Monte Trino

25 agosto 2009 ore 15:48 segnala
Me ne vado, ti lascio nella sera

che, benché triste, così dolce scende

per noi viventi,

con la sua luce fioca,

che alla fine della Salita del Quartiere

in penombra si raggruma.

E lo commuove.

Lo fa più grande, vuoto,

intorno, e, più lontano,

proprio verso il Borgo, lo riaccende

di una vita smaniosa di giovani nottambuli,

in cerca di una estate ormai alla fine,

dei gridi umani,

dialettali,

fa eco una musica fioca,

allegra e malinconica,

dalla scalinata del Castello.

 

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Ho visto la mia morte

e non era così terribile

come avevo sempre pensato.

Ho visto la mia morte

che mi coglieva per strada

in un caldo pomeriggio d’estate

mentre la gente correva verso il mare,

indifferente!

Il Castello, il Quartiere e il Borgo

ultime visioni umane,

impressionate in eterno

ad i miei vitrei occhi.

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Già si accendono i lampioni,

costellando la Marina,

il Borgo antico, 

l'intero luogo del Castello,

disadorno tra il suo grande,

lurido monte,

i suoi antri,

il nero fondale del mare,

oltre il Capo, che Monte Trino

ammassa,

o sfuma invisibile sul cielo.

 

 

