Strano pubblico

06 gennaio 2024 ore 15:54 segnala

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Tutto andava bene quand'ecco che dapprima fu una minuscola sbavatura, quasi impercettibile, un semitono leggermente più alto da parte di uno dei violini durante il crescendo del terzo movimento. Fu una di quelle anomalie riconoscibili solo all’orecchio esperto, ai conduttori, ai musicisti, forse a una piccola parte dei critici musicali seduti sul loggione. Certo, comunque una sbavatura, inammissibile per Leofredo Ganazzi, direttore d'orchestra con vent'anni di esperienza nei maggiori teatri del mondo. Una rapida occhiataccia alla sezione dei violini e alla sua sinistra ecco arrivare quello stridio, questa volta chiaro e netto da parte dei violoncelli alla sua destra. Fu un suono completamente fuori contesto, un accordo assolutamente sbagliato, tutti lo sentirono nella sua chiarezza e dissonanza. Un errore gravissimo di quelli che da soli sono sufficienti a rovinare una recensione sui quotidiani dell’indomani. Avvertì la sensazione impietosa di aver buttato giorni e giorni di prove e duro lavoro in un singolo e fugace episodio, perché di una sinfonia si apprezza sì la sua perfetta integrità ma è sufficiente un solo neo perché il suo ricordo vi sia indissolubilmente legato. Mentre il sangue rabbioso gli pulsava nelle tempie, ciò che più lo inquietava era il silenzio della sala alle sue spalle. Nessun brusio, nessun mormorio, nessuna sottolineatura a quell’obbrobrio musicale. Solo un freddo e remoto silenzio, più rumoroso di qualsiasi vibrata o velata protesta. Fu sul tappeto di quel silenzio che i suoni degli ottoni iniziarono a sovrapporsi sgraziatamente a quelli dei legni. Un’onda sonora aliena e deforme, come una scorreggia che ti fa piangere gli occhi. L’intera sezione degli ottoni stava producendo un suono che nulla aveva a che fare con lo spartito musicale, era un’aberrazione completamente stonata che si insinuava nel corpo della sinfonia come un urlo sgraziato proveniente da chissà che luogo. Come se al suono dell’orchestra si fosse sovrapposto quello di una banda di paese di passaggio, intenta a suonare tutt’altro brano musicale. Una situazione così grave e inusuale da stroncare nell’immediato un’intera carriera di conduttore d’orchestra.Leofredo cercò disperatamente di riprendere in mano l’orchestra anche se a dire il vero essa non gli era mai sfuggita, erano solo dei maestri pressoché infallibili improvvisamente e inspiegabilmente fuori registro. Ma la situazione anziché migliorare, drammaticamente peggiorò. L’asse portante degli strumentisti, quella che ancora riusciva a tenere nei binari la giusta armonia musicale, cedette di schianto sull’abbrivio di quelle note stonate. L’uomo dei piatti, come un automa burattino, iniziò una lunga e lenta sequenza di suoni completamente a sé stante e fuori tempo, viole, violini e violoncelli cominciarono a suonare ognuno una propria assurda melodia ognuna in contrasto con l’altra, e così i clarinetti, gli oboi e tutti gli altri elementi, tutti quanti trascinati da grotteschi colpi di tamburo che scandivano casualmente quell’assurda cacofonia. Era andato tutto completamente in vacca. La melodia, la sinfonia, probabilmente la carriera di tutti loro, ma anziché fermarsi, l’orchestra proseguì imperterrita e più sgangherata di prima nell’impossibile tentativo di riprendere un filo, cercando un disperato appiglio. E mentre impotente cercava di arginare da solo quell’impossibile tempesta, dietro di lui riusciva ad avvertire ancora quell’agghiacciante silenzio, quella calma surreale da parte degli spettatori che per molto meno avrebbero già dovuto protestare, fischiare, alzarsi in piedi se non addirittura andarsene. Invece nulla. Un illogico e impietoso silenzio circondato da folli sonorità. Fu dopo pochi altri tentativi che Leofredo trovò appoggio sull’instabile leggio, le braccia gli caddero sui fianchi e la bacchetta a terra. Ricurvo su se stesso in segno di resa, chinò il capo in una smorfia segnata dal dolore mentre l’echeggiare dell’orchestra continuava a trascinarsi fra code stonate e suoni incerti che improvvisamente si mozzavano. E mentre le ultime folli note s’inerpicavano chissà dove, lentamente si voltò verso la platea. Gli spettatori erano tutti lì, a centinaia. Scheletri compostamente seduti sulle poltrone color porpora, coi loro crani piegati e bianchi, così lucidi e smunti dentro i loro larghi smoking. Dalle maniche flosce fuoriuscivano le ossa delle mani, appoggiate ai braccioli o adagiate ordinatamente sulle ginocchia.

