Scilla e Cariddi

26 settembre 2009 ore 13:09 segnala

Tra qualche ora rivedrò questo posto bellissimo e struggente. Non so più quante volte abbia fatto questa strada e quanti tramonti mozzafiato abbia visto in questa zona. A volte i colori sono cosi intensi e straordinari che uno vorrebbe catturarli e portarli con se: neanche in un filmato o in una foto riescono come realmente sono, perdono sempre qualcosa e il più grande dei pittori non potrebbe riprodurli per quello che realmente sono. Su questa autostrada e in questi posti c’è tutta la mia vita, fin da quando avevo diciotto anni e, per la prima volta, lasciai il mio paese per andare a lavorare a Milano, destino di moltissimi meridionali. Eppure queste vedute riescono sempre a sorprendermi nonostante mi siano passate davanti gli occhi per anni. Sullo sfondo, a destra si vedono Panarea e Stromboli ma in condizioni di tempo chiaro si vedono anche le altre isole. Dalla costa siciliana, in prossimità dei laghetti di Ganzirri, c’è un punto che la Calabria sembra talmente vicina da potere allungare una mano e toccarla, uno spettacolo magnifico! Parto, vado con la mia moto sulla sponda jonica della Calabria, sperando che il tempo non mi tradisca. Adesso è sereno e spero che più tardi non arrivi la pioggia. Mi è sembrato appropriato mettere come colonna sonora Rino Gaetano, calabrese di Crotone.

 

E tu, Musa dell'isola, qui onora
fra il chiasso dei flautisti e degli amici
con una poesia degna il vincitore,
pugile ragazzino figlio di Panteo.

(Bacchilide)

Prendimi se ci riesci

24 settembre 2009 ore 00:02 segnala
Penso che tornerò indietro,

alle cose che ho imparato così bene nella mia gioventù,

penso che mi rivolgerò a quei giorni

quando ero ancora giovane per conoscere la verità,

ora non ci sono più giochi per passare solamente il tempo,

non più trenini elettrici, non più alberi su cui arrampicarsi,

ma pensare come un giovane e diventare vecchio non è un peccato

(gherasco polla didescomenos)

ed io posso  giocare al gioco della vita

con le illusioni di un ragazzo e la paura di un adulto.

Mi ricordo di quando mi vergognavo ad avvicinarmi ad una ragazza

ma ora penso di avere molto di più dei giocattoli che ho prestato,

ora c’è molto di più da fare

che guardare i miei castelli di sabbia sulla spiaggia d’estate

o ripensare ai tuffi in mare dagli scogli più alti insieme ai miei compagni

e ogni giorno può essere sempre più difficile da affrontare

ci vorrebbe un po di coraggio o di spregiudicatezza o forse persino faccia tosta

o addirittura cinismo ed è proprio tutto questo che mi manca

così dunque, prendimi se ci riesci, io me ne sto tornando indietro

ora non c’è altro da fare che provare a tuffarsi ancora una volta dagli scogli più alti

insieme alle risate e le urla giovanili dei miei compagni di allora.

Illusione

21 settembre 2009 ore 14:27 segnala
Non c’è amarezza nel male di vivere,

non c’è dolore nel dolore della vita,

non c’è amore nell’amore della vita,

ma trappole disseminate,

e lacci,

in questa pista accecata dal sole

del giorno

e dal nero della notte,

fino a quando la nostra angoscia

annoierà il padrone della vita

e la nostra avventura arriverà presto

alla fine

e la nostra storia sarà sepolta nel nulla,

nell’oblio dell’amarezza, del dolore, dell’amore,

dell’illusione della comprensione altrui,

della morte.

