Silenzio

15 marzo 2010 ore 21:02 segnala
Camminare da solo,

in silenzio,

l’infinito ti avvolge,

nessun rumore,

tu ascolti,

in quel silenzio non c’è

differente qualità

di bellezza,

ma il totale abbandono,

nessuna scala che ti aiuti

a salire,

c’è solamente

il primo gradino,

ed esso è

quello che porta

all’eterno,

nell’assoluto rumore

del silenzio dell’anima

che si eleva

leggera.

Amore

05 marzo 2010 ore 08:11 segnala
Non avevo mai sentito queste interpretazioni di Andrea Bocelli di queste due famose canzoni, la prima siciliana e l'altra napoletana! E' la dimostrazione tangibile dell'amore, questa di Bocelli: ciò che è bello non ha confini, non ha nazionalità, non ha remore e non ha diffidenze, paure, pregiudizi e viene assunto poichè si ama e questo amore si ha dentro e si trasmette agli altri. Come sono piccoli e meschini, pieni di paura e di odio coloro che volevano che i gondolieri veneziani non cantassero ai turisti, durante il loro giro per i canali, le canzoni napoletane! Si è gretti e brutti nell'animo, si è l'esatto opposto dell'amore! Bocelli ama la musica e non distingue nazionalità musicali, ama tutta la musica. Quando si ama, si ama tutto il mondo e si amano tutte le persone, questa è la grandezza dell'animo nobile e pulito che non conosce confini e ama senza remore tutto ciò che tocca il cuore e l'anima. Bocelli è come la tigre che è pronta ad attaccare la sua preda e che il quel preciso istante diventa essa stessa preda, non si interpone il pensiero, nell'istante dell'attacco, tra la tigre e la preda. Bocelli ama ed è, quindi, ciò ch egli ama, diventa in quell'istante, universale, una sola cosa con la natura e l'universo: è universo! E' semplicemente commovente! Mi lascio andare senza alcun freno alle lacrime.

Karaoke

01 marzo 2010 ore 13:16 segnala
Voglio prendere un treno....voglio piangere fino a svuotarmi completamente, diventare un karaoke...voglio prendere un treno per dovunque purchè sia lontano da me, voglio prendere un treno

Lampo

18 febbraio 2010 ore 20:55 segnala

Ricordi di un'altra vita, quando i miei figli erano piccoli, quando la tempesta era ancora lontana ed inimmaginabile! Quando in edicola trovavi "Cuore", anche qui a Campiglia Marittima. Cielo sereno.

 

L'amicizia

12 febbraio 2010 ore 14:40 segnala
Dato che qui si parla tanto di amicizia………

 

Racconto breve in alcune puntate: 5° ed ultima puntata

 

