L'UOMO CHE AMAVA LE DONNE

10 maggio 2009 ore 17:45 segnala
L'uomo che amava le donne

di François Truffaut

Bertrand Morane aveva due hobby: la lettura e le donne. Più le donne che la lettura... Si definiva uno stallone, tanto da decidere di raccontare in un libro la sua vita, per tutta la durata della quale è stato ossessionato e guidato dal fascino delle donne e dal desiderio di possederle.
"Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia", usava dire Bertrand, e certo gli sarebbe piaciuta la vista di tante paia di belle gambe al suo funerale...

Nato dalla volontà di lavorare nuovamente con Charles Denner dopo "La sposa in nero" e "Mica scema la ragazza!", ma soprattutto di mettere insieme tutte le attrici francesi con le quali avrebbe voluto lavorare, "L'uomo che amava le donne" è forse il film più autobiografico tra quelli di Truffaut che non appartengono al ciclo di Antoine Doinel.

Grazie anche alla collaborazione in fase di sceneggiatura da parte di Suzanne Schiffman (e Michel Fermaud), i già splendidi personaggi femminili tipici dei film di Truffaut acquistano qui un'intensità decisamente fuori del comune. D'altra parte, avendo al centro del racconto sempre lo stesso personaggio maschile, era assolutamente necessario riuscire a costruirgli intorno un universo femminile di grande impatto. Tanto più che questo film, e di conseguenza l'autobiografia che Bertrand scrive, è quasi una dichiarazione d'amore a tutte le donne del mondo.

Raccontato come un lungo flashback a partire dal funerale del suo protagonista, il film propone al suo interno momenti di ulteriore ricerca biografica con sequenze che raccontano del rapporto di Bertrand bambino con la madre. Una madre che ha più di un punto di contatto con quella di Antoine Doinel, a confermare ancora una volta la forte componente autobiografica della pellicola. Ma è soprattutto grazie alle parole della voce fuori campo - sia quella ripresa dal libro di Bertrand che quella della sua editrice che ci presenta il film - che la pellicola sviluppa la sua componente 'sociologica', regalandoci perle di saggezza a proposito del rapporto tra i due sessi con parole che non è facile dimenticare.

 

PHILADELPHIA

18 aprile 2009 ore 14:46 segnala
Brillante avvocato di Philadelphia è licenziato per inefficienza e inaffidabilità dal prestigioso studio legale dove lavora. È una scusa, sostenuta con mezzi ignobili: in realtà hanno scoperto che è omosessuale e malato di Aids. Sostenuto dall'affettuosa famiglia e dal suo tenero compagno, difeso da un grintoso avvocato nero, fa causa agli ex datori di lavoro. 1ª produzione di alto costo (25 milioni di dollari) sull'Aids, è una lezione di tolleranza, una requisitoria sui pregiudizi, un'arringa contro l'ingiustizia affidata a uno straordinario T. Hanks, interprete simpatico e “leggero”, e a D. Washington, l'avvocato che lo difende, fiero eterosessuale e a disagio con i gay, che a poco a poco disperde i suoi pregiudizi e le sue paure insieme a quelli dello spettatore. L'ottima sceneggiatura di Ron Nyswater affidata alla sobria regia di J. Demme diventa qualcosa di più di un onesto esempio di cinema civile: ne fanno testo alcune scene memorabili, la festa gay e la sequenza in cui Hanks ascolta Maria Callas in Andrea Chenier (4° atto) di Giordano, e la colonna musicale in cui Mozart, Spontini, Cilea, Catalani s'alternano a Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Neil Young. Oscar a T. Hanks attore protagonista e a Springsteen per la canzone “Streets of Philadelphia”.

MERY PER SEMPRE

05 febbraio 2009 ore 01:19 segnala
 

La vicenda si svolge per lo più dentro il carcere minorile "Malaspina" di Palermo.

