I ciliegi di Gabrjie

18 luglio 2012 ore 16:24 segnala
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SONO GRADITI I COMMENTI DI CIASCUNO DEI LETTORI. IL TESTO E' DIFFICILE, LO SO , MA RIGUARDA CIASCUNO DI NOI

L. G.


I CILIEGI DI GABRIJE

Racconto



A mio padre e a mio nonno, artiglieri
Ai miei figli, che troveranno una strada


PREFAZIONE



Gabrie, o meglio Gabrije, è un piccolo villaggio sloveno in valle Isonzo, posto tra i paesi di Tolmino e Caporetto tra il verde dell’acqua di uno dei più bei fiumi d’Europa e l’azzurro del cielo sopra un monte chiamato dai locali Krn e in lingua italiana Nero.
Di quanto lì accadde tra la primavera e l’autunno del 1917 sono pieni i libri dei ricordi che pesano sullo stato nazionale unitario come marchio di gloria o di infamia.
La trama di questo racconto procede invece da un punto insituabile, pretesto di invenzione, attorno a cui si svolge la ricerca dell’autore. Ricerca nel labirinto (è il caso di sottolinearlo, nell’originario di corpo e scena) grazie alla quale un disagio avvertito come sintomo, funge da contrappunto e, una volta elaborato, viene restituito in qualità di narrazione.


Mentre il testo si sviluppa in forma rapsodica come raccordo dell’oralità, a modo di un mosaico tassellato sull’onda di racconti letti e ascoltati, ci si accorge che l’importanza dei ricordi si sfalda e che un ignoto autore scrive in un’altra lingua. Il teatro di eventi bellici diventa così un pretesto per una scrittura pragmatica e artistica, in cui la trasmissione è acustica, attinente al sapore delle ciliegie e in cui la fotografia dei colori (campo anch’essa della ricerca) di quella valle compie una parabola da un approccio naturalistico a quello di integrazione della narrazione.
Si coglie infine che il pensiero opera nel linguaggio in assenza della certezza di idee chiare e distinte e si intende che la verità non prescinde dal fare ed è priva di fondamenti che presuppongano il male.
È d'obbligo ora citare coloro che hanno donato materia alla parola che resta, per virtù di ciascuno.



Ariosto, L. Orlando furioso.
Banco del Mutuo Soccorso. Il giardino del mago.
Dante. Divina commedia, Inferno.
Dionisio il Vecchio. Dal II libro dei Caratteri: Gorgia.
Frescura, A. Diario di un imboscato.
Jabès, E. poesie per i giorni di pioggia e di sole. Il libro delle interrogazioni. Il libro della condivisione.
Jarry, A. Ubu re. Ubu cornuto
Leonardo da Vinci. Il diluvio.
Leopardi, G. Zibaldone.
Lussu, E. Un anno sull’altipiano.
Lucrezio. De rerum natura.
Machiavelli, N. L’arte della guerra.
Manzoni, A. I promessi sposi.
Omero. Iliade. Odissea.
Parmenide. Sulla natura.
Platone, Ione. La Repubblica.
Salsa, C. Trincee.
Silvestri, M. Isonzo 1917.
Sacra Bibbia. Genesi. Libro di Giobbe.
Verdiglione, A. La famiglia, l’impresa, la finanza, il capitalismo intellettuale.



INTRODUZIONE


C’era una volta… così incominciano di solito le favole. In effetti, anche questa che qui si va a incominciare è una favola.
In molte favole della tradizione antica alcuni protagonisti assumono sembianze non umane, quasi che Esopo o Fedro connotassero gli animali protagonisti delle loro favole per farne una accentuata caricatura dell’umanità dell’epoca. Anche due personaggi che nel primo capitolo andiamo a presentare sembrano appartenere al canone degli animali fantastici delle favole, ma non è questo il caso. Nulla di questi personaggi appartiene alle categorie dell’umano o dell’animale. Semplicemente non sono assegnabili ad alcuna categoria e si potrebbe affermare che l’autore abbia posto le voci di questi singolari parlanti a contrappunto di quelle degli umani che dialogano nel prologo iniziale, ritagliato da testi sacrali della filosofia greca.
Dunque, per enigmatici motivi, al prologo segue un racconto in cui si dà figura a delle voci narranti alcunché di inafferrabile che, come un soffio impetuoso di vento, sibilava tra i resti, resi quasi impenetrabili dai rovi, delle trincee della prima guerra mondiale nel paesino di Gabrije in valle Isonzo e sui monti sovrastanti quel fiume.
In quei luoghi dove oggi i turisti si divertono col rafting, il parapendio e altri sport estremi per due anni e mezzo regnò la più crudele delle regine.



PROLOGO

Atene, V secolo a.C.
Dialogo tra Socrate e uno sconosciuto interlocutore.
(Liberamente estratto dai Dialoghi La Repubblica e Timeo di Platone)

SOCRATE Oh! Dimmi, per Zeus! l’arte che si chiama medicina che cosa dà di conveniente? e a chi lo dà?
– È chiaro: medicine, ai corpi.
SOCRATE Bene. E l’arte della giustizia, che cosa dà? e a chi?
– Mi pare che dia utilità agli amici e danni ai nemici.
SOCRATE E non si deve tenere in gran conto questa verità, che come l'amministrazione della giustizia competa al magistrato, l’uso di un farmaco sia riservato ai medici perché non è cosa che competa a privati qualunque?
–È chiaro.
SOCRATE Ora, se c’è qualcuno che ha diritto di dire il falso, questi sono i governanti, per ingannare nemici o concittadini nell’interesse dello stato. E non c’è altri che debba arrogarsi un simile compito. Invece quale maggiore sbaglio del malato che non dice la verità al medico, o di chi non espone al pilota il reale stato della nave e della ciurma?
– Verissimo.
SOCRATE Se dunque il magistrato sorprende in flagrante reato di falso un cittadino della classe artigiana, o sanatore di mali o falegname, lo castigherà come reo d’introdurre una pratica sovversiva e rovinosa per il vascello dello stato.
– Sì, se alle parole seguono le opere.
SOCRATE Allora, per la grande massa degli uomini non sono questi i canoni della temperanza: restare sottomessi ai governanti e governare essi stessi i piaceri del bere, dell’amore e del mangiare?
– Mi sembra di sì.
SOCRATE. E ciò che convenga dire a un servo lo saprà il rapsodo meglio del governante?
– Non saprei!
SOCRATE. Ciò che debba dire un servo addetto ai buoi per calmare le vacche inferocite, lo saprà il rapsodo ma non il bovaro?
–Mah...!
SOCRATE. Forse quello che convenientemente può dire del proprio lavoro una serva addetta alla filatura?
– Credo che...
SOCRATE. E ciò che convenga dire a chi abbia in cura un ammalato, lo saprà forse il rapsodo meglio del medico?
– Mm.
SOCRATE. Saprà allora il rapsodo cosa uno stratega convenga dire ai propri soldati?
– Ebbene... Forse..., Ebbene Socrate, mi sorge il dubbio che forse queste qualità potrebbero risiedere nella stessa persona.
SOCRATE. No, questo è impossibile! Credi a me.



Capitolo 1



Exergo
DELLI OMINI CHE DORMAN NELL’ASSE D’ALBERO.
Li omini dormiranno e mangeranno e abiteranno infra gli alberi, nati nelle selve e campagne.
DELLE BISCE PORTATE DALLE CICOGNE.
Vedrassi in grandissima altezza lunghissime serpi combattere colli uccelli.
Leonardo da Vinci. Profezie da “Il diluvio”.


C’era una volta, in una calda e assolata giornata primaverile, un serpente che affannosamente tentava di risalire i rami di un grande ciliegio in fiore in località Mulini di Gabrije, dove un antico mulino ad acqua macina ancor’oggi il grano per il pane dei pochi abitanti rimasti in questa terra che, dal periodo del regime comunista jugoslavo a quello del postcomunismo sloveno, vive un progressivo rifiorire. Il serpente era un vecchio e lamentoso biacco, innocuo al punto tale che, anche se avesse voluto mordere, non avrebbe lasciato nemmeno un segno perché era ormai sdentato.
L’albero era cresciuto nei pressi di un fortino militare, costruito dai genieri italiani nel 1915, il quale costituiva un caposaldo della prima linea fronteggiante a poche centinaia di metri la prima linea austro-tedesca. Tra i tanti resti di trinceramenti che ancor oggi si rinvengono tra il fondovalle e i monti, questo è speciale, perché collocato in uno dei settori in cui la mattina del 24 ottobre del 1917 l’”incrollabile” linea difensiva italiana venne aperta come da un rasoio che affonda nel burro da una divisione tedesca che in poche ore raggiunse il centro nevralgico delle retrovie italiane, il paese di Caporetto, provocando un incontrollabile panico e il crollo dell’intero fronte isontino e la conseguente ritirata sul Piave dell’esercito italiano.

– Uffa, che fatica!, si lamentava il serpente, come fosse un fantaccino di corvée. Sono stanco. Albero della malora! Sei ostinato! Ancora di guardia presso il bunker.
L’albero ribattè:
– È il teatro della fiaba scritta su queste foglie. Ora te ne leggo un brano che proprio ti si addice: “Parleranno gli uomini agli uomini che non sentiranno, avranno gli occhi aperti e non vedranno. Chiederanno grazie a chi avrà orecchi e non ode…
– Che vai blaterando? Pazzo! Pensa agli affari tuoi. Dal 1917, non prendi nessuna precauzione e ignori le coordinate di tiro. Curati!
– Non le conosco proprio! Rammenti? Qualcuno trasmetteva le previsioni: “Probabili brevi piovaschi”. E un esperto esclamava: “I nostri argini sono invalicabili”. Il saccente replicava: “Ma è solo un bluff!”. E il controllore dormiva, dopo aver assicurato la difesa e la calma.
La tempesta si burlò di ognuno, mentre festeggiavano.
– Festeggiavano, infatti...
– Sì: gli scampati: finalmente si sarebbero riposati! E i travolti: per le loro ragioni!
– Io ricordo bene gli scheletri, restituiti dall’acqua del fiume.
– Ma un ufficiale ha colmato un canestro di parole, vagando presso quell'argine. In seguito ha tramandato gli echi in un teatro dove era Nessuno.

L’albero fu interrotto dalla campana del paese che suonava due rintocchi.



– Ascolta, esclamò l’albero.

Calavano nel profondo della valle una misteriosa oscurità e una velatura di nebbia. L’orologio del campanile non si scorgeva più; sembrava dissolto nel velo lattiginoso.
Appena si perse tra i boschi l’eco del secondo rintocco, il serpente riprese a salire sibilando.
– Che faticaccia! Tu parli, parli, ma la fatica la faccio io. Non ne posso più di contorcermi nell’intrico dei tuoi rami!
– Perché ti lamenti? Credi di poter fare ciò che vuoi?
– No, certo. Tu hai sempre la risposta pronta. A pensarci bene, vedi?, questa salita mi evita di mordermi la coda che è già tutta smangiucchiata.
– Bravo, bravo! Finalmente hai inteso qualcosa. Allora, accetta come premio la nomina a custode di questo giardino. Ecco qui la chiave. Prendila.
– Una chiave? Per aprire o chiudere? E quali porte o finestre? Non ne vedo.
– Questo sta a te capirlo, mio caro.
– Bah, l’ho sempre detto che non sei un ciliegio normale. Insomma, che me ne faccio di questa chiave?
– Questa è una tua responsabilità.
– Va bene. Mentre riprendo fiato ci penso.
Il serpente perplesso e affaticato avvolse tra le spire la chiave e si addormentò per un riposino mentre il sibilo continuava incessante.

SSSSSSSSSSSSSSS!



Capitolo 2


Exergo
E tirato dalla mia bramosa voglia di vedere le varie e strane forme fatte dall’artifiziosa natura, pervenni all’entrata di una caverna, dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, entrai piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa, ma questo era vietato per la grande oscurità che là entro era. E subito sorsero in me due cose: paura e desiderio. Paura per la minacciante e oscura spelonca e desiderio per vedere se là entro fosse alcuna miracolosa cosa”.
Leonardo da Vinci. Il diluvio

Quello stesso giorno – era la domenica di Pasqua del 1965 – un padre e un bambino ammiravano il fiume e le montagne sovrastanti dal ponte posto a mezza strada tra Gabrije e Caporetto. Era una stretta passerella che congiungeva a croce le strade poste tra le due sponde dell’Isonzo, costrette tra i poderosi bastioni montuosi che fungevano da fortezze brulicanti di soldati durante la Grande Guerra. L’uomo era figlio di un soldato che in quella guerra aveva combattuto come artigliere, ed artigliere egli stesso era stato durante il secondo conflitto mondiale.
Aveva deciso di dedicare quel giorno di Pasqua alla visita di quei luoghi della memoria e al racconto dell’epopea della guerra al proprio figlio; al racconto di ciò che lui stesso aveva ascoltato da suo padre.

“Qui ora il fiume è azzurro come il cielo, ma può essere verde come la paura” disse il padre sul ponticello, che sembrava risalire verso le cime ancora innevate. Lembi di luce sfolgoravano lassù, come scie di grossi calibri. Questi era un uomo mite, schivo dalle compagnie ciarliere degli anni del boom economico e, dopo la settimana di lavoro e routine familiare, apprezzava il rifugio nel nulla. Così quel giorno, insieme al figlio. Taciturno, in apparenza sottomesso alla moglie, donna di temperamento opposto e votata al lamento o al rimprovero urlato per ogni cosa non andasse secondo i suoi voleri. Durante la guerra era diventato un po’ sordo. “Sono stati i colpi di cannone”, diceva.
Dunque quel giorno l’uomo balbettò rivolto al bambino poche lettere in parole. Parole della profondità di un fiume di dolore. E poi silenzio. Sogno di un albatro.
Anche il bambino era taciturno. Qualcuno sosteneva che non aveva argomenti. Il sogno parlava per lui. Sognava di costruire ponti e ferrovie come il nonno materno. Ma sognava anche la discesa agl’inferi di Ulisse e la strage dei Proci.
Raggiunsero passeggiando i mulini di Gabrie.
– Buongiorno! disse l’albero al bambino, il solo che poteva udirlo. Stai sognando la guerra, non è vero?
– Sì, rispose senza sorpresa il bambino, che parlava spesso con gli alberi del giardino di casa, mentre vi si arrampicava come la piccola vedetta lombarda.
– I tuoi sogni – rispose l’albero – fanno seguito al preambolo della guerra e introducono il racconto delle tue opere. Però non cercare di comprenderli. Rammenta queste mie parole: “Gli uomini si sforzano di andare e non si muovono. Parlano con chi non si trova. Sentono chi non parla. Le tue opere ti parleranno; e quando ti parleranno comprenderai i tuoi sogni”.
– Grazie, albero. Quando arriverà il momento ci rivedremo ancora, salutò il bambino.
Trenta Pasque trascorsero e, diventato adulto e a sua volta padre, egli non sognava più.
Un giorno cadde attraversando una strada. Dove? Perché? Vicino a casa, forse.
Una donna anni prima gli aveva sorriso. Le aveva risposto. Così, poi, ad altre donne. Ma ancora non aveva inteso: udiva solo dei suoni... dei suoni. Li inseguiva, inseguito dagli echi: frammenti di mulino a vento sfarfallanti fuori l’uscio casa. Inseguendo uccelli e farfalle restò solo.
Come spiegarsi, come? Impossibile. Era un laconico. Conservava confitte in gola come aghi le cose da dire, sempre taciute.
Piangeva il padre, scomparso da poco. Come il padre vendeva farina. La macina del mulino gira in tondo, come l’asino bendato. Cigola, fischia frantuma e produce.
Lesse un giorno in un libro una controvoce al suo pianto: “Le molte fatiche saran remunerate: di fame, di sete, di disagio e di punture. Molti tesori e gran ricchezze saranno appresso alli animali di quattro piedi”.
La macina produce mossa da animali che girano in tondo – pensò – ma anche l’acqua e il vento muovono i mulini.
Il giorno di Pentecoste del primo anno del terzo millennio accompagnò verso il fiume il suo bambino.
Mano nella mano, fra gli steli della prateria, giunsero a pochi chilometri dal ponte, presso i mulini di Gabrije. Si trattava forse di un ritorno in quei luoghi in ricordo del padre? Con la testa rivolta all’indietro? Talora il viaggio enigmatico della vita percorre itinerari che, pur essendo gli stessi, non sono identici, ovvero si propongono come nuova provocazione rispetto alla complessità del percorso.


