bugia

05 giugno 2010 ore 03:50 segnala
.




..e la festa è finita
restan sedie amaccate
e straziate nei posaceneri
altre mille nevrosi
e qualche mano in disparte
annegata di birra
fra le sbarre s'allunga
sulla pella nuda
è un'altra festa che va
e la gente scappa via
che stasera per dolore
si canta come in una bugia
e la festa è finita
e i treni partono domani
e magari nella segreteria
un altro avanzo di te
e dietro al banco del bar
fan la posta i rimedi
ai malori del folle
con la cassiera
è un'altra festa che va
e va bene, così sia
ma stasera per amore
si danza come in una bugia
e la festa è finita
col sipario che divide
fra chi ride, chi piange
chi resta e chi va
è un'altra festa che va
assassinando l'utopia
d'una verità migliore
della mia migliore bugia
11621485
. ..e la festa è finita restan sedie amaccate e straziate nei posaceneri altre mille nevrosi e qualche mano in disparte annegata di birra fra le sbarre s'allunga sulla pella nuda è un'altra festa che va e la gente scappa via che stasera per dolore si canta come in una bugia e la festa è ...
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cronaca dal Giglio

20 aprile 2010 ore 02:54 segnala
cara Mia,
dai tempi in cui sono sbarcato Macondo non è più la stessa, da quando anche il dodicesimo bastimento s'è perso nella fuligine biancastra dell'orizzonte molte cose sono cambiate.
Nella mia stanza ho sostituito il vecchio lampadario a carbonella con un sistema di fuochi fatui scaturiti dalle mie tempie, e che perciò mi seguono da per tutto.
Alla festa di S. Basilio ha nevicato coriandoli di seta rosa, ma si poteva vedere solo dalla mia finestra, un solo gabbiano, mozzo su una baleniera, mi ha creduto, ed ha intonato canzoni natalizie antartiche.
A la rosa del giglio, dove l'acqua si incontra e scontra con la terra, spunta continuamente un erbetta molle, e profuma di grog e sidro della Frisia.
La baleniera è salpata nuovamente in aprile, ma solo dopo avermi chiesto di sostituire il gabbiano, rimasto a cantare ubriaco di gelso e rosmarino sulla punta ovest del faraglione.
Mentre ti scrivo, alla locanda di Tony dodici scimmiette in costume blu ed oro servono ormai solo cocomero del Nicaragua e sciroppo fermentato di ribes su pattini a rotelle.
La comunità episcopale, per tenere alto il morale delle truppe, celebra i cambiamenti: da sei mesi, nella piazza centrale, brucia un falò nominato "fuoco del giudizio e della passione", brucia il ticchettìo scellerato delle tarme in amore nelle assi di palissandro indiano.
Ho comprato un pesce rosso, ho diviso con lui una presa di tabacco britannico e il racconto del suo primo giorno di vita nel mar delle Antille. Ci siamo separati cordialmente solo quando ha deciso di lasciarsi stringere nelle fauci dello squalo di cui era innamorato.
Ora, al posto del fuoco del giudizio e della passione, ho lasciato sei bambini a leccare palette senza più gelato di fronte al monumento a Ludovico Garibaldi, ritratto appena in tempo senza una pinna, divorata da un pescecane.
E tu mi manchi tanto.
11539533
cara Mia, dai tempi in cui sono sbarcato Macondo non è più la stessa, da quando anche il dodicesimo bastimento s'è perso nella fuligine biancastra dell'orizzonte molte cose sono cambiate. Nella mia stanza ho sostituito il vecchio lampadario a carbonella con un sistema di fuochi fatui scaturiti... (continua)
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favola cittadina

