Ricapitolando

30 luglio 2020 ore 17:25 segnala
Forse è il caso di ricapitolare.

Ieri il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è andato in Senato (e oggi alla Camera) a riferire come sempre al Parlamento sulla proroga fino al 15 ottobre dello Stato d’emergenza.

Una lezione di diritto e di senso delle istituzioni di 30 minuti durante la quale, citando leggi, articoli, procedure, norme costituzionali, il premier ha detto sostanzialmente tre cose che anche un bambino delle elementari capirebbe:

1. Il virus in Italia è sotto controllo, ma non se n’è andato. I contagi e i decessi sono scesi, ma non sono magicamente spariti.

2. Lo Stato d’emergenza non significa un nuovo lockdown, ma serve, semmai, proprio per scongiurarlo.

3. Se sospendiamo lo Stato d’emergenza adesso, non solo non saremo in grado di reagire tempestivamente in caso di una seconda ondata, ma butteremmo a mare anche il lavoro fatto sino a questo momento.

Solo che dall’altra parte non ci sono bambini delle elementari, ma la peggior opposizione della storia repubblicana. Che, da ieri sera, ulula alla luna, neanche ci trovassimo con l’esercito pronto a marciare su Roma.

“Deriva liberticida” grida Giorgia Meloni. “Sono sioccata. Dove vuole arrivare il governo?”

“Presidente Conte, lei sta mentendo agli italiani” le fa eco Salvini, ripetendo a pappagallo (senza capirlo) l’unico giudice in Italia che lo sostiene.

E sapete perché continuano a ripeterlo come dischi rotti? Mica perché ci credono, no. Sarebbero folli, disinformati, pericolosi, ma almeno coerenti.

No, lo dicono solo per stuzzicare e assecondare la pancia di quelle milioni di persone (e di voti) che semplicemente si sono stufati di indossare una mascherina, di mantenere le minime distanze di sicurezza, di rinunciare a una serata in discoteca o anche solo a un piccolo pezzo della propria libertà in cambio di quella degli altri.

Sapete quante volte è stato proclamato lo Stato d’emergenza in Italia dal 2014 ad oggi? 154 volte.
Sapete quante volte è stato prorogato nello stesso periodo? 84.

E in nessuna di quelle 238 occasioni (in cui al governo c’è stato quasi ininterrottamente il centrosinistra) Salvini, la Meloni, la Lega, Fratelli d’Italia hanno mai gridato al “golpe”, al “regime”, alla “deriva liberticida”. E il motivo è molto semplice: perché neanche se ne sono accorti. E perché non portava voti.

Oggi, invece, nel bel mezzo della pandemia più feroce degli ultimi cento anni, con 35.000 morti e il virus al culmine della sua forza nel mondo, questi due formidabili cialtroni hanno il coraggio e l’ardire di affermare che “lo Stato d’emergenza non è giustificato”?!?!

Ma il problema, vedete, non sono loro, che sguazzano nella melma della propaganda e si infilano striscianti come rettili linguiformi ovunque ci sia un anfratto in cui raccattare due voti e uno straccio di consenso.

Il problema sono i milioni di italiani che fino a tre mesi fa - non anni - chiamavano i medici e gli infermieri “angeli”, “eroi”, “santi” e che oggi rischierebbero di mandare la propria madre in terapia intensiva pur di strusciarsi all’ora dell’aperitivo o non perdere il corso di Zumba.

Questo è IL problema. Ed è un problema infinitamente più grande di Salvini, della Meloni, dello Stato d’emergenza e persino del Covid.

scritto da Lorenzo Tosa
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Forse è il caso di ricapitolare. Ieri il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è andato in Senato (e oggi alla Camera) a riferire come sempre al Parlamento sulla proroga fino al 15 ottobre dello Stato d’emergenza. Una lezione di diritto e di senso delle istituzioni di 30 minuti durante la...
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Non tutto il male...