Gabrije è un agglomerato di poche case di aspetto lindo e dignitoso. Si affacciano sulla strada che congiunge Tolmino a Caporetto lungo la destra orografica dell’Isonzo. Il fiume scorre a poche centinaia di metri di pascolo e frutteto. Chi percorre la strada stretta e sinuosa provenendo da Caporetto, attraversa il villaggio ammirando la valle incassata fin qui tra i monti e che da qui si apre nella verde conca di Tolmino. Oltrepassata l’ultima casa, i Mulini, il viandante incontra un cartello giallo che indica dove la prima linea italiana scendeva dalla sovrastante sinistra gobba del monte Mrzli a tagliare la valle e il fiume per risalire sull’antistante monte Kolovrat, verde di boschi. Di fronte, a un paio di chilometri, a contornare la piana di Tolmino, colline dai nomi più dolci: il Pan di zucchero, Santa Maria, Santa Lucia. Su queste amene località passava la linea austro-tedesca proiettandosi oltre l’Isonzo, che qui forma un’ansa, formando la famigerata “testa di ponte” di Tolmino, spina nel fianco del fronte italiano. Di certo i soldati italiani qui trincerati non potevano apprezzare né il panorama, né i suggestivi toponimi.
Isolato nella conca, ai piedi di Santa Maria, sui prati in riva al fiume, si staglia contro il verde della boscaglia il bianco campanile della chiesa di San Daniele, circa 500 metri a est del paese di Volzana. Le rovine di questo antico luogo di culto si ergevano in terra di nessuno durante il conflitto, quasi a simbolo della vicenda del profeta biblico, rinchiuso in una fossa tra leoni ruggenti.
Dai mulini di Gabrije una mulattiera conduce in discesa affiancando un poco accessibile roveto avvolgente per un centinaio di metri sulla destra i resti della guerra: blocchi di cemento, occhiaie vuote di ingressi di postazioni militari; larghe imboccature di ricoveri scavati nella roccia i quali fungevano anche da ospedale da campo.


Tutto appariva ai nostri due visitatori ormai in totale abbandono. Ma non mancava nulla. Infatti lì tra i cunicoli, qua e là, echeggiava una ricchezza di parole.
Dopo un breve percorso raggiunsero un pascolo dove si ergono i resti di un fortino. Lì dappresso, a pochi metri, un gregge pasceva sotto il grande ciliegio in fiore.


Le orecchie dell’uomo accoglievano le onde, vivaci, libere, sul filo della memoria, mentre scrutava il bambino che saliva di corsa in cima al forte.
Il bambino era cresciuto. Sognava Moltres dei Pokemon e irrideva il silenzio.
Giocava a sparare da una feritoia del forte diroccato; poi fu attratto dal verde che scorreva vicino.


Strappò un rametto del ciliegio e lo scagliò nel fiume come una nave giocattolo.
L’uomo rivide l’acqua tingersi di color scarlatto.
Avanzò di due passi poi, seduto su un masso, chiuse gli occhi, e ascoltò quel colore e il gorgoglio tra i ciottoli, i testimoni del ringraziamento.
Ascoltava i fischi che foravano i timpani, il dolore pungente la gola.
Orecchio, fucina involontaria di tutti i suoni; nella gola i suoi ingranaggi.
Ma da dove vengono e dove vanno? Dove trova l’orecchio le variazioni dei suoni?
Ridomandandole all’aria, o alle onde del tempo?, si chiedeva.
Un’altra musica, non sonora, lo riaccostava al nulla.
Come dinanzi a Ulisse sfilavano Anticlèa, Penelope, Calipso, Circe, Nausicaa.
Nausicaa...
Lascia fluire i sogni e dimentica! Le donne sono solo tre! E la terza… è meglio non stuzzicarla!, disse il ciliegio.



“Devo salvare ancora dallo stupro le donne di casa? E dal suicidio Nausicaa?”, chiese l’uomo familiarmente all’albero.
“Queste cose si discostano molto dal cammino verso la verità”, rispose il ciliegio. Infatti occorre che ogni natura divina goda di per sé vita immortale remota dalle nostre cose e immensamente distaccata. Ché immune da ogni dolore, immune da pericoli, in sé possente di proprie risorse, per nulla bisognosa di noi, né dalle benemerenze è avvinta, né è toccata dall’ira. Poiché la terra stessa, in verità, è in ogni epoca priva di senso”, concluse.

Swin, swin, swin. Una vecchia contadina vestita di nero stava affilando la falce nel prato.
– Non preoccuparti. È solo un bluff, disse il ciliegio. Alzati e cammina.
L’uomo si rialzò.
Una trincea si andava svegliando; sulle onde del vento, sempre più vicini, fischiavano i



proiettili.
Gli echi giocavano a rimpiattino senza alcun limite. Nessun generale ne ha il monopolio.
Fecero altri passi verso una stele: “Racconta, viandante, di aver qui visto il mio viso bruciato, là dove la mamma mi baciava”.
– Se Atene piange, Sparta non ride, pensò l’uomo.
Bruciato … dove …mamma… baciava…
Il bambino volse la domanda.
Il padre raccontò della guerra.
Lì… nei solchi erbosi… tra i sassi frammentati dagli scoppi, dalla memoria eruttarono le parole come i lampi delle esplosioni e il sibilo dei gas asfissianti. Così, lo Spirito ridiscese e le parole si intesero.




“Bbuuum, “ra–ta–ta–ta”, sparava il bambino. Poi, dopo un silenzio che veniva dell’eternità disse: “Da grande farò l’ingegnere aeronautico”.
“Dio mio — balbettò l’uomo — non crollano i ponti costruiti dal tempo!”.
E...
…baciò il figlio Ulisse, e al pianto,
che dentro gli occhi avea costantemente
ritenuto sin qui, l’uscita aperse.

Perché quel pianto, quel nodo alla gola?
L’uomo decise: avrebbe rincorso la luce nel sottosuolo, come in un suo sogno inquietante.

…O amici, non sappiamo dov’è l’occidente e dove l’aurora:
dove va sotto terra il Sole che dà luce ai mortali…

Aveva acquisito la capacità miracolosa di aprire i suoi vecchi libri di letteratura in corrispondenza delle pagine essenziali al suo cammino; tuttavia era consapevole che il miracolo non seguiva a volontà divina.

I versi di Parmenide gli indicavano il percorso.

Là, dove il cuor mio bramava, mi trasser le ardite puledre,
poiché mi addusser le dee allor sulla via gloriosa
che per ogni regione al sapiente è sicuro cammino.
Là mi traevano dunque le molto accorte puledre,
sovra il mio carro veloce; e le pure vergini belle
mi additavan la via. Infocato l’asse nei mozzi,
lanciava un sibilo acuto, dai cerchi rotanti
premuto delle due rote d’intorno;
allor che volgeano i destrieri le verginali fanciulle,
le figlie del Sole, lasciando della Notte le case,
a guidare il carro alla luce, con le due mani dal volto
traendo da parte i lor veli.
Là delle vie della Notte e del Giorno si schiude la porta.
Saldo lapideo architrave ha di sopra e una soglia di pietra;
alta la porta torreggia, rinchiusa da saldi battenti,
le cui chiavi ha Giustizia, la vindice dea delle colpe.
Benignamente la dea mi accolse; mi strinse la mano,
salutando cortese, mi volse queste parole:
“Tu che compagno a guidatrici immortali,
col tuo carro veloce, giungesti a questa mia casa, salve,
a me non ti guida di certo un infausto destino,
per questa via sì lontana agli usati cammini mortali;
ma Religione e Giustizia: e tutto ora apprendere devi.
Di Verità devi apprendere il saldo cuor che non trema,
e le opinioni mortali, ove non è verace credenza;
ch’è dovere ancor questo tu sappia, di tali parvenze come,
per tutto indagando, si deve dare giudizio”.



Al crepuscolo padre e figlio rientrarono a casa e si misero a frugare nell’armadio senza età nella camera da letto alla ricerca di un pugno di foglie ingiallite. La madre dell’uomo entrò spalancando la porta. Anni prima aveva eseguito la sua parte, nascondendo la chiave della stanza.

– Che accade in questa stanza?

– Entriamo in un libro, rispose l’uomo.

– Che storia è mai?
– Questa.
– Raccontamela tutta!
– È la stessa, eppure non identica. Ha l’età del Giardino. Così carico di secoli è il Libro.
– Tu non sei un ebreo, ma parli come se lo fossi!
– Le tue dita e i tuoi sguardi sono frecce, madre, ma non indicano origini.
– Io devo sapere che fate!
– Andiamo in scena! Trascinati dal sibilare del vento, a mantenere vivo con le nostre frasi il prodigio della creazione e l’ineluttabilità dell’Esilio. A tramandare dal buio dov’erano addormentate le parole ancora sbalordite! Fosse anche soltanto per consegnarle al tuo tribunale… Ma perché tu mi giudichi se mi hai dato il nome?
– Tu mi insulti, vampiro! Ma aggiungere poche vostre frasi al Libro basta a farne il vostro libro?
– Non porta né insulto né plagio il vento, voce incessante della nostra angoscia. Sul passato restituito al passato colloca l’avvenire disseminato d’ignoto. Esso spazza via il bene e male posti dinanzi, ma se si ostina disturba, per la sua differenza.
– Questa è la tua verità!
– La verità è una prova che non si può condividere. È già divisa. Resta da accettare il modo.
– Ciò che tu chiami verità è una parte.
– La tua è quella dell’inchiostro invisibile.
– Tu mi preoccupi. Non ti capisco. Voglio leggerla. Dove sarebbe il mio posto nel Libro?
– Vedi il vuoto nel foglio, dove il racconto si svolge? Esso è pur sempre una traccia e scandisce le tappe dell’esodo. L’intendimento nasceva dal silenzio che ci hai imposto. Nel silenzio, interludio tra l’arte e l’oblio. Ma ora ascolti il fischio di un treno? È tempo di testimoniare la parola di cui siamo figli, anche se non trova orecchie. Costretti, pur sapendo che non è adatta. Adesso lasciaci, ti prego; il buio è fitto per approdare alla luce, ed è così difficile scrivere: è come parlare per la prima volta.
– Figlio arrogante! E dove sarebbe il vostro posto nel Libro?
– Leggi da pagina zero, disse l’uomo, porgendo il libro.
La madre lesse a voce alta: “Era colui che procedeva dal padre, la terza parte degli uomini uccise e rientrò nel ventre di sua madre. O, quanti furon quelli ai quali fu impedito il nascere e tuttavia nacquero”.
– Tu sei pazzo! Curati!
Il padre e il figlio, presi da una forte nausea, uscirono dalla stanza sbattendo la porta e andarono a vomitare di nascosto in giardino.


Capitolo 3
Exergo
…nov’anni a Troia ingoierà la guerra.
E la città nel decimo cadrà.
Così disse il profeta: ed ecco omai
tutto adempirsi il vaticinio. Or, dunque,
perseverate, generosi Achei,
restatevi di Troia al giorno estremo.
Omero, Iliade.
L’uomo, cattolico non osservante, era molto interessato ai temi dell’ebraismo e dell’Esilio.
Da bambino leggeva Dante, Omero e una Bibbia illustrata per ragazzi, soffermandosi sempre un po’ di più sull’immagine del profeta Daniele nella fossa dei leoni. Il padre gli aveva narrato di un antenato della nonna materna, di cognome Molon, di origine ebraica.
Egli chiese conferme alla madre, che negò decisamente. Fece delle ricerche tra pochi parenti rimasti nel paese natale del padre, alle foci del Po. Ne ricavò solo una strampalata storia da un’anziana cugina della nonna paterna.
Mise fine all’indagine quando, come aveva predetto l’albero, un sogno gli diede le indicazioni che gli ispirarono una poesia.
La primavera successiva ritornò ai mulini Gabrije. Si sedette appoggiandosi al tronco del ciliegio, quasi a volerne sentire il profumo, e lesse la poesia.

Non era estraneo ai Giudei.
Come ciascuno.
Dopo la rissa al bar
sulla strada di casa
avevo incrociato Saul Bellow.
Abbracciati, lì,
di fronte alla chiesa dei protestanti.
Ognuno, peraltro, negava questa premessa al glossario.

Il nonno ebreo trovatello – narrava la vecchia –
fu allevato da pastori a Venezia.
Un giorno, disceso dall’albero,
fuggì nelle Americhe.
Si imbarcò come mozzo sul Rex
e ne diventò il capitano.

Di notte li conduce a rimorchio,
nuotando nel Canal Grande.
Sul molo l’innominabile si accosta,
vestito come mai prima.
Al suono della sirena improvvisano
uno scatenato flamenco.

– Basta con le poesie. Attieniti ai fatti, disse, rivelandosi, il serpente.
– I fatti sono parole. Un racconto immemoriale, ribattè l’albero. È il momento di leggerne il preludio.
E iniziò a narrare il diario di un ufficiale medico che nella prima guerra mondiale operava nell’ospedaletto da campo di Mulini di Gabrije.

Gabrie, fronte dell’Isonzo, 12 giugno 1917.
Si fa sera. Qui di fronte, il crepuscolo veglia sulle radici di un ciliegio. Domani un’aurora inimmaginabile tingerà la notte col colore dei frutti.
Amore mio, ti racconterò delle vie per cui il nulla presiede alla trama dei sogni, fino al Verbo.
Dapprima le lettere si inseguono come lucciole nell’oscurità, poi il vocabolo si apre un pertugio nel velo della notte, come fanno le pinze nei reticolati; infine lo squarcio si allarga per la frase e il verso.
E, tra silenzi ricchissimi, erompe la follia; come il dolore che esplora il lutto ogni volta che usiamo la parola mascherata entro la parola, l’immagine dietro l’immagine.
Constato che il lutto è occasione di saggezza e follia, frutti di un solo albero. Ma tanti altri alberi intorno rassomigliano a questo, cosicché lo si incontra di rado; e questo consente di cogliere i frutti senza rischi.
Perenne intruso, il nomade nel suo vagare trova proprio quell’albero e vi sale fino ai rami più alti, dove le foglie si confondono con il cielo.
I cadaveri dei soldati morti giacciono ovunque insepolti davanti al filo spinato, ma ora mi sono indifferenti. Non ne sento più nemmeno l’odore. Vedo solo i colori dell’estate che si annuncia come estate della disperazione. Non spero più, ma scrivo.
Dall’albero alla foglia.
Al foglio.