La giornata era fredda ma bella, il solito pallido sole del Nord sembrava avesse voluto farci un regalo quella domenica perché si fece vedere fino al tramonto, mangiammo piacevolmente in una trattoria sul lungo lago e poi di nuovo verso Milano, a casa, dove mi attendeva la parte più interessante della giornata. Mi chiusi nella mia stanza con Valentina e lui rimase nel piccolo salotto con l’altra ragazza. Dopo circa un’ora bussò alla porta. “Lascialo stare, disse Valentina, non dargli  retta”, ma lui continuava a bussare e a chiamarmi. Spazientito mi alzai ed aprii la porta. “Ma si può saper che cavolo vuoi? Proprio adesso devi disturbarmi?”. “Quella, disse, non ci vuole stare con me, anzi dice che vuole andare a casa”. “E portacela, dissi, ti do la macchina”. “Ma io non ho la patente”. Ed era vero. “Vai in tram”, gli suggerii e non vedevo l’ora di tornarmene a letto. “Non posso, insistette, abita dalle parti di Via Chiesa Rossa ed io non so come tornare”. Via Chiesa Rossa era dall’altra parte della città e così domandai alla ragazza cosa volesse fare, se se la sentiva di andarsene da sola, ma lei, quasi urlando, mi disse che noi l’avevamo presa e noi dovevamo riportarcela. “D’accordo, dissi, mi vesto e vi accompagno”. Non era molto tardi, avevamo  a disposizione più di tre ore e dissi a Valentina di aspettarmi a casa, in un’ora e mezza fra andata e ritorno ce l’avrei fatta, considerando anche che di domenica pomeriggio il traffico è ancora piuttosto rado, il casino vero comincia la sera che tutti tornano a casa. Scendemmo giù,  io Armando e la ragazza ed io, bestemmiando per il tempo perduto e che invece avrei potuto passare con Valentina, misi in moto e mi avviai. Intanto Armando e la ragazza in macchina litigavano fino ad insultarsi. Distratto com’ero dai miei pensieri non capivo bene di cosa lei lo accusasse, ma evidentemente lui aveva tentato qualche approccio e lei non aveva voluto starci. Al culmine della lite fatta di urla e di parolacce, Armando mi disse di fermarmi e di farlo scendere se no l’ avrebbe presa a botte ed io non potendone più di quella situazione, dopo aver percorso qualche chilometro da casa, lo lasciai scendere. E questo fu l’errore più grande che potessi commettere, ma vorrei vedere voi nei miei panni, se sareste mai stati capaci di pensare, di prevedere quello che sarebbe successo, neanche con la palla di vetro. Accompagnai la ragazza fino davanti al portone di casa e mi scusai perfino per averla messa in quella situazione anche a nome di Valentina perché non volevo che ce l’avesse con lei, volevo che rimanessero amiche e tornai indietro. In Corso di Porta Ticinese le macchine che erano uscite dall’autostrada in Viale Liguria mi costrinsero ad una fila imprevista e che non finiva mai, il tempo passava e pensavo che ormai con Valentina quella domenica era andata a metà, ma già pensavo di rifarmi la domenica successiva. Finalmente dopo un paio d’ore arrivai a casa ed ecco di fronte a me quello che non avrei mai voluto vedere. Valentina era sul letto, addossata al muro, era piena di lividi e graffi sulle gambe e sul petto, i suoi bellissimi capelli neri  sconvolti, il sangue che le usciva dal naso e dalla bocca, e piangeva terrorizzata. Rimasi a guardarla come interdetto, non riuscivo a capire cosa potesse essere successo, mi venne persino in mente che potesse essere stato suo padre che avendola seguita l’avesse poi massacrata di botte. “Valentina, implorai, dimmi che cosa è successo”, ma lei non riusciva a parlare perché i singhiozzi ripetuti glielo impedivano. L’abbracciai, la baciai cercando di tranquillizzarla e finalmente quando si fu calmata un pochino, tra le lacrime mi raccontò tutto. Quel verme di Armando, appena sceso dalla macchina era tornato a casa e, prima con le buone, poi con le evidenti legnate aveva cercato di violentarla ed alla sua resistenza l’aveva conciata in quel modo. Vista la sua resistenza e con la paura che io potessi tornare e sorprenderlo, ci aveva rinunciato, scappando e lasciandola in quelle condizioni. Ero furioso e mi sarei sbattuto la testa al muro per la mia stupidaggine, per la mia incapacità, ma riuscii a dire: “la polizia, telefono alla polizia e lo rovino, non c’è mamma o santi che tengano”. Ma Valentina mi fermò appena presi la cornetta in mano. “No, ti prego, la polizia no, non voglio che mio padre lo sappia, non voglio che mia madre pianga, non voglio altre storie in famiglia”. Io insistevo perché non volevo davvero che una simile cosa se la passasse liscia, ma Valentina era decisa e nonostante i lividi, il sangue e il dolore non voleva assolutamente che i suoi lo sapessero. A quel punto telefonai a Cosimino e meno male che era a casa e venne subito. Con quello che avevo in casa la medicammo, acqua tiepida, cotone, pomata ed acqua ossigenata, riuscì a fare una doccia e così potè rianimarsi un poco. Anche Cosimino fu d’accordo con