26 maggio 2020 ore 19:13 segnala
Se c'è un pregio da riconoscere a questo virus, come a qualsiasi altro, è il fatto di essere meravigliosamente democratico, nel senso migliore del termine.
A lui non frega niente di chi sei, di quanto guadagni, per chi voti, se sei buono o una emerita testa di minchia.
Non gli frega se sei cattolico, musulmano, ebreo, induista, buddista.
Non gli frega se sei eterosessuale, omosessuale, se sei sposato o se sei una coppia di fatto, se sei un sigle impenitente.
Non gli frega se vivi solo o se sei un padre e una madre di famiglia.
No gli frega se ti proteggi o se te ne sbatti altamente di te e degli altri.
Non gli frega per chi tifi, chi odi, chi ami.
Non gli frega se sei un santo o un diavolo.
Per lui siamo tutti uguali, senza nessuna distinzione...uguali per davvero.
Non tutti sono preparati a questa uguaglianza, nemmeno la vogliono probabilmente e non per questioni di vita o di morte, ma perché non possono accettare di essere tutti messi sullo stesso piano, livellati improvvisamente senza preavviso e senza averlo chiesto.
C'è un inguaribile bisogno di sentirsi diversi, di sentirsi migliori, di sentirsi al di sopra di qualcuno (possibilmente di tutti, sarebbe ancora meglio).
Chi non ha mai allenato un senso di universalità del genere umano non può affrontare tutto questo senza avere qualcuno da biasimare, da disprezzare, da odiare.
Chi non ha mai allenato il senso di ricchezza che risiede nelle diversità, non può ora accettare che il "diverso" sia come lui, sieda sulla stessa barca, chieda e offra aiuto per remare verso la terra ferma, fuori da questo mare di malattia e di morte.
C'è bisogno di colpevoli, di capri espiatori e di complotti fatti a regola d'arte contro di noi, perfetti prototipi del più alto grado di civiltà della storia umana e ora vittime di qualcuno, non importa chi, basta che ci sia.
E allora forse in gioco, in questo momento, non c'è solo la salute di tutti, ma l'identità stessa dell'umanità intesa come insieme di individui che condividono un viaggio in comunità, ognuno con ciò che ha e con ciò che è...ognuno parte integrante di un sistema che, per quanto possa essere diviso, ci sta pesantemente ricordando quanto in realtà sia fortemente unico e unificante.
Cantava Vecchioni in un suo vecchio brano "che nostalgia di odiare"...
Non c'è problema Roberto, odiavamo, stiamo odiando e continueremo ad odiare senza soluzione di continuità, perché è la nostra natura per quanto cerchiamo di far finta che non sia così.
E allora, mentre ci si prodiga a fare gli sciacalli, mentre ci si abbandona al tutto il peggio possibile in nome di chissà quale verità universale, il signor covid-19 ci sta dando una lezione di democrazia unica nel suo genere...e noi la sconfiggeremo, non per il bene di tutti, ma per poter proseguire a odiarci come è sacrosanto che si possa fare...non sia mai che il diritto acquisito di proclamarsi "er mejo" venga minato da un merdosissimo, minuscolo, bastardo virus

Non sia mai.
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Se c'è un pregio da riconoscere a questo virus, come a qualsiasi altro, è il fatto di essere meravigliosamente democratico, nel senso migliore del termine. A lui non frega niente di chi sei, di quanto guadagni, per chi voti, se sei buono o una emerita testa di minchia. Non gli frega se sei...
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Ho visto cose...

04 novembre 2019 ore 23:41 segnala


Stava morendo; inesorabilmente la vita lo stava lasciando condannandolo all'oblio eterno, l'oblio destinato a chi non ha anima.
In un ultimo sussulto volle pronunciare le sue ultime parole e, col fiato rotto dall'agonia, sussurrò: "ho visto cose che voi umani non potete immaginare..."
Lo interruppi e gli feci leggere i commenti della gente sui social...

Morì in silenzio
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« immagine » Stava morendo; inesorabilmente la vita lo stava lasciando condannandolo all'oblio eterno, l'oblio destinato a chi non ha anima. In un ultimo sussulto volle pronunciare le sue ultime parole e, col fiato rotto dall'agonia, sussurrò: "ho visto cose che voi umani non potete immaginare......
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Lettera a Babbo Natale...