Alla mensa ufficiali, nel ricovero a mezza costa sul M. Vodil, ci si infervora per la rivoluzione russa.
– Grossi e buffoni! Ora crollano e le armate nemiche fino a oggi sul fronte orientale ci pioveranno addosso.
– Ora vedremo quanto resisterà il nostro osservatorio per allodole!
– E i nostri generali? Preparano una nuova offensiva e ci lasciano in massa a presidiare mucchi di ghiaia a picco su un burrone. Gli austriaci ci ringraziano a sassate. E nel fondovalle?
– Poche compagnie! Ditemi: dove sta il nemico?
– Dovremmo passarli tutti per le armi!!! Su, per via gerarchica, fino a Roma!
– Quindi dietro front, poi avanti, avanti sempre.
– Cioè indietro!
– Naturalmente, fino all’origine.
– E tu pensi che se farai marciare l’esercito su Roma gli austriaci staranno fermi? Si riprenderebbero tutto! Tu vuoi davvero questo?
– No, ma voglio che cessi questa stupida strage.
– E la tua rivoluzione non è una strage?
– Legittima, perché questa guerra è un insopportabile macello causato dell’incapacità dei capi.
– È vero, i nostri generali sembrano inviati dal nemico per condurci al mattatoio come pecore, ma questo non è un buon motivo per gettare le armi. Gli ideali dell’intervento sono forse venuti meno?
– Ma se stamani hai parlato per un’ora ai tuoi soldati per dimostrare che fortuna è per noi la rivoluzione russa!
– Appunto. Al fante non serve la verità; e poi, sono gli ordini superiori!
– Leggi questo fonogramma del comandante di brigata:
«La 18a brigata è fiera di sacrificarsi per la patria, ma desidera di morire a mezzo dell’artiglieria nemica e non di quella italiana. Perché oggi, al solito, la nostra artiglieria ha sparato su di noi».
E il comandante di divisione ha risposto:
«Codesta brigata, che ha l’onore di essere in prima linea ed è fiera di essere stata comandata dal nostro eroico generale, non distingua i sacrifici che si fanno per la patria, che sono sempre degni».

I soldati dalla brigata, invece, distinguevano… e ciò ha portato un po’ di buonumore, da comando a comando.
Come il cieco ha bisogno del bastone, l’umorismo ha bisogno dell’osservanza per circolare.
Così, anche i morti ridono.
Omero… Quando rileggo questi versi sento di riacquisire sillabe anche mie. Quest’intervallo è luce, l’istante del tempo che non finisce.
Noi, qui, siamo l’intervallo.



Oh, vili, oh, infami, oh Achive, non Achei!
Facciamo vela una volta; e qui costui si lasci,
qui lui solo a smaltir la sua ricchezza,
onde a prova conosca si l’aita
gli è buona o no delle nostr’armi.
Così contra il supremo Agamennone
impazzava Tersite. Gli fu sopra
repente il figlio di Laerte, e, torvo
guatandolo, gridò: Fine alle tue
faconde ingiurie, ciarlator Tersite.
E tu, sendo il peggior di quanti a Troia
con gli Atridi passàr, tu audace e solo
non dar di cozzo ai re, né rimenarli
su quella lingua con villane aringhe,
né del ritorno t’impacciar, ché il fine
di queste cose al nostro sguardo è
oscuro, né sappiam se felice o sventurato
questo ritorno riuscir ne debba.
Molte, in vero, d’Ulisse opre vedemmo
eccellenti e di guerra e di consiglio,
ma questa volta fra gli Achei, per dio!
fè la più bella delle belle imprese,
frenando l’abbaiar di questo cane
dileggiator. Che sì, che all’arrogante
passò la frega di dar morso ai regi!

Che rincorse lungo lo Scamandro...
In trincea si contano le nuvole,
come le ore che separano dalla morte.
Il quotidiano è un rendiconto.
Notti insonni, insulti, urla,
ricerca disperata di un riparo
quando senti quei fischi.
I cadaveri sono efficaci paracolpi.
Quante astuzie per sopravvivere.
Volontario di guerra…
Ora intendo Altro dalla voce dell’ombra…

A te convien tenere altro viaggio,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
se vuo’ campar d’esto loco selvaggio.

Un altro viaggio...

Capitolo 4
Exergo
E saran molti cacciatori che quanti più pidocchi piglieranno, manco ne avranno;
e così di converso, più ne avranno quanto men ne piglieranno.
Leonardo da Vinci. Il diluvio.

Gabrie, 10 luglio 1917
Mi criticano perché parlo con i soldati.
È per intendere. Da chi è allenato.
Il ciliegio è ancora intatto a due passi dal bunker. I soldati sfidano a turno ogni sera il cecchino per cogliere un grappolo da dividere. Mangiate le ciliegie, il sapore persiste.
Fino a quando, se la contabilità dei metri da conquistare deve imperare, in nome del bene e del male, sugli uomini e sugli alberi?


Ho incontrato il colonnello. Nel ricovero, seduto, con la bottiglia di grappa in mano.
– Un bicchierino?
– Grazie, non bevo alcoolici.
– Non beve alcolici? Costernato, ha segnato il mio nome: conosciuto tenente che non beve. 10 luglio 1917. La questione lo preoccupava di più della seria notizia che recavo: alcuni casi di shock da esplosione tra la truppa.
Sciocchezze! Io lo prevengo con questo. Ma lei è per caso membro di qualche setta religiosa?
– No!, per carità!, ho riso.
– E vino, ne beve?
– Solo un poco a pasto.
Giù un altro bicchiere e mi ha condotto all’osservatorio.


– Guardi bene, tenente, le nostre posizioni: il monte Nero, il Merzli, il Vodil, il Kolovrat: su queste chiavi, per non perderle, i comandi hanno ammassato interi corpi d’armata con centinaia di pezzi d’artiglieria, mentre qui in fondovalle di fronte a Tolmino, alla porta, i topi, tra le zampe del gatto. La questione è di principio: sta nei manuali che tenendo la vetta di una montagna si impedisce l’accesso al fondovalle. Vede tenente, il villaggio di Foni, lassù, dietro di noi, sul Kolovrat? Vi passa la nostra seconda linea. Ebbene da lì fin Kolovrat, aprono la porta, e infilano un’armata intera fino a Caporetto, senza perdite, mentre le chiavi restano appese al muro. Lei non beve, eh? Lei non beve!
– A me pare che se noi abbiamo tutta quell’artiglieria lassù, gli austriaci non possono passare!
Il colonnello sorrise. Poi rivolse lo sguardo al cielo e proseguì:
– Bella giornata oggi. Il vento ha soffiato via le nuvole dalle cime. L’aria è così tersa che si possono scorgere le bocche da fuoco e persino le penne dei nostri alpini.
– Osservi bene, tenente. Allora? Che gliene pare?

Abbiamo a disposizione un istante per l’intuizione e l’eternità per la domanda.
Ma la risposta, come la strada, non è obbligata.
– Allora possiamo sperare tenente, perché la dottrina è la stessa per noi e per loro. È possibile che attacchino in massa le posizioni fortificate sui monti, inutilmente, e siamo pari.
Questa sarebbe l’arte della guerra.
Lei non beve!
Lei è persona colta. Legga il testo di questo arcaico prosatore rinascimentale. Come si chiamava? Mi pare Macchiavello, o qualcosa di simile. Queste non sono teorie che si studiano all’Accademia Militare.
Queste cose adunque vi ricordo: che mai voi non ordiniate esercito in modo che chi combatte dinanzi non possa essere sovvenuto da quegli che sono posti di dietro; perché chi fa questo errore rende la maggior parte del suo esercito inutile, e se riscontra alcuna virtù, non può vincere.
L’artiglieria porrei innanzi alla fronte di tutto l’esercito, se già il paese non stesse in modo che io la potessi collocare per fianco in luogo securo, dov’ella non potesse dal inimico essere urtata.
E inoltre non è cosa che facci maggiore confusione in uno esercito che impedirgli la vista; onde che molti gagliardissimi eserciti sono stati rotti per essere loro stato impedito il vedere.
Meglio è nell’ordinare la giornata riserbare dietro alla prima fronte assai aiuti, che per fare la fronte maggiore disperdere i suoi soldati.
Non condurre mai a giornata i tuoi soldati se prima non hai confermato l’animo loro e conosciutogli sanza paura e ordinati; né mai ne farai pruova se non quando vedi ch’egli sperano di vincere.
Sapere nella guerra conoscere l’occasione e pigliarla, giova più che niuna altra cosa.

Il segretario fiorentino non aveva il fisico di un granatiere, ma si intendeva di battaglie e soprattutto di cervelli, pensai.
Il colonnello fiuta il pericolo.
Nemmeno l’alcool cancella la memoria degli agguati.
Però, se in tavola il vino è troppo, l’acqua avanza.
Ora il fronte è calmo, ma lungo la corrente del fiume può passare una parata…



Alla festa delle cicale, le orecchie sono formiche.
La poesia è la sola spada, e il suo fodero è la musica.
Per i nostri figli.
Ti amo.




Capitolo 5

Exergo
Con vestimenta bianche andranno con arrogante movimento
minacciando con metallo e foco chi non faceva lor detrimento alcuno.
Molti periranno per causa di animali paurosi usciti dalle tenebre.
Leonardo da Vinci. Il diluvio.

Gabrie, 3 agosto 1917

Cara mamma. Il Santo Padre ha parlato: “Cessate l’inutile strage”. Si dice abbia toccato il polso della gente delle trincee, per giungere al cuore dei potenti, per indurli alla ragione.
Parole dette a fin di bene, che servono il buon senso.
C’era forse una ragione per cui mi arrampicavo su quell’albero del nostro giardino che avete fatto abbattere?
O è stato tutto un sogno e Voi strumento della dimenticanza?

Ogni sera, Benigno Molon viene a trovarmi.
– Ha comandi?
Lo trattengo, altrimenti va a combinare guai.
– Mettiti seduto.
– Signorsì.
Si siede in un angolo, e legge. Poi s’interrompe: fiuta un evento ordinario.
– Una bomba.
Si rimette l’elmetto, e si leva.
– Cosa fai adesso?
– Ci penso io!
– Sta seduto!
Qualcuno reca le solite notizie: qualche ferito, che si dovrebbe portare giù subito al posto di medicazione di Gabrie.
– Vado io.
Si arrampica sul bordo della trincea e se ne va senza ripararsi mentre la luce dei razzi gli illumina il cammino.
– Benigno! Attento!
– Tranquilli! Non mi beccano!
Va a finire che quell’ombra ambulante provoca il lancio di altre granate.
– Bisogna che ne ammazzi qualcuno!
Ritto dietro i sacchetti, apre la sua guerra personale. Gli altri ribattono dall’alto, una mitragliatrice comincia a ticchettare a tratti: vampe colorate inquisiscono il buio.
Devo andare ad acciuffarlo.
Bel tipo, Benigno.
Ha un vecchio conto da regolare. Una spina in gola: gli hanno accoppato Farinel, lì a due passi, e non se n’è accorto. S’è svegliato e se l’è trovato lì, stecchito: non sa nemmeno come. Io sì lo so, perché li tenevo d’occhio.
Rintanati in una buca. Benigno dormiva; l’altro da due ore, immobile, fissava il vuoto.
Poi si muove: cava di tasca la pipa.
Il fumo serpeggia, ma il piombo tira dritto. La pipa sfugge di mano.
Benigno seguitava a dormire. Sembravano addormentati tutti e due: sembra¬vano morti tutti e due.

Il giorno di Pasqua si organizza la festa.
Tacita intesa d’armistizio, come in tutte le solennità: dopo gli auguri di mezzanotte spediti dagli artiglieri, in mattinata, si poteva stare indisturbati a cavalcioni sull’orlo della trincea.
Il Mrzli si stagliava ingobbito e sfregiato.

Su per il camminamento Benigno arranca curvo.
Giunto ai ricoveri, s’infila in una tana bassa, come una serpe.
Qualcuno canta.
Due botte secche e al cantante si inceppa la nota.
– Figlio d’un cane!
Benigno si affaccia a una feritoia e scruta oltre un groviglio di morti.


Poi sbuffa: Ci penso io!
– Benigno, smettila!
– Hanno sparato. Vuol mettersi a cecchinare e fargli cambiare idea è dura.
– Hai capito, Benigno?
– Signorsì. Ma hanno sparato loro per primi.
“Pasqua!”. Forse si sente perfino di scordare il suo vecchio conto con quelli là. Ma niente provocazioni, è chiaro. Si ficca sotto un telo, tutto assorto. Ne pensa una delle sue e al solito, ne viene fuori un disastro.
Attende che il sergente si allontani e passa all’azione. Si rizza sui sacchetti per socializzare, con gli inquilini di sopra.



E mentre sta lì, appollaiato come un gufo, un elmetto affiora dalla trincea austriaca: e sotto quello, una figura stralunata, gesticola e grida:
– Benigno! Ohè! Benigno!
Amici in una fabbrica boema, si ritrovano a Pasqua, uno di fronte all’altro, nemici.
Benigno salta dal parapetto e corre su per l’erta: l’altro gli va incontro.
Altri si arrischiano a uscire.
Per contagio, in breve, tutti fuori, come due comitive in gita.
Non è cosa che capiti tutti i giorni, e a Pasqua, bisogna chiudere un occhio.
Ma le vedette dell’artiglieria avvistano quell’insolito trambusto. Una tempesta si abbatte, puntuale, ululando, come un castigo.
Il terrore scompiglia la turba, che si precipita verso i rifugi.
Due soli, indugiano.
– Benigno!
Un lampo e ora sono nel vento.

A Pasqua le cose si odono e a Pentecoste si intendono. Perché la guerra? Quale il senso? Riunire i vinti, gli eletti e i necrofori tutti in una fiaba, attingendo l’inchiostro dalle piaghe per cancellarne la morte e l’oblio.
Così, madre, con la virtù coltivata nel silenzio, restituirò il debito e “Come il lino che fa la carta dai cenci, sarà riverito e onorato e con reverenza e amore ascoltato chi fu prima disprezzato e straziato da diverse battiture”.




Capitolo 6

Gabrie, 15 Agosto 1917

Exergo
Spegneransi innumerevoli vite, e farassi sopra la terra innumerevoli busi.
Leonardo da Vinci. Il diluvio

Mia adorata, si sta preparando un evento senza confronti.
La guerra sembrava distante da questa parte della valle.
Sta per scattare l’offensiva sulla Bainsizza.
Ora ci avviciniamo alla verità. Ma quale?
Se alcune frasi della verità sopravvivranno, non sarà dell’autore il merito.
L’autore è sempre ignoto.
Questo è l’assurdo.
E nell’assurdo, verità e riso.
Le notizie di radionaja sui nostri comandanti mi ispirano una Burlesque.