Bermuda

19 settembre 2009 ore 01:01 segnala
Quando i sogni diventano realtà, sembra ovvio e banale, si torna alla realtà. Finisce il fascino e la sconfinata fantasia del sogno, della immaginazione, perché proprio questo è il bello dei sogni: che ognuno può immaginarsi l’oggetto dei suoi sogni come meglio gli pare o come vorrebbe che fosse, se lo dipinge a modo suo, secondo i suoi desideri e le sue aspettative, ci costruisce sopra i suoi castelli e la sua fantasia può andare come e dove vuole. Ma poi, quando il sogno si avvera, si torna alla realtà che è sempre tremendamente, disillusamente diversa dal sogno, anche se si è ottenuto ciò che si è sognato. Quante volte siamo rimasti delusi nonostante la realizzazione di ciò che abbiamo magari per anni sperato, sognato! E’ un po’ come quando un bambino desidera fortemente un giocattolo, vive nell’attesa di averlo e quando, finalmente, lo ha, ci gioca intensamente e continuamente per diversi giorni per poi abbandonarlo del tutto dopo qualche tempo. Ricordo che dove vivo fino a qualche anno fa, c’erano due passaggi a livello che spaccavano la città, il treno in pratica passava in mezzo alle case, come succede in tante altre città. In uno di questi due passaggi a livello, ad un certo punto, la strada ferrata faceva una curva dietro la quale il treno spariva del tutto. Fin da piccolo io ero affascinato da quella curva, da quel treno che spariva una volta superatala. Ci fantasticavo sopra su cosa potesse esserci dopo quella curva, che direzione prendesse il treno, le case che avrebbe sfiorato, la campagna, le persone che avrebbero visto lo stesso treno che qualche minuto prima avevo visto io. E per tutta la mia vita ho mantenuto vivo questo mio sogno, questo mio fantasticare su cosa ci fosse oltre quella curva. Non mi sono mai, volutamente, preoccupato di andare a vedere, scoprire, costatare la realtà; ho preferito sempre mantenere in me quella fantasia perché potevo immaginarmi qualsiasi cosa volessi, perfino che il treno oltre quella curva fosse inghiottito da una forza misteriosa proprio come avviene per certe navi o certi aerei nel famoso triangolo delle Bermuda. Insomma, il sogno me lo gestivo come volevo e se fossi andato a vedere cosa realmente c’era oltre quella curva avrei smesso, per sempre, di sognare. Ma alcuni anni fa sono cominciati i lavori di smantellamento dei binari dal centro della città, i passaggi a livello sono stati eliminati, il treno fa un nuovo tragitto lontano dalla città e tutto il vecchio percorso è stato ripulito dalle erbe alte, dagli alberi, cespugli e muretti laterali: è stato aperto uno squarcio su ciò che prima non si vedeva, ai tempi in cui ci passava il treno, e quella curva non è più una curva, lo sguardo può liberamente spaziare al di là di essa poiché si vede tutto ciò che prima si poteva solo immaginare: il sogno si è spezzato e quello che ora si vede è molto lontano dal sogno che ho tenuto un vita per più di quaranta anni! Succede sempre così, mi ripeto, quello che diventa realtà, in seguito ad un nostro sogno, è sempre diverso da come ce lo eravamo immaginato e nonostante si sia avverato rimane sempre in noi un senso di disagio, di delusione. Ecco perché sognare è inutile e dannoso se poi diventa realtà: i sogni devono rimanere tali per sempre perché si avveri, veramente, ciò che noi vogliamo. Sognare così vuol dire non crearsi illusioni e non sperare in niente e in nessuno, contare solo su se stessi anche se molto spesso non si ha neanche la forza per questo.

 

Ma che importa,
io posso ancora raccontare,
ed è questa
la mia vittoria.

 

 

15,03

17 settembre 2009 ore 15:01 segnala
L’ho vista dalla sabbia della spiaggia di Ponente,

proprio accanto alla Luna

che spuntava dietro l’Etna, ieri sera, 

in una sera di cielo chiaro e azzurro, terso dal vento di Libeccio,

lavato da giorni di pioggia sporca:

era lei, la stella.

Una sola è la stella che sempre risplende

Spada del mondo immortale

è la luce più splendente

questa è la nostra stella,

la nostra stella è eterna

nata da una lampada eterna e dal fuoco sacro.

Potente montagna infuocata,

l’eterno amore di uno è la stella che sempre s’accende,

regina della scintilla immortale nell’occhio del cielo,

si è la nostra stella, è la nostra stella,

vista dalla sabbia della spiaggia di Ponente,

proprio accanto alla Luna che spuntava dietro l’Etna

in una sera di cielo azzurro e chiaro.

E’ quasi autunno!

 

Ai giardinetti sotto la statua del glorioso Generale G. Nastasi, un gruppo di signore anziane, le solite mi pare, ogni volta che passo da li e le vedo, con le buste della spesa davanti ai loro piedi sedute sulle panchine di ferro a raccontarsi i giorni e le medicine:

“ Beh, con le più pazienti di voi ormai è già un anno che stiamo qui ai giardinetti a chiacchierare”.

“Mah! Speriamo di esserci ancora fra un anno, se Dio vuole”.

“Di questi tempi non si può mai dire, signora mia. Mica è più come una volta. Non ci sono più le mezze stagioni, i politici sono tutti ladri, non si può più girare tranquilli per le strade. Insomma, speriamo bene”.

“Oddio, le dodici e mezza. Debbo proprio andare”.

“Arrivederla signora, ci risentiamo fra una settimana, e si riguardi, mi raccomando, si riguardi”.

 

Stamattina, svegliandomi, ho visto che il mondo c'e' ancora, anche se le colline la in fondo si intravedono appena, nascoste da una nebbia che si trasformerà presto in pioggia, la pioggia che che ha rinfrescato le giornate di questo autunno precoce. Uno spiraglio di luce, però si fa strada, a sinistra, nel cielo da Levante ed è probabile che, dopo la pioggia, spunti il sole e con esso di nuovo il caldo. Non e' da escludere, perciò con queste premesse,  che il mondo duri fino a lunedi' prossimo, ed e' con questo auspicio che volenterosamente ho iniziato questa, nuova, faticosa e impegnativa giornata.

 

Il giorno spunta oscuro,

esso ora conta una infinità di volte:

il domani del domani è nato ancora

e le barche girano eterne il ponte nella palude,

la vita si trascina lentamente dal passato;

osservando meravigliato io traccio i suoi modelli in me,

il tempo del passato ritorna nella mia vita e se ne serve,

non biasimarmi, dunque,

per le lettere che possono formarsi sulla sabbia,

non guardare i miei occhi,

tu potresti vedere tutte le immagini che si allargano nel mio cielo

e colorano la mia vita,

non dire che sbaglio se immagino

che la voce della mia vita non può cantare:

Il destino entra e dice parole antiche: il conosciuto si serve di te!

