Masada

24 novembre 2009 ore 17:42 segnala
Mi chiedi quando è cominciata la mia lunga marcia verso Masada? Praticamente il giorno stesso in cui sono nato, tantissimi anni fa, o forse - chi lo sa? - anche prima, se  fosse vero che ogni essere umano ha la sua storia scritta nelle stelle o in un qualche strano libro del destino! Se  no’, posso dire che è cominciata proprio il 16 Maggio di molti anni fa. Una marcia molto faticosa, molto spesso sotto il sole cocente  che tante volte, per l’impossibilità di sopportare una tale calura, ho dovuto proseguire solamente nel buio della notte, ed il giorno restare al riparo di una roccia o di un anfratto, nell’attesa che calasse un po’ di refrigerio. Eppure non ero nel deserto o peggio ancora in una specie di Hammada secca e pietrosa. Eppure non sapevo neanche che mi stavo dirigendo verso Masada! Questo, infatti, lo seppi molti anni più tardi. Pioggia, vento, neve, tutte le condizioni temporali le ho vissute in questa marcia di avvicinamento a Masada, a causa di un nemico, anzi di un dittatore, un feroce oppressore che si è messo alle mie costole fin da quando sono nato o forse, come ho già detto,  anche prima. Quando si è presentato, per la prima volta, sono rimasto impaurito e sorpreso, non sapevo di cosa o  di chi si trattasse. Nonostante la sua presenza, il mondo sembrava sempre lo stesso, ma sotto la sua superficie si era riempito di vesciche purulente. Poi, ho cercato, quando  ho percepito nettamente la sua presenza, di ribellarmi a lui, di combatterlo questo nemico e qualche volta mi era sembrato di averlo sconfitto. Ma lui ha sette vite, come i gatti ( se è vera questa storia ), anzi posso dire che lui ha la mia vita poiché mi ha soggiogato e terrorizzato sempre: mi ha condotto, indirizzato, obbligato, coartato, condizionato, costretto, sottomesso, indotto a sensazioni e stati d’animo pazzeschi, con una forza indefettibile ed i momenti peggiori in cui si è presentato, sono stati proprio i momenti in cui ho accennato ad  una reazione, una ribellione: era come se volesse dirmi, con la sua presenza, che lui era lui ed era li anche quando non c’era e che non avrebbe accettato nessun atto di indisciplina da me, tanto meno di ammutinamento o, peggio ancora, azione sotterranea. Nessuna carboneria, quindi! Che mi fosse chiaro! “Io sono qui e non ti libererai mai di me, ci sono anche quando non mi vedi”. Una azione soffocante, la sua, implacabile. Le prime volte si è presentato sotto forma subdola, non riuscivo a capire che razza di cosa fosse, quali fossero le sue reali intenzioni,  ma non potevo andare alla stazione o affacciarmi da una finestra, peggio ancora da un balcone dei piani alti; guidare, leggere, studiare, viaggiare. La notte mi impediva di dormire, appena prendevo sonno mi faceva sussultare con una sensazione di soffocamento, come se mi mancasse l’aria e urlavo, mi svegliavo di soprassalto: “Mamma!”. La mia vita era del tutto sconvolta, condizionata materialmente, fisicamente, psicologicamente. Era il suo modo di sfiancarmi per potere poi prendermi totalmente. I miei movimenti erano limitati, motoriamente e perfino nelle attività del pensiero, totale annullamento del pensiero, per l’introduzione del suo pensiero unico. Ed allora ho cominciato a vagare, cercando nel mondo esterno a me, un alleato, un rifugio per conoscere l’identità di questo nemico e poterlo fronteggiare. Cosa può fare un essere umano dopo aver lottato a lungo ed uscirne sconfitto ogni volta? Non posso dire di essermi arreso subito, ho messo in atto le mie attività, le mie azioni ma ho dovuto ammettere che il dittatore era più forte di me. Mi faceva pensare all’India di Gandhi schiacciata sotto la dominazione inglese per oltre centocinquantanni. E la passiva resistenza di Gandhi: la forza della debolezza, l’arma più potente che ci sia. E finalmente, dopo anni di totale sottomissione, ho trovato l’alleato, mettendo in pratica tutti i meccanismi di difesa che conoscessi. Ma a che serve una simile cosa se non ad ingolfare ancora di più quel grande contenitore che si chiama Es? Può funzionare per un po’ di tempo ma poi tutto esplode, proprio