IL PROFESSOR "FISCHIETTO"

17 aprile 2008 ore 06:12 segnala
....Un altro episodio del periodo scolastico fu quello dell’ultimo giorno di scuola della quinta elementare. Dalla seconda fino alla quinta elementare avevo avuto sempre lo stesso insegnante, un anziano ma simpatico maestro che noi scolari, per il fatto che fischiettava sempre, ma senza fare uscire nessun suono dalle labbra, chiamavamo: professore fischietto.
Passeggiava tra le file dei banchi con le mani incrociate dietro la schiena, dove teneva sempre la sua bacchetta, che usava sulle nostre mani quando ci trovava impreparati (erano altri tempi).
Si avvicinava la fine della scuola e noi scolari sapevamo che il nostro professore “Fischietto” lo avremmo dovuto lasciare per sempre. Uno scolaro propose a tutti noi, all’insaputa del nostro insegnante, di fargli un regalo e donarglielo l’ultimo giorno di scuola. Si pensò subito ad una penna d’oro. All’uscita dalla scuola andammo in oreficeria a chiedere il costo. Adesso non ricordo a quanto ammontava la somma, ma facemmo i conti e risultò che ognuno doveva portare nei prossimi giorni circa 300 lire; cifra un po’ alta per me, ma era una regola alla quale non ci si poteva tirare indietro.
Ricordo che riuscii a racimolare solo 200 lire, ma bastarono. Credo che l’orefice “chiuse un occhio” e ci fece lo sconto delle poche lire che mancavano. Confezionò il regalo molto elegantemente e aspettammo con ansia l’ultimo giorno di scuola. E quel giorno venne. Tutti puntualissimi, entrati in aula, posammo sulla cattedra quel piccolo tesoro che ci era costato tanto, ma che molto volentieri gli donavamo.
Quando finalmente il professore arrivò, salutò come faceva di solito e noi rispondemmo in coro. Ci guardò un po’ stupito perché non ci aveva mai trovati così silenziosi, ma dovette pensare che era dovuto al fatto che era arrivato l’ultimo giorno, niente di più. Ci disse qualcosa di circostanza per la fine della scuola, poi si girò e si sedette in cattedra. Mentre la tensione emotiva saliva fra di noi egli si accorse del pacchettino. Lo prese e chiese subito chi lo avesse portato. Uno di noi disse: “Lo abbiamo portato noi, è un nostro regalo”. Il maestro si fece subito serio e sembrava non riuscisse ancora a capire, tolse la carta, aprì l’astuccio e lasciò trasparire la sua commozione; gli occhi gli brillavano. Disse appena qualcosa, ma si scusò e uscì dall’aula dicendo che sarebbe ritornato dopo qualche momento. Non passò molto tempo che ritornò visibilmente molto commosso, con gli occhi rossi e lucidi; aveva pianto. Ci tenne un discorso di almeno un’ora, sempre col fazzoletto in mano ad asciugarsi qualche lacrima.
Era un buon maestro, lo ricordo con tenerezza mentre passeggiava tra i banchi dell’aula, le mani dietro la schiena e la sua eterna smorfietta sulle labbra atteggiate ad un silenzioso fischiettio.

Poveri e felici

31 marzo 2008 ore 06:59 segnala
 Mia madre era una donna molto bassa di statura col viso reso rugoso dal duro lavoro; era una donna semplice, molto mite e dolce di carattere, ma sapeva anche picchiarci se facevamo qualche bricconata. Non stava ferma mai un minuto. C’era sempre molto da lavorare in quella casa. Si alzava la mattina prestissimo che era ancora buio, accendeva il fuoco per prepararci la colazione che consisteva di solito in una polenta nella quale si aggiungeva del pane duro a pezzetti, oppure del brodo di verdure con aggiunta di olio d’oliva e pane. Intanto ci svegliava tutti facendo alzare per prime le mie sorelle perché la aiutassero a rassettare la casa, poi mio fratello Salvatore per andare a scuola. Infine doveva faticare non poco per convincermi non solo a scendere dal letto, ma anche a lavarmi la faccia, soprattutto d’inverno per l’acqua gelata. Solo quando il fuoco era acceso, mia madre me ne riscaldava un po’ per lavarmi. Dopo sgattaiolavo fuori a giocare.

