Eternauta

30 gennaio 2010 ore 12:47 segnala
Qualche giorno fa, mentre stavo pranzando con mio figlio, mi è capitato di vedere in tivvù un cartone animato, dato che lui è solito guardarne mentre consuma i pasti. Un cartone animato! Non una cosa seria, eppure mi ha angosciato profondamente: si trattava di un astronauta, in rotta verso chissà quale destinazione, che era uscito dalla sua navicella per una esplorazione esterna e che, essendosi sganciato il cavo che lo reggeva, era stato catapultato nell’infinito e li, dunque, perduto in balia del nulla, ad essere trasportato, sballottato fino alla morte! Una condizione folle e per la quale è meglio morire subito ed  ho sperato, immedesimandomi, come se quel disegno fosse un vero essere umano, che la morte lo cogliesse all’istante piuttosto che essere sprofondato in quel vortice angosciante! Solo dopo qualche minuto mi sono ritratto da quel pensiero, da quella identificazione e sono tornato alla realtà che però non mi è sembrata molto diversa da quella appena vista nel cartone animato. E’ come se avessi visto in un attimo il mio passato, catapultato in una dimensione eterea, feerica, incantata, un luogo dove esso risiede e dove risiede il passato di ogni essere umano: una specie di limbo eterno dove si trovano tutti i pensieri, le azioni, le gioie, i dolori, le angosce, le ferite, le risate, le illusioni, che hanno attraversato la vita di ognuno di noi e, in questo caso la mia vita. Tutto questo ammasso di emozioni, sensazioni e stati d’animo galleggia, naviga in questa dimensione folle, in attesa di una impossibile e vana catarsi, di una irrealizzabile deliverance, una dimensione nella quale ci sono solo due possibili sbocchi: l’eutanasia, per compassione e pietà di se stessi è la soluzione drastica e definitiva, porre fine all’angoscia e alla pena. Se si ama stessi, questa è la soluzione.  L’altra, invece, è il prolungamento infinito dell’angoscia stessa e che trova un momentaneo sollievo solo nel pianto, nelle lacrime, nell’immergersi masochisticamente, crudelmente, in quella massa gelatinosa e avvolgente, vischiosa e appiccicosa dei ricordi, fino alla fine naturale di noi stessi. Questa seconda soluzione è presa in considerazione solo nel caso non si ami più nemmeno se stessi. Io non vorrei essere l’astronauta che si perde nello spazio infinito e che, per effetto dell’assenza di gravità, galleggia tra asteroidi e galassie, novae e supernovae, stelle doppie e multiple, stelle fisse e variabili, nebulose, bolidi, pulsar e tectiti. Ho pianto così tanto e così a lungo per l’insensibilità e l’inganno altrui, che sono già morto dentro da troppo tempo, pur se navigo nel nulla come quell’astronauta del cartone animato, che la soluzione prima è quella che si accorda perfettamente con il mio irreale stato d’animo.

Le 21.11 della mia vita

28 gennaio 2010 ore 21:09 segnala
Brevi di cronaca

Milano. Tassista fatto di coca punta col taxi e investe due marocchini in via Sammartini, spaccando ambe le gambe a uno dei due. L'investitore è rimasto a piede libero.

Gela. Venticinquenne atteso fuori dalla discoteca e pestato a sangue per avere involontariamente pestato un piede a un tizio ballando nel locale. E' in coma con trauma cranico all'ospedale.

Roma. Madre e figlio rumeni, trentadue e tre anni, carbonizzati in baracca per un fuoco acceso male. Faceva un freddo molto rigido. Stupore di cittadini e politici per il fatto che a Roma ci sia ancora gente che vive così. Promessi, o minacciati, provvedimenti.

Siracusa. Polacca 53enne crepa di freddo in una grotta ad Acradina, a poca distanza dalle monumentali rovine degli antichi greci e dall'altrettanto monumentale santuario della Madonnina Buona di Siracusa.

 

Clochard bruciato. Ma: "L'hanno fatto per divertimento", "Nessuna matrice politica". Meno male.

 

Canicattì. Disoccupato trentottenne si uccide lanciandosi dal tetto dell'ospedale. "L'uomo era disperato per i problemi economici suoi e della famiglia".

 

 

Andare,

anche questo è partire,

separare,

e mi porto dietro il sapore profumato

della polpa carnosa di un'albicocca,

non più gelsomino odoroso nelle narici,

e salsedine in gola,

ma acre sapore di gomma bruciata,

di stridere di freni,

rumori laceranti di sirene.