Marco Terzi (Michele Placido) è un insegnante di liceo privo di una sede fissa e in attesa del trasferimento accetta di insegnare nella scuola del carcere minorile "Rosaspina" di Palermo. I rapporti con gli alunni sono da subito molto problematici, i giovani carcerati non ne accettano il ruolo e assumono nei suoi confronti un atteggiamento di rifiuto. I casi più difficili sono quelli di Natale (Francesco Benigno), il capo del gruppo, che lo sfida apertamente con un comportamento provocatorio, e di Pietro (Claudio Amendola), il più solitario che lo considera uno sbirro e ostenta il suo disinteresse per le lezioni. Il transessuale Mery (Alessandro Di Sanzo), invece, si innamora di lui e respinto finirà per denunciarlo alle autorità del carcere accusandolo di aver favorito la fuga di Pietro. Con il passare del tempo, però, Terzi riesce a guadagnarsi la fiducia e la stima degli alunni, anche di quelli che inizialmente erano più restii e ostili, e quando arriva l'avviso del trasferimento lo strappa.

Il titolo prende spunto dalla storia di uno di questi ragazzi, una transessuale che si traveste e si fa chiamare Mery, e che un giorno viene arrestata per il tentato omicidio di un cliente mentre si prostituisce.

Il carcere minorile è un'istituzione assolutamente inadeguata a realizzare la finalità del recupero dei reclusi che ospita, anzi, la brutalità delle guardie, l'assurdità dei regolamenti e il sostanziale disinteresse del paternalistico direttore non fanno che rinforzare nei giovani detenuti quella cultura della violenza e dell'omertà nella quale sono cresciuti. La stessa immagine che il film ci propone della degradata società esterna offre una spiegazione dell'ineluttabilità del destino di devianza di questi infelici (se escono dalla prigione è quasi sempre per tornarci). Prigionieri di un arcaico codice d'onore, che si collega al modello mafioso, ignoranti, se non addirittura analfabeti, esprimono sfiducia nello Stato e nelle autorità, diventando essi stessi complici della spirale che li travolge.

Il professor Terzi incarna la coscienza democratica e la passione civile che ha ancora la forza di indignarsi e di reagire. Non è con la trasmissione delle conoscenze che riesce a far breccia nel compatto muro del rifiuto, ma comunicando ai ragazzi la sua sincera solidarietà e la sua umana partecipazione nei loro confronti. Terzi ne conquista la fiducia perché essi comprendono che nel professore hanno trovato l'unico riferimento positivo in grado di comprenderli e di aiutarli. Probabilmente non si convertiranno alle regole della legalità e rimarranno vittime della subcultura delinquenziale che domina nel carcere ma forse l'albero che chiude il film potrà dare qualche frutto.

A proposito di Mery per sempre la critica ha parlato di neo-neorealismo per sottolineare il collegamento del film di Risi con i canoni espressivi e stilistici del neorealismo italiano degli anni quaranta. L'uso di attori non professionisti (anche se in questo caso affiancati da attori affermati), il ricorso al dialetto (a volte di ostica comprensione per chi non è siciliano), l'ambientazione in luoghi assolutamente autentici, l'attenzione a realtà sociali di emarginazione e miseria (qui in particolare culturale e morale oltreché materiale), la denuncia dei limiti, se non dell'assenza, dello Stato ad affrontare i problemi evocati sono le principali caratteristiche della corrente neorealista che il film ripropone.