Conte Cadorna Perbacco: mi fate sbagliare e siete causa delle mie stupidaggini!
Ma che c’è ancora? (entra un messaggero). Uffa, cosa vuoi? Vattene, cialtrone, o ti faccio fucilare!
Vicecapo di Stato Maggiore C’è una lettera, eccellenza.
Conte Cadorna Leggila. Sbrigati, dev’essere del Primo Ministro.
Vicecapo di S.M. Per l’appunto: dice che il re vi sostituirà se non lancerete un’offensiva.
Conte Cadorna Oh, povero me! Quel nanetto mi farà fuori! Dio proteggimi: brucerò cento ceri per te! (piange e singhiozza).
Vicecapo di S.M. C’è una sola decisione da prendere, eccellenza.
Conte Cadorna Quale?
Vicecapo di S.M. Lanciare un’altra offensiva!
Tutti Vivaddio! Ecco una nobile decisione!
Vicecapo di S.M. Chiamiamo un’altra classe alla leva. Corriamo a riorganizzare l’esercito.
Aiutante di campo E a far scorta di viveri e munizioni.
Conte Cadorna Ah! No, questa poi! Ti spedirò al fronte. Eccone una nuova! Non posso far spendere troppo denaro al governo. No, facciamo l’offensiva, se proprio smaniate, ma non sprechiamo munizioni!
Tutti Viva la guerra!
Conte Cadorna Ah! adesso andrò in visita al fronte. Signori, fate portare la mia autovettura.
Vicecapo di S.M. La vostra vettura è ferma, perché non abbiamo più benzina.
Conte Cadorna Questa è bella! Che fine ha fatto? Ve ne infischiate, op¬pure mi derubate?
(Il Vicecapo di S.M. arrossisce e abbassa gli occhi)
Allora, mi si porti un cavallo, non andrò a piedi, io!
(viene portato un cavallo)
Conte Cadorna Eccomi sopra. (Il cavallo parte al galoppo) Ah! fermate questa bestia, Gran Dio, finirò col cadere!!!
Vicecapo di S.M. È proprio imbecille. Ah! è caduto per terra. Che nessuno provi a dargli aiuto!
Conte Cadorna Ah!, sono mezzo morto! Ma non importa e guai a chi non righerà dritto. Lo sottoporrò a torsione del naso e dei denti e estrazione della lingua.
(al Vicecapo di S.M.) Ti affido il comando. Ma ho con me il libro contabile: guai a te se mi derubi. Addio.
Vicecapo di S.M. Non temete. Ripulite il patrio suolo dallo straniero.
Conte Cadorna Di sicuro io so come fare.

L’esercito si allontana al suono delle fanfare.

Vicecapo di S.M. (agli aiutanti) Adesso che quel grosso fantoccio se n’è andato, cerchiamo di badare agli affari nostri.

• • •

Il sapere? Vaghezza instabile, come il terreno delle nostre trincee. Frana dopo ogni pioggia. Non si avanza: un passo in avanti e uno indietro.

Il Cognac arriva a barili e anche i discorsi cercano dar spirito alla truppa.
Il Duca d’Aosta ha spedito ai comandi un travolgente messaggio:

Sono certo che, quando la patria vi chiamerà a nuovi cimenti, voi saprete inoltrarvi su quella via verso il radioso avvenire che già vi siete aperta davanti tra difficoltà non minori. Con questa visione io rivolgo un pensiero ai vostri gloriosi fratelli caduti, a cui mando un saluto pieno di fierezza e di orgoglio.
Victoria nobis vita.

Qui si scoppia dal caldo e non resta nemmeno il sudore.

Discorsi che alimentano la fiamma eterna.
Fuoco, fuoco. Non si scorgono che fuoco e lingue cieche.
Forse per l’ultima volta, assisteremo all’evento da quassù, dall’osservatorio del Vodil, loggione del teatro della memoria. Ma il prossimo spettacolo non sarà gratuito, e infine, divertiti o sconcertati, non avremo imparato nulla.

Capitolo 7

Exergo
E io vi dico che sono molte più le volte che l’artiglierie grosse non percuotono le fanterie che quelle ch’elle percuotono; perché la fanteria è tanto bassa e quelle sono sì difficili a trattare, che ogni poco che tu l’alzi elle passano sopra la testa de’ fanti; e se l’abbassi danno in terra, e il colpo non perviene a quegli. Salvagli ancora la inequalità del terreno, perché ogni poco di macchia o di rialto che sia tra’ fanti e quelle le impedisce.
Niccolò Machiavelli, Arte della Guerra.

Gabrie, Venerdì 17 agosto 1917. Ore 22

Dopo sei ore di tiro di distruzione a cadenza forsennata un incendio immane arde di fronte a noi.
Da Tolmino al mare, sfavillano le zampe di un ragno gigante.
Un fine ricamo dei mastri dell’artiglieria.
Solo pochi nostri colpi cadono sulle nostre prime linee, ma con effetti devastanti.
Il mito degli artiglieri…
C’è chi li prende per imboscati.
I nostri pezzi sono quasi tutti sotto tiro. Qua e là frammenti di cannone e i serventi di contorno. Di converso, dopo ore di sparo, il cannone si logora, perde di precisione e tira corto…
Così il vedere spegne l’audio. È forse il loro contrappasso? Spesso gli artiglieri diventano sordi.
Domani i nostri fanti, martellati dalle artiglierie nemiche e amiche, assaliranno caverne intatte percorrendo un terreno devastato dai grossi calibri.
I soldati si scaglieranno con impeto sul nemico che non concorda. Pensando d’infierire sulle loro vittime, saranno flagellati senza sapere né come né da chi. Fenderanno con la baionetta il vuoto che zampilla sangue non potendo evitare i colpi provenienti dalla fronte e dalle spalle.
In pasto a mostri d’acciaio, saranno cancellati i loro passi.
Che rimarrà?
Nemmeno l’orma del tallone.

O maledetto, o abominoso ordigno,
che fabricato nel tartareo fondo
Fosti per man di Belzebù maligno
Che ruinar per te disegnò il mondo,
all’inferno onde uscisti, ti rasigno.
Cosi dicendo, lo gittò in profondo.
Scelerata e brutta invenzion
per te la militar gloria è distrutta,
per te il mestier de l’arme è senza onore.





Il Libro parla da tanto tempo. Nave varata sul sibilo del vento per navigare da oceano a oceano, lontano dal porto si arricchisce all’incrocio di molte rotte.
Ma senza il patrimonio della memoria, oceano e sabbia gelano.



In un ricovero ho intercettato questa conversazione:
– Mondo ladro, io non sono capace di mandar giù niente. Devo essere malato.
– Perché non marchi visita?
– Eh, lo so già: si fa la strada per niente. Olio di ricino, e ti rimandano indietro come un pacco con l’indirizzo sbagliato. Il capitano medico è fissato con quella robaccia schifosa. Quando ci sono andato con una scheggia nel sedere, prima mi ha levato il ferro, poi mi ha cacciato in gola un bicchiere di olio di ricino.
– Se fosse stato barbera ti avrebbe fatto meglio.
– Il barbera al posto di medicazione non ce lo tengono perché altrimenti marcherebbero visita tutti.
– Bisogna stare attenti col capitano medico!
– Io sono andato da lui con i dolori pneumatici e la febbre a quaranta: mi ha detto che la cura dei fanghi, in trincea, mi avrebbe fatto benone.


Capitolo 8

Exergo
Da qui, messere, si domina la valle:
ciò che si vede, non è.
E se l’imago è chiara al vostro occhio
scendiamo a rimirarla in un galoppo alato
entro il cratere ove ribolle il tempo.
Ignoto autore

Monte Vodil, 22 agosto 1917

Di nuovo quassù, tra ghiacci e macigni. Polifemo, da sopra, tira al bersaglio.
Il nostro cannone tace. È il canone. Una raffica e la smetterebbero.
Telefoniamo al comando di battaglione, il quale deve chiedere al comando di reggimento, il quale deve informare la brigata, la quale ci penserà lei.
Infine le cannonate arrivano, quando il disturbo è già finito da un pezzo. I ciclopi, così, si allarmano e ricominciano. Comico rondeaux.

Notizie dal fronte d’attacco sulla Bainsizza. Difficoltà con il gittamento dei ponti sull’Isonzo, a Nord, verso l’altopiano che sovrasta Tolmino.
Un tiro corto di una nostra bombarda ha centrato barche e pontieri così le truppe del XXVII corpo traghettano troppo a sud; troppo per aggirare la testa di ponte e prendere alle spalle Tolmino. Avanzano in direzione opposta a quella prevista, lontano dall’acqua e dai rifornimenti.
Capello, comandante d’armata, ha ordinato a Vanzo, comandante del XXVII, di raggiungere a ogni costo gli obiettivi previsti per dominare dall’alto la testa di ponte.
Ma Tolmino, la roccaforte, è lontana e intatta, protetta dalla linea delle sante colline dell’altipiano.
Sembrava proprio che scienza e tecnica ci potessero offrire le parti più facili e ricche di bottino. Invece sono i figli e fratelli le stelle pronte a brillare. Cammini di dolore che si confonde con quello della poesia.

I fanti volano dentro il libro: in ogni pagina ali di rondini scrivono nomi sull’abisso.
Anche noi quassù, sul Vodil, partiamo per usare la chiave forgiata con le parole che a noi spettava di ritrovare. Ma le nostre trincee franano appena ci accingiamo ad uscire per prendere la cima del Mrzli, gobba maledetta a 200 metri da noi, ingabbiata dai reticolati che riscompongono le parole. La nostra linea sul Vodil è un capolavoro di strategia: avanzatissima verso la vetta, ma è impossibile sbucarne fuori. La mulattiera che la rifornisce è tutta sotto il tiro nemico e occorre trascinare i muli di notte sull’orlo di un burrone. Ma la ritirata su posizioni meno esposte è rigorosamente proibita, perché la linea è costata troppo sangue due anni prima. Inchiostro rosso su inchiostro ormai sbiadito.


Capitolo 9




Exergo
La volpe ha paura della sua coda.
Proverbio

Monte Vodil, 23 Agosto

I diavoli nel Capello: il generale tempesta il XXVII con minacce di destituzioni e fucilazioni perché non occupa Tolmino.
Vanzo martella i suoi comandi con le stesse pretese.
Ma nulla vale: il XXVII è incanalato nella direzione sbagliata. Finirà con l’ostacolare il transito alle altre truppe transitate oltre il fiume.
Si gioca con mamma la paura, e sembra proprio che i turchi ne approfittino…
Una mulattiera polverosa avrebbe potuto violare la steppa. Ora un muro le chiude la strada.
E, attorno a quel muro, l’inferno.
Quella viuzza si dibatte in un recinto di filo spinato, come parole in un libro richiuso.
Ma, prodigio inaspettato, il libro evoca un altro libro.


• • •

Generale Capello Poffarbacco! Moriamo di sete e siamo stanchi. Soldati, abbiate la cortesia di portare il nostro elmo ed il bastone per dare sollievo alla nostra persona, perché, lo ripeto, siamo stanchi.

I soldati obbediscono.

Aiutante di campo Ahinoi! generale! È deplorevole che gli austriaci resistano.
Generale Capello È deplorevole che lo stato delle nostre finanze non ci permetta di possedere una vettura adatta nostro rango. Ma di ritorno a Gorizia, congegneremo grazie ai lumi della nostra scienza, una vettura a vento per traghettare tutto l’esercito.
Aiutante di campo Ecco il generale Vanzo che si precipita.
Generale Capello E cos’ha, quel ragazzo?
Generale Vanzo Cattive notizie, generale: gli austriaci sono arroccati. Il corpo alpino è bloccato. Mi occorre una nuova massa di fuoco per manovrare.
Generale Capello Uccello notturno, bestia del malaugurio! Dove hai pescato queste fanfaluche? Se ti credessi, farei tornare indietro tutto l’esercito. Tuttavia, avrai la tua massa di fuoco, ragazzo mio, ma domani Tolmino dovrà essere presa!
Su, animo, signori, prendiamo le disposizioni per la battaglia. Noi avanzeremo sull’altopiano. Io mi terrò nelle retrovie come una cittadella vivente e voialtri prenderete la posizione a ogni costo.
Caricherete fucili con tante pallottole quante più ce ne stanno, perché 8 pallottole possono uccidere 8 nemici, e tanti di meno io ne avrò addosso. Gli alpini su quella collina, i fanti nella valle e l’artiglieria intorno a quel casolare, perché spari nel mucchio.
Noi, ci terremo in questa caverna e ne sbarreremo l’ingresso.
Ufficiali I vostri ordini saranno eseguiti, eccellenza.
Generale Vanzo Sta bene. Saremo vincitori. Che ora è?
Aiutante di campo Le dodici.
Generale Vanzo Allora, andiamo a mangiare. Dite ai soldati, di fare il loro dovere, altrimenti … (Una granata sfascia la porta del ricovero) Ah! ho paura, Dio, sono morto! Eppure no,… non ho niente.

L’ufficiale Gorgogliano nella palude e si stupiscono.
Sproloqui cui soggiace la volontà di vittoria.
Chiave e serratura sono arrugginite.
Una vittima piange la porta sfondata. Grottesco autoritratto.
L’immagine urla. Farsa o tragedia?
Ma la parola libera si instaura, misteriosamente, poco a poco.


Capitolo 10


Exergo
Nu fesso è partito
nu fesso è arrivato
sarà silurato
senza pietà.
Canzone militare anonima

M. Vodil, 24 agosto 1917

L’attacco su Tolmino è definitivamente fallito, come previsto. Vanzo è stato silurato e sostituito da Badoglio, il duca del Sabotino che in un anno ha fatto una carriera folgorante: da comandante di battaglione a comandante di corpo d’armata. Se procede così ce lo ritrovremo al posto di Cadorna, o magari un giorno Capo del Governo.
L’ordine regna a nord della Bainsizza. Tolmino resta il perno intatto della difesa nemica.
Si dice che Badoglio sia bravo e fortunato… ma le strade di accesso sono intasate, mancano i rifornimenti; ha sospeso le operazioni sul fronte del XXVII.
Ordine sensato. Il XXVII è oltre Isonzo, ma bloccato e fuori dai guai, senza correre rischi di altre perdite.
La punta di lancia da Tolmino resta rivolta contro di noi verso Caporetto.

Senza il ritmo, non vedremmo il sole ogni mattina.
Non potremmo.
Il passo è del tempo.
Non sappiamo di essere in anticipo o in ritardo.
Già, non siamo né maghi né indovini.
Ma perché mai a un satellite succede un asteroide?


• • •

Generale Capello Allora, Badoglio, avete cenato bene?
Generale Badoglio Benissimo signore, tranne la merda
Aiutante di campo Ognuno ha i suoi gusti
Generale Capello Eh!: non era cattiva la merda. Badoglio, ho deciso di affidarvi il comando del XXVII corpo.
Generale Badoglio Come? Vi credevo molto pidocchioso, generale.
Generale Capello Tra qualche settimana, se vorrete, sarò il nuovo capo di Stato Maggiore dell’esercito.
Generale Badoglio Sostituirete il conte Cadorna?
Generale Capello Non è sciocco il tipo, ha indovinato.
Generale Badoglio Se si tratta di sostituire quella cariatide, ci sto, e rispondo dei miei uomini.
Generale Capello Oh! Oh! Vi voglio un gran bene, Badoglio!
Generale Badoglio Eh! Mi appestate, generale. Ma non vi lavate mai?
Generale Capello Di rado.
Aiutante di campo Mai!
Generale Capello Guarda che ti faccio fucilare!
Aiutante di campo Grossa merda!
Generale Capello Andate, Badoglio, con voi ho finito. Ma perbacco, giuro sul mio aiutante di campo che vi farò Vice capo di Stato Maggiore!
Aiutante di campo Ma…
Generale Capello Zitto tu!