Ma poi lei mi avvolge,

sinuosa e affascinante,

come nessuna aveva fatto mai,

e conosco il suo corpo in ogni suo segreto,

e mi rifugio,

e lei mi ama e mi odia,

mi esalta e mi avvilisce,

mi fa ridere e piangere,

e mi lascio guidare,

mi lascio crescere e cambiare,

e mi scordo il sapore dell'albicocca,

l'inebriante gelsomino,

e il sale del mare.

Tornare,

anche questo è partire,

separare,                                                                         

perchè, mio Dio, panta rei?

e mi resta sempre dentro il sapore della sua bocca,

morbida e suadente,

il profumo della sua pelle,

appiccicato addosso sul mio corpo,

e la sua voce e il suo volto,

racchiusi dentro l'anima.

Restare,

anche questo è partire,

separare,

non ha più lo stesso gusto l'albicocca,

è solo nascosta nostalgia il gelsomino,

adesso seduto guardo il mare,

che mi spruzza il sale sulla faccia,

oltre l'orizzonte, laggiù in fondo,

c'è una città, c'è lei,

in mezzo, il separare.

Separazione

25 gennaio 2010 ore 20:28 segnala

Catania, stazione, binario uno. Un caporale in mimetica, sui venticinque, basso, serio, tarchiato. Un siciliano dell'interno probabilmente; e una donna più o meno dello stesso tipo, con un sorriso largo e, a guardarlo attentamente, un po' forzato. Stanno grattando un gratta-e-vinci sul muretto. Appesa alle gambe di lui, tutta ridente, c'è una bambina di tre o quattr'anni, gli tira spavaldamente il giubbotto. La tuta è del tipo desertico, color sabbia macchiata; al braccio l'insegna con scritto Tchad, forze italiane. Non hanno vinto, osservo allontanandomi verso i giornali, e adesso si sorridono occhi negli occhi. Le dita dell'uomo carezzano i capelli della bambina, adesso. La donna gli sta dicendo qualcosa. Dieci minuti dopo, sul treno per Roma, ho rivisto il soldato mentre stava salendo sul vagone. Butta dentro la borsa, si volta a riabbracciare la bambina. Sua moglie dice ancora qualcosa, che però si perde fra gli strilli. Ha cominciato a piangere esattamente ora, disperatamente, appena il soldato ha posato il piede sul primo gradino. La mamma la tira a sè, il soldato sale. Gli sportelli si chiudono, il treno parte. "Permesso", dice educatamente il soldato, spingendo la borsa davanti a sè sul predellino. E' uno sui venticinque con una faccia seria per la sua età, da figlio di contadini di Caltanissetta o Niscemi..

La vita è fatta solo di separazioni

Ancora

21 gennaio 2010 ore 15:04 segnala

Tu sai come si sta male,

tu conosci l'inquietudine

e il cercare,

il vagabondare,

il navigare,

senza mai trovare un porto.

Ti sei fermata da me,

non ero un porto,

ti sei accontentata della boa

schiaffeggiata dalle onde,

ti sei aggrappata,

disperata,

sperando di non dover cercare ancora.

Adesso,

vorresti volare ancora,

come un gabbiano,

e poi posarti,

per ripartire ancora,

e poi posarti ancora,

per ripartir di nuovo.

E quando prendi il volo,

ti accorgi della grande nostalgia

che hai per quella boa.

E torni ancora.
 

Bellezza

18 gennaio 2010 ore 23:05 segnala
La bellezza della vita mia

 

Passa,

la bellezza della vita mia,

avanza,

spavalda,

l’occhi niuri commu  si fussiru du cocci alivi,

triste,

traspare nella luce del giorno,

riflessi sui suoi lunghi capelli,

ribelli,

e si alza,

e ognuno può vederla.

Guardano,

la bellezza della vita mia,

mentre taglia la folla col suo passo:

le sue cosce e le gambe,

e il seno e il viso,

non certo il peso,

‘u gghiummiru aggruppatu,

dietro il lieve sorriso

della bellezza della vita mia.