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Magari

19 settembre 2023 ore 16:17 segnala

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Magari fosse che i messaggi che viaggiano con la musica che abbiamo ascoltato,con i libri e la poesia che abbiamo letto, potessero insegnarci qualcosa, invece niente perchè a sto punto dopo “Addio alle armi” di Ernest Hemingway non ci sarebbe dovuta essere un’altra guerra mondiale. Dopo l’“Urlo” di Allen Ginsberg si sarebbe dovuti scendere tutti nelle piazze a cantare a piangere ad abbracciarsi e accarezzarsi e baciarsi e fare l’amore ovunque e in tutti i modi che ci venivano in mente e sarebbe stato meraviglioso. Ma, come sappiamo, niente di tutto questo è successo né qui nel nostro paese né altrove. Dopo “All you need is love” si sarebbe dovuta insegnare la cultura della pace e del sostegno reciproco nelle nostre scuole, ci si sarebbe dovuti prendere amorevolmente cura dei bambini e dei più deboli, degli sfortunati, degli anziani. Dopo “Imagine” ci si sarebbe dovuti mobilitare per distruggere tutte le armi e abbattere i confini, ci si sarebbe dovuti occupare di ospedali, scuole, mense e case per tutti. E invece no, perchè la cosiddetta brava gente del Novecento, la stessa che ha aderito in massa al fascismo e che lo sostiene anche oggi, sfila protetta dalla polizia in nome della libertà di espressione,forti della costituzione che hanno in pugno, ha considerato i beat, i rockers, i verdi, gli ecologisti, i pacifisti, gli hippies, gli anarchici, i punks come un pericolo, come delle merde, dei disadattati che lo sterminio se lo meritavano perché fra le altre cose volevano abolire le armi, la guerra, l’inquinamento, la miseria, la povertà obbligatoria imposta dal capitalismo. Sono dell’idea che quella brava gente forse non era poi così brava, proprio come noi hippies, noi rockers, noi punks, noi ecologisti, noi pacifisti, noi beat, noi diversi, noi non eravamo così cretini, né deficienti, né disadattati né povere bestie da macellare da annientare da far sparire a qualsiasi costo. I diversi, i ribelli, i sognatori, gli anarchici di ogni epoca hanno dato forma ai sogni e spostato in avanti il limite dell’immaginazione. Senza diversi, senza ribelli, senza anarchici, senza sognatori forse staremmo ancora a nasconderci nelle caverne o ci saremmo già estinti. Quindi cosa si fa si smantellano gli investimenti in sanità e cultura, le scuole sono state trasformate in laboratori di consenso per il governo. La maggioranza delle persone si è dotata di uno smartphone e piazzato un televisore in ogni casa così da poterci anestetizzare mentre abbiamo continuato a tratteggiare di filo spinato ed armare i confini di stato, a costruire pistole e fucili, aerei da combattimento, carrarmati, portaerei, mine, lanciafiamme, bombe e cannoni e a venderci tra di noi questo orrore. A inventarci guerre sempre nuove e sempre più devastanti da guardare sullo smartphone oppure in tv col telecomando in mano stravaccati sul divano.

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Eat the Rich

23 aprile 2023 ore 15:50 segnala

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They say music is the food of love,
Let´s see if you are hungry enough,
Take a bite, take another,
just like a good boy would...