Le mie mani splendono tenebrosamente bianche

e si vedono solo nell’oscurità

per benedire il bambino nato oggi,

volando in alto,

volando nella paura: piccolo Toro cattivo!

condannato a morire mille anni prima che nascessi!

La conoscenza splende nei miei occhi e tocca il mio viso,

nel punto dove io l’ho vista essere prima.

Non biasimarmi, ti prego, per il destino che cade,

io non l’ho scelto!

 

Sono le 15,03 della mia vita

ed il raggio di sole di stamattina,

a Levante,

non è riuscito a squanciare del tutto

le nuvole sulle colline.

 

Indifferentemente1

15 settembre 2009 ore 16:18 segnala
“Il mondo non mi appartiene ed io non appartengo a lui, semplicemente mi lascio trascinare”.

 

Prendo spunto da questa frase che è stata scritta come commento al mio post “ Indifferentemente “, poiché questa frase è il punto centrale del post in questione; è stato individuato, da chi ha scritto il commento, lo stato d’animo di chi ha scritto il post, la condizione in cui si trova l’estensore del post: trascinato dagli eventi, dalla vita, dal mondo, senza più la forza e la voglia di opporsi ai fatti, alle cose, alle persone, poiché: “tanto, non ne vale la pena!”. E questa però non è per me una condizione di disagio o di sofferenza, affatto! Ma è la condizione disincantata e realista delle cose: così è. Una consapevolezza che le cose della vita vanno così, che le persone sono in un certo modo e quindi una condizione di equilibrio e fatalismo nello stesso tempo. Non ho mai creduto, profondamente in nulla nella mia vita, o meglio, ho creduto e credo ma senza esaltazioni, fanatismi, regole, dogmi e, soprattutto, senza aspettarmi nulla da qualcuno o da qualcosa. Forse perché così si nasce, o per eredità di caratteri, forse per il contesto in cui si cresce, per l’educazione ricevuta, dove la parola “educazione” ha un senso lato, davvero molto ampio ed esteso: insegnamenti ed insegnanti, esempi, punti di riferimento, cultura generale, sociale e particolare, modelli, tendenze, periodo storico nel quale si è formato l’imprinting nella coscienza di un adolescente. Molti anni fa ho letto un romanzo, universalmente riconosciuto come capolavoro, “Lo straniero” di Albert Camus, e nel quale mi sono immediatamente riconosciuto. Ho riletto quel libro, nel corso degli anni, non so più, davvero, quante volte l’ho riletto, ed è molto interessante ciò che dice lo stesso Camus del personaggio del suo romanzo, Meursault : “ Nella nostra società qualsiasi uomo che non pianga alla sepoltura della propria madre rischia di essere condannato a morte. Il personaggio del libro è condannato perché si sottrae ad ogni gioco e ad ogni  convenzione e ad ogni comportamento conforme e preteso, imposto. In questo senso egli è straniero alla società dove vive, erra emarginato, vive nei suburbi di una vita privata, isolato. Ed è per questo che i lettori sono tentati di considerarlo come un relitto. Meursault, invece, non sta al gioco e la risposta è semplice: rifiuta di mentire”. Mentre, invece, noi mentiamo, a noi stessi e, conseguentemente, agli altri, giorno per giorno, mentiamo e non ce ne rendiamo conto, mentiamo poiché ci comportiamo secondo certi schemi, certi canoni che prendiamo per buoni, anzi non ne siamo affatto consapevoli: nella vita bisogna essere forti, vincenti, guerrieri, aggressivi, sdolcinati in amore fino al momento, però, in cui questo grande amore finisce ed allora dal grande amore, amore mio senza di te non posso vivere, sei la mia anima, sei la mia vita, il mio respiro etc etc, si passa agli insulti più accesi e volgari ( e tutto il grande amore di poco prima?). E’ strano, pensateci per un attimo, rifletteteci: la maggior parte degli esseri umani è fondamentalmente contraria alle dittature, alle imposizioni, eppure noi siamo i primi dittatori di noi stessi poiché ci imponiamo di comportarci secondo i canoni e gli schemi che pretende da noi la società se non, peggio ancora, ciò che pretendono le mode. Siamo ciò che in effetti non siamo, abbiamo un sacco di aspettative e quando queste non vengono soddisfatte allora soffriamo, stiamo male, ce la prendiamo con la vita, con Dio, con la natura, con  tutti: gli uomini parlano male delle donne e le donne parlano male degli uomini, si scade nel banale e nei luoghi comuni: “gli uomini sono tutti uguali, le donne sono tutte uguali” ;  ma non si parla mai di esseri umani, si parla di categorie, di caste, di corporazioni: gli uomini, le donne, i vincenti, i perdenti, i sentimentali e i cinici, i romantici e i freddi, gli illuminati razionali. Non siamo capaci, minimamente, di dirigere le nostre vite ed allora abbiamo bisogno di qualcuno che le diriga per noi e ci affidiamo totalmente tranne, poi, provare profonde delusioni, solitudini, ansie, frustrazioni, pianti, lacrime etc etc. Seguiamo l’approccio tradizionale: dall’esterno verso l’interno e mai il contrario: dall’interno verso l’esterno. Crediamo che le cose esteriori possano darci anche un benessere spirituale, morale, alleviare le nostre pene e non vediamo che è all’interno di noi che dobbiamo cercare e trovare quel benessere che nessuno, tranne che noi stessi, può darci. Prendiamo, finalmente, coscienza che siamo esseri umani e che non esiste amore eterno, amore non s’impone e non si chiede; io, per conto mio credo che ci sia un solo autentico amore nella vita: quello della madre verso i figli, anche le madri che, purtroppo, ammazzano i figli amano quei figli a cui hanno tolto la vita poiché non è un cervello normale quello della madre che uccide i propri figli.  Altro amore, tranne questo, io non conosco, non c’è! Forse, come ho detto all’inizio, io non ho mai riposto in nessuno le mie aspettative, sono stato sempre pronto, anche quando ho amato, a qualsiasi tipo di evenienza poiché nella vita può accadere di tutto e il contrario di tutto. C’e' un proverbio siciliano molto eloquente: “non jabbu e non maravigghia”, quanto mai azzeccato e preciso, realistico. Ed è proprio per questo mio atteggiamento, per questo mio modo di vedere la vita, che quando mi sono accadute cose molto spiacevoli e dolorose, sono stato in grado di affrontarle da solo, senza desiderare o sperare nell’aiuto di qualcuno, senza aspettarmi nulla da alcuno. Quando ti tagli un dito e urli dal dolore, per quanto possa dirti, chi ti sta accanto – chiunque sia – che ti capisce, non è affatto vero anche se le sue intenzioni sono sincere poiché può davvero dirti “ti capisco” solo chi, come te, si è tagliato un dito.