come una bomba, con le sue schegge che si dirigono in tutte le direzioni, cadendo, poi, inerti come coriandoli, in ogni tessuto, in ogni membra, in quel morbido vortice che si chiama cervello. E così è stato. “O vai a Catania o ti suicidi, non hai altre scelte”. Un essere umano se ne sta in pace, vuole vivere la sua vita normalmente, ma quando qualcuno si mette sulle tue tracce non ti restano, davvero, che poche cose da fare. Gli esseri umani non hanno colpe. E così decisi di andare a Masada, nella mia fortezza inespugnabile, lontano da tutto e da tutti poiché ero convinto che li il nemico non solo non mi avrebbe mai raggiunto, ma si sarebbe perfino dimenticato di me. E mi sono messo in marcia, ho raggiunto faticosamente Masada e all’interno di essa mi sono rifugiato. Ero isolato da resto del mondo ma avevo tutto ciò di cui necessitavo: i miei pensieri, i miei ricordi, la mia testa,  la mia vita. Passarono gli anni, credevo di avere raggiunto la salvezza ma all’alba di un giorno più caldo degli altri, durante la mia solita introspezione del mattino,  una presenza concreta si materializzò alle falde di Masada: era lui, il mio nemico, il mio dittatore che, chissà come, aveva scoperto il mio rifugio e mi aveva raggiunto! Come se fosse spuntato dal nulla, come se non avesse percorso alcuna strada per arrivare a me: davvero materializzato. Come venuto dalle viscere della terra.  Ed ora era li, cosciente che non sarebbe stato facile raggiungermi ma altrettanto consapevole e certo che prima o poi ci sarebbe riuscito, non importava quanto avrebbe dovuto aspettare e in quali condizioni ma sapeva che mi avrebbe raggiunto. Non intendeva rinunciare a me, ne valeva della sua fama e della sua capacità. E rimase li, in assedio, aspettando pazientemente la mia resa per prolungata prostrazione. Non sapevo esattamente quanto avrei potuto resistere ma sapevo bene, anche non potendone quantificare il tempo, che non sarebbe stato per molto tempo. Sapevo che lui non si sarebbe mosso dalla sua posizione per nessuna ragione al mondo sopportando la fame, la sete, le condizioni meteorologiche avverse ed estreme, sempre li, con il suo sicuro ghigno beffardo. Insomma non mi avrebbe mollato mai. Passarono gli anni, in quella condizione, io controllavo i suoi movimenti dall’alto della mia fortezza, seguivo le sue mosse, i suoi tentativi inutili, ma non frustranti per lui, di arrivare a me, mi sentivo tranquillo e irrequieto nello stesso tempo poiché sapevo che non sarebbe stato lui a fiancarsi ma io. Finchè una mattina vidi che stava costruendo una rampa che lo avrebbe portato direttamente dentro le mura solide di Masada. Aveva capito quale era la  strada e non gli importava quanto tempo ci avrebbe messo per costruire quella rampa. Osservavo i suoi tentativi dall’alto della mia postazione, lavori non facili per la pozione di Masada, per la sua morfologia molto complicata e praticamente ostile, ma lavori che lentamente, giorno dopo giorno proseguivano finchè  ad un dato momento la rampa fu completamente pronta e lui si preparava, trionfante,  per venire a prendermi. Ci era riuscito ad arrivare a me, ma avrebbe trovato la sua sconfitta trovandomi. Si sarebbe introdotto in Masada ma non sarebbe mai riuscito a prendermi, avrebbe dovuto accontentarsi solo della soddisfazione di non aver mollato la sua preda e di averla raggiunta: solo questa sarebbe stata la sua vittoria, niente di più di questo. Qualcuno avrebbe testimoniato quell’ epilogo ed allora cominciai a scrivere, in maniera incancellabile, la fase finale del suo assalto e la fase finale della mia difesa. Poi rimasi li, in attesa, in rassegnata attesa, supino, per terra. Sentivo i suoi passi e la sua presenza proprio sopra di me. Ecco, sta risalendo lungo la rampa, fra non molto la salita lunga e faticosa finirà, dopo anni di assedio è riuscito ad espugnare Masada credendo di conquistare la sua preda. Ecco, sento che è proprio nel punto esatto sopra di me, gli basterà una breve discesa verso l’interno per arrivare davanti a me e prendermi, ricondurmi alla sua ragione, al suo volere.  Ma io non aspetterò che venga giù a prendermi.