All’inizio Gianni e Guendalina svolgevano solo il loro lavoro di “disinfestatori” è tra virgolette perchè non è che si occupassero di scarafaggi o roba del genere, loro su incarico del governo disinfestavano il mondo dai “cattivi” (Ricchi, politici, corrotti, ladri, assassini...che nella maggior parte dei casi erano un unica persona) . Da principio era il governo stesso che si occupava di far sparire i corpi. In seguito lasciò il gravoso incarico ai due, che all’inizio riuscirono a gestire ma poi l’accumularsi di cadeveri divenne insostenibile, così Guendalina iniziò a fare a pezzetti i cadaveri che in quel modo erano più facili da smaltire. All’inizio facevano tutto in casa ma poi il problema dello smaltimento si fece sempre più problematico. Lei era stufa di scavare in giardino, tutta quella fatica per dei pezzi dimmerda non ne valeva la pena , inoltre le rogne non si limitavano solamente a una questione di spazio. C’era il problema dell’odore di putrefazione e quello delle mosche. Lui odia le mosche, non si può lasciare un cazzo di cadavere in giro un attimo che subito quelle fottute bestie arrivano a sciami, figuriamoci con decine di corpi sparsi per la casa e nel giardino,sarebbero arrivati topi scarafaggi e quant’altro. I due iniziarono ad avere qualche piccolo screzio, la casa stava diventando invivibile, in principio poi lei non selezionava ordinatamente i pezzi come ora ma tagliava i corpi a caso, per puro spirito di divertimento dato che non c’era alcun motivo per sezionarli. Perché li tagli a pezzi? Non serve a nulla, le chiese un giorno. Vocazione credo,le rispose. Non indagò oltre anche perché aveva imparato che con Guendalina era meglio farsi i cazzi suoi. Comunque, la soluzione del tagliarli a pezzetti anche se casuale, si dimostrò almeno in principio di una certa utilità. Vuoi mettere la facilità di trasporto e di accatastamento di soli pezzi era molto meno faticosa che portarsi in giro interi cadeveri puzzolenti. Alla fine avevano riempito l’intera legnaia, il sottoscala, il seminterrato e tutti i buchi possibili ma lo spazio alla fine finisce, senza contare che anche Gianni aveva bisogno di molto terreno per mettere a posto i suoi crani svuotati. Ed ecco la brillante idea di Guendalina aprire una tavola calda una specie di McDonald’s dove poter rifilare la carne umana agli ignari avventori. Detto fatto il ristorante non chiudeva mai, giorno e notte, sette giorni su sette. Servivano hamburger di carne umana all’interno di un fragrante pane al sesamo insaporito da una ricchissima varietà di salse. Lui Gianni sui 30 baffoni e capelli lunghi, lei Guendalina bionda dal fisico statuario, aveva un paio di anni di meno ora da disinfestatori erano diventati coleghi nella ristorazione, con compiti ben distinti lei seziona i pezzi di cadavere e li divide secondo una sua personalissima classificazione, le mani coi reni, i piedi con le scapole, il petto coi polpacci. A lui d’altro canto interessano solo le scatole craniche, tutto il resto lo lascia a lei. Ma Gianni restò molto dubbioso, le disse che secondo lui la gente ben presto si sarebbe accorta che la carne aveva un gusto per lo meno strano. Mica te li devi mangiare tu, le rispose lei con quella voce che è meglio lasciar stare. Per lei, rozza com’era, mettere su un fast food voleva dire tirar su quattro pareti, metterci in mezzo qualche tavolino e servire due fette di pane con in mezzo della carne trita. Un modo semplice per smaltire in modo silenzioso i suoi quintali di carne e niente più. Dei due era Gianni quello preoccupato, quello ansioso di far funzionare bene le cose, e a mano a mano che l’impresa prendeva forma, divenne lui quello che si occupava di tutte le faccende. Lei non se la prese o almeno non lo diede a vedere e gli lasciò sempre più mano libera nella gestione del locale. Tutto quello che riguardava l’organizzazione l’annoiava a morte e il fatto di liberarsi di scartoffie e balle varie, non fu altro che togliersi di dosso un grosso peso. E così riprese il suo lavoro di sempre, quello che sapeva fare bene e che la rendeva serena, ovvero sezionare corpi ed abbinarne i pezzi a secondo di quello che gli diceva la capoccia. Nel frattempo Gianni aveva fatto tutte le cose per bene. Aveva messo su il locale, pensato ai permessi, al menu, all’arredamento, tutto quanto. Si era soprattutto preoccupato di nascondere il sapore della carne umana dietro diversi sotterfugi, dall’abbinamento con salse dai sapori molto speziati, alle denominazioni più disparate come ‘Gnu hamburger’ o “Siberian Cow ’. Come se le mucche asiatiche avessero un sapore diverso da quelle americane, ma in fondo la gente che ne sa? Comunque con grande sorpresa, l’idea del ristorante funzionò. Forse perché era costruito in un luogo particolare o semplicemente perché se ne sentiva la mancanza. Comunque sia, dopo un felice periodo in cui gli affari andavano a gonfie vele, non tardò il momento in cui si sparse la voce in città che in quello strano fast food si serviva carne umana. Nonostante fosse ben nascosto alla vista, qualcuno potrebbe aver notato che non c’era nessuna stalla, nessun manzo e che nessun fornitore di carne faceva mai visita al ristorante. Da dove proveniva quindi tutta quella carne?
Comunque sia andata, anche se non c’era nessuna prova a loro carico, la gente si sa che i cazzi suoi mai,così la voce circolò, e quando la voce inizia a circolare sono cazzi amari. Gianni pensò che fosse tutto finito. Lei, i suoi fottuti pezzi di carne d’idiota e i suoi crani a cui Gianni teneva così tanto col loro prezioso contenuto. Tutto finito. E invece come una perversa spirale di grottesca curiosità la clientela raddoppiò, e poi in breve tempo addirittura triplicò. Tutti volevano provare il brivido di mangiare hamburger di carne umana, tutti volevano poter dire di essere stati a mangiare da Eat the Rich. E così Gianni mentre in cucina tritava l’ennesimo cervello se la cantava ...
Come on baby, eat the rich,
Put the bite on the son of a bitch,
Don´t mess around, don´t give me no switch,
C´mon baby eat the rich
C´mon baby eat the rich