Valentina, niente polizia, niente altri guai fra denunce, interrogatori ed altre scocciature. E poi a casa sarebbero stati altri problemi, non solo c’era il rischio che suo padre ubriaco potesse dargliene altre di botte, ma sicuramente avremmo potuto dire addio anche a quei pochi giorni di libertà che aveva e così sarebbe stato impossibile vederci. Si fece forza e telefonò a casa dicendo che eravamo rimasti imbottigliati nel traffico e perciò non era colpa sua dato che sarebbe rientrata tardi. La accompagnammo a casa io e Cosimino, i suoi dormivano e non si accorsero di nulla. Gli ematomi sul viso li ricoprì con il trucco, ma la maggior parte dei segni erano tutti sul petto e sulle gambe e quelli fu facile nasconderli. Con Cosimino siamo rimasti in giro per la città fino a tarda notte ed io avrei voluto abbracciarlo e chiedergli scusa ma non ne ho avuto il coraggio. Volevo che lui mi rimproverasse, che mi trattasse male, che mi rinfacciasse che lui mi aveva avvertito. Ed invece da quell’amico che era non fece nulla di tutto questo. “Dimentica questa storia e quel figlio di vacca”, solo questo mi disse ed io dentro di me lo ringraziavo. Ora mi sentivo tranquillo e sicuro, avevo trovato un amico. Di Armando nessuna traccia, non lo vidi più. La sua roba è in una valigia in portineria, chissà se verrà mai a prenderla. Passarono sei o sette mesi da quella domenica, continuavo a vedere Valentina e adesso stavamo assieme meglio di prima, ed era bellissimo quando lei in macchina si rifuggiava come un passerotto tra le mie braccia e mi diceva ti voglio bene. Ma una mattina in ufficio uno dei miei colleghi mi chiamò mentre gli altri erano già usciti e mi raccontò una storia incredibile. Qualche settimana prima lui e Cosimino erano andati in macchina a Varese a trovare un parente di questo mio collega e mentre stavano ripartendo qualcuno chiamò Cosimino. Indovinate chi era? Quel disgraziato di Armando in condizioni da far pietà con i vestiti unti e sporchi come di grasso, sporco anche lui e con la barba incolta. “Cosimino, disse, non ti ricordi di me?” “Certo che mi ricordo, cosa vuoi? “Dammi un passaggio fino a Milano per favore”. Cosimino esitò un poco ma poi lo fece salire in macchina. “Ti do un passaggio, gli disse, perché so che Gaetano lo avrebbe fatto” e lo portò fino a Milano. Durante il viaggio non so che fandonie gli raccontò per giustificare il suo stato e gli disse che aveva intenzione di ritornare da me per prendersi la sua roba, ma che con il mio aiuto avrebbe cercato di rimettersi in sesto. Aggiunse perfino che lui non aveva alcun rancore verso di me. Avete capito? Lui non aveva rancore verso di me! Che razza di faccia tosta! Cosimino non disse niente ma arrivati a Milano lo portò alla stazione nonostante le sue timide proteste, in fin dei conti forse era proprio quello  che Armando voleva. Di li a qualche ora c’era un treno per Reggio Calabria, gli pagò il biglietto, gli mise trenta mila lire in tasca e lo fece salire sul treno. “Vattene, gli disse, e non ti fare più vedere da noi” Gli disse proprio da noi e non da Gaetano. Rimase li, sulla banchina finchè il treno partì. Non mi aveva detto niente di tutto questo Cosimino e non avrei saputo mai niente se dopo una decina di giorni non me lo avesse raccontato quel collega. Adesso apprezzavo ancora di più Cosimino e mi rammaricavo per non aver saputo scorgere in lui l’amico vero e disinteressato, ed ora mi vergognavo come un verme per non avergli prestato la macchina quella volta che ne aveva avuto bisogno. Ecco, questa è la storia che mi è capitata, sarà banale ma ho imparato, forse tardi, a non fidarmi delle apparenze, non è tutto oro quello che luccica. Sono passati tanti anni da allora, adesso lavoro al mio paese ed anche Cosimino è tornato a Taranto, ci telefoniamo spesso e ci mandiamo gli auguri per le feste e le ricorrenze. Con la sua famiglia, ha tre figli, è venuto a trovarmi una volta in Sicilia ed io ho ricambiato la visita con mia moglie e i miei due figli. Siamo amici e non è necessario essere vicini per esserlo. Di Armando ho saputo che le botte che ha dato a Valentina le ha riprese con gli interessi: un suo cognato, con l’aiuto di un parente, lo ha conciato a dovere perché ha tentato di insidiargli la moglie come dire che il lupo perde il pelo……… Ah! Dimenticavo, quella volta che sono andato a trovare Cosimino a Taranto naturalmente ho mangiato a casa sua, tutto a base di frutti di mare, è chiaro. Lui succhiava vongole, cozze, patelle, brogne e ostriche e parlava, parlava in continuazione, senza fermarsi mai, senza abbassare gli occhi sul piatto. Quelli erano i frutti di mare che lo facevano parlare e non quelli di Milano che mangiava e non gli davano alcuna soddisfazione. Per questo stava zitto e scrutava il piatto. Un pranzo a base di frutti di mare, ecco quello che ci voleva, dall’antipasto alla frutta……frutta di mare, appunto!

