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18 luglio 2009 ore 09:09 segnala
Dopo quell’episodio mi sono fatto tatuare un enorme punto di domanda sul braccio»

Morgan: «Un saluto,
e mio padre si è ucciso»

«Ero a scuola, lo zio mi disse: papà non c’è più»

Morgan in braccio al padre, con la madre e la sorella

La vita cambia un giorno di pioggia, all’uscita da scuola, l’auto di tuo zio fuori che aspetta. «L’11 ottobre, nel 1988. Mio padre si era ammazzato». Il foto­gramma che segna il prima e il dopo è un’immagine inedita, impressa per sempre. «Lui fermo alla finestra, sa­lutava me e mia sorella con la mano. Non lo aveva mai fatto prima. Quella mattina sì». Ora lo chiama il dono, «un brutto dono, il marchio di De­mian, direbbe Herman Hesse», quel­lo che stabilisce una distanza assolu­ta con il genere umano: «Seduto in macchina continuavo a guardare gli altri ragazzi che uscivano. Ecco, pen­savo, loro adesso non sono più ugua­li a me, io non sono più uguale a lo­ro. Sono stato l’unico della famiglia ad andare a prenderlo all’obitorio: l’ho guardato, l’ho toccato, ho visto cosa aveva fatto. Non era più mio pa­dre, lì dentro non c’era più nessun barlume di anima. Non capivo anco­ra il suo gesto. Dopo mi sono fatto tatuare un enorme punto di doman­da sul braccio».

Interno notte. Morgan siede da­vanti all’arpicordo, nel salotto della sua casa disordinata e calda, piano terra in una via laterale di Monza. Lo zerbino un cuore rosso, La Fontaine, Camus, Seneca e Leonardo Da Vinci per terra, l’ombra di Anna Lou, la fi­glia, con quella bicicletta e il casco appoggiati nell’ingresso, la collezio­ne di cappelli sopra il tappeto. Ha ap­pena finito le prove del tour che par­te stasera a Cremona: «Italian son­gbook live 09». Beve una Coca e fu­ma una sigaretta. Il pirata questa vol­ta intende spiazzare anche se stesso. «Ci eravamo appena trasferiti in una casa allegra, con il giardino. Mio padre era un po’ depresso, ma a quei tempi non se ne parlava, altrimenti, forse, sarebbe bastato lo psicologo. Era un’altra epoca. Le cose dovevano andare sempre apparentemente be­ne, non ci si confidava. Credo che non abbia mai detto a mia madre quanto stava male. Immagino aves­se fondamentalmente un problema di tipo economico, chissà da quanto tempo il pensiero gli marciva den­tro. Ma voleva fare la parte del capo famiglia, il leader che guida, l’istitu­zione. In realtà si sentiva un fallito. E alla fine non ha più voluto recitare la parte e ha scelto un gesto primordia­le per andarsene».

La vita cambia aprendo le fine­stre.
«Il clima in famiglia si è allegge­rito all’improvviso. Mia madre ha co­minciato a dipingere fiori sulle pare­ti, ha tirato fuori la sua innata alle­gria, che si era spenta dietro alla cu­pezza di papà. I nostri amici adesso potevano venire a dormire a casa, quattro-cinque alla volta, stavamo nei sacchi a pelo sul tappeto. Si face­va un po’ festa, suonavamo con le fi­nestre aperte, ballavamo. Ecco, a me dispiace dirlo, perché ho sofferto molto e ancora soffro se ripenso al mio papà, mi viene proprio da pian­gere. L’ultima volta l’altro giorno, mentre ascoltavo Preghiera in genna­io di De Andrè, scritta dopo che Lui­gi Tenco si è ucciso. Però è andata così».