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Lo Specchio

14 marzo 2023 ore 16:46 segnala

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La prima cosa che Gregorio notò, una volta che si trovò davanti all’immenso, antico, portone di legno, fu la maestosità di quel vecchio palazzo che gli fece provare un senso misto di imbarazzo e soggezione, che lo fece desistere per qualche attimo dal bussare poi il senso di sottomissione lasciò spazio alla curiosità. Bastò un solo colpo, e subito sentì rimbombare dei passi nell’atrio della vecchia casa. Il maggiordomo aprì senza dire una parola e, con un leggero inchino, gli fece segno di entrare. Rimase affascinato dalla struttura interna della casa. C’era una enorme quantità di scale, e molte di esse si perdevano in un’oscurità labirintica. Consegnò il cappotto fradicio al vecchio maggiordomo e questi, rimanendo ancora in silenzio, lo piegò con cura e lo infilò in un armadio vicino al portone. Conclusa questa operazione con una calma estenuante, condusse Gregorio per una di quelle infinite scale. Il vecchio camminava come un fantasma, non riusciva a vedere i suoi piedi toccare terra. Pensò che fosse dovuto alla stanchezza. Non voleva altro che dormire. Arrivarono, infine, davanti ad una porticina sulla destra del corridoio. Il vecchio tirò fuori un grosso mazzo di chiavi e, senza esitare nemmeno un istante, ne prese una dorata e aprì la porta. Gregorio entrò finalmente nella camera. Era una vecchia stanza per gli ospiti, con i soffitti molto alti, che incuteva non poco timore. L’unica luce proveniva da alcune candele collocate ai lati del letto. Ovviamente fuori non c’era luce, mai sarebbe entrato un solo raggio di sole anche in pieno giorno, dato che le finestre erano coperte da pesanti e scure tende rosso sangue. Rimase molto tempo in contemplazione della stanza, come rapito da essa, perchè non appena si girò per ringraziare scoprì che la porta era chiusa alle sue spalle. Il maggiordomo, scomparso. Ripose la valigia in terra, accanto ad un comò ormai distrutto dal peso degli anni, e si mise a sedere sul letto. Fu allora che lo vide. Era proprio di fronte a lui, dall’altra parte della stanza, sedeva una mostruosità. Non riusciva a distinguerne la forma per via del buio, ma di certo doveva essere molto grosso, e completamente marrone. Era quanto di più viscido e disgustoso i suoi occhi avessero mai visto. A momenti, degli strani tentacoli guizzavano dietro la sua testa. Almeno, credeva che fossero tentacoli. L’unica cosa che si riusciva a distinguere davvero bene erano due piccoli puntini rossi, che dovevano essere gli occhi. Quei due punti lo seguivano ovunque guardasse. Rimase immobile, senza muovere un muscolo, e lo stesso fece il mostro. Non sapeva più cosa fare sembrava che quella cosa copiasse ogni suo movimento era in panico. “C-c-c-c-chi…c-c-osa s-s-s-s-s-ei?”, riuscì a balbettare in qualche modo. Ma tutto quello che ottenne in risposta fu l’eco della sua voce che, rimbalzando tra le pareti, assunse un tono così minaccioso da spaventare persino se stesso. Non sapendo cosa fare, accese una sigaretta. Il mostro rimase impassibile, e adesso gli sembrava di vedere anche un terzo occhio, posto al di sotto degli altri due, che continuava a spostarsi. Alla fine Gregorio trovò il coraggio di alzarsi in piedi e, con immenso terrore, lo stesso fece il mostro. Iniziò a urlare a squarciagola correndo verso la porta, pregando iddio che il maggiordomo l’avesse lasciata aperta, ma il suo urlo fu completamente coperto dal verso agghiacciante che emise il mostro. Raggiunse infine la porta, mise la mano sul pomello, e il pomello, naturalmente, girò. Ancora oggi ripensando al quel giorno Gregorio si stupisce di non essere franato per la scalinata che conduceva all’androne centrale, considerata la velocità con cui ne discese. Comunque si ritrovò nell’ingresso, guardandosi costantemente alle spalle, e fu stupito di non vedere il mostro a pochi metri da me. Stava ancora ansimando, quando da una porta laterale sbucò invece fuori il maggiordomo che, con aria apprensiva, gli chiese:
“qualcosa non va, sir? potrei forse esserle d’aiuto?”
“i-i-l m-mostro”, balbettò.
“di quale mostro parla, sir?”
“il mostro! il mostro!”, gridò in preda alla follia.
“e dove sarebbe questo mostro, sir?”, chiese il vecchio con aria di sfida.
“ma si! il mostro! era lì, in camera, proprio di fronte al letto!”
“mi dispiace confessarle che non c’è alcun mostro nella camera degli ospiti.”
“ma si che c’è! l’ho visto con questi occhi!”
“non c’è nessun mostro di fronte al letto. c’è soltanto un vecchio specchio, sir… solo un vecchio specchio”, disse il vecchio maggiordomo guardandolo dritto negli occhi.