 

 

Kaos

11 novembre 2009 ore 15:03 segnala

Sabato sono andato al cinema. Quello della riapertura. Alle diciassette già moltissime persone  in attesa che aprissero le porte. Evidentemente erano in molti ad aspettare e sperare che quella non fosse una chiusura definitiva. O forse è stato anche a causa del film che davano come prima volta: “Baarìa”. Che io avevo già visto qualche settimana fa in un altro cinema e di cui avevo messo anche un post, qui. Ma l’ho rivisto volentieri perché c’erano delle cose che mi erano sfuggite la prima volta. Credo che lo rivedrò una terza volta dato che sarà in programmazione fino a oggi, mercoledì undici. Li in attesa, molti che conoscevo e con i quali mi sono intrattenuto a chiacchierare, naturalmente del cinema dei tempi passati e di altri vari argomenti, tra cui la politica. Non poteva mancare Matteo: da sempre, la sera al nostro bar, ci interroghiamo sui film di tutti i tempi, lui è una specie di mostro in questo, sa tutto sui film: attori, registi, sceneggiatori, anno di produzione, luogo e data di nascita di attori e registi. Anche io sono molto preparato su questi argomenti ( e lo dico mettendo da parte la modestia perché sarebbe da ipocriti ) e le nostre sfide sono l’attrazione degli altri nostri amici al bar. Ci interroghiamo a vicenda, una specie di gioco. Ma la vecchiaia è incipiente e ci sono, in tutti e due, dei vuoti di memoria che cerchiamo di mascherare con atteggiamenti ridicoli e infantili: “ vediamo se te lo ricordi, non lo sai, si ma voglio sentirlo prima da te” e cose del genere,  per prendere tempo, sperando che torni alla memoria ciò che è sulla punta della lingua. Ecco, le porte del cinema ora sono aperte, c’è un affollarsi, spingere, risate ed emozioni. Alla cassa la solita signora di sempre, sorridente e soddisfatta per non aver perso il posto di lavoro, lo stesso per la maschera, che deve “spizzicare” i biglietti, anche lui li da sempre, anche lui sorridente. Evidentemente i figli dei proprietari del cinema devono avere posto come condizione, al nuovo, ricco socio, il mantenimento del posto di lavoro per chi li ci ha lavorato da sempre. E mi sembra pure giusto! Un bel gesto da parte dei ragazzi! All’interno, ancora odore di chiuso, benché la sala sia stata certamente arieggiata, è rimasto chiuso per troppo tempo, ma le belle poltrone rosse sono linde e pulite, comode, si vede che è stata data una bella ripassata prima della riapertura. Mi siedo in fondo quasi, la vista non mi permette di stare più vicino, più lontano sto e meglio vedo. Mi lascio andare sulla poltrona e mi abbandono al film: Tornatore è il miglior regista che oggi abbiamo in Italia, direi anzi l’unico e Baarìa è un film di memoria storica, raccontato attraverso tre generazioni, dalla Sicilia poverissima e contadina, ai tempi del fascismo, fino alla Sicilia di oggi, ricca di un falso benessere. Anche se il filo conduttore è unico, si intrecciano storie d’amore, di politica, di mafia, di povertà, di aspirazioni mancate, di sogni non realizzati, ma Tornatore è bravissimo a farti rivivere le sensazioni di un tempo, i brividi, le lacrime e i sorrisi. Tutto quello che ho visto in Baarìa, in gran parte l’ho vissuto quando ero piccolo: sembra che la Sicilia sia passata improvvisamente, senza alcuna fase di transizione, da una società contadina ad una società di ricchi imprenditori, dai carri nei campi agli aerei nel cielo, proprio come nella famosa canzone di Luigi Tenco, “Ciao, amore, ciao”. In pratica è la storia dei meridionali, un popolo che da sempre, per sopravvivere, ha dovuto lasciare casa, famiglia, amici, parenti, luoghi, per inghiottire nostalgia, tristezza, ricordi, lacrime. Desiderio di tornare. Non conosco altra gente d’Italia che abbia subito un esodo così massiccio come i siciliani, e non solo verso il Nord, opulento