Capitolo 11


Exergo
Lascia lente le briglia del tuo ippogrifo, o Astolfo,
sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo,
e non ti ingannino falsi idoli,
ma lascia che la verità dia prova,
per giunger poi a liberare
il riso.
Ignoto Autore

Gabrie, 24 agosto

La battaglia vola per il XXIV corpo di Caviglia: ha sfondato al centro, a Canale. Ha conquistato il paese con un’abile manovra anziché con lo scontro frontale. Cosa d’altri tempi.
Ho incontrato quell’uomo. Dirige i suoi soldati a ciò che occorre che le parole essenziali. Così accade l’impossibile.
Lungo la sua traccia.
La parola era la sua traccia.
Oltre i limiti dell’umano.

Dice il proverbio, ch’a trovar si vanno
gli uomini spesso, e i monti fermi stanno.
Salito Astolfo sul destrier volante,
lo fa mover per l’aria lento lento;
indi lo caccia sì che Bradamante
ogni vista ne perde in un momento.
…Così si parte col pilota inante
Il nochier che gli scogli teme, e il vento;
e poi che il porto e i liti dietro lassa
spiega ogni vela e inanzi ai venti passa.


Fantasia che precede le prore, intrepida fantasia! Il XXIV ha aperto una breccia di 15 chilometri nel fronte nemico! Lo sfondamento è vicino! Finalmente fuori da queste fogne, verso Trieste, il mare!

“Questi infatti possedevano il valore; e valutarono la bontà del vero giusto più dell’arroganza del diritto positivo e spesso più del rigore della legge la perfezione del ragionamento, poiché credevano che questa fosse legge divina: il dire e il tacere, il fare e il tralasciare ciò che si deve nel dovuto momento”.


Gabrie, 25 agosto 1917.

Quis custodiet custodes? Oggi ho visitato un carabiniere in prigione. Aveva una ferita lacero-contusa a un dito che si era procurato accidentalmente. Il carabiniere mi ha detto:
“Sono stato messo in prigione da un sergente automobilista. Sono sergenti automobilisti tutti i “signori” che prima della guerra avevano un’automobile. Naturalmente i carabinieri li avranno messi chissà quante volte in contravvenzione per eccesso di velocità. Oggi essi se ne vendicano e ci schiaffano in prigione. Che fare? Pazienza ci vuole… ed aspettare il nostro turno.: dopo la guerra essi torneranno borghesi e noi li rimetteremo in contravvenzione. Hodie mihi, cras, tibi”.
Mi ha stupito tale ragionamento celato sotto la lucerna grigio-verde ed il latino del carabiniere che è stato, evidentemente, in seminario.
Quando si dice la vocazione…

Capitolo 12

Exergo
Le gradazioni dell’”imboscato” sono infinite. Il combattente ha sempre qualcuno che è “imboscato” rispetto a sé, ed è a sua volta imboscato rispetto a qualche altro. La gradazione va dal soldato di pattuglia, al “comandato al Ministero della Guerra in Roma”.
Così avviene che il soldato di pattuglia, ritornando nella trincea, dice ai compagni che sono rimasti nel pericolo “minore”:
“Ah!, siete qui, eh, imboscati’”.
Emilio Frescura. Diario di un imboscato.


Gabrie, 26 Agosto 1917

Gli impiegati postali presenti e rintanati, forse per volontà di riscatto osservano la strada dalla finestra mentre, sordi, impugnano il timbro. E, oltre a timbrarsi il dito con gravi conseguenze, come abbiamo in precedenza constatato, smarriscono la strada.
L’occasione è perduta! Capello ha ordinato al XXIV di sistemarsi a difesa non appena raggiunti gli obiettivi prescritti.
Attenti! Riposo!
Il nemico si è ritirato in buon ordine nella notte sul 24. Percorsi 10 chilometri di deserto carsico, si è trincerato di nuovo, con il fronte raccorciato.


I nostri hanno frenato lo slancio per portare avanti l’artiglieria.
La manovra è finita. Ricomincia il logoramento.
Il maestro Toscanini esulta per la medaglia d’argento assegnatagli perché ha diretto la marcia reale sul monte Santo appena conquistato.
Questo santo meriterebbe l’oro.
Ora il grosso dei nostri pezzi è lontano, in quel terreno butterato, oltre l’Isonzo, dove scarseggia l’acqua per gli uomini.
Tolmino resta austriaca…
Ma che gioco è mai questo che dura da millenni?

• • •


Entra in scena un orso

Il Re d’Italia Attento! Ah! che orso enorme!
Conte Cadorna Un orso! Che bestia atroce. Oh! poveraccio me, eccomi già mangiato. Dio mi protegga.

L’orso si getta su Capello. Il re si rifugia su una roccia.

Conte Cadorna A me, Badoglio a me! aiuto, maestà!
Il re d’Italia Arrangiati, amico mio; per il momento, diremo il nostro Pater No¬ster.
Aiutante di campo L’ho preso, lo tengo.
Il Re d’Italia Sanctificetur nomen tuum.
Conte Cadorna Molla, briccone! O Signore, salvateci!|
Il Re d’Italia Fiat voluntas tua!
Aiutante di campo Ah! sono riuscito a ferirlo.
Generale Capello Urrà! perde sangue. Tienilo fermo, prendo il mio tirapugni esplosivo.
Il Re d’Italia Panem nostrum quotidianum da nobis hodie.
Conte Cadorna L’hai preso finalmente? Non ne posso più.
Il Re d’Italia Sicut et nos dimittimus debitoribus nostris.
Aiutante di campo Ah! L’ho preso.

Si ode un’esplosione e l’orso cade morto.

Tutti Vittoria!
Il Re d’Italia Sed libera nos a malo. Amen. Insomma, è proprio morto? Posso scendere?
Conte Cadorna (con disprezzo). Fin che vi pare.
Il Re d’Italia (scendendo). Dovete convincervi che se siete ancora vivi lo dovete alla virtù magnanima di chi si è sgolato a recitare paternostri per la vostra salvezza e che ha maneggiato la spada spirituale con coraggio pari all’abilità con cui voi avete maneggiato quella temporale. Pure non abbiamo esitato a salire su una roccia altissima affinché le nostre preghiere avessero meno strada da fare per giungere al cielo.
Conte Cadorna Nanetto ripugnante!
Il Re d’Italia Ecco una grossa bestia. Grazie a me, avete di che cenare. Che ventre, signori!
Generale Badoglio Muoio di fame.
Il Re d’Italia Non lo mangerete crudo?
Conte Cadorna Mi sembra che non lontano di qui ci siano dei rami secchi. Vai a prenderne, Badoglio.

Badoglio si allontana.

Conte Cadorna E adesso, Capello, andate a squartare l’orso.
Generale Capello Oh no! Forse non è morto. Vai tu, aiutante, sei adattissimo a questo compito: già mezzo mangiato e morso dappertutto. Io accenderò il fuoco mentre aspetto che arrivi la legna.

L’ aiutante di campo comincia a squartare l’orso.

L’aiutante di campo. Dateci una mano, generale, non ce la faccio da solo.
Generale Capello No, non voglio fare niente, io! Sono stanco.
Generale Badoglio (ritornando). Comincia a far notte. Sbrighiamoci.
Il Re d’Italia Sì, hai sentito, Cadorna? Sbrigatevi! Cucinate la bestia, ho fame, io!
Conte Cadorna Questo poi è troppo! (Esce di scena).
Generale Capello Ah, ecco che il fuoco divampa.
Il Re d’Italia Oh! si sta bene, adesso. Che battaglia, gran Dio! Ah! Ho sonno. (Cade addormentato).
Generale Badoglio Finiamo di preparare la cena.
Generale Capello No, dobbiamo parlare di cose più importanti. Credo che sarebbe bene indagare sulla veracità delle notizie dal fronte e da Roma.
Generale Badoglio È vero: dobbiamo spodestare Cadorna o restargli fedeli?
Generale Capello La notte porta consiglio. Dormiamo, vedremo domani il da farsi.
Generale Badoglio Già, è meglio approfittare della notte per riposare.
Generale Capello Buonanotte, allora.

(Si addormentano)

Conte Cadorna (Rientra in scena, con in mano la sua coscienza).
Ho dimenticato di consultare la mia coscienza, della quale non riesco a sbarazzarmi.
La coscienza Signore, non insultate la fortuna degli stoici.
Conte Cadorna In effetti, lo scintillatore della mente è indubbiamente uno strumento ingegnoso. È il momento di servirsene.

(Si odono dei fischi. Un serpente, sbuffando come una locomotiva, attraversa la scena).



Conte Cadorna Oh, ma che è, cos’è che è questo?
Generale Capello È un uccello!
La coscienza È un rettile ben caratterizzato, e del resto (toccandolo) le sue mani godono di tutte le proprietà di quelle dei serpenti.
Conte Cadorna Allora è una balena, perché la balena è l’uccello più gonfio che esista, e questo animale sembra piuttosto gonfio.
La coscienza Vi dico che è un serpente!
Conte Cadorna Infatti. Noi l’avevamo pensato ben prima: è un serpente, a sonagli!
Generale Capello (annusandolo). Quel che è certo, ecco vedete, è che questa roba non è un poliedro.


• • •

Allarme per la verità, tolta la pelle dell’orso.
E un elegante conformismo per il gioco di società.
Io spengo il fioco lume come questa notte piena di mistero.
Ascolto il re, facile preda, con il suo russare inarrestabile.
Il serpente ha attraversato la scena.
Si contorce, emette i suoi versi.
Rivalsa? Terrore? Offerta di sé?
Nulla più che consacri il potere
né un linguaggio traducibile ai sapienti.
Una traccia sulla sabbia,
annuncio di un ignoto desiderio.
Chi può intendere un serpente che fischia?
Nubi compresse incontenibili.
Gracidano le rane, i topi rodono la carne.
Il coro di fischi evoca un fiasco a teatro.
O è un delirio che si scrive eludendo i codici,
lungo l’ombelico del sogno?


Capitolo 13


Exergo
Quanti fucilati?, chiese S. E. Il mio generale era un po’ sordo e quindi rispose: “Poche, Poche”. Ma dove sono i cadaveri? Allora il mio generale capì e disse:”Non ho fucilato nessuno. Io parlavo di fucilate sparate in aria dai sediziosi.
Male. Malissimo! esclamò S.E.
Dalla lettera di un ufficiale.


Monte Vodil, 19 settembre 1917

Ammutinamento.
Ingrato è il fante: una luminosa vittoria e… protesta.
Raggiunge la gloria sul campo, poi rivendica.
Teste calde.
La pena esemplare?
Amore, sorte, morte. Un gioco di parole è preferibile all’assalto.
Parole unite dal segno uguale.
Uno ogni dieci passa nel gruppo dei condannati. Si fucila a casaccio, anche uomini medagliati, padri di 10 figli. Nessuno dei giudici immagina che: “due più due può anche far dieci”.

Non mi priverete del nome – dice l’estratto ai giudici – e sempre con parole di questo Libro affronterete ciò che non è.
Il mio nome ha sette mura: potete abbatterle, ma le pietre non si fermeranno ai vostri piedi.

Solo alla seconda scarica del plotone d’esecuzione macchie d’inchiostro rosso imbrattano le foglie del nostro ciliegio.
E il tenente dei carabinieri urla, sparando il colpo di grazia: “Che pasticcio avete combinato?”.

È difficile voltare le pagine di questo libro. Ci vuole un mulinello a vento.
Non trascurare l’eco.
Essa è il bilancio.

• • •


Conte Cadorna Il soldato italiano: che si vuole?! Non ha più entusiasmo perché ha la propaganda sovversiva lo ha colpito al cervello. È rimasto leso certamente anche alla circonvoluzione di Broca, nella quale risiede la facoltà di parlare. È la terza circonvoluzione frontale a sinistra entrando. Chiedete al portiere... o, scusate, signori! chiedete a tutti i filosofi: “Questa dissoluzione intellettuale ha per causa un’atrofia che invade a poco a poco la sostanza nervosa!” — Non se ne fa niente, di questo signore. Ci si contenterà di estirpargli il cervello e la lingua dai talloni. Infine sarà, per la nostra mansuetudine, libero di andare a farsi fucilare altrove. Non gli sarà fatto altro male, perché voglio trattarlo bene.

Novità dal fronte orientale. La Russia non è più un alleato credibile
Nel Comando Supremo, c’è la percezione di quel che il nemico va preparando ora che decine di divisioni possono rientrare da quel fronte.
Cadorna comunica:

Notizie attendibili fanno ritenere probabile una violenta offensiva austriaca sulla fronte Giulia… È pertanto con vivissimo rincrescimento che ho dovuto prendere la decisione di disporre tutto per una salda difesa a oltranza.

Condoglianze.
All’erta. Riordinare le forze… disporre tutto secondo buonsenso per la difesa del medio Isonzo.

Si ammasseranno altri uomini in questa trappola per topi, dove l’idea una manovra a tenaglia come a Canne è molto invitante.
Come difendersi? Il comando supremo è abituato alle estenuanti battaglie di logoramento e attribuisce al nemico la stessa mentalità: sarà senza dubbio un urto frontale, da respingere cannoneggiando dai monti.
Il mio colonnello…
Il grosso dell’artiglieria è laggiù, oltre l’Isonzo, sulla Bainsizza, con le bocche da fuoco rivolte ad est, pronte ad appoggiare una nuova offensiva.

L’ostinazione è la mia vocazione, così vi racconterò ancora la storia del mulo morto di sete per essersi fermato nel deserto; la storia del cane morto scodinzolando al padrone morto.
Vi racconto della solitudine e delle menzogne dell’uomo.

Capitolo 14


Exergo
È come entrare nella gabbia dei leoni e dire:
“L’ho conquistata”, mentre il leone ti sbrana.
Dalla lettera di un ufficiale.

Gabrie, 10 ottobre 1917

È arrivato il generale Cadorna in visita al nostro fronte. A tavola, in risposta al brindisi del nostro generale, S. E. Cadorna ha detto che il nostro fronte è, qui, il più solido, e che l’offensiva austriaca è un bluff. Comunque – egli ha concluso – bevo alla salute della bella divisione che saprà morire tutta, sino all’ultimo uomo, piuttosto di cedere un solo palmo di terreno...”.
È curioso che sua Eccellenza concili la nostra salute con la nostra morte.

L’offensiva austriaca è vicina. I disertori sono molto precisi nei dettagli: alla fine di ottobre, l’ora, i luoghi e direttrici dell’attacco: da Plezzo e da Tolmino. Troppo precisi. Il piano è ritenuto troppo audace dai comandi e non vengono creduti.
La fiducia nella solidità del fronte e nella nostra vittoria difensiva è incrollabile.
Io parlo.
E voi ascoltate attraverso le mie parole la manifestazione anonima di infiniti istanti di indicibile angoscia.