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14/03/2023 16:46:09
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Malanotte

14 gennaio 2023 ore 16:01 segnala

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Jack lo sapeva che era pericoloso. Quell'edificio (là dove si stava recando) era in stato decadente già da una decina di anni, ma la dipendenza dalla droga era più forte del senso di pericolo che provava. Era notte, da poco il cielo aveva smesso di piangere le sue ultime lacrime di pioggia e l’odore dell’umidità apriva i polmoni. Jack s’incamminava tra l’eco dei suoi passi in quel quartiere deserto e degradato, da lontano, nella penombra intravide già il portone di legno marcio, sperò che qualche "socio" lo avesse preceduto, invece era più solo che mai. Il miagolio di un gatto alle sue spalle attirò la sua attenzione, ma quando si voltò il gatto non c’era. Poi, quei miagolii diventarono dei piccoli ruggiti sempre più percettibili, si aspettò che dal buio comparissero gli occhi verdi, ma niente. Armato di un accendino varcò la soglia per l’ennesima volta, fino ad arrivare al primo piano, tra carcasse di topo,merda di gatto e un’infinità di rifiuti. In quelle stanze vuote da tempo il vento, faceva sbattere al muro tutte le porte, cercò quindi di chiudere il balcone facendo braccio di ferro con lo stesso vento che frantumò il vetro e lo scaraventò sul lurido pavimento. Poi di nuovo, la pioggia. Si alzò di scatto e s’irrigidì quando vide due lucciole ferme al centro della stanza: erano gli occhi del gatto che continuava a ruggire mentre i lampi gli illuminavano il viso sempre più impaurito. Era immobile ai suoi piedi una bambina che indossava un vestito bianco imbrattato di sangue. Lasciò andare un urlo così forte che la bambina scomparve nello stesso modo in cui era apparsa. Jack tentò la fuga, ma sulla strada del ritorno c’era sempre lei; ad ogni porta, quella cazzo di bambina ora in compagnia di una donna che indossava una vestaglia di velo rigata dal sangue che gli colava dalle orbite vuote. Jack cercò di rifugiarsi in un angolo e chiuse gli occhi strettamente cercando di mandare via le sue paure, sperando nell'aiuto del vento che fischiava forte. Restò immobile per più di cinque minuti rassegnato all’inaspettato con il cuore che gli batteva forte nel petto, ma fortunatamente era ancora incolume. Quando riaprì gli occhi, attorno a se l’ambiente era cambiato; le porte erano scomparse e una lastra di marmo bianca e lucida specchiava le candide pareti, non c’era nessuna via di fuga a parte un balcone. Al centro di quell’ambiente c'era una foto in bianco e nero ma anche se l’immagine era sbiadita Jack riconobbe la bambina e la donna con le orbite vuote. Girò la foto.– Jack tu ancora non sai che adesso fai parte di noi-!
Lasciò cadere la foto e di corsa si recò sul balcone dove di fronte riconobbe la casa abbandonata; il palazzo decadente dove si trovava fino a pochi minuti prima. Il sudore gli perlava la fronte, il panico gli si era disegnato sul volto pallido quando vide che in quell’ambiente spettrale giaceva senza vita il suo corpo insanguinato mentre veniva azzannato da decine di ratti.
– Jack, ora fai parte di noi!- Disse ridendo la bambina seduta sul davanzale di una finestra mentre oscillava i piedi. Jack in seguito ha smesso di drogarsi ed è diventato un regista di film Horror per alcuni anni, poi quando la vita sembrava sorridergli fu trovato morto nel suo appartamento stroncato da un infarto all'alba dei suoi 40 anni.