Separazione

20 agosto 2009 ore 23:47 segnala
Il giorno 22 luglio è morto Gaetano! Chi era? Un mio caro amico, aveva settantasei anni ma a vederlo nessuno lo avrebbe minimamente sospettato e non gli avrebbe dato più di sessanta anni: alto, peso forma, sempre elegante, bella presenza anche se certo non era una bellezza ma aveva un viso simpatico e attraente e la immancabile sigaretta tra le dita, sempre. Abitava nel piccolo paese dove sono nato anche se io ormai li non ci vivo più da quasi cinquanta anni, ma ci vado spesso e quindi l’occasione di incontrare Gaetano c’era sempre. Gaetano è legato alla mia infanzia anche se aveva circa ventanni più di me, era grande amico di mio padre che a sua volta aveva oltre ventanni più di Gaetano, perciò di conseguenza, man mano che passavano gli anni, anche io divenni suo amico e dei suoi due fratelli: Ferdinando e Vittorio. Nessuno di loro tre si è mai sposato, vivevano da sempre insieme e non lavoravano, nessuno dei tre, non ne avevano bisogno, erano ricchissimi delle loro vaste proprietà terriere che permettano loro di vivere abbondantemente di rendita. Provenivano da una stirpe antica e nobile, in paese tutti li appellavano con il titolo di “Cavaliere”, tutti e tre. All’ingresso della loro casa c’era lo stemma araldico in pietra arenaria della loro famiglia ma loro erano delle persone molto umili, non hanno mai ostentato le loro ricchezze ne tantomeno i loro natali e le loro origini, non c’è nessuno in paese che possa dire di essere da loro stato trattato con sufficienza o superbia, erano delle persone estremamente cordiali e alla mano. Mio padre mi raccontava del loro padre, morto giovanissimo e che  ai tempi del fascismo era il podestà del paese, un uomo che percorreva le strade del paese sempre a cavallo, con gli stivali alti ed ampie camicie svolazzanti. Anche lui però una persona molto umile che mai approfittò della sua posizione di podestà. Io, dal racconto di mio padre, immaginavo quest’uomo bellissimo e alto da sembrare ancora più imponente mentre era sul suo cavallo, guardato da tutti. Dei tre fratelli, Ferdinando è morto tanti anni fa, era il più vecchio fra loro ma forse malfermo in salute e dopo la sua morte tutti avvertirono un senso di profondo disagio, seppur mascherato, in Gaetano e Vittorio. Gaetano era il più intraprendente fra i tre: amava le moto, le macchine, il poker e non disdegnata una bevuta, con moderazione con gli amici, tra questi mio padre. La sua passione per le cose che ho appena citato gli procurò qualche problema quando era giovane: qualche grossa perdita al gioco gli costò una Alfa Romeo Giulietta ( grande macchina, per quei tempi! ) e un paio di moto, si disse allora anche un terreno coltivato a noccioleto. Ma dovette essere una salutare lezione per lui quella, tanto è vero che la sua passione per il gioco delle carte si limitò, da allora in poi, a qualche briscola o tresette al bar del paese e avente come posta un caffè o una birra. Quando io presi la patente potevo usufruire quando volevo della sua Alfa Romeo Duetto con la quale, d’estate, mi davo grandi arie con le ragazze sulle spiagge e i lungomare dei diversi paesi sulla litoranea finchè una di loro non scoprì che la macchina non era mia e passò la voce alle altre e così finì la mia breve avventura di play boy da strapazzo. Non avevo mai visto Gaetano con una donna e così un giorno che lo vidi disposto a parlare gli chiesi delle sue fidanzate che, secondo me, teneva ben nascoste. Rimasi sorpreso quando mi raccontò di una suo grande amore, di una ragazza che lo ricambiava ma che fu costretta dal padre a sposare un altro ( storie d’altri tempi!). Questa donna vive ancora ed io la conosco bene, quando la vedo inevitabilmente penso a Gaetano che visse la sua vita nel ricordo e nel rimpianto di lei, di questo grande amore che non raggiunse mai il suo compimento. Da quando Gaetano mi raccontò questa storia lo guardai sotto un’altra luce: un grande romantico che viveva con dignità e malinconia la realtà di un amore deluso, il ricordo e il pensiero di lei che certamente lo sovrastavano e che gli riservavano momenti di pianto, forse! Ho saputo della sua morte diversi giorni dopo che era avvenuta ed ho mandato un telegramma di condoglianze al sopravvissuto Vittorio. Sono rimasto profondamente colpito dalla morte di Gaetano ed ho pensato che tornando al paese non lo avrei mai più rivisto, in piedi davanti al bar e con la sigaretta tra le dita, agitando la mano per salutarmi vedendomi passare con la macchina. E la breve, ma esauriente chiacchierata che sempre facevamo tutte le volte che ci si incontrava. Ho passato diversi giorni pensando a lui, al suo amore deluso, alle sue macchine, le moto, il poker e il suo amore per la campagna. Ma poi il mio pensiero si era spostato su Vittorio, ultimo sopravvissuto e mi sono chiesto come si sarebbe sentito, solo in quella enorme casa settecentesca, in quelle stanze ormai vuote, fra quei quadri degli antenati, i ricordi inevitabili e la breve visita della donna delle pulizie un paio di volte la settimana. Un pensiero feroce e tremendo mi attraversò la mente ma lo cacciai via di colpo, come qualcosa di fastidioso e seccante, imponente, spaventoso; non volevo esserne minimamente sfiorato e lo respinsi con forza. Ma continuavo a pensare a Vittorio. Il giorno 12 Agosto sono andato al paese dove sono nato per fare visita a mio fratello minore che invece abita ancora li. Arrivato al bivio dove comincia la salita che si inerpica lungo la collina che porta al piccolo paese mi venne in mente ancora Vittorio e non ero affatto tranquillo, l’ho pensato a lungo e con insistenza ed arrivato all’ingresso del paese una mano enorme mi respinse e mi prese lo stomaco e la mente: il necrologio che annunciava la morte del “N. H. Vittorio…..di anni 71” mi sconvolse pur non sorprendendomi affatto: a distanza di diciotto giorni dalla morte di Gaetano anche Vittorio, il 10 Agosto, se ne era andato via per sempre. Pensai subito ad un suicidio non avendo retto la perdita del fratello e la solitudine ombrosa e opprimente di quella casa enorme. Il funerale era finito da pochi minuti quando sono arrivato al paese, non ho fatto in tempo a seguirlo, mio fratello mi ha raccontato che Vittorio era caduto a terra mentre stava per uscire di casa, morto sul colpo, un infarto, un ictus forse, adesso non importa più. Qualche giorno prima aveva detto ad un amico: “ Io me ne andrò presto”. Morire d’amore, morire di disperazione e di solitudine, morire perché non si riesce a sopportare la perdita di una parte importante di se stessi. La separazione da qualcuno diventa un legame ancora più saldo di quando si stava insieme, il vincolo non diminuisce perché ha cessato di esistere quello che esisteva, rimane la cicatrice per sempre, come un promemoria dell’abbandono, della separazione, della mancanza e quella cicatrice ci ricorda, inesorabilmente, che si avrà sempre a che fare con quello che si perde di vista per morte o per fine di un amore. E’ un vincolo più forte dello stesso stare insieme, quella separazione, ed è l’unico vero vincolo che tiene insieme molto ma molto di più dell'amore  per un genitore o un fratello, una sorella, un uomo o una donna.