 A quel tempo le strade non erano asfaltate, le mura delle case erano di crude pietre innalzate con calcina, i tetti ricoperti di tegole non erano a prova di pioggia e, quando pioveva, l’acqua penetrava attraverso il tetto in diversi punti della casa; il pavimento era di mattoni di terracotta, ma nella stalla era di nuda terra. Mia madre si prodigava a mettere tutto quello che le capitava per evitare che il pavimento non si trasformasse in  una melma di fango; secchi, pendole, casseruole, tutto quello che le capitava sotto mano. Le strade si trasformavano ben presto in fiumi fangosi, e per evitare che l’acqua penetrasse in casa, mia madre prendeva la larga tavola di legno (u scanaturi) dove solitamente  impastava la farina per il pane, la incastrava alla buona tra la porta e il davanzale, tamponandone i lati con i pochi stracci che trovava per limitare i danni.

Per noi bambini era tutto come un gioco. Quella tavola davanti la porta era come un balcone, dal quale facevamo a gomitate per trovare posto e poter guardare nella strada la fiumara, che pian piano s’ingrossava fino a diventare un vero fiume di fango.

Dopo la pioggia, nonostante il divieto tassativo di mia madre di uscire fuori, io trovavo sempre il modo di scappare fuori per andare a giocare con gli altri bambini, anche se sapevo già cosa mi aspettava al rientro.

Chissà perché, ma io da bambino non amavo le scarpe, sebbene ne avessi due paia; quelle “di ogni giorno”, che erano state riparate dal calzolaio un’infinità di volte e quelle “della domenica”. Fuori stavo sempre a giocare a piedi nudi, anche se aveva piovuto, non riuscivo a farne a meno e quando rientravo erano sempre botte da orbi.

Di giocattoli non ne avevo e quindi, noi bambini, aguzzavamo il nostro ingegno per costruircene alcuni da soli. Mio fratello Salvatore per esempio, quando, dopo la pioggia, le strade si trasformavano in un’immensa melma fangosa, prendeva del fango dalla strada, lo lavorava un po’ fino a che diventava una pasta quasi dura e ne modellava macchine, trattori, casette, che poi faceva essiccare al sole per poi giocarci, mi costruiva anche archi con frecce e fionde. 

Di regali non ne ricevevo né a Natale, né per il mio compleanno. I doni di circostanze non si usavano da noi, o meglio; non ce li potevamo permettere. Solamente il 2 novembre, la festa dei morti, era un giorno che noi bambini aspettavamo con tanta ansia. Secondo antiche tradizioni, durante la notte di quel giorno i nostri parenti defunti entravano silenziosamente dalle fessure delle porte e lasciavano alcuni doni per i bambini, che generalmente consistevano in cose semplici e utili; indumenti, giocattoli oppure, nelle famiglie più povere (come nel mio caso), un carrettino di cartapeste con dentro carrube, mostarda,  o castagne. Una sola volta ricordo di avere ricevuto per la festa dei morti, un giocattolo; era una trottola attorniata con delle ochette. Quel giocattolo fu la mia gioia per molto tempo e ricordo ancora l’emozione che provai nel riceverlo. Oggi purtroppo, questa festa ha perso la sua magia sacrale, ora non sono più i morti che portano i doni ai bambini, ma è Babbo Natale e la Befana; gli alberi di Natale illuminati hanno sostituito oramai i numerosi ceri che si accendevano nelle case in memoria dei parenti defunti e che ugualmente davano quell’atmosfera sacra che a noi bambini piaceva tanto.

 Fin da piccolo ho sempre avuto la consapevolezza che la mia famiglia era più povera dalle altre del vicinato, anche se non abbiamo mai sofferto la fame, tante piccole cose mi facevano notare la differenza. Lo zucchero era quasi un lusso da noi. I dolciumi? Si! Ne avevo già visti, ma sempre nelle mani di altri bambini. Il poco zucchero che ci potevamo permettere serviva per addolcire il caffè o il “matto”. Quest’ultimo era una specie di erba aromatica come il tè, che mia madre  serviva nel periodo estivo a colazione. Gli altri bambini del vicinato invece, sebbene anche poveri, potevano permettersi delle fette di pane, cosparse di zucchero e io li invidiavo un pochino, ma a volte, e solo dopo aver piagnucolato un bel po’, mia madre mi concedeva un poco di zucchero.