 

Il vero insegnamento e' quello senza formule

 

Questa canzone……….

 

Non mi ricordo più come si sta quando si sta bene

Indifferentemente

07 settembre 2009 ore 16:11 segnala
“Non so chi fui; perì di noi gran parte:

questo che avanza è sol languore e pianto.

E secco è il mirto, e son le foglie sparte

Del lauro, speme al giovanil mio canto”  ( Ugo Foscolo, dai Sonetti )

 

Ogni essere umano reagisce a suo modo alle vicende della vita, di fronte alla stessa cosa ci sono reazioni diverse. Di fronte ad un gatto nero che attraversa la strada, ad esempio, non reagiscono tutti allo stesso modo, eppure è lo stesso fatto per tutti: un gatto nero che attraversa la strada. Sono accadute tante cose nella mia vita e non so cosa accadrà ancora dato che, fin’ora, nessuno è in grado di vedere il futuro. In ogni caso credo che nessuna esperienza si possa fare nella vita perché ciò che noi chiamiamo esperienza è semplicemente frutto di una reazione ad un dato fatto, in un dato momento, e con un determinato stato d’animo e che non possiamo prendere per buona, valida per le future occasioni, ché non sappiamo affatto se si ripeterà, in futuro, sempre uguale di fronte allo stesso accadimento e niente di strano che quello stesso stato d’animo e quella reazione potrebbero essere presenti di fronte ad un fatto del tutto diverso. Credo che il sentimento dominante nella mia vita sia stato la paura con tutte le conseguenze ( non sempre negative, non sempre, non sempre! ) che la paura porta. La paura ti spinge a fare cose che normalmente, razionalmente non faresti mai: trasgressioni morali, legali, sociali, educative, nonché tutta una serie di errori di carattere pratico, quotidiano ma, nello stesso tempo, ti impedisce di farne altre di cose che potrebbero essere dannose per te e per gli altri: la paura è un freno inibitore potentissimo nel bene e nel male quindi faremmo bene, molto spesso, a rendere grazie alla paura dato che qui vedo molti nei blog che parlano di vincenti di perdenti e di tantissimi luoghi comuni e banali. La paura ti porta a fare quelle cose che ti fanno definire dagli altri, a torto, coraggioso: infatti molti pensano che coraggioso sia chi non ha paura. Niente di più sbagliato, poiché quella è semplicemente incoscienza, non consapevolezza, non salvaguardia di se stessi e degli altri: è coraggioso solo chi compie un atto, una azione pur avendone paura, con la paura nel cuore mentre l’affronta o lo compie quell’atto. E’ questo il sentimento che mi ha spinto per anni, fino a qualche anno fa, a fare cose che mai avrei pensato di fare, prima di farle, e che ho fatto soprattutto perché sapevo che mi sarebbero state impedite o che io stesso mi sarei impedite. Non starò qui a dire tutto ciò che mi è successo nella vita per due motivi: primo, perché sono certo che, purtroppo, ad altri sono capitate cose peggiori delle mie, quindi raccontare delle mie potrebbe anche essere presuntuoso; secondo, perché certe cose le ritengo troppo private, troppo intime e personali per raccontarle in un pubblico blog. Forse magari si capiscono ugualmente da ciò che scrivo, ma non le dirò chiaramente, neppure ne metterò i dettagli anche perché non credo che siano cose interessanti per gli altri e gli altri hanno i loro guai, purtroppo e perciò, giustamente, non sono disposti ad ascoltare i guai altrui. In ogni caso non sono state cose piacevoli,  anzi tutto il contrario. Di tutto ciò che mi è accaduto, prima che mi accadesse veramente, ne avevo paura, nel senso che pensavo: come farò se mi succederà una tale o tal’altra cosa a me o a qualcuno della mia famiglia? Come reagirò? E ne avevo terrore, perfino. Poi, tutto è diventato tremendamente realtà e la mia reazione è stata del tutto diversa – per fortuna o sfortuna non saprei dire - da quella che io temevo. L’altro grande sentimento della mia vita è stato quello  della nostalgia, la nostalgia che ha percorso tutti gli anfratti della mia mente, ogni angolo della mia coscienza, ogni strada della mia vita: non c’è stata cosa, persona, azione o situazione che sia entrata a far parte della mia vita e per la quale io, poi, non abbia provato nostalgia, sempre, costantemente nel tempo, una nostalgia così concreta da potersi tagliare a fette e consumare nel tempo come una pagnotta fatta in casa, una nostalgia così profondamente ed ederamente radicata nella mia coscienza da farne, addirittura, una ragione di vita, da farmi, senza minimamente rendermene conto, trascinare in dimensioni irreali e fantastiche, feeriche addirittura ma nello stesso tempo così veritiere e concrete da essere scambiate per realtà tangibile. Ed in nome di questa paura e di questa avviluppante ed immanente nostalgia, ho fatto di tutto di fronte a me stesso ed agli altri, ripudiando la razionalità, perfino la mia dignità e il mio pudore in maniera masochisticamente cinobalanica!! Ma non me ne è mai dispiaciuto, mai nessun rimpianto o esperienza o autopunizione, neppure senso di colpa, se non peggio: “i se e i ma”. Non sono mai esistiti “i se e i ma” nella mia conduzione della vita. La nostalgia è stata qualcosa che ha cavalcato a briglie sciolte la mia mente conducendomi per sentieri carichi di pianti, di lacrime, di singhiozzi, di errori ai quali non ho mai opposto la benché minima resistenza. Ma, dicevo prima, da alcuni anni a questa parte sono successe delle cose, diverse cose diverse tra di loro, proprio le cose di cui forse noi tutti abbiamo paura che possano succedere e preghiamo, invochiamo, speriamo che non succedano, che possiamo sempre esserne immuni, che pensiamo succedano sempre agli