Elena

19 agosto 2009 ore 14:20 segnala
Qualche giorno fa verso l’imbrunire

ho percorso la salita del Quartiere

nell'ora che, una volta, le ragazze del Borgo
tornavano dalla buia sartoria,

a perdere gli occhi

su splendidi e minuti ricami,

Elena, ricordo, si chiamava

la brunetta che tanto mi piaceva,

non l’ho rivista mai più !

e mastru Fanu muratore arrancava
per la salita del Castello,

l'ora che i ragazzini del Quartiere,

muti garzoni di caffè,

rimpiangevano il pallone dei preti e la domenica,

mentre noi stravaccati in un cinema a ridere

e a far dispetti e masticare gomma americana

senza sapere dei giorni che sarebbero venuti:

La vita non è un balocco,

come quando avevo quindici anni

spavaldi e spensierati,

a cavalcare le onde

dell’alta marea, la in fondo

sulla spiaggia di Ponente

gli incoscienti tuffi dall’alto degli scogli,

le calate e le apnee, le risate sguaiate.

Adesso ci prendono, vendicative,

le apnee della vita.

E ridono di noi.

 

Anche la versione di Venditti è bella, ma preferisco l’originale, ché mi fa venire i brividi ascoltare questa canzone.

 

 

Mangiadischi

17 agosto 2009 ore 14:49 segnala
Questo è il gatto che abita sotto la mia finestra ed al quale, in passato, ho dedicato più di un post qui nel blog. L’ho sorpreso già altre volte in questa posizione che senz’altro è abituale per i gatti, ma stavolta mi è particolarmente piaciuta e gli ho scattato un paio di foto. Mi è sembrato l’espressione concreta della tranquillità e del dormire sereni e tranquilli, senza pensieri. Mi sembra che siano secoli che io non dormo così e non so cosa darei perché tutto possa tornare a quel periodo della vita, di ognuno di noi, non solo mio, in cui tutto era bello e pieno di aspettative. Ho guardato a lungo il gatto mentre stendevo la biancheria appena tirata fuori dalla lavatrice e l’ho invidiato per quel sonno sereno. Quanto piacerebbe anche a me dormire profondamente e tranquillamente durante la notte! dormire, lieve di sogni e lieve materialmente da non lasciare sul mio letto nemmeno l’impronta del mio corpo; dormire poi, fino a tarda ora al mattino e così svegliarmi senza avere addosso quell'ansia sottile di dover fare qualcosa, senza pensare ai problemi e alle difficoltà della solita giornata da affrontare. Invidio coloro che riescono a dormire fino all'una, anche le due del pomeriggio: io non ci riesco neanche quando sono in vacanza e nemmeno durante l'estate che si va a letto tardi  perché si rimane fuori a chiacchierare cercando un po’ di frescura che ti faccia respirare e che ti tolga di dosso il sudore appiccicoso. Dormire  dunque, di un sonno sereno e pacifico e non dovere neanche ricordarmi, poi, neppure dei sogni che ho fatto. Non parliamo poi del pomeriggio! Sembra, infatti, che l'antico consiglio latino "somnum fuge meridianum", sia stato coniato proprio per essere diretto a me: dormo poco la notte, figuriamoci quindi il pomeriggio. E così pensando a queste storie del sonno, mi è venuto in mente che anni fa, convinto dall'insistenza di un amico, sono andato all'ospedale  per far visita a un nostro vecchio compagno di scuola che, cadendo da un albero mentre era intento a potarne i rami, si era fratturato una gamba. Lui ha un vivaio di piante ornamentali e di alberi da frutto e quello di salire sui rami è dunque il suo lavoro che comporta anche questi rischi e questo tipo di incidenti. Siamo arrivati con la macchina e, appena scesi,  l'ospedale mi si presentò davanti come un'angoscia concreta, tangibile. Un quadrato senza un lato, ecco quello che è, alto cinque o sei piani o forse più, non ricordo bene. Ma immerso nel