 

Per chi é interessato al mio libro, puó comodamente ordinarlo online direttamente nella casa editrice: EU Editrice Uni Service

Altri siti dove si puó comprare il libro:
   
 IBS.it cliccare qui per ordinarlo    Ora anche su DVD.it   Libreriauniversitaria.it    gullivertown   Webster.it   Kata Web   Shop. it   UNILIBRO  

a zié 'Nturina ccu scarfaturi

27 marzo 2008 ore 19:12 segnala
La zia Antonina, (nel nostro dialetto: a ziè ‘Ndurina), era una vecchietta del vicinato, che in questa foto è ritratta con lo scaldino “u scarfaturi”. Con l’avvento delle stufe “u scarfaturi” è ormai scomparso del tutto. Era un recipiente di rame, che veniva riempito di carbone ardente, usato dalle donne per scaldarsi nei mesi invernali umidi e freddi. Ricordo ancora mia madre quando, d’inverno, la mattina “riviniva u luci ppu scarfaturi”, in altre parole accendeva il fuoco per lo scaldino. “A zia ‘Ndurina” raggiunse la veneranda età di 99 anni. La ricordo benissimo quando veniva a casa mia a comprare qualche uovo da mia madre, e quando mi vedeva diceva sempre: “Stù carusu l’amma fari parrinu” (questo ragazzo, lo dobbiamo fare prete). Non so di preciso perché “a zié ‘Ndurina” comprava le uova da mia madre, forse le rivendeva in qualche bottega. Ad ogni modo, veniva spesso. Mia madre, tutti i pomeriggi, prendeva le galline ad una ad una per le zampe e le toccava nel posteriore, e capiva quale e quante, durante la notte, avrebbero fatto l’uovo, e così era. Tutte le mattine controllava le ceste e raccoglieva le uova che la sera precedente aveva contato, le accumulava e quando passava “a zie ‘Ndurina” gliele vendeva. Non sempre però i conti tornavano. Infatti, se ne mancava qualcuno, mia madre borbottava contro la gallina che secondo lei aveva fatto l’uovo chissà dove. Non immaginava che ero io a sottrarre ogni tanto un uovo prima che mia madre venisse a prenderli dalle ceste. Andavo dalla zia Antonina a venderlo per incassare le cinque lire. Tanto, lei non lo diceva a mia madre e non tanto per proteggermi, ma semplicemente perché “a ziè ‘Ndurina”, poverina, dimenticava sempre quasi tutto.

Prologo (Il medioevo della mia infanzia)

21 marzo 2008 ore 00:25 segnala
Prologo 

I ricordi, soprattutto quelli più vecchi, quelli dell’infanzia, sono come dei vecchi papiri, si scavano con molta fatica nello scrigno arrugginito e sepolto dal tempo.Come l’archeologo scava nel deserto alla ricerca di tesori antichi e, trovati vecchi rotoli di papiri, alcuni intatti, altri incompleti e di altri ancora solo dei frammenti dove, con difficoltà vi si possono leggere solo alcune frasi o semplicemente alcune parole, li porta alla luce e con molta cura li ripulisce, li restaura e infine trova un ordine logico di come si presumeva fossero in origine anche se non sempre è possibile ricostruirne i testi nella loro integrità o interpretarne l’originario significato, proprio perché incompleti o danneggiati in parte; anch’io, come un archeologo e in cerca di antichi tesori, in questi ultimi mesi ho cercato senza sosta nel ricco terreno della mia memoria i vecchi papiri della mia infanzia. Dopo averli trovati li ho ripuliti dalla polvere accumulata dagli anni e ho cercato di dare loro un ordine preciso, cercando di restaurarne le parti mancanti là dove trovavo pagine sparse o solo frammenti. Non è stato facilissimo tradurli in scrittura, poiché non sono un letterato, ma credo di essere riuscito a trasmetterne l’essenziale per fare capire  il mondo che mi circondava fra gli anni ‘50/’60 del 1900, che io chiamo metaforicamente medievale, perché tale era in molti dei suoi aspetti. Penso che a ragione posso dire di essere nato e vissuto in un’epoca unica nella storia dell’umanità, almeno per quando riguarda le innovazioni tecniche, scientifiche e così via. Mai prima del 1900 il genere umano aveva fatto così velocemente tanti progressi.

A pensarci bene, quando sono nato io, le innovazioni del progresso non erano molte, e nemmeno molto antiche. Dalla metà del 900 è iniziata un’era, che ha rivoluzionato il nostro modo di vivere in tutti i settori e aspetti e ha cambiato radicalmente il ritmo della vita che per millenni era rimasto pressoché immutato.