Mario Castoldi, il papà di Marco, di Morgan, del giudice caustico di X-Factor, del poeta-cantautore col­to, si è tolto la vita a 48 anni. «Non sono tanti di più dei miei oggi e que­sto mi fa riflettere. Sono quello che più gli somiglia, in qualche modo, e questo mi inorgoglisce, ma mi spa­venta anche. Lui era gentile, elegan­te, non diceva parolacce e non be­stemmiava, non andava a bere con gli amici, amava stare con noi in fa­miglia. Una persona raffinata, con modi non dico femminili, ma estre­mamente dolci. Pe­rò era anche violen­to, nei periodi di cu­pezza ». Morgan, dopo, comincia a sfidare il mondo. «Fosse successo a mia madre sarebbe stato diverso. Ma il padre rappresenta l’au­torità. Da allora ho messo tutto in di­scussione. Dovevo trovare la rispo­sta all’enigma, capire perché era suc­cesso, se trovi la soluzione non so­pravvivi: vivi». E con la ricerca è arri­vata la compassione, il rispetto per quell’uomo nobile d’animo al quale deve la sua vita libera, un padre «onesto, retto e corretto», gli diceva ogni volta la vicina di casa sul piane­rottolo. «Reputo che il mio papà non ha potuto essere se stesso, non gli hanno insegnato a essere sincero. Ha fatto il mobiliere, come suo pa­dre, mio nonno. Ma niente è più criminoso che continuare la profes­sione del tuo genitore se non ti ap­passiona davvero. Mio padre amava la fotografia, era bravo, si prendeva cura delle sue macchine fotografi­che. Nel tinello c’era una credenza per i piatti e bicchieri e una per bobi­ne, registratori, proiettori, moviole. Questo era lui. Sto rimontando i suoi Superotto, sto facendo un film che chiamerò I Castoldies, nel senso di 'vecchi', mia sorella che corre sui prati, io che ballo allo specchio, la fe­sta per la mia cresima sul terrazzo. Ho ancora le registrazioni di quei canti con la chitarra, di mia mamma che suonava il piano mentre io dor­mivo sul divano. Poverino, mio pa­dre, perché ha dovuto fare il mobilie­re e non è riuscito ad articolare l’indi­gnazione rispetto a ciò che gli aveva­no imposto». Il dolore ha rafforzato così la sua determinazione. «Io sono esattamente ciò che da piccolo ave­vo immaginato che sarei stato».

Poi un giorno la vita cambia anco­ra. Ed è una vita che nasce, non una che muore. È il figlio che diventa pa­dre. «Anna Lou è nata in una clinica a Lugano il 20 giugno 2001. Ho assi­stito al parto con una tempistica in­credibile. Ero stato accanto alla mam­ma per tutta la gravidanza 99 ore su 24. Avevo la sindrome della covata, con le mani ingrossate, sembrava do­vessi partorire pure io. Poi, in sala parto, mi addormento sfinito per ri­svegliarmi di colpo un quarto d’ora prima che lei venisse al mondo. Ho tagliato il cordone ombelicale, ho fat­to il bagnetto e le ho cantato la pri­ma canzone: Baby Blue, perché ave­va la testa blu e sembrava un puffo». Insiste che lui era già diverso, era co­sì cambiato da sentirsi pronto a una relazione con una piccola creatura. Però, certo. «Penso sempre a lei. Non c’è una cosa che io non voglia fare con mia figlia. Fumo anche da­vanti a lei, perché voglio che mi co­nosca con i miei limiti. Ma le ho inse­gnato il dissenso, può dirmi smetti­la ». Con Anna Lou comincia il viaggio nel futuro sui libri di Bruno Munari e di Gianni Rodari, con la musica funzionale di Ray­mond Scott che ti suggerisce i suoni per ogni fase della crescita dei tuoi bambini. E il fotogramma che segna il prima e il dopo è un’immagine ine­dita, impressa per sempre, questa volta dolcissima: «È Anna Lou che non riesce a dormire e che metto sul mio petto, sincronizzando il respiro, io e lei con lo stesso ritmo, il pneu­ma, l’alito che è la vita».

Elvira Serra
17 luglio 2009

 

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Dopo quell’episodio mi sono fatto tatuare un enorme punto di domanda sul braccio» Morgan: «Un saluto, e mio padre si è ucciso» «Ero a scuola, lo zio mi disse: papà non c’è più» Morgan in braccio al padre, con la madre e la sorella La vita cambia un giorno di pioggia, all’uscita da scuola, l’auto...
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18/07/2009 09:09:59
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Commenti

  1. nessun.attesa 18 luglio 2009 ore 19:55

    possono fare della loro vita ciò che avrebbero voluto. Morgan in un certo senso ha riscattato il padre ed ora cerca di inculcare la sua teoria di "libertà" alla figlia, ma il padre non c'è più e la figlia chissà se farà della sua vità ciò che veramente vuole...

    Buona serata

  2. ivana56 21 luglio 2009 ore 23:53

    e vero la vita cambia si divenda grande, poi si divenda genitore,e restano solo i ricordi

    serena notte

    ciao ivana

  3. luci46 22 luglio 2009 ore 20:15

    ci sono cose che restano dentro per sempre Luci

  4. rina.84 26 luglio 2009 ore 21:59

    x una volta vorrei sapere il filo conduttore qual'e'...

    6 via x sentire la mancanza della tua finestra?

  5. venturina45 30 luglio 2009 ore 12:59
    quanto tempo nn venivo qui e mi dispiace leggere questo, so a che assomiglia sai che insegno inglese
  6. tristina 01 agosto 2009 ore 17:32

    ... so... :-)
    Buonaserata..serena :rosa

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