• • •

Conte Cadorna Urge fissare il piano della difesa. Ognuno dia il suo parere. E prima di tutto io darò il mio.
Generale Capello Parlate, eccellenza.
Conte Cadorna Ebbene, sono del parere di attendere il nemico a piè fermo cacciandogli dell’arsenico nella colazione. Quando vorrà brucarla, cadrà morto, e così noi prenderemo Lubiana e Trieste.
Tutti Puh, che modestia!
Conte Cadorna Come! non vi garba? Allora, che il generale Robertson dia il suo parere.
Capo di S. M. inglese Io sono del parere di rifilargli una gran spadata che lo spacchi in due dalla testa alla cintola, e arrivare fino a Vienna.
Tutti Sì! ecco una cosa nobile e prode.
Il Re d’Italia E se ci prende a calci? Mi viene in mente che per le riviste ha delle scarpe di ferro che fanno molto male. A saperlo, filerei a denunciare i nostri piani e penso che mi darebbe anche qualche moneta.
Capo di S. M. francese Oh! traditore, vigliacco, sordido e spilorcio. Lo sapevo che non potevamo fidarci dei “macaroni”.
Tutti Dobbiamo attaccare per difenderci!
Conte Cadorna Ehi! signori, state buoni. Va bene, acconsento a espormi per voi. Così, Capello, tu t’incarichi di fendere in due il nemico, ma solo dopo aver arginato l’offensiva!
Generale Capello Non sarebbe meglio che ci buttassimo prima tutti insieme su di lui strillando e sbraitando?.
Conte Cadorna Allora, ecco. Quando sbatterà le corna sulle nostre poderose fortificazioni, gli pesterete i piedi, lui recalcitrerà, allora io gli dirò: MERDA, e al mio ordine vi butterete su di lui.
Generale Badoglio E io provvederò coi miei uomini all’accerchiamento.
Capo di S. M. inglese E poi marcerete su Vienna.
Conte Cadorna (rivolto a Badoglio) Sì, ma ti raccomando specialmente la difesa a oltranza di fronte a Tolmino.

Escono.

Il Re d’Italia (rincorrendoli e facendoli tornare indietro). Signori, abbiamo dimenticato una cerimonia indispensabile, bisogna giurare di destreggiarci valorosamente.
Conte Cadorna E chi sarà garante del giuramento? Non abbiamo un prete.
Generale Capello Il più giovane di noi: il generale Badoglio ne farà le veci.
Tutti Ebbene, sia.
Il Re d’Italia Così, giurate di uccider tutto il nemico?
Tutti Sì, lo giuriamo. Evviva il re!

“Evviva”: parola che non si stanca mai di mentire.

Capitolo 15

Exergo
Verranno gli uomini in tanta viltà che avverrà che altri trionfino sopra i loro mali,
ovvero della perduta loro vera ricchezza: la salute.
Leonardo da Vinci. Il diluvio.


Udine 15 ottobre 1917
Cari genitori, sono stato ricoverato per un giorno all’ospedale militare. Non ve ne fate preoccupazione. Se uno non è moribondo, qui in un giorno è guaritissimo. I metodi energici e sbrigativi di noi ufficiali medici degli ospedali da campo, che abbiamo nell’armamentario farma¬ceutico come unico e invariabile rimedio l’olio di ricino per le indigestio¬ni le lussazioni e per le febbri, qui sono più sofisticati, ma pur sempre al fine di dimettere il malato pronto per essere restituito alla guerra.
Tuttavia, curiosamente, la cosa avviene in questo modo: il soldato che marca visita, “smistato” da un ospe¬dale all’altro, capita in quel tale reparto al quale è assegnata la sua malattia. Per far ciò, nessuna fretta. Passano i giorni a decider una cosa che si può sbrigare in cinque minuti.
Tutto questo previa una sapiente opera prima di selezione e poi di sadica “cura” finché il malato, se non è moribondo o se non era in trincea (il che induce alle più umilianti forme di paziente attesa) implora di essere liberato, di ritornare al fronte, perché è guarito, guaritissimo.
E, sempre con molta benignità, ciò gli è concesso. I medici sorri¬dono. Il malato è felice. Tutti sono contenti. L’ospedale militare è la fabbrica degli uo¬mini felici.
Io, raccomandatissimo dai colleghi ufficiali superiori, ho ottenuto di essere “smistato” immediatamente al¬l’ospedale di Udine, dove lavora lo specialista dell’armata a cui ho affidato il mio caso. Per lo scoppio di una granata che mi ha lasciato miracolosamente con la pelle sana, ho subito una lesione ai timpani per cui sento un curioso fischiettio come se l’aria mi uscisse dalle orecchie. Inoltre dal naso non esce un filo di aria e parlo con una pietosa voce raffreddata.
Inutile ripetere qui le diagnosi che dicono, ad esempio: acufene da trauma acustico, rinite cronica bilaterale con complicazione; a destra da cresta del setto ed a sinistra da ingrossamento dei cor¬netti... Il che vuol dire ronzii spontanei alle orecchie e naso tappato. Il che vuol dire inerte paziente, esasperante attesa, rabbuffi dei medici e degli infermieri, che Iddio li abbia in gloria, tutti quanti. Meglio in trincea, ma io me ne vado. Io me ne vado, anche all’inferno, ma non qui...
Dopo un’ora i colleghi degenti mi avevano già sconfortato, gli infermieri esasperato e i colleghi medici guarito.
I degenti mi hanno raccontato che cosa avviene dei malati: il gior¬no dopo dell’arrivo, prima visita; lo specialista guarda, emette qual¬che suono inarticolato che significa, a “norma delle vigenti disposi¬zioni” e delle “circolari restrittive”: — ma non è nulla! Cosa da ridere! — E conclude:
“Due taglietti e lei è guarito...”.
“ Ma...”
“Eh, caro mio... c’è fretta... bisogna tornare in linea, per dare l’ul¬timo colpetto... ormai, è questione di un colpetto...”.
Ed è il colpetto che preoccupa il paziente.
Dopodichè continua la sapiente opera di demolizione. Passano cin¬que o sei giorni e nessuno lo manda a chiamare. Finalmente, stanco, titubante, l’uomo azzarda, spontaneamente la visita:
“Ah, è lei... bravo... bisogna decidersi, occorre dare l’ultimo colpetto...”.
Si accenna ad un’operazioncella che spaventa, perché, in tempo di guerra, in zona di guerra, gli “esperimenti” non rovinano la fama di nessuno specialista. L’uomo tituba, non si decide, stanca, si stanca, e vien rimandato in linea, per dare l’ultimo colpetto.
Gli infermieri, incarogniti dai turni massacranti, trattano a tu per tu, da padroni inso¬lenti. Tiranneggiano, accordano, negano, non rispondono o rispon¬dono male.
Quando non litigano con gli infermieri, i ricoverati discu¬tono le loro malattie come degli specialisti, con delle diagnosi irte di nomi scientifici e barbarici.
Insegnano le malizie e le frodi. Lottano silenziosamente, disperata¬mente.
Ah — pensa il medico — il risultato è ottenuto, le “norme restrittive” rispettate, il superiore comando contento, tutti contenti: la fabbrica degli uomini felici...
Felici, seppure non manchi qualche divergenza d’opinioni tra colleghi. Ho letto una copia di una sentenza di assoluzione del tribunale di guerra:
“…Il medico del reggimento sostiene che la piaga al braccio destro dell’imputato, a lui ben noto, è di origine sifilitica. Il medico dell’ospedale, invece, dichiara che la piaga è derivata da una scottatura prodottasi dolosamente dall’imputato stesso. Messi a confronto i due medici essi, naturalmente, non si sono messi d’accordo”.
L’ imputato assolto, così, naturalmente, si vede commutare tre anni di sicura galera con la prima linea…
Capitare in un ospedale militare e non essere ferito è un po’ mortificante.
“È ferito?”, chiede una crocerossina.
“No. Polmonite. È gravissimo”.
“Ah…”.
E le dame passano oltre. Non è eroico. Se ne rammarica un ufficiale postale, che guarito, ha potuto rivestire con fierezza la sua “tenuta di guerra”. Ed ha ragione di esserne fiero. Non potrebbe, a lui, scoppiare un pacco postale o una raccomandata? Il bravo collega, quando io gli prospetto questo suo probabile destino, mi rammenta che anche i “postali” hanno avuto le loro vittime: già, un patereccio a un dito, che un postale si pestò timbrandoselo nella fretta.
Malignità? Eh, la malignità è, almeno, una ginnastica intellettuale.

Gli uomini felici. Ve ne sono, qui di felicissimi, nel reparto alienati. Voglio ficcarci il naso, già che il mio vale poco...
Oggi nel pomeriggio mi ci sono intrufolato.
Ho affrontato un gruppo di questi che mi hanno accolto con un sorriso sarcastico ed una do¬manda che mi ha lasciato interdetto:
“Sei venuto per conoscere i savi?”.
Ma uno di essi, privo del braccio destro, ha compreso il mio imbarazzo e mi si è presentato come un collega medico ragionevole. Mi ha detto il suo nome. Ho chiesto:
“Tu? Sei un medico...?”.
Ha risposto:
“Sì. Te ne meravigli? A chiunque può avvenire di trovarsi qui. Ciò, del resto, avviene anche quando meno lo si suppone, quan¬do meno lo si crede opportuno, quando più uno è convinto di es¬sere un savio. E se, appena appena, tu resterai qui cinque minuti con noi, ti domanderai, andandotene: sono costoro i pazzi o lo sono io? Ti dirò, collega, ti dirò, amico carissimo, in qual modo si diventa pazzo. Come vedi io preven¬go il tuo desiderio e la domanda che non osi fare. Si può divenire pazzo rimanendo psicologo. Credo, anzi, che uno psicologo non finisca (o non cominci?) altrimenti. Or ecco, amico, come si diventa pazzi, o, almeno, come lo sono diventato io. Il quale io, benché la mia classe di leva non fosse in linea, fin dall’inizio della guerra ho chiesto di battermi e mi sono battuto, coerente al mio pensiero ed alla mia azione di interventista. Probabilmente tu penserai che ciò era già un evidente segno di pazzia. Ne convengo, se vuoi, a patto che tu convenga che, almeno, che è stata una pazzia collettiva e che dovremmo essere in parecchi qui...
Ti dice¬vo, anche, che mi sono battuto. Inutile invece che ti dica che la guerra scientifica, meccanica, ha ben presto smorzato in me ogni entusiasmo. Lo sai anche tu: non c’è nulla di peggio di un reticolato e una mitragliatrice per ovattare lo slancio. E convieni che non è un’ovatta comoda il reticolato di ferro spinoso... Comunque, coerente, mi sono continuato a battere. Sul Trentino e sul Carso, in venti combattimenti, guadagnandomi due proposte di medaglia al valor militare. E, lentamente, per ragionamento, per deduzione, per eliminazione sono venuto alla conclusione che non dovevo credere a nessuna idealità, perché la guerra è un groviglio di passioni, di interessi, di mercati, di danaro, di carriera, di ambizioni. Il delitto ele¬vato a virtù. Le più basse passioni che ringagliardiscono all’ombra di una bandiera. Mentre il ragionamento arriva a questa terribile con¬clusione, il sentimento è ogni giorno premuto urtato violentato da mille contatti, da mille conoscenze, da mille particolari miserevoli che, rapidamente, ecco, ingigantiscono e si sovrappongono alla luce ed ai colori...
Allora viene il momento in cui, quando ti si dà l’ordine di uscire di pattuglia spingendoti a centocinquanta metri dalle trincee, mentre sai che quelle nemiche distano trenta dalle nostre, tu ti chiedi se chi ha ordinato ciò è pazzo o imbecille. Siccome, solitamente, chi ti dà un ordine è un tuo superiore, farai opera disciplinata se concluderai, per rispettosa esclusione, che l’ordine è pazzesco. Se oserai dirlo forte risponderanno: “Perché osa dirlo, il pazzo non può essere che lui”. Così ti formi una fama. E un giorno, in cui tu sai di essere condan¬nato alle famose ondate di uomini, quelle che debbono seguirsi come i flutti del mare, finché, a furia di infrangersi contro l’ostacolo, lo in¬frangono, tu osi proclamare a te stesso la sublime necessità, di fronte alla morte, di levarti la vernice del convenzionalismo sociale, della educazione che falsa la natura umana, senti l’imperiosa volontà, in¬somma, di parlare. Con la fama già creata e la verità conclamata, lo stato di pazzia ti è decre¬tato. E allora finisci qui...
Come si sta qui? Bene, amico. Te ne faccio l’augurio, perché sei simpatico... Bene, ti dico. Cessi di far l’ondata, irrimediabilmente. Un professore più pazzo di te (scusa, più pazzo di me) ti visita, ti cura (dice lui!) e, finalmente, ti manda fuori di dove, di visita in visita, farai sei mesi di congedo e sei di manicomio. Ed essere pazzo, credilo, è facile. Occorrono piccoli mez¬zi. Basta che tu dica che non lo sei e quando indovini l’occhiata iro¬nica e il gesto compassionevole e il pensiero stupido del professore, che tu sostenga con più calore, con più energia, con più ragione, che non lo sei, che lo sei meno di lui, meno di tutti... Allora, solennemente, si decreterà: “Sentite? Nega di esserlo! Dun¬que è pazzo!”.
Lasciamo al savio d’Annunzio e alle poderose artiglierie l’urlo della nuova saggezza: “Passa la morte!”.
Lasciamo ai giornalisti scrivere, anziché del ferito massacrato dal cannone, che per poco il cannone venne massacrato dal ferito.
– Animo, guarirete, dissi io…
– Guarirò? Da che? Io sto benissimo!
– Coraggio, vi manca un braccio…
– Che dici? È il braccio al quale manco io!
– … e avete una scheggia di granata piantata nel costato.
– Diamine, la povera scheggia non sapeva dove andare e le ho offerto ospitalità, così potrò dire che, perduto un braccio, l’ho sostituito con un frammento di proiettile. E non insista a dire che sono ferito, perché potrei restarci male e morirne. Morire… intendiamoci, per modo di dire… tanto perché lei possa citare il poeta:

Onde ora avendo a traverso tagliato
Questo Pagan, lo fe’ sì destramente,
Che l’un pezzo in su l’altro suggellato
Rimase senza muoversi nïente:
E come avvien quand’uno è riscaldato,
Che le ferite per allor non sente,
Così colui, del colpo non accorto,
Andava combattendo ed era morto;

E scorso nella folta de’ Cristiani,
Menò parecchi colpi alla ventura;
Tutti i suoi membri aver credendo sani,
Menava a più poter senza paura:
E cadde il busto sopra la cintura,
Proprio ove la persona era ricisa,
E fe’ morir chi il vide delle risa.

E chiedo io, a te, se un uomo che vuole la guerra non è pazzo. Se colui che la subisce non è pazzo... Se tutto il mondo è pazzo o lo sono io... Se io lo sono o lo sei tu...
Via, amico, convienine... sei turbato e tu stesso te lo chiedi... E andandotene di qui te lo richiederai. E il pensiero ti turberà. E se il turbamento durerà, sarà la pazzia... Il che ti augu¬ro, perché mi sei simpatico e non mi hai l’aria, tu, di essere un uomo allegro, nelle ondate... Avrai allora il sommo vantaggio di dire quello che ti piace e, sopra tutto, quello che pensi. Io, ad esempio, dico forte che Luigi Cadorna, conte e cavaliere di gran croce, è un imbe¬cille. Un generale imbecille, anzi. Il che è più grave. Tu non lo puoi dire e non lo dici... Di qui il tuo svantaggio di savio... Ma lo pensi... No è vero che lo pensi?”.
Il pazzo insisteva. Non è prudente contrariare un pazzo. Ho am¬messo e non ammesso, con una risatina.
Allora l’uomo mi ha guardato. Si è piantato saldamente sulle gambe larghe, ha fissato i miei occhi con uno sguardo fermo lucido dominan¬te. Ha detto:
“Sei un ipocrita tu. Neanche a un pazzo dici la verità... Va, sei un savio. L’ipocrisia è vostra...”.
Ed ha sputato a terra, con solennità, verso di me in un atto di presunta libertà.
Ebbi l’impressione che proclamasse la libertà di non morire per un proiettile.


Capitolo 16

Exergo
O gran bontà dei cavalieri antiqui
Eran rivali, eran di fè diversi,
E pur per selve oscure e calli obliqui
Insieme van senza sospetto aversi.
Ludovico Ariosto. Orlando furioso.