20 aprile 2010 ore 02:45 segnala
C'era una volta una ragazza, una cittadina, ma con una passione per i fiori. Ne coglieva molti, da sempre, con attenzione.
Così, piano piano, la ragazza collezionò i suoi fiori sul terrazzo, e se ne prendeva cura regolarmente, per ottenere da questi niente più che il loro colore e il loro profumo che tanto le piaceva.
Una volta, camminando per la sua strada, la ragazza notò un fiore, ma non uno come gli altri, un fiore tutto speciale, per forma, colore, profumo.
Quel che è curioso è che il fiore era sempre stato li, già prima che la ragazza lo notasse, un po' come ogni nodo è li prima d'arrestare il pettine che lo denuncia, e come quel nodo, che paradossalmente si crede solo un capello, e non sa d'esser nodo prima d'aver arrestato il pettine, così il fiore, nonostante qualcuno si fosse già fermato per guardarlo ed annusarlo, non sapeva d'esser tale prima d'esser raccolto dalla ragazza appassionata di fiori.
La ragazza portò il fiore tutto speciale sul suo terrazzo, e gli dedicò un vaso tutto suo, un vaso tutto speciale, e se ne prese cura, e il fiore fioriva, e la ragazza ne godeva tutto il profumo.
Un giorno la ragazza dovette partire, ed andare in un posto lontano lontano, e pensò di potersi prender cura dei suoi fiori ugualmente, da lontano, ma finì in un posto dove l'intera vita appariva tutta rose e fiori, e la ragazza cittadina era appassionata di fiori. E così, a poco a poco, si dimenticò dei fiori sul suo terrazzo, compreso il fiore tutto speciale nel vaso tutto speciale.
Il giorno in cui vide una cartolina che somigliava tanto al paese da dove tempo prima partì, pensò infine ai suoi fiori, e soprattutto al suo fiore tutto speciale, e pensò che dovesse essere ormai appassito, e di riportarlo, perciò al suo posto, sperando che potesse così rifiorire. E e così fece, ne annusò per l'ultima volta il dolce profumo e lo riportò sul ciglio della strada lasciandolo, però, come tesimonianza, nel suo vaso tutto speciale, e se ne andò di nuovo.
Al suo ritorno la ragazza vide che il fiore tutto speciale non aveva nessun colore e nessun odore da ostentare e offrire senza che ci fosse nessuno capace di vedere, o sentire. Al suo ritorno la ragazza vide che il fiore tutto speciale era ancora appassito, e se ne rammaricò. Allora non fu né istinto né ragione, o entrambe le cose insieme, o forse solo il rammarico. La ragazza versò una lacrima, che senza accorgersene finì proprio in mezzo al vaso tutto speciale, e il fiore se ne nutrì, per quanto era salata, e rifiorì. Così la ragazza decise di lasciare il fiore esattamente dov'era, al suo posto, perché potesse esser nuovamente fiore per se stesso, ma con una consapevolezza: quella d'esser un fiore, quella di sapere d'esserlo prima ancora, stavolta, che un passante appassionato di fiori lo cogliesse. Ed il fiore tornò ad offrire il suo profumo ai passanti sapendo d'esser fiore, ad offrire il suo colore e la sua forma e a riempire il mondo intero del suo profumo, qualunque altro mondo qualunque altro passante appassionato di fiori avesse mai deciso di condurlo.
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C'era una volta una ragazza, una cittadina, ma con una passione per i fiori. Ne coglieva molti, da sempre, con attenzione. Così, piano piano, la ragazza collezionò i suoi fiori sul terrazzo, e se ne prendeva cura regolarmente, per ottenere da questi niente più che il loro colore e il loro profumo... (continua)
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La lista delle risposte