verde che mi fa venire una rabbia incredibile perché quel verde che lo circonda certe volte mi fa pensare che non sia un luogo di sofferenza. Erano anni che non ci mettevo piede,  ma sono riuscito ad entrare confortato dalla presenza del mio amico. Nell'ascensore che ci portava al reparto, un odore pungente di alcool e iodio, però, mi stava quasi convincendo a tornare indietro, ma non volli dare quella soddisfazione alle persone che erano dentro con noi. Facevo come se loro mi conoscessero e sapessero tutto di me e perciò io dovevo comportarmi di conseguenza mentre loro con ogni probabilità non si accorgevano neanche della mia presenza!  E dunque sono andato avanti, lungo i reparti e i corridoi, tutti uguali e puzzolenti di medicine, carichi di lamenti e di angosce, di indifferenza e abitudine, finché siamo arrivati in quello dell’ortopedia. Nel letto vicino a quello del nostro compagno infortunato, c'era un bimbetto che avrà avuto non più di dieci anni, anche lui, poverino, con una frattura alla gamba. Quella piccola stanza d'ospedale conteneva sei lettini, tutti occupati ed era affollata dai parenti e dagli amici dei ricoverati. Mi ha dato subito fastidio un assordante frastuono di voci e rumori, provenienti dal corridoio e dalle altre stanze vicine: c’erano alcuni infermieri che litigavano fra di loro per uno scambio di turni, da quello che ho potuto capire, un televisore con il volume troppo alto e c'era anche chi aveva portato un mangiadischi (questa storia risale alla fine degli anni ’60!) con le canzoni di Celentano; insomma, una baraonda incredibile che era più facile pensare di essere al mercato piuttosto che in un reparto d'ospedale dove dovrebbero farla da padroni il silenzio e la quiete. Eppure, nonostante quel chiasso intenso e continuo, quel bimbo dormiva beatamente, supino sul letto senza cuscino. Io l' ho osservato a lungo e si vedeva bene che era tranquillo, sembrava quasi che sul suo volto ci fosse un sorriso: evidentemente tutto quel rumore non riusciva ad arrecargli alcun disturbo. La sua mamma, seduta accanto al letto vicino al capezzale, gli accarezzava dolcemente con una mano i capelli sulla fronte, proprio mentre discuteva con una signora, parente di un altro ricoverato. Guardando quel bimbo, ho provato una magnifica sensazione di leggerezza; sembrava, infatti, che il suo corpo sfiorasse appena il materasso sul quale era disteso, quasi fosse in levitazione, staccato dal letto e dalla rumorosa realtà che lo circondava. Ho subito pensato che l'unica cosa che rendeva possibile tutto quello che vedevo, fosse esclusivamente la sicurezza che la mano della mamma trasmetteva accarezzandogli i capelli. Ho pensato che era una fortuna per lui avere una mamma come la sua, avrei voluto indovinare i suoi sogni!Ho sorriso allora ammirando quella scena, ho sorriso di compiacimento per il bimbo ed amaramente per me; ma poi mi sono consolato un pochino pensando che, forse, anch'io da piccolo avevo goduto di un simile sonno. Penso spesso a quel bimbo visto in ospedale, specialmente la sera, quando i miei occhi non ne vogliono sapere di lasciarsi andare e mi giro nervosamente da un lato e dall'altro nel letto e chissà, forse  sono proprio quel pensiero e quell'immagine  che alla fine riescono a farmi addormentare, anche se poi, come al solito, tutte le mattine al risveglio si ripresenta la solita, tremenda giornata di sempre: dovrò trasformarmi, quindi, in gatto se vorrò dormire, d'altronde in un’altra vita è anche possibile che io fossi stato un gatto e che il gatto sotto la mia finestra sia stato, in un’altra vita, uno che non riusciva a prendere sonno.