altri e mai a noi. Ho vissuto concretamente, consapevolmente, realmente e realisticamente questi ultimi fatti della mia vita, da sei anni ad oggi, ed ho osservato in me un fatto straordinario, ma forse dire straordinario è troppo enfatico e pretenzioso ed allora cancello lo straordinario e lo definisco fatto nuovo, per me nuovo ( la riprova che le esperienze non esistono, se esistessero staremmo fermi a quelle mentre tutto è invece in movimento, tutto è sempre diverso ) qualcosa che è cresciuto lentamente, giorno dopo giorno, avvenimento dopo avvenimento: la assoluta perdita della paura e della nostalgia! Sparite, cancellate, certo non improvvisamente ma lentamente, senza acorgermene, è andato avanti così in me questo processo. Non c’è più in me cosa che mi induca ansia, preoccupazione, paura, non c’è più nulla che mi porti alla nostalgia, al pianto, ai ricordi. Penso alle cose della mia vita passata e presente con distacco. Come se stessi guardando un film o un quadro che non riescono a trasmettermi alcuna emozione. Una glaciale ebrezza al distacco dalle cose e dai loro nomi e dai simboli: quella voluttà del commiato che subito distingue le coscienze eroiche, oltre che le menti, a loro insaputa suicide. E la totale assenza di paura si traduce in un intreccio, un ironico gioco di parole : non ho affatto avuto paura nel costatare la mia totale assenza di paura e di nostalgia! Ogni cosa mi è del tutto indifferente, sono diventato una specie di ammasso di muscoli, tendini, ossa, carne, una condizione mentale non più turbata da avvenimenti esterni o interni.  E senza più i miei due sentimenti primari, sono diventato una spugna, una enorme spugna che assorbe indifferentemente ogni cosa e non riesco nemmeno ad odiare, anzi a provare alcun tipo di sentimento, uno qualunque, uno qualsiasi per i fatti della mia vita e per chi me li ha procurati: si, perché ci sono fatti che nessuno procura, capitano perché capitano e per i quali noi non possiamo farci nulla. Altri fatti, invece, sono da altri procurati. Sono, quindi, in uno stato d’animo indefinito e indefinibile ( se mai si dovesse proprio, per necessità, definirlo ), una specie di equilibrio precario ( o no? ) che spero duri il più a lungo possibile poiché non mi dispiace affatto. Ogni tanto, però, qualcuno si incarica, non richiesto, anzi del tutto indesiderato, di mettere a rischio questo mio preziosissimo ed amatissimo precario equilibrio, nonostante le mie ripetute richieste di essere considerato come inesistente, sconosciuto, morto, mai venuto al mondo.  Ma ho questa capacità  straordinaria ( qui ci sta “straordinaria” e ne sono perfino orgoglioso ) di recuperare in poco tempo l’equilibrio precario, che per qualche attimo è stato messo a rischio, a dura prova e ritornare ad essere spugna, assorbente, capace in hl, ingurgitante qualsiasi tipo di materiale schifoso, odioso, puzzolente, nauseabondo, amorale e non accettato dal comune, pubblico senso del pudore. Sarà stato un caso o una associazione di idee, quindi, che l’anno scorso ho comprato un romanzo di Moravia, il primo romanzo di Moravia, scritto ad appena diciotto anni e già, allora, capolavoro riconosciuto. L’ho comprato così, durante uno dei miei frequentissimi giri tra gli scaffali della libreria del mio amico Paolo, era li, tra i Bompiani, “ Gli indifferenti”, ed istintivamente l’ho preso, comprato ( non sapevo ancora di essere una spugna, privo di paura e di  nostalgia ) e l’ho letto e mi sono inebriato di tanta freddezza e cupa rassegnazione senza alcuna reazione ( così mi piace! ) di fronte alle cose della vita, dei personaggi di quel romanzo i quali assistono, appunto, indifferenti, allo sgretolamento della loro vita morale e sociale. Quindi, avendo raggiunto – finalmente – questo mio impalpabile, cirrico stato di karma ( ? ), vorrei – unicuique suum – per sempre essere lasciato in pace, non essere cercato, che non mi venga fatta alcuna richiesta di alcun genere, vorrei esser considerato semplicemente non esistente, per quanto riguarda i fatti procurati dagli altri. Ma poiché non voglio fare alcun torto, anzi voglio essere riconoscente, ai due sentimenti che mi hanno accompagnato per tutta la mia vita ( forse torneranno, chissà! Ma adesso è così ) e cioè la paura e la nostalgia, ad esse - amata paura, dolcissima nostalgia - dedico il video di Elton John con questa canzone che, per me, è la più bella tra le tante scritte da Elton. Una canzone che amavo tantissimo durante le mie lunghe strade d’ Europa, ma specie al ritorno a casa, per pagare un tributo ai momenti di serenità che solo in quella situazione trovavo ( tutto si paga nella vita,  specie i momenti in cui non si sta male, anzi sono proprio quelli che sicuramente si pagano, poi, i momenti di serenità ), quando avevo ventanni, quando avevo paura ed avevo nostalgia per qualcosa di indefinito mentre aspettavo, col sole o con la pioggia e perfino con la neve, con il pollice alzato per ore. E tu dove eri? Io ti ho cercato dovunque, comunque,  per le lunghe strade del sacco a pelo e dello zaino, di Taizé o di Norwich, durante le notti a guardare il cielo e ad ogni emozione ti vedevo, speravo di averti trovato. Non ho mai potuto trovarti anche quando l’ho creduto. E non ho mai saputo nemmeno io cosa esattamente cercassi; forse una assenza, una carenza, una stampella, qualcosa che mi è sempre mancato. Non eri tu. Quindi, ora, mi sembra del tutto conseguente e logico che ci abbia rinunciato per sempre e che, quindi,  non possa, per accumulo delle vicende della vita, più esistere in me nessuna nostalgia, nessuna paura.