 

IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE

07 novembre 2008 ore 00:49 segnala
 
Il FAVOLOSO MONDO DI AMELIE
(Le fabuleux destin d'Amélie Poulain)
di Jean-Pierre Jeunet con Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz, Dominique Pinon.
Un capolavoro, inutile discutere. Cinque stelle a questo film nessuno potrà mai contestarmele. Qualcuno mi vorrebbe forse dire che la trama è piuttosto esile, che il mondo reale è tutta un'altra cosa, che non possono esistere situazioni così eccentriche e caramellose come quelle del film?? Macchissenefrega!!! Quando un film ti entra nel sangue (e di rado capita) e non ti lascia mai, quando anche a distanza di diversi mesi dalla visione si hanno vivi come allora i personaggi davanti ai propri occhi, quando si ricerca tutto il possibile dell'autore della meravigliosa colonna sonora, quando la frase "ma quando cavolo uscirà nei nostri cinema Amélie?" è il tormentone tra i fortunati che insieme a me lo hanno visto alcune  estati fa (in Francia è uscito da alcuni anni sbancando i botteghini), quando ci si fa fare da un'immagine di un fotogramma un poster di due metri per uno e mezzo e lo si attacca sulla testata del proprio letto, quando l'amico grafico, anch'egli abbagliato dalla visione estiva, realizza un fotomontaggio dietro l'altro con noi inseriti in locandine del film, quando si è un po' depressi e basta pensare che la fantasia e l'ottimismo ci potranno sempre salvare... beh, scusate, ma proprio NESSUNO potrà mai dirmi che "Il favoloso mondo di Amélie" non è il MIO film del cuore. Correte a vederlo, perché, in fondo, la vita è meravigliosa e alle belle favole dobbiamo saperci credere.
 
DA TENERE: Divertente, romantico, mai banale, con un'inventiva registica fuori dal comune, splendidamente interpretato da attori che sembrano nati per questo film. Ogni cosa è al posto giusto, ogni particolare è stato curato nei minimi dettagli... Devo aggiungere altro?
DA BUTTARE: I selezionatori di Cannes 2001 che lo hanno ignorato e la credibilità dell'Oscar se non lo vincerà quale miglior film straniero.  
NOTA DI MERITO: Il ritorno in grande stile di Jean-Pierre Jeunet al film corale ed eccentrico; a differenza di "Delicatessen", che aveva diretto insieme a Marc Caro, questo però rappresenta l'aspetto più solare e "pulito", anche se sempre grottesco, della sua poetica.
NOTA DI DEMERITO: La distribuzione italiana ci ha messo quasi un anno per farlo uscire da noi dopo otto mesi di successo in Francia ed un riscontro a dir poco eccezionale anche negli USA.
SITO UFFICIALE: http://www.amelie-lefilm.com/intro.htm Dopo esservi innamorati del film, scaricate i temi del desktop: ce ne sono per tutti i gusti. Tra l'altro c'è anche una simpatica guida per visitare i luoghi, reali, dove a Parigi è stata girata la pellicola.
 

UOMINI CONTRO

07 novembre 2008 ore 00:26 segnala
Soggetto e Regia di Francesco Rosi    

 

Trama  

Altipiano D’Asiago, 1916. Il Generale Leone, uomo legato alle tattiche di guerra ancorate al passato, manda allo sbaraglio i suoi uomini, imponendo una spietata disciplina.

Fra migliaia di povere vittime, il Tenente Sassu ed il Tenente Ottolenghi, interventisti, il primo nazionalista, il secondo socialista,  prenderanno coscienza dell’inutile strage…

 

Tratto dal celebre romanzo di Emilio Lussu, “Un anno sull’altopiano”.

 

Commento di Federico Pizzi  

“Uomini contro” è uno dei film più celebri di Francesco Rosi, e per alcuni aspetti, il più atroce e demagogico.

Fine del film è quello di mettere lo spettatore davanti a quella che fu la vera Grande Guerra: non l’eroismo dei generali e il conscio sacrificio dei soldati, ma la spropositata ambizione degli ufficiali e della paura di poveri ragazzi innocenti, gettati allo sbaraglio in quel macello.

Il film non ebbe granché successo perché fu bocciato duramente dalla critica: i tempi non erano evidentemente ancora maturi e la Grande Guerra era ancora “vicina”. Forse perché gli uomini che vi avevano preso parte cercavano di dimenticare l’orrore vissuto, rifugiandosi negli onori ed allori portati dalla vittoria del 4 Novembre 1918.

