattoli e Bugie Pennellate che dischiudono campi, colori come chiazze di luce ed ombra. Le tracce del cantautore Ernesto Fontanella sono il volto o la pelle di dieci atti d’amore (omaggio compreso) e cura che hanno forma liquida di musica. Fontanella ha vestito i suoi...
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Epifania

26 ottobre 2011 ore 18:00 segnala

Ed indossi la tua voce di ricambio per parlare
e per dirmi che il mio nome non è bello da chiamare
che il mio nome non è adatto per chiamare

E mi versi un altro goccio di rancore nel bicchiere
e i miei tralicci c'hanno fili che non sanno dove andare
solo fili per uccelli di stagione

E questo natale, senza i tuoi occhi
non brillano i doni, non i balocchi
e per capod'anno, senza i tuoi baci
non brillano i fuochi e nemmeno le braci

E i miei passi ora hanno il senso di cambiare direzione
con l'istinto di cadere, il divieto d'inciampare
col coraggio di cadere senza il rischio d'inciampare

E segretamente aspetto la magra soddisfazione
della direzione opposta a quella dell'indicazione
la direzione opposta a quella della mia impressione

Ma questo natale, senza i tuoi occhi
non brindano i grandi, non i marmocchi
Ma per capod'anno, senza i tuoi baci
non brindano i tristi e nemmeno i felici

E' considerare il peso della resa e dell'addio
non scacciare via la mosca dal mio naso e lei va via
non scacciare via il silenzio della mia epifania
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Ed indossi la tua voce di ricambio per parlare e per dirmi che il mio nome non è bello da chiamare che il mio nome non è adatto per chiamare E mi versi un altro goccio di rancore nel bicchiere e i...
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26/10/2011 18:00:06
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Dalla raccolta "NOMI - documentario d'identità"

05 ottobre 2010 ore 17:39 segnala
Carla.

"I ponti di madison county" giungeva al termine, e i ragazzi, i nipoti, facevano tutti il tifo al contrario di uno scenggiatore con poca propensione al lieto fine. Carla li ammoniva, i suoi nipoti. "Ci sono delle responsabilità".

Carla non ha figli, non può averne, ma è sposata. Con un professore di filosofia. Carla non ha un'età, ha del tempo alle spalle, sulle spalle. Sa che una vita è troppo breve, finisce troppo in fretta, e che un' ora dura più del tempo di tutti i tempi, se decide di trascorrere contando i battiti del cuore.

Carla segue il marito a cena fuori anche se non ha voglia di mangiare, e lo ha fatto anche quando incapparono nel locale dove si svolgeva la festa di addio al celibato si Sergio. Osservava quei ragazzi, giovani e incoscienti, e sapeva che tifavano per i "lieto fine". Qualcuno di quei ragazzi sentiva di sicuro un peso sulle spalle, gurdandola non scambiare nemmeno una parola col professore, gurdandola mantenere con devozione e talento da attrice la sua parte, come su un palcoscenico dove il regista costantemente ti guarda, illumina e giudica: Dio. Qualcuno probabilmente avrà pure sentito il peso di immaginare la festa in onore del professore, svoltasi sicuramente qualche anno prima con la stessa incoscienza, ingenuità, senza sapere di stare sputando terribili sentenze, senza sapere di stare celebrando la gloria di un carnefice. E lei avrebbe di certo voluto che qualcuno le chiedesse "quanto tempo è passato?", per poter rispondere "nemmeno un attimo, non ha ancora incominciato a passare", per sentire l'imbarazzo di poter dare una risposta che il marito non avrebbe capito se non trovata impressa su qualche libro. Non avvenne. Mentre Carla scortava il suo fardello verso casa, quel ragazzo, volatile come un' ipotesi, batteva le mani di fronte alle tette di una spogliarellista.