miraggio,  ma, forse soprattutto, verso le Americhe, il Nord Europa. Nel racconto di Luigi Pirandello, “L’altro figlio”, inserito nel film del fratelli Taviani, “Kaos”, c’è una scena intensa e commovente: un gruppo di giovani è in partenza per l’Argentina; tra loro un ragazzo di sedici anni; il padre è li, che lo accompagna e con le lacrime agli occhi, lo stringe a se e gli dice: “Va! E non scrivere mai tu! non tornare mai più qui, questa è terra maledetta”. Oggi c’è la Lega: “Che tornino a casa le maestrine meridionali”. Che ne sanno, loro che ce l’hanno duro (?) di un uomo? Di chi quest’uomo lascia a casa? In quali condizioni? Che ne sanno dei suoi sentimenti? Di come sia stata carica la separazione, i saluti, gli abbracci, i baci, il non volersi lasciare le mani? Di quella malattia incurabile che si chiama nostalgia? E se lo sanno non gliene importa proprio nulla, l’importante, per loro, è averlo duro (?), l’importante per loro è salvaguardare la “roba”, “i schei”, “ i danè”, fuori dalle grinfie dei meridionali ed oggi dei marocchini, i senegalesi etc etc.  Se Dio esiste il suo grande disegno è proprio questo e si sta, lentamente, dato che non conosce tempi, realizzando: la pacifica convivenza - a costo di martiri - degli esseri umani, di tutti gli esseri umani, su questa antica e attuale Pangea, a dispetto di chi vorrebbe ancora divisioni, moschee si, moschee no, crocefisso si, crocefisso no, ognuno a casa sua. Mi dispiace per questi “terrorizzati” dai diversi, poiché dovranno rassegnarsi ed accettare: è un processo inarrestabile, irreversibile, come una piena che avanza senza possibilità di poterla fermare, dovranno rassegnarsi ad una società multirazziale, multireligiosa, multiculturale: Dio se ne infischia delle infantili diatribe per apparire in tivvù o sui giornali: sul crocefisso e sulle moschee, è questo il suo pandemico disegno: tutti sulla stessa nuova Arca di Noè che si chiama Pangea e tutti a remare nella stessa direzione, alla faccia di muri, di divisioni, di tram, strade e metrò per bianchi e  per neri, gialli, rossi, verdi e arancioni. Nel famoso film “Easy rider”, Jack Nicholson, rivolgendosi ai due hippies, Dennis Hopper e Peter Fonda, bastonati ed emarginati dai paesani, dice loro -  parlando degli abitanti della città in cui si trovano – “Non hanno paura di voi, hanno paura di ciò che rappresentate e che per loro è del tutto nuovo”. Durante l’intervallo sono andato a prendere un caffè al bar del cinema e ho scambiato due chiacchiere con il barman, anche lui sopravvissuto alla chiusura e poi sono andato a sprofondarmi di nuovo sulla poltrona per la seconda parte. Esco sempre per ultimo alla fine del film, leggo tutti i titoli di coda, fino all’ultimo ( altrimenti come farei a tenere testa a Matteo nelle nostre sfide serali al bar? ). All’uscita dal cinema piove, mi avvio lentamente a casa, non ho voglia di mangiare, al computer vado subito a consultare il sito www. imdb.com , un portale con un formidabile database in cui ci sono tutti i film, ma proprio tutti, dalla nascita del cinema ad oggi e con tutte le informazioni relative su attori, registi, sceneggiatori e perfino i luoghi delle riprese. Dico due parole a mio figlio che ha preferito restare a casa, uscirà più tardi con i suoi amici. Mi chiede se il film mi è piaciuto e dico che sarebbe dovuto venire a vederlo anche lui. Adesso prenderò un altro caffè, leggerò qualche pagina di un libro scritto da una mia cugina: “ Appunti nella memoria di un emigrante” e poi mi metterò a pensare, lascerò andare la mia mente, vagare liberamente attraverso il tempo, un tempo in cui era davvero bello andare al cinema, dopo uscire e commentare, andare al bar o in pizzeria, al ristorante per poi tornare a casa, al tepore della casa, alle cose semplici di tutti i giorni. Hai distrutto ogni cosa bella.