 

 

“La persona che mente ha molti amici ma conduce una esistenza di grande solitudine” ( letta da qualche parte ma non ricordo dove)

Joint

03 settembre 2009 ore 14:28 segnala

Il mio terzo post su Mr. Tambourine Man

 

Le mie spalle sono diventate piccole e strette e il mio corpo è quasi cambiato

e ci vuole poco per diventare piccolo, raggomitolato,

stretto come il bimbo nella pancia di una madre.

La mia bocca si è aperta per grosse risate sguaiate,

spontanee e senza motivo,

e le pareti della stanza sono trasparenti,

come è trasparente la mia mente e come sono facili e senza segreti

le menti di tutti quelli che mi sono vicino;

dalle mie mani esce un cerchio di bambini che fanno girotondo,

si tengono per mano in un circolo chiuso e protetto,

i loro volti non si vedono, sono confusi.

Ho tanta fame, anzi ho tanta voglia di mangiare

ed ogni cosa è buona,

ha un sapore che vorrei non finisse mai:

un chilo di pane mordicchiato leggermente pesa cento chili,

non smetto mai di masticare lo stesso boccone;

guido la mia macchina sul sedile anatomico di un aereo

e sono più in alto del volante,

tiro la cloche e la mia bocca si è aperta ancora, per ridere,

è bellissimo ridere con soddisfazione e sicurezza,

l’aereo va tranquillo

e i miei riflessi sono prontissimi,

e la distanza non è più un problema, sono sicuro, rido,

rido ed ogni cosa esce dal mio corpo

e il fagotto di stracci vecchi, ma ancora buoni

prende il volo e mi lascia leggero: lo vedo staccarsi da me

e volare pian piano nell’aria : tornerà!

Gli altri mi domandano perché rido, che stupidi!

Non capiscono come capisco io,

non hanno le scarpe leggere come le ho io,

anche quando non rido, rido,

rido perché mi sento leggero,

rido perché rido,

perché il girotondo dei bambini senza volto non finisce mai,

perché la mia bocca rende tutto più dolce….

Il tempo mi passa accanto ed io lo posso toccare,

e tutte le palline della musica sul pentagramma saltano sulle mie mani

come se fossero quelle di un giocoliere,

posso contare le note-palline,

le conosco una per una,

e posso afferrarle con la mia mente, e posso capirle tutte,

i suoni più bassi sono entrati nel mio cervello,

le parole sono davanti ai miei occhi, staccate, divise,

chiarissime: conosco l’inglese:

I can speak English very well!!

Adesso tutto ha una forma e una dimensione,

posso toccare ogni cosa,

l’astratto non esiste più,

tutto è diventato materia, la prendo anche se mi sfugge:

forza amici, entrate!!

Niente mi fa paura, posso parlare con ognuno di voi

come non riesco mai a parlare alla mia mente.