 Sovente, mia madre mi raccontava che, ai suoi tempi, nelle case non c’era nemmeno l’acqua corrente, e tanto meno le fognature (le fognature saranno costruite a Mirabella tra gli anni 1948-1954); L’acqua la portavano in paese i contadini con delle grandi brocche di terracotta; le donne la prendevano anche dal rubinetto dell’abbeveratoio per i muli, che era posto fuori paese a pochissimi passi da casa nostra. Riempivano grandi brocche che chiamavamo “quartare”, che ricordo molto bene. Da quelle “quartare” che a casa nostra erano poste in un angolo della stalla, travasavamo l’acqua nel boccale di vetro che tenevamo sempre sul tavolo e dal quale ci dissetavamo tutti durante la giornata. Diceva anche che per i bisogni corporali, si usavano dei vasi da notte, che poi si svuotavano in un grande recipiente di terracotta, “u càntaru”, che a sua volta, veniva coperto con una tavola di legno per attenuare il cattivo odore. Quando poi, “u càntaru”, si riempiva, con l’aiuto di un familiare o di qualche vicina (solitamente era un compito delle donne), si portava fuori dal centro abitato e si svuotava in un luogo comune dove scorreva un piccolo ruscello, che c’era ancora quando io ero bambino e che chiamavamo volgarmente, nel nostro dialetto, “u sciumittu ‘a merda”. Mi raccontava mia madre che ci si aiutava a vicenda tra le comari del vicinato per poter assolvere l’imbarazzante compito di andare a svuotare “u càntaru”, e che, per un comune senso del pudore, ci si rivolgeva loro dicendo: “cummá! Ci viniti a lassari a zitta?” cioè: comare! Venite con me ad accompagnare la sposa? Le comari capivano e prontamente si apprestavano ad aiutare la comare. Nei giorni di pioggia abbondante, quando le strade si trasformavano in fiumi di fango, i “càntari” venivano svuotati anche per le strade, la fiumara trascinava tutto fuori dal paese. Non mi meraviglia per nulla che la malaria, all’epoca, non sia stata una malattia rara.

I giovani del terzo millennio che leggono queste cose, stendono a credere che sto parlando di circa 60 anni fa o poco più. A dire il vero, anch’io stento a credere come abbiamo dimenticato cosi presto queste cose. Siamo troppo abituati agli agi tecnologici portati dal benessere che incominciò con le prime ondate di emigrazione, che si verificarono negli anni ’60.  Io che sono nato nella metà degli anni cinquanta, sono stato testimone, come pure tutti quelli della mia generazione, di questo velocissimo e radicale cambiamento sociale. Solo 14 anni dopo, il primo uomo metterà piede sul suolo lunare. È proprio il caso di dire: “dalle stalle alle stelle”. Infatti, la differenza tra gli agi che c’erano nelle case del medioevo, con le case dei contadini del mio paese degli anni cinquanta, erano: l’elettricità e l’acqua corrente per un’ora al giorno in tutte le case, e nient’altro. È da considerare che la corrente elettrica aveva la sola funzione di sostituire i vecchi lumi a petrolio. I primi elettrodomestici, come le lavatrici, il frigo e il televisore in bianco e nero faranno la loro comparsa a metà degli anni sessanta.  A casa nostra, il primo barlume di tecnologia fu un fornello a gas per cucinare. Era straordinario non avere più quella seccatura di accendere il fuoco con la legna, tutte le volte che si doveva cucinare qualcosa. Il televisore invece, entrerà in casa solamente nel 1969, quando cioè, era già sovrana in tutte le case del paese.

Tutto quello che mi accingo a scrivere, in questa mia modestissima opera, non sono altro che ricordi personali e della mia famiglia. Incomincio i miei racconti proprio da quei momenti in cui ho iniziato ad avere la consapevolezza di esistere, di essere “io”; descrivendo in prima persona tutto il mondo circostante, così come io l’ho vissuto,  fino alla mia pubertà.

Molti miei amici, sentendomi parlare di così remoti ricordi della mia infanzia mi dicono: “È mai possibile che tu ricordi particolari  di quando eri piccolissimo?” forse non è molto comune, ma è proprio così. Sono tante le cose che ricordo, anche se spesso sono ricordi molto sbiaditi.