 

Il treno arrancava ferroso…

nell’ultimo giorno di Ottobre

ancora e sempre più afoso…

Partimmo, col sole negli occhi

col buio nel cuore smarrito…

il mare cullava le cose

perdute in un gioco finito…

…il treno correva…e le rose

cadevano lungo la via…

Avevo un biglietto timbrato:

Milano-Malinconia!

 

(da: “Appunti nella memoria di un emigrante”, di R.P. )

 

Cinema

04 novembre 2009 ore 20:48 segnala
Riapre il mitico cinema del mio quartiere! Chiuso da quasi un anno per le gravi condizioni di salute dei proprietari (poi deceduti: lui da un paio di mesi e lei lo ha seguito da qualche settimana, ancora giovani). Oggi ho letto sul quotidiano della città che i figli, due ragazzi non ancora trentenni, hanno deciso di riaprire il cinema con l’aiuto di un imprenditore locale. La notizia mi ha riempito di gioia, mi ha entusiasmato, perfino! Mi ha commosso. Perché a quel cinema – e ad un altro nelle vicinanze, chiuso anche questo – sono legato da ricordi meravigliosi che riguardano un’epoca altrettanto meravigliosa. Durante questo periodo di chiusura sono passato, per i percorsi che normalmente faccio, ogni giorno davanti al cinema: “Chiuso per ferie”, c’era scritto, su un cartello all’ingresso e mi chiedevo se mai avesse riaperto i battenti, dopo la morte dei proprietari. Mi piaceva pensare alle serate invernali passate a vedere un bel film, all’uscita dal cinema, la pizza o il ristorante; il gelato o il caffè dopo il film; il ritorno a casa, il pensiero della bella serata trascorsa. Ormai ero convinto che avessero definitivamente chiuso ma oggi, invece, la splendida notizia e già mi preparo ad essere uno dei primi clienti, qualunque film diano per la ri-prima volta, anche un film banale, pur di essere li, ancora una volta e ripercorrere tutte le tappe dalla mia fanciullezza ad oggi. E’ una bellissima sala con le poltrone rosse, con la tribuna in alto e, sopra lo schermo, campeggia in caratteri cubitali una scritta che indica il nome del proprietario, che poi è anche il nome del cinema, e l’anno di un restauro, 1963. Questa notizia, dunque, mi ha fatto venire in mente il film di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”, e nel quale ho rivisto tutte le scene che avvenivano esattamente, quando ero ragazzo, in questo cinema del mio quartiere, i personaggi che lo frequentavano e che sono sempre nei ricordi di tutti per le battute esilaranti che facevano durante la proiezione, specie dei film d’amore, o nei famosi spaghetti-western dove parteggiavano, a voce alta, per il buono o per il più forte o per i nostri. A volte era più lo spasso di sentire loro al cinema che il film stesso! Il ricordo più lontano che ho di questo cinema risale al periodo in cui l’ingresso costava centottanta Lire! Una cifra enorme per un ragazzino come me e le battaglie domenicali con mio padre per avere duecentocinquanta Lire di cui centottanta, appunto, per il cinema, quaranta Lire per un arancino e venti Lire per un bicchiere di spuma nella rosticceria proprio li accanto, all’uscita. Mi rimanevano in tasca la bellezza di dieci Lire, che accumulavo in un salvadanaio di argilla, “u caruseddu”! Se un ragazzo giovane, ora, dovesse leggere queste cifre sono certo che si metterebbe a ridere o non ci crederebbe, ma sto parlando di un periodo a partire dai primi anni ’60. - “Ladro della tua casa” - era l’insulto più leggero che mio padre mi mandava quando gli