la prima volta

20 novembre 2009 ore 05:04 segnala

capitano di quelle serate in cui uno si sente forzatamente disinibito, che qualcuno forzatamente disinibisce, complice un po' d'alcol e un po' di ritardata adolescenza repressa. così intorno a un tavolo la conversazione scivola sempre un po' su argomenti volutamente imbarazzanti, c'è chi pensa a voler esorcizzare, chi ad assaporare una fetta di proibito. la domanda provocatoria era chiara: parla della tua prima volta. e va bene.
era estate, l'estate di circa vent'anni fa. avevo più o meno dodici anni, ed era un'estate calda, soleggiata. il sole della grecia. a quei tempi le vacanze avevano poco da distinguersi con quelle che i grandi fanno nei villaggi vacanze, che a quei tempi si corre dietro ai grandi come agli organizzatori e animatori dei peggiori villaggi. così, tutti noi bimbi seguimmo i grandi in una gita organizzata. una gita in battello che ci avrebbe concesso il lusso di visitare gli anfratti più nascosti e seducenti di lefkada. lei era su quel battello, e apparentemente condivideva con me un periodo della vita. gli anni alle spalle, e la condizione di turista per forza. lei era bellissima, dall'aspetto nordico, dalla parlata intraducibile, e la nostra conversazione si era svolta tutta con gli occhi. solo quelli. erano gli occhi a spingere piccoli passi, dalla prua alla poppa, in cerca di nuovi argomenti da sviscerare insieme con i soli occhi. per un solo attimo ci sentimmo uniti in una conversazione vocale, quando si unì alle voci nostre in una cantilena stonacchiata per ammazzare il tempo, quasi di nascosto, quasi come se dovessi essere l'unico fruitore di quel momento, come di una dichiarazione: ti sto cercando. tutta la giornata è andata avanti così. fino alla fine, quando il barcone ci riportava a terra, e sembrava stanco e ansioso di liberarsi del peso sopportato una giornata intera. tutti i bambini si ritrovavano a poppa per osservare le manovre di attracco. l'avevo sempre fatto, avevo sempre osservato l'attracco, ero ormai un esperto, non ero più curioso. volevo più forse delle conferme, alle mie conoscenze. sporgevo i riccioli da un lato della barca, con lo sguardo rivolto all'indietro, lasciandomi un po' distrarre dai piccoli vortici scaturiti dalle profondità dell'acqua, con le mani appoggiate sul parapetto di legno laterale. lei arrivò. a quel punto avevamo la stessa identica curiosità, perfettamente celata. poggiava le mani sul parapetto come me, alla mia sinistra. la sua mano destra era sempre più vicina alla mia sinistra, la mia sempre più alla sua. finché i mignoli non si toccarono, finché non si sovrapposero incrociandosi. nessuno osava guardare negli occhi l'altro. restammo in quella posizione per l'eternità di un minuto. l'ultima volta che l'ho vista portava occhiali scuri ed era seduta sul sedile posteriore di un auto affollata.
questa è stata la mia prima volta.

nessuno sembrava soddisfatto del racconto.

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capitano di quelle serate in cui uno si sente forzatamente disinibito, che qualcuno forzatamente disinibisce, complice un po' d'alcol e un po' di ritardata adolescenza repressa. così intorno a un tavolo la conversazione scivola sempre un po' su argomenti volutamente imbarazzanti, c'è chi pensa a...
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20/11/2009 05:04:59
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il giallo ed il nero

20 novembre 2009 ore 05:00 segnala
quando novecento non scende dalla nave è per paura dell'infinito, ognuno ha bisogno dei propri confini, per dominarli riempiendoli, perchè ogni cosa all'interno racconti parte di se. e piano piano i miei confini si sono ritratti fin solo dentro questa stanza, pochi metri quadri, ma è questa che guardo per ritrovarmi, esaminarmi, capirmi, conoscermi, dal punto in cui il mio mondo è conosciuto in maniera consueta, questa sedia girevole, tra il banco e le tastiere, la stufa e il posacenere, il giallo ed il nero. è quì che dovrà entrare chi vorrà vedermi, è quì che dovrà sedere chi vorrà conoscermi, osservando la luce che entra dal vetro, filtrata dalla tenda leggera, dai drappi animati delle giornate ventose, che da corpo e vita a ciò che contiene, dalle aste e i leggii che si stagliano in aria a sorreggere prodezze, umili, ferree e fedeli come scuri maggiordomi, alle strade intraprese dal colore dei cavi, che prima di inerpicarsi a succhiare e tradurre canzoni, strappano al tappeto la logica continua dei suoi nodi, per dargli l'aspetto confuso di un batik. è quì che mentre è fermo tutto testimonia l'inerzia del movimento che ha subito, l'amore per il servizio reso a tutte quelle mani mosse dall'ingegno, dalla speranza, dalla passione, fra i tasti impolverati della macchina per scrivere del maresciallo, dall'angolo dove il frigo accoglie la sete, fra le pelli, le corde, i tasti di tutti quei dediti amanti che segnano il perimetro del suono, dell'odore di olio e di cera, il contorno fisico di quel che racchiudono e liberano in orgasmo per amore di quelle mani. è quì, fra lo spettacolo luminoso di vecchie bottiglie, e il cogito geometrico della sedia di legno, fra il calore accecante delle lampade, e il freddo mosaico del pavimento, quì, fra il bronzo ed il legno, il velluto e la ceramica, il giallo ed il nero, che vivo, che muoio, respiro quel che sono, riempio quel che respirerò.

che cos'è l'amor

03 novembre 2009 ore 04:04 segnala
l'amore è una ferita. non tanto, in questo senso, perché sia un "danno", ma il momento in cui, come quando ci si sbuccia, si ha a che fare con una parte di sé stessi particolarmente sensibile, e vulnerabile. e come quella si svolge per "fasi". come quando ci si sbuccia brucia, e d'istinto si copre la ferita con una mano, per proteggerla, per proteggersi, e la si mantiene a protezione finché non ci si convince che si possa muoversi senza soffrire. col tempo si mostra la carne viva, sanguinosa, umida e rossa, la si esibisce, ostenta con soddisfazione e fiducia, a monito e testimonianza finché non secca, fa la crosta, e ancora col tempo, si rimargina e lascia posto a pelle nuova, talvolta però con una differenza: se la sbucciatura era sufficientemente profonda resta una cicatrice, e più profonda era la sbucciatura, più evidente è la cicatrice che resta sulla pelle.
un amore che finisce è una lama che trafigge, più forte è il colpo più ancora è netta la cicatrice che pure questa lascia, taglio trasversale sul perimetro della sbucciatura, dell'amore.
un caso in particolare resta problematico, ed è l'esperienza che mi riguarda. essere trafitti sulla carne viva è tremendamente doloroso, più che mai, il momento peggiore, e paradossalmente non lascia segni, la cicatrice che resta ha la forma della sbucciatura, e, se la si guarda in due, può assumere significati e valori finanche opposti.