Inoltre, il film non è assolutamente fedele al libro di Lussu: soltanto luoghi (Monte Fior, Monte Spill) e qualche personaggio (per esempio le vicende relative al disertore Marrasi) sono simili a quelli del libro; il fiero socialismo di Ottolenghi e la presa di coscienza di Sassu, che nel libro erano un elemento di fondo, qui vengono amplificati enormemente, diventando il fulcro degli accadimenti.

Tutto questo non fa che appesantire il film.

Anche il finale è particolarmente stravagante: mentre il ritmo del film è molto lento, questo appare all’improvviso, inserendo tra l’altro la fucilazione del protagonista (peraltro non presente nel libro di Lussu), come se Rosi improvvisamente non avesse più voglia di girare. 

 

Molto belle le ricostruzioni: per la pellicola furono chiamate migliaia di comparse, le scene furono girate sui luoghi della Grande Guerra, ricreando trincee e campi di battaglia.

E’ questo ciò che vale veramente nel film, ed è a mio parere per questo motivo che il film fece storia: per le ottime ricostruzioni, forse mai (neppure oggi) così interessanti e realistiche.

Senza dubbio è un‘opera cinematografica sottovalutata, che invece andrebbe proiettata anche nelle scuole, per mettere i ragazzi davanti alla vera realtà della Grande Guerra.

 

I CENTO PASSI

02 novembre 2008 ore 00:09 segnala
Il 9 maggio del 1978, il medesimo giorno in cui a Roma venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse, furono recuperati i miseri resti di Peppino Impastato, trentenne militante di "Lotta Continua" in prima linea nella battaglia contro la mafia, fatto saltare in aria su dei binari ferroviari con una carica di tritolo legata alla cintura.
La notizia passò ovviamente in second'ordine, dapprima liquidata come un suicidio e relegata in brevi trafiletti: solo ora, ad oltre vent'anni dall'accaduto, dei pentiti accusano il boss Tano Badalamenti d'essere il mandante d'un assassinio per il quale s'annuncia, nella prossima primavera, un processo.
Già indagatore - con "Pasolini, un delitto italiano" (1995) - dei misteri dell'Italia contemporanea, Marco Tullio Giordana ricostruisce ne "I cento passi" il martirio di Impastato con scrupolo cronachistico, all'insegna d'uno sdegno contenuto sotto cui s'avverte tuttavia fremere una grande passione civile: l'ambiente chiuso di Cinisi (il paesino vicino a Punta Raisi teatro della vicenda), la diffidenza degli abitanti, la lotta del giovane per spezzare il predominio d'una logica chiusa fino al tanfo vengono descritti con sensibilità e misura, evitando sottolineature folkloristiche e digressioni didattiche.
Apparentabile al cinema "politico" degli anni ‘60 e ‘70 (Damiani, Montaldo e soprattutto Rosi, espressamente citato tramite una sequenza del classico "Le mani sulla città"), del quale recupera il gusto per una narrazione robustamente "di genere", il film si chiude sui funerali del protagonista, seguiti da 1500 amici e compagni di lotta, sulle note struggenti di "A whiter shade of pale" dei Procol Harum. Un atto di fede nella continuità dell'illusione, ed un commosso invito a non mollare.