Ma io passerei oltre quella porta di granito,

e scioglierei quel nodo,

portando su agevoli discese e morbidi sentieri

il passo della bellezza della vita mia

Freddo

13 gennaio 2010 ore 16:32 segnala
Ho tanto freddo, nel corpo e nell'anima, nel cuore. Un gelo che non avevo mai provato. Neppure il calore della febbre riesce a scaldarmi il corpo. Per l'anima, invece, ci vorrebbe ben altro: qualcosa che non esiste. Le colline qui attorno sono innevate, sono le 16,35 ed già quasi buio. Poche, sfocate luci, si intravedono dalla mia finestra. Piove! Il mio animo è immerso nel grigiore glaciale di un mondo senza amore, di indifferenza e ricerca dell'effimero! Non c'è nulla che valga la pena!

Grazie!

12 gennaio 2010 ore 15:06 segnala
Ringrazio tutti coloro che, qui e in privato, mi hanno mandato messaggi di auguri che ricambio di cuore. Dai, anche a quelli che non me ne hanno inviato!

Una notte così

23 dicembre 2009 ore 21:39 segnala

Ho sperato, inutilmente, per anni, che in una notte così, magari la notte di Natale, si realizzasse ciò che per anni avevo sognato. Ma i sogni belli non si avverano mai! Quindi, un bel giorno di tanti anni fa, ho deciso che, come si dice a Bolzano, è megghiu livaricci manu!!!! Le parole di questa canzone sono la mia quotidianità.

Consapevolezza

21 dicembre 2009 ore 15:31 segnala
"……una volta in India viaggiavo in macchina. C’era un autista che guidava e io sedevo accanto a lui. Dietro di me c’erano tre signori che discutevano intensamente della consapevolezza e su di essa mi ponevano delle domande; sfortunatamente in quel momento l’autista guardava altrove e investì un’oca e i tre signori continuavano a parlare della consapevolezza, totalmente inconsapevoli di aver inestito un’oca. Quando a questi signori, che tentavano di essere consapevoli, fu fatta notare questa mancanza di attenzione, fu per loro una grande sorpresa….."

 

( Da: “Libertà dal conosciuto” di Krishnamurti )

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Due storie vere sulla consapevolezza 

 

12 Gennaio 2007

 

( Da Repubblica e YouTube)

 

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l'ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro. Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c'era un musicista che suonava. Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma poi guardò l'orologio e ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, ne' ci fu alcun riconoscimento. Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo. Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari.
Questa è una storia vera, anche se assomiglia moltissimo as una favola meravigliosa di Natale.
La eccezionale performance di Bell è stata scrupolosamente seguita e registrata da un gruppo di cronisti del Washington Post, che ne hanno dato conto in un lunghissimo articolo pubblicato nell'edizione di domenica 8, il giorno di Pasqua. Il giornalista che firma l'articolo, Gene Weingarten, spiega che Bell ha accettato di prestarsi all'esperimento con l'obiettivo di verificare se, in un contesto anomalo, la gente normale avrebbe riconosciuto un famoso e acclamato artista e, soprattutto ne avrebbe riconosciuto il talento. L'esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone. La domanda era: "In un ambiente comune ad un'ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?". Ecco una domanda su cui riflettere: "Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?". Ma dipende anche dal contesto e dal tipo di società poichè lo stesso Joshua Bell dichiarò più tardi: Quando alla donna è stato spiegato chi è Bell, ha replicato senza scomporsi: "Se qualcosa del genere fosse accaduto in Brasile, tutti si sarebbero fermati ad ascoltare, non qui. Un paio di anni fa un barbone è morto, e non si è fermato nessuno". Gli americani sono troppo indaffarati, conclude Weingarten, che cita anche a dimostrazione di questa tesi il sociologo Alexis de Tocqueville e il film Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio.

 

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19 Dicembre  2009

 

(2° Da me)

 

Ho dormito, ieri notte, in una città che non era la mia,

ho fatto acquisti, roba di poco conto.

Oggi, al risveglio, il vento spazzava la città sporca di carte

ed altri rifiuti,

ed i bambini, sorridenti per le prossime vacanze, andavano a scuola.

Io stavo in un angolo rumoroso di venditori,

aspettando che scattasse il verde

e sulla strada c’era uno  che suonava il sax

davvero molto bene, gratis,

ti offriva il suo genio musicale, gratis,

una musica che gli usciva dall’anima, gratis,

e io, invece, me ne stavo andando senza sapere dove,

in mezzo alla gente piena di pacchi,

e di passi affrettati di chi torna a casa

con la spesa di Natale ed i regali,

di bambini che andavano allegri alla scuola,

di venditori di frutta e stelle di Natale,

ma c’era soltanto un uomo solo sotto l’orologio

e suonava il suo sax in modo celestiale

e offriva le sue note roche e profonde ( avete presente il nasale suono del sax? )

per niente in cambio,

gratis.