chiedevo i soldi per andare al cinema, mentre mia madre gli diceva lascialo stare con ampi gesti della mano ed eloquenti espressioni del viso; mia zia Angelina, che abitava con noi, invece, di nascosto a mio padre, andava nella sua stanza, dall’attaccapanni appeso dietro la porta, dalla sua borsa tirava fuori, avvolti in un fazzoletto annodato più volte bianco e con le strisce nere del lutto, cinquanta o cento lire che io infilavo subito in tasca per tornare, poi, all’attacco di mio padre. La domenica il cinema era affollatissimo e molta gente rimaneva in piedi dando l’assalto alla prima poltrona che si liberava, se qualcuno usciva prima - ricordo le liti furibonde per questo - o assaltando in massa tutte le poltrone alla fine della proiezione: infatti molti di noi rimanevano a vedere il film due o anche tre volte. Quando diedero “Per un pugno di dollari” il cinema era pieno fino all’inverosimile, gente stipata dappertutto, seduti per terra o in due su una poltrona. Io ero addosato alla parete, in fondo, con altri amici e rimanemmo a vederlo fino all’ultima proiezione, accaldatissimi e sudati, impregnati di fumo di sigarette, che saliva leggera verso il soffitto, una grigia nube come nebbia, odore di gomma americana, arachidi e ceci abbrustoliti ( da noi si chiama “càlia” ). Più tardi, negli anni, si andava al cinema per le ragazze, con le amiche o le compagne di scuola per i film di Franchi e Ingrassia, o per fare le corte alle altre che non conoscevamo, tutti in ghingheri, giovanissimi, giacca, camicia e cravatta, come si usava allora anche per gli adolescenti come noi. I capelli freschi di shampoo, pettinati con cura e stirati con il phon e l’odore, buonissimo, di borotalco che, speravamo, avesse un effetto positivo anche sulle ragazze. Poi, verso la metà degli anni ’70 il cinema, in generale, subì la sua bella crisi a causa del boom dei tivvùcolor, dei videoregistratori, delle videocassette ed anche il mio cinema subì, allora, una chiusura piuttosto lunga, con mio grande dispiacere. Poi, alla riapertura, le lunghe serate del sabato, con quella che è stata mia moglie, o con i figli piccoli per i film che piacevano a loro. Sono passati tanti anni da allora e molte volte, negli ultimi tempi, il cinema è stato un rifugio, un buttarsi su una poltrona con una pietra al collo ( come dice una canzone che non ricordo quale sia ) e vedere con gli occhi un film che non vedi con la testa, fino alla chiusura e trascinarsi stancamente a casa, con tutti i pensieri che ti riempiono la testa e il cuore. Adesso, però, tutto è diventato una abitudine, ogni cosa è diventata una abitudine, una normalità, perfino le cose più spiacevoli e tristi, proprio come in un brutto film, con la differenza che, dalla poltrona di un cinema, puoi alzarti e andare via se lo spettacolo non ti piace, mentre dallo spettacolo della vita non puoi allontanarti, te lo devi “godere” fino in fondo o vuoi o non vuoi perché ci sono altre persone che dipendono da te e dalle quali non vuoi o non puoi staccarti. Sabato riapre il mio cinema, il mio “Nuovo Cinema Paradiso”, la storia qui è simile a quella del film: un uomo con i soldi permette la riapertura del cinema. Io sarò li, alle 16.00, orario consueto del primo spettacolo, e vedrò qualunque film daranno, proprio come nella vita, lo spettacolo è quello che ti viene offerto, o vuoi o non vuoi. Spero senza pietra al collo, stavolta.