 

L'ENFANT SAUVAGE

26 ottobre 2008 ore 02:22 segnala
La storia vera del medico e pedagogo provenzale Jean Itard (1774-1838) che all'inizio dell'Ottocento cercò di educare un dodicenne trovato allo stato brado nei boschi dell'Aveyron. Al ragazzo era stata diagnosticata un'idiozia congenita, inaccettabile per Itard che dimostrò come spesso le deficienze mentali non sono innate ma derivano dalla mancanza di socializzazione. Non è un apologo umanistico il film più radicale e “freddo” di F. Truffaut. La sua parola d'ordine è: disobbedire al Padre, un'impietosa critica di certi metodi educativi. Sotto la puntigliosa ricostruzione storica, un film poetico che nasce dalla sensibilità e un grande amore per l'infanzia, non privo di ironia nell'uso in voce off dei diari di Itard (Memorie e relazioni su Victor de l'Aveyron) contrapposta a immagini che contraddicono palesemente il loro distacco scientifico. Bianconero dell'eccellente Nestor Almendros (1930-92) che avrebbe poi lavorato in altri 7 film di Truffaut. Musiche: Antonio Vivaldi. Il caso di Victor de l'Aveyron ha molti precedenti storici: il bambino-lupo della Hesse (1344); il bambino-orso di Lituania (1661); il bambino-pecora di Bamberg (verso il 1680); la bambina-scrofa di Salzburg; una serie di bambini pantera, babbuino, leopardo, gazzella; Amala e Kamala, indiani di Midnapore, trovati tra i lupi quando avevano 2 e 8 anni. Nel maggio 2005 una neonata di 2 settimane fu trovata in un bosco del Kenya da una cagna che la portò a casa e nutrita per 2 giorni con i suoi cuccioli.

 

GIORDANO BRUNO NOLANO

20 ottobre 2008 ore 14:33 segnala

Eretici di ieri e di oggi

di Federico Pierotti

 

Data di pubblicazione su web 14/06/2004

 

 

 

Proseguendo in una encomiabile politica di recupero del cinema italiano degli anni sessanta e settanta, la DNC propone l'edizione DVD di Giordano Bruno, film dimenticato diretto da Giuliano Montaldo nel '73. Sceneggiato dal regista insieme a Piergiovanni Anchisi e Lucio De Caro, il film condensa gli ultimi anni di vita del filosofo di Nola, dall'arrivo a Venezia nel 1591 fino alla consegna all'Inquisizione pontificia e alla condanna al rogo in Campo de' Fiori, dopo un processo durato quasi dieci anni.


 

Oggi nel film (che per più di un motivo suona tristemente attuale) le tensioni ideologiche e il risentimento civile dell'Italia dei primi anni settanta affiorano con maggiore intensità rispetto al Cinquecento controriformista. Bruno enuncia il programma da perseguire per l'intellettuale laico e progressista di ogni epoca, in difesa della verità, della libertà, della giustizia, della conoscenza e dell'uguaglianza contro tutte le forme di dogmatismo. Nel ruolo di protagonista troviamo Gian Maria Volonté, paladino del cinema di impegno sociale del periodo (famoso soprattutto per le interpretazioni nei film di Petri, ma già impiegato anche da Montaldo nel '70 per Sacco e Vanzetti).

La buona qualità tecnica dell'edizione rende giustizia alle componenti formali del film, in particolare alla fotografia di Vittorio Storaro che, memore del lavoro svolto con Bertolucci per Il conformista e Ultimo tango a Parigi, propone tessiture cromatiche e luministiche di grande ricercatezza. Tra i contenuti extra, oltre ad alcuni dati informativi sulla pellicola e sulla biografia di Bruno, da segnalare una lunga intervista a Montaldo e il commento audio sincrono al film del regista.

 