Non sempre sono riuscito a dare a questi ricordi un ordine cronologico ben preciso, anche perché ci sono delle cose che sicuramente risalgono a quando io avevo circa due anni di età.  Si! Sono solo flash, singoli fotogrammi o piccolissimi sketch che non riesco logicamente a collegare a episodi ben definiti. Come quando una sera, tanto per fere un esempio, mentre mia madre ripuliva con un coltello i broccoli per cucinarli per cena, io volevo a tutti i costi che mi prendesse in braccio; cercavo le sue mammelle per poppare il latte che logicamente non aveva più, e mia madre mi diede dei schiaffetti nelle mani. Evidentemente lei voleva farmi togliere il “vizio” essendo io troppo grandicello, e vedendo che non smettevo, stizzita mi disse: ”Adesso basta” e mi rimise a terra senza curarsi più del mio pianto.

Ecco, questo è uno di quei singoli pezzettini di ricordi isolati che ricordo appena, e che in tempo reale poteva essere della durata di solo pochi secondi, e non ricordo niente né del “prima” di quel momento, né del ”dopo”. Però è straordinario il fatto che io abbia questo piccolo, vago ricordo; dovevo proprio essere piccolissimo e forse riuscivo a balbettare appena qualche parola.

Per chi é interessato al mio libro, puó comodamente ordinarlo online direttamente nella casa editrice: EU Editrice Uni Service


Altri siti dove si puó comprare il libro:
   
 IBS.it cliccare qui per ordinarlo    Ora anche su DVD.it   Libreriauniversitaria.it    gullivertown   Webster.it   Kata Web   Shop. it   UNILIBRO  

IL MEDIOEVO DELLA MIA INFANZIA

14 marzo 2008 ore 16:05 segnala

Tratto dal mio libro "IL MEDIOEVO DELLA MIA INFANZIA" (da ottobre nelle librerie e online)    

 A Mirabella Imbaccari, piccolo paese agricolo nel cuore della Sicilia, all’alba di una splendida giornata primaverile venni alla luce, allietando la già numerosa famiglia Zaccaria. Era il 19 marzo 1955, festa di San Giuseppe, ero l’ultimo di sei figli, il terzo maschietto e questo da solo costituiva già un motivo di gioia in più; ero, infatti, un potenziale aiuto per mandare avanti la famiglia.   Mia madre mi racconterà in seguito che l’evento della mia nascita fu accolto con letizia da tutto il vicinato, ma soprattutto dai miei nonni paterni; la nascita di una femmina, infatti, era considerata quasi una disgrazia. Dopo due maschi e tre femmine, il terzo maschietto avrebbe portato più equilibrio in famiglia; era importante all’epoca, dopotutto erano gli uomini che sostenevano la famiglia con il lavoro, le donne invece non solo non avrebbero lavorato, ma per le usanze dell’epoca era essenziale dare loro una buona dote se volevano trovare un buon marito; era la prima cosa che lo sposo o i suoi genitori volevano conoscere prima di dichiarare un fidanzamento ufficiale.  Alla nascita delle mie sorelle, infatti, i miei nonni non furono così entusiasti, anzi, alla nascita di una delle mie sorelle, non vollero nemmeno venire a vederla. Mio padre era l’unico in famiglia che lavorava, faceva il contadino. Il più grande dei figli Vincenzo, aveva ventidue anni, e faceva da molti mesi il servizio militare a Caserta (all’epoca, il servizio di leva era di 18 mesi). In ordine d’età seguivano le mie tre sorelle Giuseppina 16 anni, Rosaria 13, Maria 9 e infine, mio fratello Salvatore che aveva sei anni, quindi troppo piccolo perché potesse aiutare mio padre nel lavoro, anche se lo portava spesso con sé nel pezzetto di terra che era riuscito a comprare con tanti sacrifici, affinché incominciasse ad imparare a coltivare la terra dalla quale le nostre bocche dipendevano.

Un paio di settimane dopo la mia nascita, mi ammalai così gravemente che si temette il peggio; mia madre fece chiamare i padrini, mi avvolse in fretta e furia in una coperta e mi portò in chiesa perché fossi subito battezzato. Il povero sacerdote non perse nemmeno il tempo di accendere una candela, come di solito si fa nel rito del battesimo, mi portò alla fonte battesimale e con poche parole rituali mi battezzò. Mi riportarono a casa temendo che io non sarei sopravissuto tanto da vedere un altro giorno, e mi misero a letto e mentre mia madre singhiozzava piangendo, le mie sorelle, in punta di piedi, si avvicinavano a turno nel letto bisbigliando tra loro a bassa voce: "Sta  morendo!".