19 aprile 2010 ore 09:14 segnala

Quando andavo a lezione da Marco, il mio insegnante storico, si finì per parlare del "mestiere". Si finì per considerare il nostro approccio a questo, a dirci quanto poco si suona, quanto si vorrebbe, quanto si dovrebbe. Marco suona poco, ma mi parlava della sua particolare "insofferenza" al suonare. La considerai strana, dicevo "beh, in fondo nel mestiere del musicista, nell'indole, dev'esser in qualche modo contemplata una dose di esibizionismo". Marco rispondeva "hai ragione" e mi spiegava quanto in effetti si sentisse, nonostante quel che fa, un pittore, uno che preferisce produrre in solitudine, esporre le proprie opere senza comparire in prima persona, restare in disparte.
Ne risolsi una specie di meccanismo umano, quello della differenza fra ciò che si fa e ciò che si è. Ne scrissi la formula: "è molto più facile essere ciò che si vuole che volere ciò che si è".
Marco fa il musicista, Marco è un pittore. Ecco come le cose non necessariamente coincidono ma convivono. Si tratta, credo, di una forma di approccio alla vita, e nient'altro.

Un uomo guarda un panorama, e questo è quello che fa. Un pittore che guarda un panorama pensa istintivamente a quali materiali e quali prospettive renderebbero meglio colori e forme. Un cuoco penserebbe a quali sapori renderebbero meglio quel particolare momento in quel particolare luogo, e così via.
Io fatico a fare il musicista, ma insomma questo faccio, se mi viene chiesto, questo rispondo. Il musicista. Ma cosa sono io? Non si tratta, nel fornire una risposta, di considerare cosa meglio si sa fare, ma sempre, come detto, di "approccio". Io faccio il musicista, ma sono uno scrittore. Che io sappia farlo o meno, il mio approccio alla vita è quello dello scrittore. Di fronte allo stesso panorama quel che mi capita è pensare a come meglio raccontarlo. E così ogni attimo, ogni esperienza, viene vissuta col medesimo istintivo approccio, ogni volta che vivo penso a come meglio raccontarlo. Sono questo.

Sono salito su un treno puzzolente il giorno dopo che sei partita, diretto a sud, e sono rimasto su quel treno fino a Roma, per coprire tutti i metri necessari al mio movente: il concerto degli STOMP, un gruppo di ballerini percussionisti teatranti australiani fenomenali, uno spettacolo bellissimo, coinvolgente e appassionante. Durante lo spettacolo una specie di tormentone era il coinvolgimento del pubblico, colla tecnica del "botta e risposta": il protagonista esegue un tema ritmico e il pubblico lo riproduce identico, ritmicamente. Per farci continuare a ridere come nel resto della serata, l'attore fa una "finta" e mezzo pubblico ci casca con tutte le scarpe, risponde senza che ci sia stata la "botta". Lui fa un gesto internazionale che significa "v'ho fregati" e il pubblico ride. A quel punto, nel riverbero delle risa rimaste, compare una voce, così come riaffiora uno scoglio dopo esser stato inondato dalla marea. La voce esile e penetrante di un bambino, che per medesimo istinto e approccio alla vita, quella di un bambino, fa uso del suo migliore orgoglio spontaneo: "io non ho sbagliato". D'un tratto sento la tenerezza scaturita dall'innocenza di un gesto pur così violento, l'esibizionismo e maniaco protagonismo del "primo della classe" tipico di chi si sta mettendo alla prova di fronte alla vita, la sperimenta da neofita e sente di dover dimostrare di "saperla vivere". D'istinto mi sono girato verso la mia destra, convinto, per qualche centesimo di secondo, di incontrare i tuoi occhi. Ho sentito d'essere uno scrittore, e come uno scrittore ho sentito la necessità di raccontare la vita, e subito. Girato di scatto convinto di trovarti per assicurarmi che fosse stata condivisa la mia esigenza di acquisire e raccontare. Come dire "hai sentito"?

In quell'attimo mi sono reso conto che il mio approccio alla vita è di raccontare, ma a qualcuno, eleggere il mio lettore, come il mio interlocutore perché abbia senso un racconto, per condividerlo.

Mi chiedesti di continuare a farti presente la mia lista delle "risposte". Ebbene:
ho cercato un racconto, ho trovato te.