SCHINDLER'S LIST

20 ottobre 2008 ore 02:30 segnala
Dal libro dell'australiano Thomas Keneally La lista. L'industriale tedesco Oskar Schindler, in affari coi nazisti, usa gli ebrei dapprima come forza-lavoro a buon mercato, un'occasione per arricchirsi. Gradatamente, pur continuando a sfruttare i suoi intrallazzi, diventa il loro salvatore, strappando più di 1100 persone dalla camera a gas. È il film più ambizioso di S. Spielberg e il migliore: prodigo di emozioni forti, coinvolgente, ricco di tensione, sapiente nei passaggi dal documento al romanzesco, dai momenti epici a quelli psicologici. La partenza finale di Schindler è l'unica vera caduta del film, un cedimento alla drammaturgia hollywoodiana, alla sua retorica sentimentale. L. Neeson rende con grande efficacia le contraddizioni del personaggio. L'inglese R. Fiennes interpreta il paranoico comandante del campo Plaszow come l'avrebbe fatto Marlon Brando 40 anni fa. Memorabile B. Kingsley nella parte dell'ebreo polacco, contabile, suggeritore e un po' eminenza grigia di Schindler. 7 Oscar: film, regia, fotografia di Janusz Kaminski (in bianconero, tranne prologo ed epilogo), musica di John Williams, montaggio, scenografia e sceneggiatura. Quel rosso del cappottino della bambina che cerca di sfuggire al rastrellamento è una piccola invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possono diventare creativi.

 

 

LA DEFORMITA' DEL REALE

21 settembre 2008 ore 02:21 segnala
  LA DEFORMITA’ DEL REALE
riflessioni su the elephant man
Di Simone Spoladori

Il secondo lungometraggio di David Lynch, The Elephant Man[1], narra la vicenda (reale, almeno nei tratti essenziali[2]) di John Merrick, l’ "uomo elefante", giovanotto mostruosamente deformato da uno spaventoso caso di neurofibromatosi che lo rende dapprima un’attrazione da fiera e poi un eroe della Londra vittoriana. La rassegna della Fondazione Cineteca Italiana ci consente di rivolgere immediatamente l’attenzione al raffinatissimo bianco e nero che avvolge la splendida fotografia del film, opera di Freddie Francis, che per questa prova ricevette la sua prima candidatura all’Oscar[3]; la straordinaria rarefazione emotiva che il monocromatismo del film costruisce proietta immediatamente l’Età Vittoriana in cui la storia è ambientata, epoca, peraltro, notoriamente tra le più perbeniste, puritane e ipocrite della storia della civiltà occidentale moderna, sull’asse degli universi paradigmatici, tra quei campioni, senza luogo e tempo, della società civile intesa come assioma indiscutibile e principio della convivenza. Il mostruoso John diventa quindi il fulcro di tale parabola, un simbolo orrendo e straordinariamente funzionale di tutto ciò che esula da quel canone di normalità che, più o meno tacitamente, è accettato da tutti gli esseri umani. Su questa riflessione iniziale, apparentemente semplicistica, la straordinaria padronanza del mezzo cinematografico dell’autore costruisce uno sconvolgente discorso in bilico su un delicato incastro di confronti e parallelismi, che investe come un treno in corsa le certezze dello spettatore, certezze che costituiscono proprio quegli strani canoni di "normalità" che la società assolutizza, ma che, ci dimostra Lynch, non sono assolutamente preesistenti; non esistono, insomma, aprioristicamente concetti assoluti di normalità o abnormità, bellezza o bruttezza, ma, semplicemente, il radicamento di un ideale estetico nel senso comune del pudore cristallizza i pregiudizi. E il nostro "uomo elefante", nascosto sapientemente dall’autore per i primi venti minuti e poi sbattuto in faccia al pubblico improvvisamente, in modo da creare un naturale senso di rigetto, si carica sulle spalle, come un Cristo storpio, peccati e pregiudizi di un’avvilente società il cui orizzonte non lascia intravedere alcun segnale di speranza, in cui i "poveri" sono anche cattivi e abietti[4], in cui la miseria priva spesso di ogni tipo di umanità le proprie vittime, in cui i pregiudizi, ribaltati o camuffati, sono radicati ad ogni livello sociale, in cui i perbenisti ed educati borghesi e aristocratici della gelida "Victorian Age" tendono ad uno strabocchevole paternalismo verso ciò che indebitamente giudicano "al di sotto", paternalismo che soffoca uno scalpitante sentimento di ribrezzo da mascherare per vincere una straordinariamente ipocrita gara di solidarietà. Nessuno si salva nello scenario di Lynch, nessun personaggio merita la simpatia dello spettatore, che non riesce mai ad identificarsi con alcunché, e al contrario rimane impietrito ad osservare componenti pregiudiziali cui, purtroppo, sente di aderire. Un processo di dissociamento, quindi, si radica nello spettatore, che è volontariamente respinto dalla sgradevolezza di personaggi cui si sente terribilmente simile, e da cui vuole fuggire, terrorizzato dalla tetra rappresentazione delle proprie inestirpabili crudeltà.