Tristezza

13 agosto 2009 ore 10:20 segnala
Forse per i post di questi giorni passati, forse perché è naturale che sia così, ma stamattina mi sono svegliato con nella mente questa vecchia canzone di Vinicius De Moraes - fatta e rifatta dai più grandi artisti italiani e stranieri - che dice: “ tristezza per favore va via……”, sono certo che tutti la conoscono, è una canzone molto bella e dolce, vivave poiché è un samba brasiliano, volutamente in contrasto con il testo che, appunto parla di tristezza in opposizione con  il ritmo allegro del samba, insomma è una canzone che mi piace moltissimo ma, anche se a volte pure io vorrei dire alla tristezza di andare via, sento che, almeno per me, ci sono diverse tristezze e ce n’è una, una tristezza che a volte mi prende che non è uguale a tutte le altre tristezze che ti prendono quando ti viene in mente un ricordo o un qualche rimpianto. No, non è come le altre: è infatti  una di quelle tristezze dalle quali ti lasci avvolgere dolcemente, senza fare nulla per mandarla via e le lacrime che ti scendono giù dagli occhi sono lacrime tenere, morbide, calde e tu te le lasci scivolare lentamente e in silenzio sul viso, senza asciugarle. È una di quelle tristezze che ti fanno persino compagnia perché il rimpianto che provi per la persona a cui pensi in quel momento, viva o morta che sia, non è pesante o insopportabile, anzi, al contrario, in tali occasioni, senti questo qualcuno così vicino a te da percepirne quasi la presenza fisica, anche se sei perfettamente consapevole che invece non c'è nessuno. Sei solo, ma dentro però avverti che c'è un legame, un filo, una vicinanza e una simpàthos (συμπάθεια, d’altra parte questo significa simpatia )  che vorresti non finissero mai. Benvenuta tristezza!  

Film 2

10 agosto 2009 ore 20:20 segnala
" Io la conoscevo bene "

Film

10 agosto 2009 ore 20:12 segnala
"Quei bravi ragazzi"

Piove

05 agosto 2009 ore 16:17 segnala
La terza alba che impallidi' la luna

il lupo lascio' il branco mentre dormiva

e sali' sulla collina,

e poi un'altra e poi un'altra ancora

in cerca del posto in cui morire…..

 

 

E’ tempo di luna piena, alta nel cielo. Aspetto ogni sera per vederla, sollevo la serranda e mi appare, di fronte, serena e triste, con la sua faccia. Una volta si diceva che rischiarava il cammino ai viandanti, oggi i viandanti non esistono più e non esistono più strade senza luce, anzi ci sono troppe luci tanto che non si riesce più a vedere il cielo e le stelle e la luna per come sono davvero: tutte le luci della Terra non ci permettono più di vedere le cose al naturale, è l’ inquinamento luminoso; ricordo che tempo fa una qualche organizzazione invitò a spegnere le luci delle grandi città per qualche minuto per poter vedere il cielo come è fatto veramente. Ma noi esseri umani siamo allo stesso modo danneggiati, come il cielo e tutto ciò che esso contiene, d’altronde quando siamo di sera in una stanza e vogliamo vedere fuori dalla finestra o dal balcone non spegniamo forse la luce per vedere meglio? E per dirla più modernamente e materialmente quando siamo al sole, fuori, e vogliamo scrivere un sms con il nostro telefonino non è forse vero che la luce ci impedisce di vedere il display e perciò ci spostiamo all’ombra per vedere? Questo ci dovrebbe fare riflettere: troppa luce! Dunque, non riusciamo a vedere la nostra anima come lo è veramente, c’è una crosta che l’avvolge e non ci permette di vedere. E’ proprio come quando ti tagli mentre stai tagliando le cipolle o i pomidoro, una piccola ferita, una cosa da nulla e poi a poco a poco comincia a formarsi la crosta e ti fa prurito e tu gratti, gratti e la piccola ferita sanguina ancora e ancora, si riforma la crosta fino a che non si rimargina del tutto ma non è più la pelle di prima. Ecco, la nostra anima è così, ferita, sanguinante e  sopra di essa si forma la crosta e noi scaviamo perché vogliamo vedere, cercare, scoprire e grattiamo e la nostra anima sanguina ancora e si riforma la crosta e così via, per sempre fino alla fine. E’ un tormento incessante ed eterno, eterno fino a noi! Piove, piove sulle case e i palazzi, sulle strade e sugli uomini. Piove, c’è odore buono di terra che sale fin sopra la mia finestra aperta,  acqua di cielo, silenziosa, fragrante, argentata. I cespugli e le piante, gli alberi si lasciano accarezzare dolcemente dalla pioggia fine e sottile e si piegano lievemente sotto una timida brezza. Che ne sappiamo noi se traggono refrigerio da tutto questo? Anche noi ne vorremmo! per alleviare, un pochino, la pena del vivere.