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14/01/2023 16:01:38
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L'isola che non c'era

07 novembre 2022 ore 16:59 segnala

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In un giorno qualunque di un anno qualsiasi si presentò alla biglietteria di un paese non precisato, l'unica cosa sicura è che il mese era quello di Maggio, niente dopodimenoche Peter Pan, o perlomeno così appariva al Bigliettaio di turno che lo scrutò con sguardo torvo.
“Salve”, salutò indicando il lago verso sud “quell’isola là è artificiale?”. Il Bigliettaio, abituato dopo anni di servizio alle domande più strambe fatte da ogni tipo di persona rispose in modo scazzato, bofonchiò qualcosa ma Peter Pan però insisteva “No, perché l’anno scorso quell’isola là non c’era…”.
Si l’isola che non c’è? Capitan Uncino? Trilli? Al bigliettaio a 'sto punto venne qualche dubbio che il tipo lo stesse pigliando per il culo “Impossibile, si sta sbagliando con qualche altro luogo”, rispose cercando di levarsi definitivamente il tizio di torno.
 “No, non mi sto sbagliando, non c’era mica quell’isola”
Il Bigliettaio pensò che per finirla con 'sta storia occorreva una risposta plausibile per levarsi davanti 'sto tizio, quindi disse: “guardi…io vivo qui e credo che quell’isola sia lì più o meno dall’ultima glaciazione, credo dal cretaceo”. Soddisfatto fece per tornare ad occuparsi delle sue cose ma Peter Pan non lo mollava.
“No, no, no…”, continuò testardo Peter Pan “sono venuto in ferie l’anno scorso e quell’isola lì son sicuro che non c’era”.
 Nessuna via di scampo, nessuna possibilità di vincere, meglio inventarsi qualcosa di più credibile così forse il tizio se ne sarebbe andato via, il Bigliettaio sospirò e alla fine disse “Ha ragione, è che noi Bigliettai abbiamo un contratto solamente stagionale, da marzo a ottobre, quindi l’inverno quando non sappiamo cosa fare ci sediamo sulla spiaggia a tirare sassi nel lago, e poi là sotto ci vive un enorme carpa, così un sasso dietro l'altro dopo 4 mesi il risultato è quello là”…Peter Pan così se ne andò, chissà se soddisfatto o offeso dalla risposta. Il Bigliettaio tornò al lavoro sognando l’inverno e un’altra isola da creare. 


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Ermes

12 ottobre 2022 ore 16:28 segnala

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Quando Ermes (consulente finanziario) si trovò a percorrere il tragitto di ritorno verso casa vide che durante il giorno avevano montato le giostre per la festa del Santo patrono, le luci colorate vennero subito annientate dalla sua tenuta di lavoro, il solito completo nero funereo. Si perse tra le bancarelle e le attrazioni, aprendosi la via con la ventiquattrore. Bestemmiava tra sé e sé, il passo frenato dalla folla festante lo irritava. Alzò gli occhi al cielo, già si vedeva nel silenzio del suo monolocale. Quel piccolo e quieto bugigattolo con il bagno troppo stretto e l'angolo cucina ormai solo angolo, da quando la cucina andò a fuoco per una perdita di gas, il corto letto incassato sotto l’armadio. Riusciva già a vedersi seduto alla scrivania con i tasti come unico rumore nel monolocale, la birra fredda poggiata sul sottobicchiere, un piatto fumante di… Merda, il frigo è vuoto. E a quell’ora è tutto chiuso. Fanculo al tizio che sul treno lo ha costretto a stare in piedi rubandogli il posto, fanculo a quello stronzo del suo capo, fanculo a questo luna-park che ha dovuto piazzarsi proprio lungo il tragitto più breve per arrivare al monolocale! Non poteva andare peggio quella giornata. Si passò una mano sul viso, asciugandosi il sudore che gli imperlava la fronte. Ora la sua meta gli sembrava che fosse solo un’altra trappola per topi. Ad un tratto sentì una voce “Signore, vorrebbe un po’ di zucchero filato?” Con un grugnito infastidito abbassò lo sguardo quel tanto che bastava per osservare il giovane venditore. Ha i capelli tinti di rosa. Un cazzo di rosa pastello. E gli occhiali tondi, manco fosse Harry Potter. “Non ho soldi con me.” Il che è almeno parzialmente vero: avrà forse cinque centesimi dimenticati nel portafoglio e dubita fortemente che un banchetto del cazzo abbia il pos. “Glielo posso offrire io, se vuole.” Alza un sopracciglio: “Sì, come no.” Il ragazzo prende una banconota rosata dalla tasca e la infila nella cassa. “Perfetto, te lo preparo subito.” Si porta alla macchinetta e l'uomo lo segue. “Perché?” “Lo zucchero filato è buono.” Quel moccioso avrà a malapena l’età per guidare eppure la sua espressione lo mette profondamente a disagio, costringendolo a distogliere gli occhi. Rimangono in un silenzio teso finché non gli viene avvicinato il bastoncino con la nuvoletta bianca e friabile. “So che esistono giornate terribili. Ma, per favore, non dica più… cose simili. La vita fa già abbastanza schifo così, no?” Rimane un attimo a fissarlo: le luci si riflettono nelle lenti degli occhiali e quindi non riesce a comprendere la sua espressione. L’altro dopo un paio di secondi aggiunge: “Si goda ciò che è bello invece di sputare veleno sugli altri…” Lo vede mordersi il labbro, prima di alzare il capo e rivolgergli un sorriso di circostanza: “Buona serata, signore.” “Buona… buona serata.” Si avvia nuovamente attraverso la calca. Mano a mano che procede lungo il parco l’affollamento diminuisce, fino a che non rimane praticamente solo, con al massimo qualche coppietta che torna verso casa. Si siede su una panchina illuminata da un lampione, poggia la ventiquattrore vicino a sé e strappa un batuffolo di zucchero gli si scioglie sulla lingua. Si ritrova a singhiozzare. Manda giù un altro ciuffo e grosse lacrime gli rigano le guance. Rimane lì, tra i bocconi dolci e il pianto amaro, alla fine sembra essersi ripreso, perché si sa è l'amaro che fa apprezzare il dolce.