 

 

Azzurra

29 ottobre 2009 ore 15:21 segnala

Poesia trovata scritta sulle pareti di un reparto del Paolo Pini, ex ospedale psichiatrico di Milano:

 

Lacrime

in un cielo pulito

porge l'autunno

La gelosia non è più di moda

e la follia non si usa più

 

 

 

Durante il tragitto da casa mia, nonostante lo stato d'animo, sono riuscito a guidare con calma, sempre sulla mia corsia, senza effettuare alcun sorpasso, ho aspettato pazientemente nelle code, specie in Viale Odorico da Pordenone, finché sono arrivato nella zona che dovevo raggiungere. Non mettevo piede in questa parte della città da molti anni così che, una volta arrivato, la calma di prima è sparita e mi ha preso il panico perché il traffico era più intenso e caotico che nella Circonvallazione e, nonostante fossi in netto anticipo sull'orario, ho creduto di arrivare in ritardo e perdere così il primo appuntamento. Ed allora per sfogarmi  ho alzato i vetri degli sportelli della macchina, ho messo la radio con il volume al massimo e ho cominciato a urlare e ad imprecare come un forsennato per almeno cinque minuti, finchè mi sono dovuto fermare ad un semaforo rosso. Qualcuno, guardandomi, si sarà meravigliato vedendomi solo in macchina e muovere la bocca come se stessi parlando con qualcuno vicino che in effetti non c'era. Qualcun altro ha scosso la testa ridendo. Forse avrà pensato: "quello parla da solo" ma può essere pure che abbia creduto che stessi cantando o stessi parlando al telefonino con l’auricolare, almeno spero. Al telefono, oltre a raccomandarmi la massima puntualità, lei mi aveva spiegato tutto con molta chiarezza, indicandomi quale era la strada da seguire una volta arrivato nel vialone grande alberato da dove ero passato tantissime volte. Essendo anche un po’ pratico della zona, anche se non del tutto, non mi è stato, infatti, difficile trovare la via e il numero civico. È una strada non lontana dal centro della città, nella zona Nord, intersecata continuamente da tante altre strade trasversali che si perdono poi  in un'infinità di vicoli, dove le macchine sono parcheggiate in maniera disordinata, di traverso e per metà sui marciapiedi impedendo il passaggio ai pedoni. Attorno ai cassonetti della spazzatura, già stracolmi, sono ammonticchiati altri voluminosi e puzzolenti sacchetti ormai preda di numerosi gatti e cani randagi che ogni tanto si azzuffano tra di loro. Il palazzo dove c’è lei è proprio all'inizio della via ed è come se fosse completamente avulso dalla realtà circostante: è, infatti, un palazzo di sei piani, moderno, costruito da pochi anni, si vede, in netto contrasto con le altre case vicine,  antiche e piccole,  dove il colore dominante è il nero della pietra lavica con la quale sono state costruite, una attaccata all'altra, quasi a proteggersi l’una con l’altra, ma a fare anche in modo che così l'unica luce che hanno è la porta d'ingresso, senza finestre e passando si può vedere tutto quello che c'è dentro.