 

Di sera si alzava la luna

là, dietro a Vulcano assopito,

io stanco tornavo verso casa

lei aspettava un sorriso, diceva

 

le notti che  muto restavo

splendevano più delle stelle

lei sapeva inventare

le favole sempre più belle, le favole.

 

Ma un giorno di dolce novembre

col sole bugiardo d’estate

di colpo s’alzarono i venti

e tacquero le voci squietate

 

e feci in tempo a vedere

che sotto l’arancio fiorito

un’ombra sorpresa…..fuggiva

….così come il cuore tradito!

Look like....

18 luglio 2009 ore 09:09 segnala
Dopo quell’episodio mi sono fatto tatuare un enorme punto di domanda sul braccio»

Morgan: «Un saluto,
e mio padre si è ucciso»

«Ero a scuola, lo zio mi disse: papà non c’è più»

Morgan in braccio al padre, con la madre e la sorella

La vita cambia un giorno di pioggia, all’uscita da scuola, l’auto di tuo zio fuori che aspetta. «L’11 ottobre, nel 1988. Mio padre si era ammazzato». Il foto­gramma che segna il prima e il dopo è un’immagine inedita, impressa per sempre. «Lui fermo alla finestra, sa­lutava me e mia sorella con la mano. Non lo aveva mai fatto prima. Quella mattina sì». Ora lo chiama il dono, «un brutto dono, il marchio di De­mian, direbbe Herman Hesse», quel­lo che stabilisce una distanza assolu­ta con il genere umano: «Seduto in macchina continuavo a guardare gli altri ragazzi che uscivano. Ecco, pen­savo, loro adesso non sono più ugua­li a me, io non sono più uguale a lo­ro. Sono stato l’unico della famiglia ad andare a prenderlo all’obitorio: l’ho guardato, l’ho toccato, ho visto cosa aveva fatto. Non era più mio pa­dre, lì dentro non c’era più nessun barlume di anima. Non capivo anco­ra il suo gesto. Dopo mi sono fatto tatuare un enorme punto di doman­da sul braccio».

Interno notte. Morgan siede da­vanti all’arpicordo, nel salotto della sua casa disordinata e calda, piano terra in una via laterale di Monza. Lo zerbino un cuore rosso, La Fontaine, Camus, Seneca e Leonardo Da Vinci per terra, l’ombra di Anna Lou, la fi­glia, con quella bicicletta e il casco appoggiati nell’ingresso, la collezio­ne di cappelli sopra il tappeto. Ha ap­pena finito le prove del tour che par­te stasera a Cremona: «Italian son­gbook live 09». Beve una Coca e fu­ma una sigaretta. Il pirata questa vol­ta intende spiazzare anche se stesso. «Ci eravamo appena trasferiti in una casa allegra, con il giardino. Mio padre era un po’ depresso, ma a quei tempi non se ne parlava, altrimenti, forse, sarebbe bastato lo psicologo. Era un’altra epoca. Le cose dovevano andare sempre apparentemente be­ne, non ci si confidava. Credo che non abbia mai detto a mia madre quanto stava male. Immagino aves­se fondamentalmente un problema di tipo economico, chissà da quanto tempo il pensiero gli marciva den­tro. Ma voleva fare la parte del capo famiglia, il leader che guida, l’istitu­zione. In realtà si sentiva un fallito. E alla fine non ha più voluto recitare la parte e ha scelto un gesto primordia­le per andarsene».

La vita cambia aprendo le fine­stre.
«Il clima in famiglia si è allegge­rito all’improvviso. Mia madre ha co­minciato a dipingere fiori sulle pare­ti, ha tirato fuori la sua innata alle­gria, che si era spenta dietro alla cu­pezza di papà. I nostri amici adesso potevano venire a dormire a casa, quattro-cinque alla volta, stavamo nei sacchi a pelo sul tappeto. Si face­va un po’ festa, suonavamo con le fi­nestre aperte, ballavamo. Ecco, a me dispiace dirlo, perché ho sofferto molto e ancora soffro se ripenso al mio papà, mi viene proprio da pian­gere. L’ultima volta l’altro giorno, mentre ascoltavo Preghiera in genna­io di De Andrè, scritta dopo che Lui­gi Tenco si è ucciso. Però è andata così».