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12/10/2022 16:28:48
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Nato stanco

15 settembre 2022 ore 16:11 segnala

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Conosco Peppo da quando ero piccolo, lavorava a Milano in una gioielleria di quelle famose,così diceva lui, l'ho sempre visto prendere il treno per Milano, Peppo ha fatto il pendolare per trent'anni, Peppo si lamentava in continuazione diceva che era sempre stanco, era nato stanco, si alzava stanco, andava al lavoro stanco, tornava a casa stanco, andava a letto stanco, ma era così stanco che non riusciva a dormire. Una mattina seduto al suo posto in treno si apprestava all'ennesimo viaggio verso Milano, quella mattina si sentiva più stanco del solito, la sua testa era piena pensieri, pensava, pensava, le immagini scorrevano nella sua mente come un treno ad alta velocità, cadde presto in un sonno che solo il rollio del treno poteva indurre, così cullato dal dondolio meccanico del treno morì per stanchezza e nessuno se ne accorse. L’addetto alle pulizie entrò nella carrozza del treno fermo in deposito e vide quell’uomo seduto comodamente, sembrava dormire con una faccia serena, e invece morto. Arrivò il giorno della sepoltura Peppo riuscì finalmente a riposarsi “riposava in pace”pure troppo. Nel fresco silenzio della terra il suo sonno divenne profondo e ristoratore. Al punto che iniziò a russare e russava talmente forte che gli altri cari estinti ospiti del campo santo, disturbati da quel russare del nato stanco trasalirono dal riposo eterno e si destarono. Non riuscivano più a prendere sonno, si agitavano, sbuffavano, si giravano ma il sonno era ormai andato. Non sapevano come fare. E fu così che Peppo il nato stanco trovò pace, mentre gli altri ora erano svegli e stanchi morti!

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15/09/2022 16:11:58
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Come un cinghiale

23 agosto 2022 ore 15:46 segnala

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Non ci sarei mai voluto andare ma alla fine fui convinto, ci vollero pochi minuti per farmi sclerare dovevo uscire da quel posto mi davano sui nervi tutte quelle persone, così sperduto e incazzato come un cinghiale in centro città, cercavo l'uscita a grandi passi e in tutta fretta, senza badare alle persone che investivo nel mio tragitto, finii per scontrarmi casualmente con una tipa cubana che stava facendo il pieno di cibarie al buffet, lei era davvero notevole, purtroppo nello scontro le procurai una seria contusione al coccige e al cuoio capelluto (non so come). Le prestai le prime cure, e per scusarmi la invitai a cena dal celebre chef stellato Carlo Cracco che mi propose una cospicua compilation di specialità culinarie. Cominciammo con una croute di cicerchie al cumino, carpaccio d'ananas con ceci di Cecina e cipolline su crema di cedro. A seguire lasagne di pesce, coda di rospo,polpo e gamberi, cerfoglio e crauti, cernia allo champagne, coriandolo, cicorietta e succo di cinnamomo, contorni vari di coste alla catalana, capperi alla curcuma, una crostata di cachi al chardonnay e chicche di cioccolato, caffè corretto grappa, il tutto servito con abbondanza di Barolo Riserva ‘San Bernardo’ 2016 ecc. ecc. Mi costò carissimo tanto che alla fine della cena mi ritirai, senza nemmeno provarci con la cubana, nella mia casetta sulla collina, mi catapultai sul mio divano dopo un attimo di relax, accesi il computer e cominciai a chattare non so come con un cassintegrato dell'Azerbaigian , che mi convinse a iniziare un commercio clandestino di cornamuse fatte di canapa indiana in collaborazione col cartello colombiano del narcotraffico!