11536446
Quando andavo a lezione da Marco, il mio insegnante storico, si finì per parlare del "mestiere". Si finì per considerare il nostro approccio a questo, a dirci quanto poco si suona, quanto si...
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un fiore

16 dicembre 2009 ore 18:47 segnala

Una storiella simbolica Zen, racconta di un uomo passante di fronte ad un nudo muro. L'uomo nota su questo l'incredibile ostentato colore di un fiore, nato proprio lì. Si ferma, lo osserva, ne gode il profumo, e riprende la sua strada.
Un secondo personaggio irrompe sulla scena, osserva lo stesso fiore, si inebria degli stessi colori, coglie il fiore e lo porta con se.
Dopo due giorni il fiore ha perso ogni petalo.

Mi fermo un attimo a considerare il fatale egoismo che caratterizza ogni impresa, ogni esperienza di ogni vita.
Insaziabile girovago di una città senza troppi bagliori, finisco ancora una volta nel bar di paolo, sempre quello, in cerca della calda mano del proprietario sulla mia spalla, una sigaretta, una birra. Tante volte mi è bastato. Questa sera siedo a un tavolo imbandito di conversazioni forse annose, forse improvvisate, di fronte allo sguardo malinconico di Piero, il pensioniere in fallimento, intento a contemplare una vita di mani tese e ritratte, di uomini come tanti passati nella sua pensione, imprenditori, puttanieri, finti vip, e comuni mortali, ognuno con uno sguardo diverso, nel quale abbeverarsi ogni volta di attimi sorprendenti.
Ha la testa riccia e grigia, Piero, una voce e una gestualità di cantante ballerino. Usa parole semplici e convincenti, romantiche e bastarde, come la sua felpa di pile, per raccontarti uno spaccato di una bellezza inedita.
La sua piccola pensione è ormai chiusa, inattiva, come il suo matrimonio. Ma piero ti parla della montagna, del rumore e del colore che ha la neve quando cade, e non c'è che la luce di un fuoco, del suo amore antico per un cane, "ma nella pensione non ce li volevo...", di quanto c'è di bello...di se.
Ho salutato piero dicendo "in bocca al lupo, stammi bene". Lui ha sorriso.
Oggi so di esser contento per il prossimo che contemplerà la bellezza di quel fiore che ho lasciato sul muro.

tesori

16 dicembre 2009 ore 18:41 segnala
Tutto continua ad ammaliarmi, tutto quel che viene offerto, mi ammalia finchè non è perso, e poi anche oltre. Funziona così, la vita funziona così, per seduzioni, di tutto ciò che intorno si muove, si avvicina e si allontana. E' una spiaggia la vita, e funziona così, a ondate di marea, che dona e ruba oggetti come sentimenti con dosi di passato celate e manifeste, che mentre arrampicano la battigia offrono mille seducenti prospettive. Già lo sai, niente è per sempre, è ad altre spiagge che la marea porterà le tue seduzioni, i tuoi tesori occasionali, e chissà che non sia questo il bello. Quel che resta sulla spiaggia finisce ad esser considerato un relitto. Chissà che non sia proprio questo il bello, perdersi a contemplare la vita come il mare come un enorme scrigno dei desideri, chissà che non ci si debba limitare a contemplare questo mare, splendido custode di tutto ciò che dona e ruba, tutto ciò che lascia e porta via.

lettera ad un libro mai scritto

16 dicembre 2009 ore 18:17 segnala

Ti ho ritrovato, vecchio mio. Tu hai ritrovato me, dopo avermi perso. Rincontrati come vecchi amici che si chiedono "come va?", e ti trovo bene. Nero.

Anch'io ho perso persone, le mie, quanto te. All'improvviso. Persone che hanno preso strade diverse, loro dalla mia, io dalla loro. Dopo avermi riempito di parole, colti di sorpresa.