Ma loro vogliono farmi scendere, hanno paura per me,

sono in pena per me e si sono messi in testa di farmi la doccia

ma sarò solo io a dire quando sarà arrivato il momento di tornare,

e intanto rido, mi prendo gioco della loro paura.

  ……………………………………………………………………..

Quanto tempo è passato?

Adesso le mie spalle vorrebbero essere ancora piccole e strette,

vorrei ancora diventare e restare più piccolo e dormire tranquillo,

e lasciare sul mio letto l’impronta del mio corpo,

sto scendendo e non ho più voglia di far nulla,

sto tornando….

I miei occhi sono molto stanchi e cerchiati,

tutti i bimbi che facevano girotondo sono spariti

ed anche il pane è stato consumato, e la mia pancia è piena,

l’aereo si è fermato ed i miei riflessi sono lentissimi,

e non ho più la forza di tirare la cloche,

il mio braccio è molto pesante,

le note-palline sono tornate al loro posto anche se mi piacerebbe contarle ancora:

non si sono mai mosse dal pentagramma!

E le note più basse sono andate via dal mio cervello

e mi hanno lasciato solo una grande nostalgia.

Ormai più nulla è  vivo,

ogni cosa, saltellando come per gioco nel mondo degli gnomi e delle fate, è ritornata al suo posto,

non si è mai spostata da li: un incantamento feerico!

Tutto quello che vedo adesso non è più trasparente, scendo,

è inevitabile purtroppo e non vale la pena parlarne.

Adesso il tempo è finito ed anche la canzone è finita,

Mr. Tamburino bruciando mi ha lasciato solo,

forse potrei ancora continuare,

ma ormai non vale più la pena parlarne,

mi adagio deluso.

Non rido più, non rido più!!

 

Mare

31 agosto 2009 ore 15:35 segnala
E così siamo qui,

o meglio sono qui, completamente solo,

guardando cose che da tempo sono state divise.

La mia memoria si sforza ma è come se fossi chiuso:

tu sai che io so come siano stati dei giorni felici e come tu ridevi,

ma ora non è più così, adesso tu sei lontana,

io non riesco a lamentarmi e tutte le mie speranze

sono scivolate attraverso le mie mani come tanta sabbia.

Io aspetterò qui fino a che il giorno si romperà tra la terra e il mare

sperando di potere afferrare tutti i miei ricordi,

poi dovrò trascinarmi ancora sulla mia strada

ed allora per me sarà duro ascoltarmi fino alla fine.

Non so chiaramente perché vorrei piangere,

ma so bene che noi non balleremo più come una volta.

Mi accorgo, con disprezzo, che sono stato quasi accecato dall’ira

per quello che c’è dentro di me  e per l’amaro della mia anima,

ma sono morto dentro anche se sto in piedi da solo.

Ho cambiato il mio stato d’animo

come si possono cambiare differenti abiti,

ma quello giusto non era mai vicino,

e quando tu sei partita io ho sentito il mio corpo vibrare

e la mia mente ha cominciato a urlare:

perché ho capito troppo tardi l’importanza di tutto.

Tu sai che ho bisogno di te

e comunque non penso che tu vedi affatto il mio amore.

Ad un certo punto della mia vita ti ho perduta

ma non so quando sia stato,

adesso mi guardo intorno e vedo la meravigliosa posizione della terra

in un abito di bianco e freddo colore

e capisco di essere veramente perduto;

senza la tua mano nella mia sono morto.

La realtà è irreale, tutte le partite che ho giocato sono state delusioni,

dentro, profondamente, so di non avere mai pianto

come sono sul punto di fare adesso.

Se potessi trovare le parole che potrebbero far cambiare in fuoco

tutta quest’acqua attorno a me,

esso dovrebbe essere tutto l’amore che dovrebbe circondarmi.

E non posso frenare le parole che ritornano insistentemente:

ti amo.

That's the winner!