 

 

Questa che ho raccontato è una storia vera, realmente accaduta a Milano e, in parte, in provincia di Taranto. Le persone descritte esistono realmente anche se i nomi sono inventati, tranne uno. Armando lo incrocio tutti i giorni, dato che la sorte ha voluto che fossimo vicini di casa da una decina di anni: abita infatti nel palazzo accanto al mio,solo un ciao fra di noi; Cosimino lo sento al telefono molto spesso e realmente ci siamo rivisti,ma solo due o tre volte, data la distanza. Valentina ora è una mia cara amica ed anche con lei, madre di due splendide figlie, ci vediamo di tanto in tanto.

 

 

 

 

 

L'amicizia

11 febbraio 2010 ore 19:38 segnala
Dato che qui si parla tanto di amicizia………

 

Racconto breve in alcune puntate: 4°

 

 

Ogni tanto controllavo il mio armadio e fortunatamente i miei vestiti erano al loro posto ed io speravo che tutto filasse liscio come negli ultimi otto giorni. Il sabato pomeriggio successivo, come al solito andai a fare la spesa la supermercato vicino casa, avevo comprato, fra l’altro, quattro vasetti di yogurt ed una grossa cioccolata con le nocciole che a me piace tanto. Poi telefonò Cosimino che mi invitò a mangiare fuori con lui e suo fratello. Aveva scoperto nei pressi di Arona, sul Lago Maggiore, un pugliese che aveva una trattoria e che ogni settimana gli portavano da Taranto e non dall’Adriatico, i frutti di mare e lui certo non voleva lasciarsi scappare una simile occasione. Ci siamo seduti ad un tavolo e lui tutto contento si mise a parlare il suo dialetto con il padrone ed iniziò il solito rito. Ma neanche stavolta durante la cena disse una parola, l’allegria andava spegnendosi sul viso man mano che si ingozzava con la testa sul piatto. Non c’era niente da fare, per lui i frutti di mare, anche se li portavano da Taranto, erano solo quelli che lui mangiava in Puglia, sul posto ed ogni volta che andava a comprarli per portarli a casa, se ne faceva aprire almeno una dozzina crudi con una bella spremuta di limone sopra. Durante la cena non mi chiese nulla di Armando nè fece alcun accenno alla storia dei pantaloni. Tornammo a casa, al mattino della domenica volevo fare colazione, aprii il frigo ma degli yogurt acquistati la sera prima neanche l’ombra, la cioccolata sparita anche quella e nel bidone della spazzatura ci trovai i vasetti e la carta stagnola. Ero una belva, ma nello stesso tempo ce l’avevo con me stesso, per la mia stupidità e soprattutto per non aver dato ascolto alle parole di Cosimino. Insomma, per farla breve, la cosa si ripetè ancora: Armando era passato dalla razzia dell’abbigliamento a quella degli alimentari fino a che arrivai al punto di non mangiare più a casa ma alla mensa dell’università e se qualche volta compravo qualcosa la consumavo immediatamente. Non era una situazione che poteva reggere, lui se ne doveva andare a tutti i costi, ormai ero diventato nervoso ed irascibile, al lavoro non combinavo quasi niente e non potevo certo contare sempre sull’aiuto di Cosimino, così che per quel mese non solo dovetti subirmi la paternale con relative minacce da parte del direttore generale, ma fui costretto a chiedere un prestito di cinquanta mila lire a mio padre che mi mandò subito un vaglia telegrafico. Ormai ero all’esasperazione totale e capivo che l’unica soluzione era quella di cacciarlo, e sul serio, da casa. Avevo pensato pure di mettergli la sua roba in portineria e cambiare la serratura della porta, ma fu un’idea che scartai subito perché avevo paura di qualche sua violenta ritorsione ed io volevo dormire tranquillo la notte e non con l’incubo che mi sfondasse la porta o qualcosa di peggio. Così, per l’ennesima volta, mi ripassai le parole dure ed offensive che avevo intenzione di dirgli e cercai di immaginarmi a come si sarebbe comportato Cosimino in quel caso. Pensai subito che intanto lui in una simile situazione non ci sarebbe mai ficcato e se mai gli fosse capitato non l’avrebbe sicuramente durata così a lungo. Per alcune sere Armando non tornò a casa ed io mi illudevo che avesse preso da solo la decisione di andarsene via, ma se fosse tornato il discorso era pronto e stavolta non mi avrebbero fermato ne la sua pietosa faccia di tolla ne le sue melliflue parole. Mi alzai per andare al lavoro, volevo recuperare il mese perduto, giacca e cravatta come pretendevano che ci presentassimo ai clienti e mi avviai all’ascensore dove in attesa c’era già  una persona. Si sa come succede in questi casi: nell’attesa imbarazzante e che non finisce mai, si guarda per aria, si girano e rigirano le chiavi in mano che poi regolarmente ti cadono per terra e le mani si mettono dovunque ed io in tasca le misi, nella tasca della giacca e dentro ci sentii un foglio, era una busta, una lettera che non ricordavo di avercela lasciata. La presi, era indirizzata ad Armando, il mittente la madre che conoscevo bene. Certo non avrei dovuto farlo, non è stato corretto da parte mia, ma a quel punto, incuriosito, dato che era aperta la lessi. Evidentemente lui l’aveva dimenticata li una delle volte che si era impadronito della mia giacca. Era la lettera di una povera donna distrutta che si rivolgeva a quel figlio senza coscienza con un tono così supplicante e commovente che quasi mi scapparono le lacrime. Diceva, quasi pregando suo figlio, che non poteva più andare dalla vicina di casa a chiedere soldi in prestito da mandargli, che non ce la faceva più e non sapeva come restituirli. Invitava il figlio a mettersi a lavorare seriamente che anzi era lui che avrebbe dovuto aiutare la famiglia dato che il padre con la campagna non ce la faceva a tirare avanti. Che vigliacco disgraziato, incosciente, pensai, sfrutta perfino quella povera donna di sua madre per farsi mandare soldi, ma cosa se ne farà poi se è sempre senza una lira? Non sapevo più cosa pensare, ero confuso e quella lettera ebbe su di me l’effetto contrario, come se avessi dovuto assumermi un impegno morale: non potevo cacciarlo via, dovevo farlo per sua madre, dovevo parlargli e convincerlo di trovarsi un lavoro ed impegnarsi seriamente. Io lo avrei ospitato ancora ma stavolta con dati di fatto, avrebbe dovuto comportarsi in un certo modo e dimostrarmi che davvero si dava da fare per un lavoro. Glielo dissi, senza fare naturalmente alcun cenno alla lettera che regolarmente lasciai dove l’avevo trovata in modo che lui potesse riprenderla senza accorgersi di nulla. Naturalmente accettò la mia proposta tirando sempre in ballo la solita storia della sfortuna e  facendomi un sacco di promesse che io mi augurai fossero vere dato il mio tono stavolta perentorio e deciso. Trascorsero i giorni, tutto filava liscio, anche al lavoro mi sentivo più sicuro e con Armando siamo usciti un paio di volte per andare al cinema. Ma la tempesta era li da venire ed io sicuramente non potevo prevederla di quelle dimensioni, mi aspettavo ancora richieste di soldi o vestiti non più di questo, ma ero disposto a pazientare. Avevo conosciuto da circa un mese Valentina, diciannove anni molto carina e ben fatta, alta quasi come me, ma dai lineamenti che mai avresti pensato che fosse una milanese puro sangue: carnagione scura, capelli corvini, lunghi e gli occhi neri come il carbone. Stavamo bene assieme ma facevamo l’amore di nascosto perché anche i milanesi sono gelosi e suo padre così era,  geloso più di un meridionale e la lasciava uscire tutto il giorno solo la domenica, mentre durante la settimana erano cavoli amari se non fosse rientrata all’orario stabilito. Lei aveva paura di suo padre perché si ubriacava spesso, ma a dire la verità più di qualche schiaffo non le aveva mai dato, per sua stessa ammissione,  ma aveva paura lo stesso. Quella domenica, eravamo già d’accordo da diversi giorni, saremmo andati in macchina fino a Como, avremmo pranzato in qualche trattoria e poi saremmo tornati a casa a fare l’amore. Già pregustavo la bella giornata e dissi ad Armando che sarei stato via tutta la domenica, che l’avrei passata con Valentina al lago e per il pomeriggio di  non farsi trovare a casa. “Beato tu, disse, sono sfortunato, da quando sono a Milano non ho potuto conoscere una brava ragazza per uscirci la sera o la domenica, per me sarebbe anche un aiuto morale”. Mi sembrò sincero stavolta e mi fece quasi pena così che quando mi chiese se Valentina avesse un’amica in modo che avremmo potuto passare la domenica in quattro non mi feci pregare e telefonai a Valentina. L’amica c’era, né carne né pesce ma c’era e poi pensai che se aveva avuto lo stomaco di andare a letto con quella bruttona che avevo visto al bar, con questa c’era davvero di che essere contenti.