Siamo uguali io e te, generosi ed infiniti come pagine bianche, persi e ritrovati come pagine ingiallite, pieni e vuoti di una medesima antica predilezione, l'amore e la devozione per il nostro scrittore, ansiosi e consumati dalla bramosia di ritrovare finalmente il polso sapiente del poeta.
Resta aperto per me, vecchio mio, fino a quando la mia strada non coglierà di sorpresa anche noi.

buonanotte

01 dicembre 2009 ore 04:05 segnala
Farò in modo che scrivertelo sia come baciartelo in bocca
quando non puoi accorgertene,
che se dovessi trovare un modo migliore
avrei bisogno d'altri trent'anni
per far crescere le acace
e annodare tutto il cordame che mi servirebbe
per poterti cullare per una notte sola.
Mi accontenterò di scriverlo stavolta,
che basta a dimostrare che di qualunque forma,
spaventevole o no,
il pensiero di te per dodici secondi oltre i tre minuti
mi si piazza proprio davanti a tutto.
Tutto.
Capita.
E se dovessi immaginare
che scriverti ora che non ci sei sia come parlarti mentre non puoi sentirmi,
mi piacerebbe dirti "che peccato che ti ho allontanata",
fosse anche solo un pochino.
Che peccato averlo fatto proprio mentre l'intento era opposto,
che peccato proprio mentre invece credevo che fosse incontro, che ci si stesse venendo.
Mi piacerebbe dirti dormi, bimba,
che ci penso io.
Penso a tutto io.
E per quei tre minuti e dodici in cui mi invadi la testa
vorrei appiccicare le labbra alla fronte tua,
che a volte, solo a volte, le coperte non bastano a dormir bene bene.
Buonanotte.
11282312
Farò in modo che scrivertelo sia come baciartelo in boccaquando non puoi accorgertene,che se dovessi trovare un modo miglioreavrei bisogno d'altri trent'anniper far crescere le acacee annodare tutto il cordame che mi servirebbe per poterti cullare per una notte sola.Mi accontenterò di scriverlo...
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01/12/2009 04:05:59
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LEGOland

25 novembre 2009 ore 03:32 segnala

volevo costruire la mia casa con i mattoncini LEGO.

ne avevo pochi, ho preso i primi due, mi sembravano perfetti, li ho uniti, non combaciavano. non mi sono arreso, ho spinto più forte, non combaciavano. non mi sono arreso, li ho premuti insieme con tutto il mio peso, non combaciavano. mi sono arreso, ho tentato di disunirli, non si staccano più, ogni tentativo è inutile, non si staccano più, restano lì, inadatti e incastrati. ad oggi quei due pezzetti mal assortiti sono ciò che più si avvicina all'idea che avevo di casa mia.

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volevo costruire la mia casa con i mattoncini LEGO. ne avevo pochi, ho preso i primi due, mi sembravano perfetti, li ho uniti, non combaciavano. non mi sono arreso, ho spinto più forte, non combaciavano. non mi sono arreso, li ho premuti insieme con tutto il mio peso, non combaciavano. mi sono...
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il petto e l'asfalto

20 novembre 2009 ore 05:09 segnala
il fumo dell'incenso stasera ricorda la forma delle mille strade che si perdono alle mie spalle, nel colore dei girasoli, e come quelle, ha una sorgente rossa, quel fuoco che brucia tra il petto e l'asfalto di ogni percorso iniziato ognuna di quelle mille volte e mai finito. il fumo dell'incenso stasera ha la leggera costanza delle dita di winton kelly, delle sue note sapienti. quel fumo stasera danza la passione posticcia di mani scellerate, brindanti a confessioni proibite, e gonfia il mio respiro e si perde nella mia barba come la ruggine e il miele dell'ubriacchezza di antichi baci strappati ad una calma d'aprile.
il fumo dell'incenso stasera ha dentro il mio umore, e i miei occhi, stasera, come me, nemico mio preferito, è l'inusuale scettro prestato al mio regno.