26 agosto 2009 ore 14:59 segnala
In una piccola località della Toscana qualcuno ha vinto centoquarantottomilioni di euri azzeccando i sei numeri del Superenalotto. E’ qualcosa di ormai visto e rivisto: tutte le volte che in questo nostro disgraziatissimo e affascinante paese avviene una vincita multimilionaria, gli abitanti del luogo si radunano davanti la ricevitoria fortunata e festeggiano con inni, slogan e cori da stadio, brindano a spumante! Ma hanno vinto loro? Voglio dire, hanno vinto quelli che sono li a festeggiare? E i “turisti” poi, gente che fa chilometri con la famiglia per andare sul luogo del “Santuario”.  Che pena! Sono patetici! E si eh! Patetici! Perché gli italiani sono così: hanno bisogno di identificarsi ( sarà perché non abbiamo una identità storica precisa dato che da sempre siamo stati terra di conquista: greci, arabi, normanni, spagnoli, francesi, austriaci ) in qualcosa o in qualcuno, in qualcosa o in qualcuno che sia vincente, fortunato, di successo, bisogna appartenere al gruppo ( chissà mai quale soddisfazione ci sarà a poter affermare con orgoglio: “al mio paese hanno vinto un bel tot di euri!”). Il paese viene identificato, nominato ( questo è di vitale importanza!) vive qualche settimana di notorietà nazionale e forse internazionale e gli abitanti di quel luogo hanno, così, il loro momento di gloria e di appagamento che rimuove, per poco, le frustrazioni di tutti i giorni. Si accontentano di così poco? Nulla è cambiato dal romano panem et circenses!! Al popolo basta l’illusione, il non pensare per qualche momento, e questa è la logica e la strategia di chi ci comanda, da sempre! Chi comanda conosce il suo popolo e ciò in cui il popolo "ama" credere e glielo elargisce a piene mani. L’importante è poter pensare: "la fortuna mi è passata davvero vicinissima e probabilmente la prossima volta mi sfiorerà con le sue ali, potrò camminare nel cono d’ombra della sua veste, se non addirittura mi toccherà o mi darà perfino ( magari!) un bel calcio nel sedere". ( da qui il famoso : che culo!!! ). Ed i maggiori quotidiani nazionali, anche loro sempre allineati e coperti in questa grande opera di insabbiamento e di (n)ottenebramento del cervello collettivo dell’opinione pubblica, hanno aperto dei Forum invitando i lettori a scrivere al “Baciato”. Cosa dovremmo scrivergli? E il bello è che molti scrivono e leggere ciò che scrivono gli “Indotti” è perfino commovente: “scappa, vai da un notaio, assumi delle guardie del corpo, fa opere di bene, dammi un milione, investi qua, comprati un complesso residenziale, goditi il grisbì”, insomma un abbecceddario di idioti consigli a dimostrazione di come, davvero, ognuno si “senta” vincitore di quella somma stratosferica e ingiunge, al “Toccato” di comportarsi come farebbe chi scrive! Patetico, poi, il sindaco del Comune da dove la Signora Fortuna è, per caso, passata: anche lui ad elemosinare al possessore del tagliando “Culuto”, che dico! la misera somma di un milione di euri per non so quale opera necessaria al paese! Su questo contano i nostri amministratori? Sull’alea? Ma non ci dovrebbe pensare un governo serio alle opere pubbliche? No! Aspettiamo, pazientemente, la Fortuna e preghiamo il Santo Protettore del paese che ci mandi la manna dal cielo. Anche qui, dalle mie parti, il Sindaco di un piccolo paese, con tanto di delibera consiliare, ha giocato dei numeri al Superenalotto ( smorfiati da vicende del Santo Protettore, ovviamente!) per il maggior bene del paese! A questo siamo ridotti: come i disperati. Siamo fermi all’epoca del Colosso di Rodi: la gente moriva di fame ed hanno pensato bene di sperperare soldi in un’opera assolutamente inutile che ha fatto la fine che sappiamo. Tale e quale il Ponte sullo Stretto di Messina! Alla gente mancano diciannove soldi per fare una lira e sperperiamo soldi su un’opera dannosa( il territorio per molti chilometri quadrati sarà sconquassato, migliaia e migliaia di abitazioni saranno demolite - dove andranno i proprietari di quelle case? - i meravigliosi e placidi laghetti di Ganzirri sotterrati), un’opera inutile e con un dispendio emorme di denaro. Ma si, tanto poi i Sindaci di Messina, Villa San Giovanni e Reggio Calabria, con una colletta popolare giocheranno un costosissimo sistemone al Superenalotto e, pazienti, spereranno nella Madonna della Lettera, in San Giovanni Battista e San Giorgio Megalomartire, rispettivamente. E dunque festeggiamo e ci illudiamo se una vincita plurimilionaria avviene dalle parti dove viviamo, come se fossimo noi personalmente i vincitori (sempre ammesso che una tale cifra renda davvero fortunati, la letteratura, purtroppo, è piena di gente che si è ridotta all’accattonaggio dopo aver vinto miliardi!) perché abbiamo bisogno di identificarci nel vincitore, in chi ha successo, in chi può avere ( per i soldi che ha ) tutte le donne che vuole, che può permettersi di mandare a quel paese un magistrato e l’intero complesso della Istituzione Giustizia, mandare a cagare un poliziotto, un carabiniere, un finanziere, trattare come pezza da piedi la legge fondamentale sulla quale si regge uno Stato. Per un po’ di tempo, proiettando noi stessi su un personaggio del genere, ci sentiamo vincitori anche noi, ci sentiamo forti anche noi come “Lui” e lo votiamo, perfino! Ecco perché siamo, oggi, ridotti così. Ma continuiamo a sperare, a sperare che la prossima volta possa toccare a noi. C’è una grande opera teatrale, da tutti conosciuta: “Aspettando Godot”. Ancora lo stiamo aspettando ed abbiamo la costanza, la perseveranza ed il masochismo di aspettarlo in secula seculorum. E nel famoso e straordinario film “Mediterraneo” ( pieno zeppo di grandi, profondi e intelligenti significati, di straordinarie allegorie e similitudini ) il regista fa dire a Diego Abatantuono una frase esemplare: “Chi vive sperando muore cagando”. Purtroppo anche qui nel blog vedo molta gente che parla di sogni, non far morire i tuoi sogni, non lasciare che nessuno spezzi i tuoi sogni, vola alto per i tuoi sogni etc etc etc. Si, continuiamo a sognare, fa bene alla salute e ci fa perdere di vista la realtà. Allo stesso modo come mi piacerebbe poter chiedere a quelli che festeggiano davanti la ricevitoria vincente: “ Ma, scusate, avete vinto voi o state sognando di aver vinto voi?”.