Ho dovuto  però  lasciare la macchina piuttosto distante, non avendo trovato posto lì vicino e così mi è toccato tornare indietro a piedi per un bel pezzo. Fortuna che il pomeriggio di fine ottobre è ancora caldo e la strada che ho dovuto rifare è piuttosto ampia e alberata e mi ha dato una piacevole sensazione di tranquillità che per qualche momento ha coperto l'ansia dentro di me. Mi sono fermato davanti un bar, sono entrato con un po’ di esitazione, mi era venuto in mente di prendere una camomilla, che non prendo da anni e anni, ma ci ho rinunciato per paura di quello che avrebbe potuto pensare il barista e così ho preso una granita di mandorla che mi ha rinfrescato ma mi ha lasciato la bocca così dolce da far venire la nausea.

Qualche minuto prima dell’orario fissato ho suonato al citofono del cancello d'ingresso, uno di quelli con la telecamera e, alla risposta, ho riconosciuto la sua voce che,  al mio nome,  ha detto solo: "quarto piano". Ho attraversato il corridoio fino all'ascensore e la salita mi è sembrata interminabile, soprattutto per l'emozione. Lei era lì ad attendermi davanti alla porta aperta; mi ha stretto la mano con un sorriso molto rassicurante e, con gentilezza, mi ha invitato ad entrare chiedendomi per prima cosa se avessi trovato facilmente la via. Mi ha accompagnato alla stanza dove c’è il suo studio, piena di libri in tutte le pareti, fino al soffitto. Accanto alla finestra, una enorme scrivania in legno antico, massiccio, color mogano e  di fronte  un divano con alle spalle una grande poltrona sulla quale era stata messa una grossa coperta azzurra che la ricopriva fino a toccare il pavimento. Immediatamente, senza che lei facesse niente di particolare, mi sono trovato a mio agio in quella stanza. Sarà stata anche l’impressione o la suggestione, non lo so dire, ma una piacevolissima sensazione di protezione e di sicurezza mi ha avvolto completamente dalla testa ai piedi e sentivo che ci sarei stato sempre bene la dentro, anzi era come se ci fossi già stato altre volte e perciò era come se il posto non mi fosse  affatto sconosciuto o addirittura ostile. Mi sentivo davvero bene ed ero contento di esserci, di avere fatto quella scelta. E dire che non volevo neanche telefonare. In fin dei conti devo ringraziare proprio lui, sembra paradossale ma è così!! Mi piace dunque, mi trovo bene da subito. D’altronde, quando ho preso l’appuntamento, ero consapevole che avrei dovuto fare quella strada più volte la settimana e per un tempo indefinito, così come lei mi aveva preavvisato con molta attenzione a che io capissi bene, raccomandandosi quasi; ma  la cosa non mi spaventava assolutamente e l'ansia era dovuta solo all'incertezza della nuova situazione che affrontavo. Ero stato e stavo troppo male  per non desiderare che tutto finisse o che almeno si attenuasse al punto che fossi in grado di sostenerlo il malessere; insomma, ero disposto a tutto pur di migliorare la mia tremenda situazione. Non avevo altre soluzioni. Lei si è seduta sulla poltrona con la coperta azzurra. Intraprendevo, così, una strada che non sapevo ancora dove mi avrebbe portato, mi auguravo solo che fosse quella giusta per uscire dal tunnel, quel tunnel nel quale ero intrappolato ormai da sempre.

 

Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di se per tutto il fulgorato scoscendere di una vita, più greve ogni giorno, immedicato.

Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”

 

Ciò che mi opprime non si può curare; è la mia croce e devo portarla, ma Dio sa quanto si è incurvata la mia schiena per lo sforzo.

Sigmund Freud, “Da una lettera del 1900”

 

Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore

Eschilo, “Prometeo”