 

L'amicizia

09 febbraio 2010 ore 16:37 segnala
Dato che qui si parla tanto di amicizia………

 

Racconto breve in alcune puntate: 3°

 

Quella mattina faceva più freddo del solito e così decisi che dopo essere andato in ufficio per prendere il solito materiale, invece di uscire per lo scandaglio di una certa zona, mi sarei ficcato al solito bar per stare al caldo e leggere il giornale. Era un bar dalle parti di Piazzale Lugano, lungo e stretto come un budello ma l’ideale per chi voleva starsene tranquillo, in disparte, come volevo io quella mattina. Facevamo, infatti, così quando eravamo stanchi di camminare o quando non avevamo voglia di lavorare. Così feci ed anche Cosimino prima di uscire mi disse che dovendo sbrigare alcune faccende personali, quella mattina non l’avrebbe sicuramente passata in giro per clienti. Mentre ero li tranquillo che bevevo il mio cappuccino e leggevo il Corriere dello Sport, un po’ defilato verso il fondo del locale, ad un tratto vidi entrare Armando, mi sembrò solo e stavo quasi per chiamarlo, ma non feci in tempo perché mi accorsi che era in compagnia, e che compagnia! Era una donna sulla quarantina, grassa e rotonda come un  melone, i capelli cortissimi ed il seno enorme che faceva un tutt’uno con la pancia. A completare l’opera di quello scorfano, una minigonna che se indossata da una con il fisico giusto avrebbe fatto girare gli occhi a tutta Milano. Incuriosito mi rintanai più in fondo possibile nascondendomi con il giornale e così li potevo osservare senza essere visto. Si appollaiarono sugli sgabelli alti di fronte al banco ed ordinarono qualcosa ed intanto che bevevano e parlavano Armando la abbracciava sul collo e sulle spalle, la accarezzava lascivo, ogni tanto si allungava e la baciava sulla guancia strofinandosi come un maiale e lei si scherniva e rideva ma non diceva di no, anzi era chiaro che ci stava a quei giochetti. Quando ebbero finito di bere la donna si avvicinò alla cassa e pagò la consumazione, Armando la cinse per i fianchi come se fosse stata la sua ragazza e sempre strofinandosi untuoso, si avviarono all’uscita. Ero senza parole, ma anche qui riuscii a dargli una giustificazione pensando che magari era parecchio tempo che non andava con una donna e si sa in certi casi, come si suol dire, ogni acqua leva la sete. La sera a casa rientrò tutto contento e trionfante. “Ho trovato lavoro, mi disse, presso una casa editrice, si tratta di lanciare sul mercato una grande opera esclusiva, riservati a pochi, gente di cultura. Comincio domani”. Insomma aveva trovato da fare il rappresentante come me e me la porgeva in quel modo fanatico. Per la prima volta provai verso di lui un netto senso di fastidio ma non feci in tempo ad elaborarlo che lui riattaccò a parlare e mi sorprese con la seconda fandonia della serata. “Ma la cosa più grande, disse, non ci crederai, è che ho avuto un’avventura amorosa con una donna che è la fine del mondo, abbiamo passato tutta la mattinata a letto”. E giù  a descrivermi tutti particolari e di come si era comportato da vero maschio, da stallone tanto è vero che lei non voleva più lasciarlo andar via. “Ho dovuto trovare una scusa  plausibile per andarmene, disse, altrimenti quella non mi mollava più” Mentiva, io lo sapevo ed in maniera così spudorata e fantasiosa da rimanere allibiti ma io pensai soprattutto al fatto che era evidente che lui al bar non mi aveva visto. “Che schifoso, pensai, ma dove la trova tutta sta faccia tosta per raccontarmi tutte queste grosse balle?”. A poco a poco mi tornarono in mente le parole di Cosimino ma le rigettai subito perché mi dissi che in fin dei conti quelle spavalderie di Armando non mi facevano alcun male, non mi toccavano minimamente e così con questi pensieri andai a dormire. Il mattino successivo mi chiese se potevo prestargli un vestito e fu qui che cominciarono a girarmi di traverso. Prima la camicia, poi la cravatta, i soldi per il tram e adesso anche il vestito. Lui deve avermi visto qualcosa di diverso negli occhi e cercò di prendermi con le buone: “Dai, su Gaetano, non te la prendere, è il primo giorno di lavoro, ci tengo a presentarmi bene e poi vedrai che con il primo stipendio mi farò un piccolo guardaroba e non ti disturberò più”. Sapeva come prendere un tipo come me e fece centro perché subito mi rabbonii e gli diedi il vestito. In fin dei conti, pensai, sono i primi tempi, ha le difficoltà di tutti e se non lo aiuto io dato che siamo dello stesso paese!! Beh, conoscete la storiella del riccio che è inseguito dal cacciatore e chiede aiuto al coniglio ed il coniglio impietosito lo fa entrare per nascondersi nella sua tana? Ebbene,  ero così cieco o stupido, fate voi, che non mi accorgevo che avrei fatto la fine del coniglio: una volta scampato il pericolo ed allontanatosi il cacciatore, il riccio, ormai salvo ed al sicuro, piano piano,  a poco a poco tirò fuori le sue spine e pungi oggi, pungi domani costrinse il povero coniglio ad abbandonare la tana e lui così si sistemò in una tana che non era la sua. La storia del vestito si ripetè ogni due, tre giorni, fino al punto che Armando ormai le cose non me le chiedeva più, le prendeva e basta, come fossero roba sua, e oggi i pedalini, domani un maglione, dopo ancora le scarpe e perfino le mutande. Ero esasperato e non sapevo come comportarmi, non avevo il coraggio di affrontarlo perché lui mi disarmava sempre con la sua capacità di recitare la parte dello sfortunato a cui io abboccavo sempre e non sapevo cosa farci, finchè una mattina mi sembrò che davvero avesse oltrepassato ogni limite. Come al solito andai a lavorare, andai giù per prendere la macchina e notai che la portinaia, dopo avermi salutato,  non riusciva a trattenere un risolino strano. Non pensavo che fosse rivolto a me benché fossi l’unico a transitare in quel momento, ma una volta arrivato un ufficio, appena mi videro, tutti i colleghi scoppiarono a ridere guardando i miei piedi. Ancora non capivo, ma poi diedi un’occhiata verso le scarpe e vidi che i miei pantaloni erano tutti sfilacciati sull’orlo e strofinavano a terra come una scopa, Tutti ridevano di me, tranne Cosimino che anzi mi guardava con un tono che insieme era di rimprovero e commiserazione. “Disgraziato”, pensai subito ad Armando, ecco cosa aveva fatto: aveva tolto il risvolto ai MIEI pantaloni perché voleva indossarli a modo suo, evidentemente non essendogli poi piaciuti oppure perché gli venivano troppo lunghi, li aveva regolarmente riappesi alla gruccia ed io prendendoli non mi ero accorto di nulla preso chissà  da quali pensieri ed indossando, mentre ero in piedi, un paio di mocassini. Ero avvilito perché tutti mi prendevano in giro e come imbestialito perché se lo avessi avuto sottomano lo avrei scannato di botte, ma sono uno di sangue caldo ed una volta sbollita la rabbia non sono capace di far male ad una mosca. Naturalmente non potevo andare in giro in quelle condizioni per lavoro e poi la mattinata era ormai rovinata e me ne tornai a casa. Lo aspettai che tornasse fino a sera, avevo un sacco di cose da dirgli, ero nero come il carbone e deciso a non mollare. Nell’attesa mi ero addormentato ma mi svegliai subito al rumore della chiave che girava nella serratura e mi parai proprio davanti all’ingresso per vomitargli in faccia tutto quello che avevo nello stomaco, ma il mio tono non riuscì ad essere aggressivo come avrei voluto. “Armando, gli dissi in tono quasi amichevole, come se fosse stata la mia ragazza alla quale comunicavo che avevo intenzione di lasciarla, non possiamo più continuare questa convivenza, ti prego di cercarti una sistemazione e di andartene al più presto possibile” Lui fece la faccia sorpresa, come di chi casca dalle nuvole: “Perché, che cosa ti ho fatto? “,  mi domandò con quella sua faccia di tolla e la solita aria pietosa, che cosa è successo. Improvvisamente mi sembrò di avere esagerato, che cosa era successo di così grave, in fin dei conti? Ma decisi di tenere duro e gli rinfacciai ogni cosa invitandolo ancora una volta ad andarsene. “Va bene, mi disse, recitando la sua parte mogio mogio, va bene, dammi però almeno una settimana di tempo”. “D’accordo, ma non più di una settimana”. I giorni passavano, la mia roba era al suo posto, Armando non toccava più niente ed anzi il sabato sera mi invitò ad andare al cinema con lui. “Pago io, mi disse tutto contento, poi beviamo qualcosa dato che sono gli ultimi giorni che sto da te” Andammo al cinema e poi al bar a  farci un  paio di grappini. Mi dispiaceva, pensavo di essere stato troppo duro, troppo severo e non mi accorgevo, invece, che mi stava fottendo per l’ennesima volta. Venne il lunedì che doveva andare via ed io non me la sentivo di dirglielo, lui evidentemente mi conosceva bene e su questo contava e fece finta di nulla. Rimase, come se niente ci fossimo detti ed io ormai subivo impotente, anzi quasi condiscendente, la situazione.