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23/08/2022 15:46:20
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Maïa

06 luglio 2022 ore 15:42 segnala

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Sto dormendo beatamente sul mio cuscino preferito il morbidoso, quello grande tutto imbottito che sta all'angolo del divano godendomi il fresco della sera, quando sento uno strano rumore alla porta sembra che qualcuno stia cercano di forzare la serratura, ma poco dopo lo vedo entrare, eccolo lì il mio gigante rosa senza pelo, anche stasera è rientrato a casa fumato&bevuto,ha più di cinquant'anni ma si comporta come ne avesse la metà, a vederlo mi fa compassione sembra di vedere Gastone il micio di Fran, la nostra vicina, quello senza una zampa, ciondolano allo stesso modo anzi il gigante di più, quando torna a casa in quelle condizioni il mio umano fa sempre le stesse cose forse perchè se cambia abitudini combina casini , per prima cosa va in bagno quando a finito di scaricare liquidi e gas va in cucina apre il frigorifero prende una lunga sorsata d'acqua (una volta che non rispettò la sequenza l'ho visto fare pipì nel frigo), poi viene da me che sto sonnecchiando sul divano e vuole farmi le coccole con più è ubriaco con più aumenta la dose, a volte è piacevole e gli faccio le fusa, davanti ai suoi occhi gli devo sembrare bellissima, mi chiama piccolina mi prende in braccio mi accarezza, come ultima cosa fa nasi nasi dice lui, poi come se avesse il pilota automatico se ne va, inizia il supplizio, accende la "macchina infernale", luce e musica irrompono nella stanza, dapprincipio la luce è bianca poi in un susseguirsi di click la luce cambia continuamente di colore, finchè ad un certo momento la luce torna bianca e inizia a picchiettare su quei maledetti tasti se va bene la cosa non dura molto ma il più delle volte va avanti per quasi tutta la notte, scrive e scrive neanche fosse il nuovo Bucioski (cit. @Lady.Rebel) o come diavolo si chiama, potessi parlare gli direi BASTAAAAA ma il mio sommesso miagolio nemmeno lo sente impegnato com'è a battere sui quegli odiosi tasti, vorrei tanto capire il motivo per cui picchia così forte su quei tasti e soprattutto perché litiga con la "macchina infernale" che tanto lei non gli risponde mai, una cosa ho capito che vince sempre la"macchina infernale" e alla fine demorde, esce in giardino a fumarsi una delle sue strane sigarette, è quasi giorno, finalmente si può dormire in pace. E invece no perché sento il rumore delle tapparelle alzarsi , si sveglia Fran, la sua finestra della sua cucina è proprio di lato alla casa del mio umano e in questo periodo di caldo con le finestre aperte i profumi che sento raccontano tutto, lei è inglese o tedesca no forse olandese, beh comunque la mattina lei fa colazione come si deve, il mio olfatto mi racconta di caffè succo d'ananas pane tostato marmellata nutella uova e soprattutto pancetta e prosciutto, accidenti ero appena riuscita ad addormentarmi e lei mi droga di profumi ora ho fame davvero,guardo verso il gigante, ma non si è ancora ripreso e "non ne vuole sapere di far entrare il mondo negli occhi e negli orecchi" (cit.). Tento un timido richiamo con la voce... niente. Mi metto a dormire di fianco a lui non si mai, a volte succede che rigirandosi si accorge di me e si alza sbattendo qua e là con gli occhi ancora chiusi mi riempie la ciotola e riesco a farmi un pasto come si deve. Ma questa volta non aspettai il suo risveglio me ne andai prima,vado a scroccare qualcosa a Fran giusto per non andare a giro con lo stomaco vuoto, poi due fusa alla Fran una strusciata a Gas e via oggi il richiamo del bosco è troppo invitante, forse al rientro troverò in piedi il mio umano che mi prepara un bel pranzetto, continua a giocare piccola Maïa...


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06/07/2022 15:42:06
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