Ora non so quando tempo dopo, ma il fatto é che ben presto mi ripresi cosi in fretta che mia madre lo ritenne quasi un miracolo; avevo da quel tempo in poi un appetito non comune per un bambino di pochi mesi di vita e quando il solo latte non mi bastava, non essendoci ancora i biscottini per i neonati che si scioglievano nel latte, disponibili solo dagli anni ’60 in poi, mia madre, bagnava del pane e lo bolliva con del pomodoro fino a farne una pappa e non era raro che fosse costretta a rifarmi la pappa. Ero insaziabile, diceva mia madre, e non mi bastava mai niente.

Povertà  

La povertà era di casa, ma tutto ciò era normale all’epoca, ma c’era comunque sempre qualcosa da mangiare in tavola. Cose povere, prodotti della terra, ma bastavano a saziarci; vivevamo al limite dell’indigenza, ma non ci lamentavamo, ed eravamo una famiglia felice. La nostra casa consisteva in due stanze; l’arredamen to era costituito da pochissime cose: un tavolo, alcune sedie, una credenza, un armadio che conteneva il vestito "della domenica" di ognuno di noi, e una cassapanca dove mia madre conservava alcuni capi di biancheria che con difficoltà riusciva a comprare di tanto in tanto per poterla destinare alle mie sorelle come dote. In un angolo c’era il letto matrimoniale; un muretto, con una tendina, lo separava dal camerino, dove erano situati altri due letti con materassi riempiti di paglia, “Dio com’erano duri!”, li dormivamo. In uno dei due letti dormivano le mie sorelle  e nell’altro letto io e mio fratello Salvatore. Vincenzo intanto, dopo il servizio di leva, per fortuna si era già sposato; altrimenti non saprei proprio dove avrebbe potuto dormire. L’altra stanza  invece era adibita a cucina; all’epoca non vi erano ancora le cucine a gas, o perlomeno non nelle case povere come la nostra, la cucina quindi era composta da due grosse pietre sormontate da una graticola di ferro dove sotto vi si accendeva il fuoco con un po’ di legna, sopra la graticola trovava posto il pentolone, dove si preparava il piatto unico della cena che consisteva di solito in un minestrone di pasta con verdure, oppure polenta o semplicemente verdura saltata in padella con aglio e olio. Al lato di questa rudimentale cucina c’era il forno a legna, dove mia madre faceva il pane in quantità sufficiente per una diecina di giorni. Mi sembra di sentire ancora il buon profumo di quel pane, che ancora caldo, mia madre tagliava a metà, lo condiva con un po’ di olio di oliva e un pizzico di spezie e che mangiavamo caldo; ne eravamo ghiotti ed era delizioso! Attaccato al forno vi era un lavabo con un rubinetto d’acqua corrente, anche se solamente per qualche ora al giorno. In quella ora mia madre riempiva le brocche e tutti i recipienti utili per supplire ai bisogni della giornata. Il gabinetto era lì accanto e non era altro che un buco in terra, una piccola tenda lo nascondeva alla vista per proteggerne la privacy. La carta igienica, credo che non fosse stata ancora inventata, usavamo della “carta paglia”; tutti quelli della mia generazione la ricorderanno di sicuro, era di colore giallastro, molto ruvida e grezza al punto di essere ben visibili i pezzettini di paglia della quale era composta. Tutto quello che si comprava nella bottega del quartiere veniva avvolto in quella carta. Sempre nella stessa stanza, nella parete di fronte vi era la stalla per il mulo (tutti i contadini ne avevano uno in paese) e una mangiatoia, sotto la quale trovavano posto una dozzina di conigli che ci fornivano la carne nelle feste comandate come il Natale, la Pasqua e la festa patronale. In una piccola stia, avevamo una diecina di galline che ci davano le uova, ma che raramente potevamo mangiare. Mia madre, infatti, le uova le vendeva per racimolare qualche spicciolo e affrontare così le piccole spese quotidiane per la numerosa famiglia.

 

Per chi é interessato al mio libro, puó comodamente ordinarlo online direttamente nella casa editrice: EU Editrice Uni Service

Altri siti dove si puó comprare il libro:
   
 IBS.it cliccare qui per ordinarlo    Ora anche su DVD.it   Libreriauniversitaria.it    gullivertown   Webster.it   Kata Web   Shop. it   UNILIBRO