Mario Castoldi, il papà di Marco, di Morgan, del giudice caustico di X-Factor, del poeta-cantautore col­to, si è tolto la vita a 48 anni. «Non sono tanti di più dei miei oggi e que­sto mi fa riflettere. Sono quello che più gli somiglia, in qualche modo, e questo mi inorgoglisce, ma mi spa­venta anche. Lui era gentile, elegan­te, non diceva parolacce e non be­stemmiava, non andava a bere con gli amici, amava stare con noi in fa­miglia. Una persona raffinata, con modi non dico femminili, ma estre­mamente dolci. Pe­rò era anche violen­to, nei periodi di cu­pezza ». Morgan, dopo, comincia a sfidare il mondo. «Fosse successo a mia madre sarebbe stato diverso. Ma il padre rappresenta l’au­torità. Da allora ho messo tutto in di­scussione. Dovevo trovare la rispo­sta all’enigma, capire perché era suc­cesso, se trovi la soluzione non so­pravvivi: vivi». E con la ricerca è arri­vata la compassione, il rispetto per quell’uomo nobile d’animo al quale deve la sua vita libera, un padre «onesto, retto e corretto», gli diceva ogni volta la vicina di casa sul piane­rottolo. «Reputo che il mio papà non ha potuto essere se stesso, non gli hanno insegnato a essere sincero. Ha fatto il mobiliere, come suo pa­dre, mio nonno. Ma niente è più criminoso che continuare la profes­sione del tuo genitore se non ti ap­passiona davvero. Mio padre amava la fotografia, era bravo, si prendeva cura delle sue macchine fotografi­che. Nel tinello c’era una credenza per i piatti e bicchieri e una per bobi­ne, registratori, proiettori, moviole. Questo era lui. Sto rimontando i suoi Superotto, sto facendo un film che chiamerò I Castoldies, nel senso di 'vecchi', mia sorella che corre sui prati, io che ballo allo specchio, la fe­sta per la mia cresima sul terrazzo. Ho ancora le registrazioni di quei canti con la chitarra, di mia mamma che suonava il piano mentre io dor­mivo sul divano. Poverino, mio pa­dre, perché ha dovuto fare il mobilie­re e non è riuscito ad articolare l’indi­gnazione rispetto a ciò che gli aveva­no imposto». Il dolore ha rafforzato così la sua determinazione. «Io sono esattamente ciò che da piccolo ave­vo immaginato che sarei stato».

Poi un giorno la vita cambia anco­ra. Ed è una vita che nasce, non una che muore. È il figlio che diventa pa­dre. «Anna Lou è nata in una clinica a Lugano il 20 giugno 2001. Ho assi­stito al parto con una tempistica in­credibile. Ero stato accanto alla mam­ma per tutta la gravidanza 99 ore su 24. Avevo la sindrome della covata, con le mani ingrossate, sembrava do­vessi partorire pure io. Poi, in sala parto, mi addormento sfinito per ri­svegliarmi di colpo un quarto d’ora prima che lei venisse al mondo. Ho tagliato il cordone ombelicale, ho fat­to il bagnetto e le ho cantato la pri­ma canzone: Baby Blue, perché ave­va la testa blu e sembrava un puffo». Insiste che lui era già diverso, era co­sì cambiato da sentirsi pronto a una relazione con una piccola creatura. Però, certo. «Penso sempre a lei. Non c’è una cosa che io non voglia fare con mia figlia. Fumo anche da­vanti a lei, perché voglio che mi co­nosca con i miei limiti. Ma le ho inse­gnato il dissenso, può dirmi smetti­la ». Con Anna Lou comincia il viaggio nel futuro sui libri di Bruno Munari e di Gianni Rodari, con la musica funzionale di Ray­mond Scott che ti suggerisce i suoni per ogni fase della crescita dei tuoi bambini. E il fotogramma che segna il prima e il dopo è un’immagine ine­dita, impressa per sempre, questa volta dolcissima: «È Anna Lou che non riesce a dormire e che metto sul mio petto, sincronizzando il respiro, io e lei con lo stesso ritmo, il pneu­ma, l’alito che è la vita».

Elvira Serra
17 luglio 2009