Nessuno si fermava da ascoltarlo

ma suonava così dolcemente ed aveva gli occhi chiusi,

conosceva la sua musica dal cuore,

nessuno si fermava ad ascoltarlo, solo passi frettolosi,

qualche centesimo nella ciotola,

perchè tutti vedevano che non era mai stato sullo schermo della tivvù.

Volevo farmi avanti

e chiedergli una musica tutta per me,

ma sentii il suo ritmo e mi fermai, rinunciai a chiedere per me:

suonava davvero in modo celestiale e non voleva niente in cambio,

gratis.

 

 

Timeo Danaos et dona ferentes

18 dicembre 2009 ore 22:26 segnala
"Timeo Danaos et dona ferentes"

 

Uno dei primi post che ho scritto qui nel blog è quello che segue. Oggi mi sembra più attuale di prima, anzi sono certo ( senza presunzione ) che sia stato sempre valido, anche prima che io lo avessi scritto, prima di tutti i tempi, credo che lo avrebbe potuto scrivere uno dei primi esseri pensanti su questa terra, lo potrebbe scrivere chiunque oggi e chiunque domani. Tanto è vero che il titolo che ho dato risale ai tempi di Omero, quindi, come si vede, antico e attuale. Ve lo ripropongo perché gli avvenimenti recenti o di un passato prossimo della mia vita mi hanno portato al punto che quel titolo è diventato il mio dogma. Anche se non si dovrebbe fare di tutta l’erba un fascio, anche se non si dovrebbe generalizzare, ma quando uno si scotta col fuoco, poi ha sempre paura del fuoco. Quando mio figlio maggiore aveva tre o quattro anni, non ricordo esattamente, era molto attirato dall’accendino che c’era in dotazione nella macchina. Era attirato da quei cerchi concentrici rossi che l’accendino formava e una volta tentò di toccarli con l’indice!!! Nonostante il mio avvertimento e le mie spiegazioni, ogni volta che salivamo in macchina lui voleva che gli mostrassi i cerchi rossi dell’accendino, finché un giorno riuscì, chissà come, mentre io stavo guidando, ad accenderlo e ad appoggiare, sopra quei cerchi rossi, che per lui erano magici, il pollice destro. Non potrò mai dimenticare le sue urla e certi lacrimoni davvero grossi grossi che sembrava non volessero finire più di uscire dai suoi dolcissimi occhi. Poi, passato il dolore ( la scottatura non fu profonda ma a quell’età il dolore si avverte in maniera molto più intensa che in un adulto) si adagiò sul petto di sua madre e si addormentò sussultando più volte prima lasciarsi andare completamente al sonno. Naturalmente da quel giorno non diede più uno sguardo a quell’accendino nemmeno da lontano e quando io, cercando di togliergli la paura, cercavo di farglielo toccare quando era spento e freddo, lui non ne volle mai più sapere! Questo è il post in questione.

 

Gli esseri umani

Finalmente si sedette, esausto, accanto alle pervinche e il suo sguardo si perse all’orizzonte. Con una specie di sdoppiamento amebico il suo cervello scrutava e pensava. Davanti a lui un piccolo sacello di campagna, forse un ex voto, una devozione, lo indusse a pensieri di speranza. Non si accorse subito, quindi, dell’Uomo alle sue spalle. L’ombra del grande albero si figurava sulla strada come uno spaventoso essere anguicrinita ed ebbe per un attimo paura. Questo lo fece sobbalzare così potè vedere il suo osservatore: “Non temere”- gli disse costui prevenendo ogni suo timore- “sono qui per fare un pezzo di strada assieme a te”. Si fidò, istintivamente, del bonario e rassicurante sorriso dell’Uomo: era stanco e solo, insicuro e deluso, desideroso di parlare, chiacchierare, confidarsi con qualcuno e quindi accettò senza nessuna remora la compagnia dello sconosciuto. Solo per un attimo si chiese insieme mille cose ma accettò l’incognita fidando in una buona, finale agnizione. Si incamminarono e lasciò dietro si se ogni prudenza: lungo il percorso si trasformò volentieri in una specie di anadromo desideroso di farsi conoscere, amare ed essere amato………………………………………………………………………………………………!
(Ad un tratto l’Uomo gli si parò di dietro, cinobalanico, e lui pianse a lungo della sua ingenuità)