Gabrie, 21 ottobre 1917

Custode della risposta, Dio non tollera che la domanda, che gli procura peraltro fastidi. La mia libertà sta nella domanda. È in un continuo porre questioni. Domandare è inoltrarsi talora nella strada della disperazione dal momento che non sapremo mai ciò che cerchiamo di imparare. La conoscenza sta nella consapevolezza che ogni giorno si imparerà, in fin dei conti, qualcosa con uno sbaglio; perché l’errore, anziché il tutto sapere, è l’ala della fede che ci sostiene in volo; altrimenti, conoscendo tutto, come potremmo intraprendere un viaggio?

Giungono le direttive dal Comando d’Armata. Capello ordina:

Premesso che si vanno ripetendo voci dal campo nemico che farebbero credere che il nemico stesso abbia intenzione di fare una prossima offensiva e che peraltro “non vi è nessun serio argomento per ritenerla certa”, raccomando che la difesa si debba iniziare fino dalle prime linee con la massima energia, ma che sulle prime linee non si debbano esaurire le nostre truppe. Si basi la difesa su contrattacchi da eseguire sui fianchi del nemico in modo da attanagliarlo nelle zone nelle quali egli fosse riuscito a sfondare. Non bisogna dimenticare che spesso l’offensiva nemica, “arginata e paralizzata”, può dare favorevole occasione per una grande azione controffensiva a partenza dalla Bainsizza. Tanto più che in questo momento abbiamo notevole superiorità morale sul nemico.

Cadorna, dalla sede del Comando Supremo ben lontana dal fronte, un volta ordinata la difesa a oltranza, approva in linea di massima e aggiunge:

La difesa delle linee avanzate sia affidata a poche forze, facendo affidamento sui tiri di interdizione e di sbarramento delle artiglierie.

Dialogo tra due seppie.
Per salvarsi si accecano.



Gabrie, 22 ottobre 1917

Il comando ora ha conferme inoppugnabili. Il nemico uscirà dalla testa di ponte di Tolmino e dalla conca di Plezzo, ma Cadorna non è convinto che tenterà una manovra a tenaglia per un aggiramento strategico. Pensa a una finta e che l’attacco decisivo avverrà sul basso Isonzo e sul Carso.
Importanti movimenti di truppe si intuiscono di fronte a noi. Due dei nostri esploratori catturati da una pattuglia austriaca. Meriterebbero una decorazione perché “penetrarono a viva forza nella linea nemica”.

23 Ottobre 1917 ore 7.00

Oggi il gioco è praticamente allo scoperto.
L’artiglieria di Badoglio, 700 pezzi puntati su Tolmino ricolma di nemici, non spara. Si vogliono risparmiare le munizioni.
Si può far strage del comico. Nessuno pensa a sopprimere il ridicolo.
Cadorna ha afferrato la possibilità di un equivoco con Capello. Si sono incontrati. Il generalissimo ha fissato, senza possibilità di fraintendimenti, i suoi concetti: “Nessuna controffensiva strategica dalla Bainsizza. Le truppe vanno impiegate solo in una tenace sbarramento attivo su tutto il fronte”.

Quale coperta copre ancora l’uomo, il suo corpo nudo?
Capello forse ha capito che ora è troppo tardi per rimediare allo schieramento controffensivo troppo avanzato al di là dell’Isonzo, già disposto all’insaputa di Cadorna.
China il capo, cade ammalato e si fa ricoverare a Padova.
La sua angoscia si consacra e si muta in una certezza negativa che distrugge l’immunità.
Dio è immunità fintantoché è una domanda che ci conduce a lui, attraverso il fare secondo l’occorrenza. I capi vedono solo dinanzi il nemico da battere, allora cedono sull’essenziale, preparando una difesa conformista, senza intendersi sulla strategia. Senza la parola.
Con una delega cieca.


Si racconta di un incontro tra i capi dopo un’ispezione tardiva nel fondovalle:
– Foni, Foni, Foni! La porta di accesso a Caporetto: doveva essere sbarrata! Avete alterato i miei ordini!
Mio padre ha conquistato Roma e ora a me tocca perderla!
– Non si preoccupi Eccellenza, ci resta sempre la manovra, risponde Capello.
Anche Badoglio ha rassicurato Cadorna, ridendo:
– Mi sono ricordato di preparare un gran campo di concentramento per i prigionieri.
Cadorna se ne va scuotendo la testa…

Dormono all’ombra dell’albero genealogico e il mondo cambia; un mondo che riverserà il peso sulle loro spalle e che affronteranno al loro risveglio.

– L’Orlando è divino! Sentenzio dopo aver declamato alcuni versi di Ariosto ai colleghi.
– Meriterebbe di diventare capo del governo!, ribatte un collega.
– Capo del governo, obietto, è forse troppo. Ma capo dell’esercito…
– No, sua eccellenza non ha cultura militare, ma è certamente il più grande uomo politico che abbiamo.
– Un politico? Orlando?
Chiarito l’equivoco con una risata, ci scambiamo altre notizie.
Pare che Badoglio, d’intesa con il suo mentore Capello, voglia attirare ad arte il nemico, grazie alla fragilità della prima linea, in una trappola a Volzana di fronte a San Daniele e a Tolmino, aggredirlo con l’artiglieria incavernata sui monti e chiuderlo in una mortale sacca.
Il marchese del Sabotino, conquistato scavando cunicoli per raggiungere di nascosto le caverne austriache, si crede Annibale. Si ritira per contrattaccare. Si indebolisce il centro del XXVII e si vorrebbe avvolgere il nemico con le ali…
Ma alle ali non c’è la cavalleria numida. C’è solo l’anchilosi da trincea.

Una vespa s’era invaghita d’una talpa.
Diceva la vespa: amore mio, come sono graziose
le tue zampine che scavano, scavano senza posa.
Ma chi può intendere le parole d’una vespa?
Una talpa certo no,
per di più, ci vede poco.


Capitolo 17

Exergo
Cani, lupi e botte, vanno fuori di notte.
Proverbio

M. Vodil, 23 ottobre 1917, ore 17.00

In osservanza ai disegni del Comando Supremo, Capello da Padova “Guarda gli eventi con serenità e fiducia” e proclama:

Ora il tempo stringe, anzi manca. Ciascuno abbia la persuasione che l’Armata è incrollabile, che dall’azione nemica noi trarremo vantaggio… Tutto abbiamo preparato e non ci mancherà la vittoria.

Offerta di armi e buoi ai vincitori.
Cavalli in corsa per la vittoria sollevano la polvere di strada.
I passanti chiudono gli occhi e i cavalli non vanno lontano. Girano in tondo, come al circo.
Truppe stanche e confuse: grandi masse non sanno come disporsi; nei comandi di norma, arrivato l’ordine, si aspetta sempre il contrordine.
Così, in una ridda di voci, ci avviciniamo all’ora dell’attacco.
E l’opportunismo suggerisce omertà e complicità.
La parabola riecheggia tra queste cupe valli, ma non giunge a destinazione.
Esiste un ordine dell’omertà, con i suoi professionisti, profeti e sacerdoti.
Là dove uno sguardo può ancora posarsi, dove un orecchio può ancora ascoltare e intendere, e oltre che udire, dove le dita possono ancora sorprendere, si alza un muro, un muro dalle qualità straordinarie: ti restituisce tutto addosso come se fosse di gomma.


Il nostro momento è arrivato: il colpo di maglio si abbatterà qui, sotto di noi alla giuntura sull’Isonzo tra il nostro IV corpo e il XXVII, dove ognuno crede che ognuno ci pensi.
Su di noi, qui, nel cosiddetto “fronte della salute”, dove abbiamo goduto di una posizione tranquilla in confronto ai terribili massacri del Carso.
Il comandante Cavaciocchi è un buon uomo, studioso di storia militare, non avido di onori conquistati con attacchi insensati. Mentre Cavaciocchi è inquieto per la scarsa consistenza del nostro settore, Capello non lo stima perchè fa poca bagarre, cosicché gli ha affiancato un “duro”, un colonnello incline a trasformare in comiche disposizioni vessatorie i suoi suggerimenti bonari.
Un giorno, poiché un capello (sì, proprio un capello…) aveva causato un’infezione mortale a un ufficiale, costui ha disposto che tutti i soldati del corpo d’armata subissero la tosatura.
Alle porte di Caporetto ci si ferma ai cartelli: “Alt, taglio a zero per tutti!”.
Questo colonnello è una creatura di Capello e ben si guarda da contraddirlo:

Il nemico ha preannunciato l’attacco da qualche giorno, ma invariabilmente lo rimanda. Sfido io, con questo tempaccio. Me ne dispiace perché vorrei che provasse a rompersi il muso. Abbiamo delle posizioni imprendibili e il nemico ha un programma assurdo. Cose incredibili, vorrebbe essere alle 15 del pomeriggio a Caporetto e nella sera marciare su Cividale!

Diffida di coloro che attendono con impazienza sulla soglia di una porta aperta: cani al guinzaglio, cani inquadrati.
Questi cani e i canarini muoiono. Muoiono in perfetta autonomia.

Poco lontano, sulle cime, fra le nuvole, sta l’assemblea degli ignari che li seguiranno.
Il tempaccio!
Tempo da lupi della steppa.


Capitolo 18

Exergo
Il sacco, vuoto, non si regge
Luigi Pirandello

Gabrie, 24 ottobre 1917

Ora X, le 02.00. Puntuale, inizia il concerto. Acqua e latte ribolliscono al fuoco.
Spettacolo terrificante: tutte le linee telefoniche sono sconvolte e interrotte dal bombardamento nemico e la nebbia!, la nebbia che si mescola con il gas asfissiante. La pioggia e la nebbia impediscono ogni comunicazione tra comandi e prime linee.
La confusione è totale e l’artiglieria di Badoglio tace!
L’ordine era di aspettare il suo segnale per non sprecare munizioni! L’ordine non arriva e nessun comandante di batteria si prende la responsabilità di sparare almeno sulle trincee nemiche già inquadrate.
L’artiglieria è innamorata di se stessa. 700 pezzi muti.
Muti.
Non si ha mai la meglio con la morte al gioco degli scacchi e Badoglio gioca con la mentalità della sua casta. Nel sacco ci è finita la sua testa insieme con la nebbia.

Gabrie, 24 ottobre 1917 ore 04.00

Gli scoppi del tiro di distruzione e il sibilo delle granate a gas sono assordanti. Mia adorata, queste sono forse le mie ultime righe.
Tra poco... ho l’ordine di scendere col mio reparto nelle trincee a Mulini di Gabrie, lungo l’Isonzo: di lì passerà l’orda inarrestabile.
Resistere per la vittoria!



Attaccati a queste idee come insetti ad una lampada.
Senza poter fuggire. Come fiori secchi sulle pagine di un’antologia.
Per vivere occorre trovare altre parole. Mille, le più strane, perché cessino di essere mortali. E ciò implica voli incessanti e vertiginose cadute.
Se morirò e il mio corpo sarà ritrovato, affidalo all’acqua di questo fiume.
Un po’ di sabbia sarà per un istante appartenuta ai resti di un libro calcinato.
Il fuoco e l’acqua di questo fiume io forgeranno la memoria.
Per chi troverà la chiave.
Un libro è sempre di storia.
Un bacio ai bambini.
Addio.

Capitolo 19

Exergo
Lo fa lavar Astolfo sette volte,
e sette volte sotto l’acqua l’attuffa;
sì che dal viso e da le membra stolte
leva la brutta ruggine e la muffa.
Aveasi Astolfo apparecchiato il vaso
In che il senno d’Orlando era rinchiuso;
e quello in modo appropinquogli al naso
Che nel tirar che fece il fiato in suso,
tutto il votò, meraviglioso caso!
Che ritornò la mente al primier uso.
Ludovico Ariosto. Orlando furioso.

Udine, 28 ottobre 1917

Sono vivo, vivo!
Creduto morto e calpestato dai figli di Arminio.
Sono sciamati a Caporetto, alle 14 e 45. Questi tedeschi! Troppo in anticipo sul previsto.
I tosatori di capelli erano in libera uscita nella casa di tolleranza.


Non c’è scrittura senza inganno e tuttavia essa è cammino di Dio.
Non puoi affermare ciò che vogliono i tuoi passi, dove ti conducono.
Non si sa mai dove inizi l’avventura; in apparenza comincia in un certo luogo e procede da qualche parte più in là, seguendo un filo, in un punto preciso; a una certa ora, un certo giorno.
Ho attraversato il sogno e il tempo. Per chi vedeva – ma i sordi non vedevano – ero un nomade disperso nella nebbia in una notte di tempesta e giungevo dove mai ero stato, come Nessuno, altrove, in un’altra Itaca.
Qualcuno ritroverà il filo del mio racconto?


Chi ritroverà quel filo di lì in avanti sarà solo. Proverà, quando sarà la sua ora, la forza che il nome gli dà verso il nulla al quale è costretto a rispondere.
Nell’immensità dell’oceano il suo viaggio.
Su di lui ricadrà l’oltraggio del Libro.

Devo la vita a un tronco d’albero e al fiume. Aggrappato alla corrente, gli ho chiesto di esaudire le lacrime e il sudore e l’acqua mi ha riportato alla vita. Come il fiume, non ha inizio e una fine: sta in ciò che incomincia. Sta nella generosità che placa la sete.
Acqua che rinunciando a sé mi ha condotto oltre i morti, verso la solitudine per cui è diventata un lago, verso il dolore per cui è diventata il mare. Il mare confidente del mare e testimone del cielo.
Infinito.
Se il mare non fosse dolore, che ne sarebbe dei naviganti?
Trattenuto il respiro, fermato il pensiero, ho trovato il cammino nel flusso che scorre tra le sponde nemiche e separa il fango dal fango.
Dove il fiume restringe, accresce la forza sulle sponde.
Ma di chi è la responsabilità dell’angustia?
Ciottolo dopo ciottolo, nel viaggio, il fondo riemergeva e nella notte crivellata di agnelli, potevo sentire il soffio tra i rami della foresta addormentata; il vento che poi cavalcava le onde, nella notte senza luogo.
Infine mi ritrovai diviso da me stesso.

Il mio racconto nasce dal fiume.
Molti fratelli lo hanno perduto.
Molti vi hanno versato lacrime.
Vi restituisco la sua direzione.
Non più conoscenza, né discorso.
Lasciate che un’altra lingua assolva il ruolo di capitano.
Parole tra mani e pupille.
Concedete l’opportunità ai rematori
e al capitano che non sa dove andare.
Costruite sull’acqua: inutile ogni fondamento.
Temete di ritrovare la terra.

Voi madre, avete affidato al giorno pagine di carne e parole balbettate da affidare a Zefiro.
E tuttavia vi frapponevate al vento per amore, mentre cercavo di muovermi a qualche metro dal suolo che mi era contestato.
Nessuna portanza nelle mie ali impazienti, perché mi donaste solo ciò che avevate.
Ora, lavato dal ricordo opprimente, solo ora posso mostrarvi quel che c’era oltre la porta: la porta della stanza di cui avete nascosto la chiave.
Mi seguite a fatica? Non desistete. Anche voi, ricordate, siete nel Libro.
Anch’io spesso ho tentato di desistere. Ho pensato che non sarei mai uscito vincitore da questa lotta.
Giacobbe rimase solo mentre attraversava il guado.
Ed ecco che un uomo lottò contro di lui fino a vincerlo e allora lo percosse nel cavo del femore; e il cavo del femore di Giacobbe si lussò, mentr’egli si abbracciava con esso.
Gli domandò colui: “Qual è il tuo nome?”.
Rispose: “Giacobbe”.
Giacobbe allora gli chiese: “Dimmi il tuo nome, ti prego!”.
Gli rispose: “Perché chiedi il mio nome?”.