 

Fiori di àgave

08 febbraio 2010 ore 14:35 segnala
L’agave è la pianta che amo fra tutte, anche se da un po’ di tempo ho imparato ad amare anche l’Aloe. Non è una pianta bella a vedersi, l’agave, ne esistono molte varietà e davvero non si può dire che sia una pianta bella da ammirare. Ma ha delle caratteristiche particolari nelle quali mi identifico profondamente, credo che potessi scegliere il mio avatara, sceglierei davvero l’agave poiché mi assomiglia in maniera straordinaria: infatti le sue radici sono profonde e numerose, le foglie larghe e molto grandi, capaci di incanalare e conservare l’acqua piovana per molto tempo, piene di soffice brina al mattino e la sua fibra è utilizzata per costruire materiali molto resistenti e perfino cappelli e tappeti. Come dicevo, ne esistono diverse varietà ma è curioso come, all’interno di una stessa specie vi siano molte variazioni tanto che, di molte, le origini sono del tutto sconosciute e si pensa siano delle varianti di altre piante selvatiche (avatara!!). Dall’agave sono perfino ricavate delle bevande molto usate in alcuni paesi dell’America Latina come il Mescal, la Tequila e il Pulque. Ma ciò che rende, a me, questa pianta affascinante è la seguente caratteristica: produce un solo, meraviglioso fiore solo dopo una trentina di anni. Dopo di che, muore! Sembrano tanti candidi, enormi cigni quei fiori e i cigni, si sa, possono nascere, per metamorfosi, a volte, da brutti anatroccoli. Avrei voluto accarezzare quei fiori mentre scattavo queste foto ma non ne ho avuto il coraggio, ho avuto paura che, data la loro breve vita, la mia mano avesse potuto contaminarli e rendere meno pura la loro breve ed intensa vita. Così ci ho rinunciato ed ho lasciato che vivessero nella purezza dell’aria che respiravano. Molti dicono di identificarsi perfettamente con i propri segni zodiacali. Io, veramente, a questa storia dello Zodiaco non ho mai creduto ma le caratteristiche del Toro sono, forse per mera coincidenza, le caratteristiche dell’agave: forti e deboli, versatili, delicati ed enormi, abbondanziosi e utili, amano solo una volta e muoiono. Belli ed effimeri come fiori nel deserto sono gli amori impossibili, quando per un attimo diventano reali: si elevano al cielo come le corolle dell’agave. Gli amori impossibili sono come i fiori dell'agave, serbati per anni, custoditi come reliquie inviolabili, profanate da chi ne scuote violentemente la sacralità poiché incapace di riconoscerne il valore e poi perdute per sempre.

 

In questi giorni ho visto fiori di agave dovunque in questo enorme parco naturale, qui dove abito.