La violenza e l’intensità di questi sentimenti e di queste emozioni è brillantemente ingrandita dallo straordinario talento visivo dell’autore, che controlla e misura saggiamente il suo conosciuto gusto per l’abnorme e per il "meraviglioso" (nel senso barocco di un’inusuale meraviglia e un insolito stupore) colpendo allo stomaco i fruitori di quello che, a nostro giudizio, può essere considerata la sua migliore prova. Lynch utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione per imbastire un discorso brillante e lineare: straordinarie le sequenze oniriche che intorpidiscono la scena, il trasognato montaggio connotativo che suggerisce e allude, meno spesso svela, più spesso sorprende con ardite associazioni di idee. Ma l’aspetto stilistico che maggiormente colpisce è il perentorio piglio documentaristico che, sebbene rivestito della squisita eleganza delle tessiture visive che decora tutte le pellicole del nostro autore, sposta le lancette dell’emotività dalla spensierata e distaccata fruizione di una storia cruda e commovente al terrore puro e raggelante che si prova dinanzi alla mostruosità del reale. Pochissime sono le musiche di provenienza extradiegetica, i movimenti di macchina sono essenziali, quasi sempre giustificati da raccordi e movimenti interni, privi di una radice significante libera, più legati ad associazioni di idee di natura quasi empirica e sensoria, le luci sono spogliate da qualsivoglia sensazione semantica e incanalate sul livello della gerarchizzazione dei piani interni. Insomma, una raggelante testimonianza della deformità interiore della nostra società, che peggiora di giorno in giorno, che costringe "ad aver paura di far paura", che non tiene conto delle reali brutture (quelle morali, quelle etiche, quelle personali) e che forse, analizzata senza pregiudizi e da differenti angolazioni, rivelerebbe più "freaks" di quelli che abitualmente conosciamo, e che, come il nano che libera John dalla gabbia[5], come John stesso, hanno imparato che l’umanità, quella vera, si coltiva più in profondità delle superfici esteriori etichettabili dal mostruoso senso estetico comune.

[1] The Elephant Man, di David Lynch, GB 1980, b/n, dur. 125 min., con A. Hopkins, J. Hurt, A. Bancroft, J. Gielgould

[2] Il film è infatti sceneggiato a partire dalle testimonianze di Su Frederick Treeves e Ashley Montagu, che narrarono in due fortunati libri-verità la vera storia dell’ “uomo elefante”

[3] Il film è candidato a ben sette premi Oscar ma è clamorosamente bocciato non ricevendone nemmeno uno. Ovviamente la motivazione va ricercata nel non eccessivo successo commerciale della pellicola, requisito fondamentale per trionfare nella manifestazione degli Academy Awards, come dimostra il recente successo del “Gladiatore”.

[4] Si noti la somiglianza tra i mostruosi e sbracati “poveracci” che si divertono con l’uomo elefante nelle sue stanze e i poveri caciaroni, spaventosi e blasfemi di Viridiana di Bunuel e si consideri la vicinanza dei due messaggi.

[5] Una gabbia che si materializza fisicamente in più punti del film e che pare essere un simbolo tematico ricorrente del film, che suggerisce il fin troppo semplice e pirandelliano parallelismo tra le sbarre indistruttibili di una prigione e le ineffabili etichette che siamo pronti ad affibbiare a chiunque.