Il Libro è opera del Libro. Il pianeta esiste perché il Libro esiste, perché esistere è crescere col proprio nome perdendo il possesso di se stessi.
Nel guado ho ritrovato la chiave.
Che significa?
Nulla.
È un se-greto.



Capitolo 20

Exergo
Colui che seguita con disordine il nimico poi ch’egli è rotto,
non vuole fare altro che diventare di vittorioso perdente.
Niccolò Machiavelli. L’arte della guerra.

Conegliano, 3 novembre 1917

Finalmente la manovra! Una rapida fuga dietro la linea del Piave per evitare l’accerchiamento di quattro armate. Il ripiegamento è ordinato e ora il nemico dà segni di minor slancio.
Ci siamo entrambi liberati della promiscuità feroce delle trincee. L’aggiramento strategico è stato geniale, ma non lucido l’inseguimento: il nemico ha avuto paura del vuoto che si è aperto improvviso dinanzi.
L’esercito corre ad assestarsi su un fronte raccorciato, per resistere. Il solo inconveniente della manovra è che bisogna marciare, sempre marciare.
Uno squadrone di cavalleria ci ha superati e un gruppo di sbandati si è fermato per lasciarlo passare.
– Beati loro che stavano a cavallo! “La guerra dei signori”, gridavano i soldati agli uomini in sella.
– Beati voi che potete camminare. Noi sempre a cavallo, sempre a cavallo. Non poter muovere le gambe. Dover faticare per sé e per il cavallo. Ma chi sta peggio di noi!

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo...”

Poco dopo è sopraggiunto un convoglio di profughi, di chi ha perduto tutto l’avere. Su di un carro una vecchia, una giovane madre, due bambini e un vecchio contadino. Si è fermato e il vecchio ha chiesto ai soldati da fumare.
Uno dei miei uomini, un contadino del sud, gli ha regalato tutto il suo tabacco. I compagni l’hanno imitato.
Il vecchio, incredulo, ha chiesto: “E voi che fumerete, ragazzi?”.
In risposta, uno dei soldati ha intonato una canzonetta, e la colonna ha continuato a marciare.
Dio libera i poveri con l’afflizione, gli apre l’udito con la sventura.
E vuole che cantino insieme un bel pezzo allegramente, a conto del gran patire che hanno fatto.
Al ricco che vantava la propria fortuna, il saggio disse: “Rallegrati per la tua generosità”.
Al povero che piangeva per la propria sfortuna, il saggio disse: “Ti compiango per la tua avidità”.

Capitolo 21

Exergo
Poiché anche per l’albero c’è speranza:
se viene tagliato, ancora ributta
e i suoi germogli non cessano di crescere,
ma l’uomo che giace più non s’alzerà,
finché durano i cieli non si sveglierà,
né più si desterà dal suo sonno.
Libro di Giobbe


Monte Grappa, 14 novembre 1917

Miei cari, sono stato comandato ad un reggimento destinato a bloccare l’avanzata austriaca su questo massiccio sovrastante il Piave, il fiume diventato cardine della nostra difesa. Ricomincia la guerra di posizione. Durante un turno di riposo in retrovia, nell’ospedale da campo, ho ritrovato il mio colonnello.
– Cosa le avevo detto? Ha cominciato a bere dalla solita bottiglia, e a raccontarsi.
– Guerra, ancora guerra di trincea. C’è da impazzire!
Io mi difendo ancora bevendo. Altrimenti, sarei già al manicomio. Veda, io ho una lunga esperienza. Non è l’artiglieria che ci tiene in piedi, noi di fanteria. Al contrario. La nostra artiglieria ci mette spesso a terra, tirandoci addosso.
– Anche l’artiglieria austriaca tira sulla propria fanteria.
– Naturalmente. La tecnica è la stessa. Abolisca l’artiglieria, d’ambo le parti, la guerra continua. Ma provi a abolire il vino e i liquori. Provi un po’.
– Io ho già provato...
– Trascurabile e disdicevole fatto personale. Ma estenda l’esempio come ordine, come norma generale. Nessuno di noi si muoverebbe più. L’anima del combattente di questa guerra è l’alcool. Il primo motore è l’alcool, perciò i soldati, nella loro infinita sapienza, lo chiamano benzina. Legge ancora Omero? Io adoro l’Odissea, perché in ogni canto arriva un otre di vino.
– Vino, non liquori.
– Già, osservò, è curioso. È veramente curioso. Né nell’Odissea né nell’Iliade, v’è traccia di liquori.

Eravamo un po’ a Troia e un po’ sul Grappa. Lo vedo ancora, con un sorriso assente, tirare, da una tasca interna della giubba, una bottiglia d’acciaio, copricuore di guerra, svitarne il tappo e portarne l’apertura alla bocca.
– Tuttavia... Ripeté, tuttavia... Se Ettore avesse bevuto un po’ di grappa, della buona grappa, forse...
Anch’io immaginai per un attimo, Ettore, fermarsi, dopo quella fuga affrettata sotto le porte Scee, slacciarsi, dal cinturone una borraccia e bere, in faccia a Achille.
– Lei è un melanconico, proseguì. Ha l’habitus della persona triste e sta camminando sull’orlo di un burrone. Al primo colpo che riceverà cadrà in una vera depressione, ma – vedrà – io le farò passare ogni male.
E mi prescrisse un estratto alcolico di valeriana per i nervi.
Io risi della sentenza.
Il mattino dopo ero fuori servizio. Di buonora, mi misi in spalla un cavalletto, i colori e una tela e mi avviai lungo una larga strada bianca che presto divenne un ombroso e ripido sentiero di fango scuro in un bosco di abeti.
A un bivio il sentiero restrinse i suoi bordi attorno alla radice di un albero che non vidi cosicché vi inciampai. Restai qualche minuto a terra incapace di rialzarmi, costretto tra il fango e gli attrezzi. Percepii il pericolo di restare bloccato, ma senza affanno mi lasciai scivolare finché non riuscii ad aggrapparmi a un ramo di faggio e a rimettermi in piedi.
Quindi procedetti lungo il bordo del sentiero e a passo sicuro giunsi sull’orlo di un precipizio. Posai a terra il cavalletto e la tela e dipinsi una caravella con le vele tese dal vento che increspava il mare.
Il sole si era nascosto dietro la cresta dei monti mentre i colori si mescolavano sulla tavolozza. La guerra era lontana.



Capitolo 22


Exergo
Noi discerniamo che le cose
fluiscono nell’infinito
e la vecchiezza le sottrae ai nostri occhi.
Ciò che si distacca,
sembra diminuire ciò da cui si allontana,
ma laddove giunge dà crescita.
Quelle cose invecchiano,
queste al contrario fioriscono, e non si arrestano là.
Così la memoria delle cose si scrive,
e gli umani vivono di vicendevoli scambi
e, simili a corridori, si trasmettono la fiaccola della vita.
Lucrezio. De rerum natura.

M. Grappa. 20 novembre 1917

Scrivo seduto al tavolo della vita, nella notte insonne. Tutt’intorno, niente è reale. Fuori, l’oscurità dissolve i suoi orizzonti. Allarga le frontiere.
Le orecchie ascoltano tanti secoli.
Per chi racconta, la scoperta di ciò che scriverà ha insieme del miracolo e della ferita. Camminare da Troia per millenni, per giungere in un luogo che non c’è. I combattenti del Grappa non sono mai stati qui, ma altrove; e non riconosco né un prima, né un dopo. La scrittura, un passaggio dalla notte al giorno così rapido che non può essere fermato e compreso. Ciò che rimane della parola sono i rami con le foglie verdi o seccate, i fiori, i frutti, pronti per la traduzione.
La montagna in fiamme non ha confini. Ogni parola, come ogni proiettile, ogni urlo che vola da qui, sia che giunga a segno o prosegua la corsa, non parte dal confine estremo. Nessun luogo del limite estremo.

M. Grappa, 30 novembre 1917

La battaglia di arresto è vinta. Vinta da naufraghi attaccati a una tavola. L’eternità ha inciso nel vivo della loro pelle le sue onde misteriose.
L’immunità non ha spiegazioni. Forse è una guerra senza scacchiera. Né bianca, né nera.
Il Libro non racconta che questo.

Ora foglie secche, ora granelli di sabbia che il vento integra in un turbine invincibile.
Leggete. Leggete ciò che pare la vittoria del deserto sui granelli di sabbia e poi, – enigmatico rovescio — la vittoria dei granelli di sabbia sul deserto.
La rivoluzione non è un cerchio, né un’ellisse.
È il crollo della superstizione.

Non sì pietoso Enea, né forte Achille
fu, come è fama, né sì fiero Ettorre
e ne son stati e mille e mille e mille
che lor si puon con verità anteporre.
Omero Agamennon vittorioso,
e fè i troian parer vili et inerti
e che Penelopea fida al suo sposo
dai Prochi mille oltraggi avea sofferti.
E se tu vuoi che ‘l ver non ti sia ascoso
Tutta al contrario la storia converti:
che i greci rotti, e che Troia vittrice,
e che Penelopea fu meretrice.


Dubiti ancora del miracolo?
Gesto divino?
No. È ciò che segue un patto d’alleanza.
Nessuna pietra di confine designa l’ignoto
né frontiere limitano l’infinito del fare.
Quaggiù, il Paradiso, dove l’assoluto non essere crea l’abbondanza.
Non più Diluvio, né l’arca degli eletti.

Ora il veleno è esaurito.
Il vento mi ha posato dov’ero, qui, dove risuona il mio nome, in questo punto del foglio.
La mia novella nell’eterno istante, è quella delle lettere dell’alfabeto, della ricerca del Verbo.
La fiaba del Paradiso da cui non si è mai cacciati. Il premio del non sapere.
Come è andata? La verità, sorella dei granelli di sabbia, forse è la sola a saperlo.
Stava nel ciottolo del fiume che, triturato, dai monti è giunto al mare ove ha incontrato altri grani di sabbia.
Il Libro: scrigno di parole, il cui crepuscolo e la cui alba — oh, valore di quella chiave mai perduta! — furono la ricchezza.
Ora potrò trasmetterla con un sorriso, grazie alla piega su questa una pagina.

Capitolo 23

Exergo
Le penne leveranno gli uomini, siccome gli uccelli, verso il cielo.
E gli uomini si sosterranno in volo con le penne.
Leonardo da Vinci. Il diluvio

Fischiava il treno in partenza verso il tempo che non finisce e l’ufficiale decise di lasciare in eredità a ciascun soldato la parte più preziosa del suo patrimonio: un mucchio di fogli imbrattati dal fango della trincea.
Riunì i soldati attorno a sé e disse loro: “La polvere di questo monte è fumo delle nostre penne”.
Era giunta per lui l’ora di stampare il manoscritto.
Lo prese tra le mani, non per rileggerlo, ma per un sereno saluto, pagina dopo pagina, ai vocaboli che lo fissavano inquieti.
Un sibilo lo distrasse.
All’improvviso tutte le stelle del cielo si accesero e frammenti leggeri si proiettarono verso l’ubiquità delle galassie.
Solo la scacchiera restò immobile.

Così si concluse il racconto del ciliegio.

– Uffa! Di questa favola non ho capito niente. L’intreccio è come quello dei tuoi rami e la salita non finisce mai, riprese a brontolare il serpente.
– Al solito, tu interpreti e giudichi secondo ciò che vedono i tuoi miopi occhi.

Ciascun nodo dell’albero è alleanza.
La parola si svolge tra terra e cielo
come la radice sale alle foglie
dove i libri si scrivono e i frutti si colgono.

– La favola non è mai finita. Il cammino sembra tracciato, e qualcosa ci allontana dalla meta prefissata, smarrite le abitudini, verso l’altrove dove mai siamo stati, ma forse eravamo.
Il passaggio attraverso il patto e l’inganno, le mani senza eco sono cose prive di significato alla visione, e verità e giustizia si intendono con l’ingenuità di un bambino, concluse l’albero.

Capitolo 24


Exergo
La sua testa è di fin d’oro formata
e puro argento son le braccia e’l petto,
poi è di rame infino a la forcata;
da indi in giuso è tutto ferro eletto
salvo ch’el destro piede è terracotta;
e sta ‘n su quel più che ‘n su l’altro eretto
(Profezia del Profeta Daniele da Dante, Inferno XIV, 103-111)

Dopo alcuni giorni l’uomo e il bambino, accompagnati da un cagnolino, si fermarono all’ombra del ciliegio.
Il vento di maggio andava e veniva tra le foglie spargendo per il pianeta i capitoli del racconto.

Ad un tratto il cane vide la coda del serpente che penzolava da un ramo e si mise ad abbaiare e a saltare per afferrarla. Allora il serpente si distese e raggiunse con insospettata agilità, data l’età avanzata, la cima dell’albero e nel far questo gli sfuggì a terra la chiave.
Il cagnolino si accontentò di addentare la chiave e di porgerla uggiolando all’uomo.
Questi la raccolse e la intascò senza stupore, quasi fosse un oggetto appena smarrito sul prato.
Zitto, il bambino allungò le mani verso i rossi frutti e, volto lo sguardo al cielo…

Vide passare un gran destriero alato,
che porta in aria un cavaliero armato.
Grandi eran l’ale e di color diverso
E si vedea nel mezzo un cavaliero,
di ferro armato luminoso e terso;
e ver ponente avea dritto il sentiero.
Calossi, e fu tra le montagne immerso.
Volando, talor s’alza ne le stelle,
e poi quasi talor la terra rade.

Il cagnolino, al richiamo dell’uomo che intendeva rientrare a casa, lo guardò con i suoi neri occhi impudenti da zingarello randagio e girò il musetto di scatto verso la parte opposta all’auto parcheggiata, rivolto verso la chiesetta di S. Daniele.
Allora i tre ripresero il cammino verso l’Isonzo, lungo la strada che da Gerico porta a Gerusalemme.
Il cane guardava interessato le greggi che incontravano nei pascoli. Il bambino gustava le ciliegie, ne lanciava in aria i noccioli e sognava di volare. L’uomo si domandava a che punto del viaggio avrebbe incontrato il buon samaritano. Sognava di far parte di una batteria e che, al solito, la nostra artiglieria tirava sulla nostra fanteria ma, chissà perché, nessun colpo esplodeva. Mentre calava il crepuscolo, con una mano rigirava la chiave nella tasca mentre con l’altra si asciugava furtivo una lacrima. Ad un tratto il cane iniziò a ringhiare e abbaiare e si mise ad inseguire come un veltro qualche selvatico nell’oscurità del sottobosco. Padre e figlio affrettarono il passo.






Dichiaro che questo testo è proprietà intellettuale di L. G., alias pesciolino55
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Dichiaro che questo testo è proprietà intellettuale di D. G., alias pesciolino55 SONO GRADITI I COMMENTI DI CIASCUNO DEI LETTORI. IL TESTO E' DIFFICILE, LO SO , MA RIGUARDA CIASCUNO DI NOI L. G. I CILIEGI DI GABRIJE Racconto A mio padre e a mio nonno, artiglieri Ai miei figli, che...
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18/07/2012 16:24:36
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