 

L'amicizia

06 febbraio 2010 ore 12:16 segnala
Dato che qui si parla tanto di amicizia………

 

Racconto breve in alcune puntate: 2°

 

Cosimino, dunque, era uno di cui mi potevo fidare, uno su cui contare. Ma io tutto questo non lo vedevo ed anzi una volta che lui mi chiese un favore, nonostante tutti i suoi aiuti, gli dissi di no. Suo fratello era scivolato per le scale e si era fratturato la rotula ed una volta uscito dall’ospedale voleva fare la convalescenza in Puglia a Taranto, ma avendo ancora una imbracatura rigida il viaggio in treno sarebbe stato un tormento e perciò mi chiese se gli prestavo la macchina per accompagnare il fratello a casa. Io gli risposi di no, ma più per paura che per cattiveria o irriconoscenza. E se poi gli capita un incidente, pensavo, non solo devo averli sulla coscienza ma rischio pure di rimanere senza macchina. Perciò gli dissi di no. Lui non insistette e nemmeno il suo atteggiamento nei miei confronti mutò, lui era sempre quello di prima e capitò ancora che mi cedette qualche macchina. Con Armando, invece, ci conoscevamo da quando avevo  tredici anni. Lo conobbi ad una festa di compleanno e lui era sempre li a mettersi in mostra, sempre tirato a lucido e quella volta intento ad insegnare agli invitati la danza di Zorba: era al centro del salone con tre o quattro ragazzi e ragazze per lato e gli altri davanti a guardarlo imitando le sue mosse, come se lui fosse già un esperto di quel ballo arrivato in Italia solo da pochissimo tempo. Però mi  colpì subito il suo fare disinvolto e senza esitazioni, le indicazioni secche e severe che dava sui movimenti da fare, deciso. Ecco, era proprio quello che mi piaceva di lui, il suo carattere forte e sicuro, senza tentennamenti, almeno così mi sembrava da quello che vedevo. Insomma, le cose che mancavano a me, timido ed impacciato, le aveva lui. Per il resto non gli invidiavo nulla, ero alto come lui e, scusate la presunzione, non ero affatto da buttare via, anzi. Così che, quando mi telefonò in ufficio a Milano, mi sembrò del tutto naturale accoglierlo come poi feci. “Sono appena arrivato a Milano, mi disse al telefono, sono stato più di un mese a Torino ma non ho trovato lavoro”. Mi chiese così di ospitarlo per qualche giorno finchè non avesse trovato una sistemazione. Ora dovete sapere che io abitavo da solo in un piccolissimo appartamento dalle parti della Bovisa e certe sere mi seccava davvero uscire di casa per raggiungere il centro che era troppo lontano, così che tranne il sabato e la domenica, le mie serate a Milano erano davvero uno strazio e perciò pensai che la compagnia di un compaesano mi avrebbe sicuramente giovato ed avremmo potuto anche parlare di persone ed argomenti che conoscevamo. Durante la pausa per il pranzo andai a prenderlo alla stazione e Cosimino si offrì di accompagnarmi, disinteressatamente, giusto per farmi compagnia. Armando ci aspettava davanti l’ingresso del Museo delle cere che poi era il posto in cui la maggior parte dei meridionali che abita a Milano da come punto di riferimento agli amici o ai parenti che vengono a trovarli. L’incontro fu molto cordiale, baci e abbracci ed i soliti convenevoli e le solite domande di circostanza, poi siamo andati al bar per il caffè e Armando ne approfittò per raccontarmi di come gli era andata a Torino, della sfortuna che aveva avuto ed ora sperava che a Milano le cose gli sarebbero girate per il  verso giusto anche  “con l’aiuto di un amico come te”, furono le sue ultime parole. Poi lo accompagnammo al deposito bagagli per ritirare le sue valigie. Mentre Armando era intento in questa operazione, Cosimino mi afferrò per un braccio, mi tirò in disparte e mi disse piano in un orecchio come se fosse un segreto tra me e lui: “Guardati da questo tuo paesano, non mi piace, ha gli occhi falsi e te lo metterà in quel posto se solo troverà la sua convenienza”. Io rimasi sorpreso ed anche infastidito da quelle parole e feci appena in tempo a dirgli:  “Ma che cavolo dici? Ma se neanche lo conosci!”. Armando si avvicinò con la sua roba e Cosimino riuscì ancora ad avvertirmi: “Io te l’ho detto”. Ed infatti non me lo disse più al punto che io dopo un po’ di tempo ho pensato che lui si fosse pentito di avermi detto quelle parole, pentito perché si era convinto di essersi sbagliato sul conto di Armando. Ma le cose non stavano così e presto me ne sarei accorto a mie spese. La convivenza con Armando, però, proseguiva bene, senza nessun problema, lui al mattino si alzava con me, io proseguivo per l’ufficio e lui andava in cerca di lavoro, mise qualche inserzione sul Corriere della Sera, rispose a qualche altra, ma erano passati circa venti giorni ma di lavoro neanche l’ombra. A dire la verità l’unica cosa che cominciava a darmi fastidio, ma non più di tanto, era il fatto che, essendoci lui per casa, non mi sentivo più tanto libero di portarci qualche mia amica e qualche volta che l’ho fatto lui invece di capire l’antifona ed andarsene lasciandoci soli, invece rimaneva, partecipava alla discussione così che io ad un certo punto toglievo l’occasione e con la ragazza andavo via. Ma per il resto devo dire che la sua compagnia mi faceva piacere specialmente le sere in cui non avevo voglia di uscire o non sapevo dove andare e così si rimaneva in casa a parlare del paese e degli amici rimasti. Certe volte Cosimino veniva a trovarci a casa ma il suo atteggiamento nei confronti di Armando era assolutamente normale e così pure quelle volte che si usciva assieme per andare al cinema, allo stadio oppure in centro per fare un giro. Solo un paio di volte che siamo andati a mangiare fuori, Cosimino, che come ho detto prima durante la sua operazione di abbuffarsi con i frutti di mare non parlava mai, si rivolse ad Armando dicendogli: “Non credo che tu verrai mai a Taranto a mangiare i veri frutti di mare!”. A me, se devo dire la verità, mi sembrava anche un po’ provocante con quell’affermazione ma solo molto più tardi capii che intendeva dirgli: “Non sono così fesso come Gaetano, tu a me non mi fotterai mai.” Una mattina che ci eravamo alzati al solito orario, mentre stavamo facendo toletta Armando mi domandò se gli potevo prestare una camicia, aveva un appuntamento per un colloquio di lavoro e le sue erano in lavanderia. Non ci trovai nulla di strano e gli diedi la camicia, ma lui mi chiese anche la cravatta che si abbinava e poi, mentre stavamo scendendo giù con l’ascensore, mi disse ancora se potevo prestargli i soldi per il tram. Anche qui non ci trovai nulla di strano, mi sembrava solo un compaesano in difficoltà così presi tre mila lire e gliele diedi, poteva anche farci colazione e pagarsi il biglietto di ritorno.

 

L'amicizia

05 febbraio 2010 ore 17:11 segnala
Dato che qui si parla tanto di amicizia………

 

Racconto breve in alcune puntate: 1°

 

All’inizio di questa storia ero amico sia di Cosimino  che di Armando, alla fine, invece, come vedrete, di amico me n’è rimasto uno solo, e meno male perché, in fin dei conti, tutto quello che è successo forse è solo per colpa mia e della mia incapacità di distinguere uno sputo che luccica a terra brillato dalla luna, da un brillante vero. Cosimino e Armando: è raro vedere insieme due persone così completamente diverse fra loro sia per caratteristiche fisiche che per il carattere vero e proprio. Erano agli antipodi, uno stava al Polo Nord  l’altro al  Polo Sud. Cosimino era un pugliese di Taranto, brutto come la fondiaria vecchia, racchio addirittura, con il naso curvo e schiacciato contro il viso peggio ancora di quello di Carlo Delle Piane, due labbra grosse e carnose che risaltavano ancora di più sotto un paio di baffetti ispidi e neri. Sulla testa i capelli biondi e con le onde all’antica, lunghe da fare schifo, sempre precisi e mai fuori posto, leccati dalla lingua del gatto, come si dice dalle mie parti. Tutto il contrario di Armando che davvero era quello che si dice un bel ragazzo, alto e slanciato, sempre vestito con cura e ricercatezza, insomma un fisico ed una bellezza da attore o indossatore, fate un po’ voi e tanto per rendervi meglio l'idea, a me e non solo a me dava l’impressione di assomigliare a Fabio Testi. Cosimino, nonostante fosse così sgraziato e deforme aveva un incredibile, spudorato successo con le donne; che cosa ci trovassero in lui non lo so, fatto sta che ne cambiava spesso ed erano ragazze bellissime, non di poco conto ed pensavo che forse ci doveva avere qualche virtù nascosta per avere a disposizione tutto quel po po di campionario. Armando, invece, ma questo lo seppi quando ormai era troppo tardi, le uniche donne che aveva avuto erano state le prostitute che bazzicano alla stazione e qualche bruttona, sposata, magari la moglie di uno che conosceva, che lui aveva convinto ad andarci a letto. Uno chissà cosa si immagina da uno come lui ed invece! Quando si dice che il pane ce l’ha chi non ha i denti. Cosimino lo avevo conosciuto a Milano, eravamo colleghi di lavoro in quanto che facevamo i rappresentanti in una ben nota fabbrica di macchine da scrivere e calcolatrici. Avevamo legato subito perché lui era sempre allegro e gioviale, spontaneo, sempre disposto a darti una mano e devo dire che mi aveva tirato fuori dagli impicci più di una volta. Il fatto era che noi rappresentanti lavoravamo a percentuale ed il minimo che dovevi fare per poter vivere decentemente era il cinque per cento ma dovevi fare una certa produzione per averne diritto ed io molto spesso non ci riuscivo a vendere le macchine necessarie. Allora Cosimino, che con i clienti aveva lo stesso successo che aveva con le donne, mi passava una o due macchine, come se le avessi vendute io e così non solo riuscivo a raggiungere la percentuale, ma evitavo anche di sentire la solita predica con minaccia di licenziamento da parte del direttore generale. Una volta addirittura, dato che quel mese anche a lui non era andata gran che bene, convinse perfino il nostro capo zona a cedermi una macchina. Questo era un napoletano di Torre del Greco che non aveva altro in testa che le donne e, come se fosse qualcosa di cui vantarsi, ci raccontava le sue imprese, quello che aveva fatto e il servizio che si era fatto fare la sera precedente da qualche battona rimediata in una strada di periferia. A lui non importava come fossero queste donne, per lui era sufficiente che respirassero, non faceva nessuna differenza fra una trovata per strada ed una brava ragazza e infatti accettò di darmi la macchina se solo gli avessi pagato una marchetta con una di Via Vitruvio. Insomma, conclusi l’affare ed anche quel mese mi andò bene. Come tutti i pugliesi Cosimino andava pazzo per i frutti di mare e tutte le volte che andavamo a mangiare fuori lui ordinava sempre spaghetti alle vongole e pepata di cozze. Si vedeva però che  mangiava senza  gusto ma con  avidità, succhiava cozze e vongole quasi schifato, senza mai alzare la testa dal piatto, quasi scrutandole ad una ad una, senza curarsi affatto del rumore che faceva con la bocca. A me veniva da ridere anche perché i vicini di tavolo lo guardavano con una faccia come per dire “Che schifo”. Dopo aver mangiato tutto ed  inzuppato il  pane nel sugo rimasto, Cosimino si appoggiava con le spalle alla sedia e puntualmente diceva: “Ma non sono le stesse di Taranto”.