19 settembre 2019 ore 19:51 segnala


Caro Babbo Natale

chi ti scrive non è un bambino di 6 anni, anche se mi piacerebbe ritornare a quei tempi, non fosse altro che per prendermi di nuovo qualche scapaccione da mamma e qualche vizio da papà.
In realtà, mi scuserai per la feroce schiettezza, neanche credo che tu esista e questo da molto tempo ormai.
OK, lo ammetto, mi sono travestito da te qualche volta, ma erano altri tempi e le mie figlie erano ancora convinte che tu passassi la notte di Natale a portar loro un sacco di doni (meritati, ndr). Tra l'altro si vedeva subito che ero un falso visto che c'ho il fisico bestiale al contrario di te che, tra un Natale e l'altro, dovresti fare un po' più di moto e una dieta equilibrata!
Detto questo, non ha molto senso che io ti scriva, eppure sono totalmente preso da questa necessità: visto che non esisti, non leggerai mai queste righe nè tantomeno verrai a bussare alla mia porta per esaudire le mie richieste (il camino non ce l'ho, scusa tanto), ma tanto vale provarci, non si sa mai.
Dunque vediamo, la lista che quest'anno voglio fare non è delle più facili, sappilo, ma le cose troppo semplici non danno soddisfazione, quindi forza e coraggio, rimboccati le maniche della giacchetta rossa e dacci dentro con le renne, che qua non si scherza mica.
Pronto? allora io vado:

1 vorrei imparare a cucinare anzichè essere il dio del surgelato (OK lo so, lo so che dipende da me, ma io ci ho provato credimi e proprio non ce n'è...nessun morto, ma espressioni perplesse moltissime)

2 vorrei avere dei modelli da seguire e non da detestare

3 vorrei poter essere un modello da seguire per qualcuno

4 vorrei vincere almeno una partita di basket nel campionato di quest'anno (no dico, ma l'hai vista la classifica? qua si perde anche contro la squadra dell'ospizio...da non credere)

5 vorrei che i giovani imparassero a fare più sacrifici

6 vorrei che chiedessimo alle persone di fare sacrifici per i quali vedano un senso e non solo una privazione fine a se stessa

7 vorrei vedere le persone scendere in piazza per fare festa e non per protestare

8 vorrei vedere uno sciopero generale indetto a causa del fatto che non ci sono più motivi per dover scioperare (insomma un revival nostalgico in ricordo dei vecchi tempi)

9 vorrei vedere ragazzi e insegnanti saltare per allegria e non per scaldarsi

10 vorrei che nel mondo del lavoro, la parola profitto venisse solo dopo la parola passione

11 vorrei che gli ideali per i quali ogni giorno mi batto non fossero sempre più soffocati dal cinismo

12 vorrei essere meno cinico

13 vorrei continuare a resistere ai tentativi che vengono fatti per uccidere il mio entusiasmo nelle cose che faccio

14 vorrei continuare a stupirmi e commuovermi di fronte allo spettacolo della vita

15 vorrei essere tanto uomo da riuscire a restare bambino

16 vorrei vivere abbastanza da poter vedere le mie figlie felici, ma non abbastanza da costringerle a doversi occupare di me

17 vorrei arrivare ad avere molto passato e poco futuro e arrivarci insieme alla mia compagna di viaggio

18 vorrei vedere il torino vincere il campionato (è vero che detesto il calcio di oggi, ma quella maglia granata per me ha un significato che va oltre...sarà banale, sarà patetico, ma questo è)

19 vorrei che le parole "grazie" e "scusa" venissero usate di più e non date per scontate...anche un "per favore" qua e là non guasterebbe certo

20 vorrei credere ancora a Babbo Natale

Io avrei finito, che ne pensi?

Come dici? più che regali sono dei miracoli? Quindi dovrei rivolgermi al tuo collega più giovane, il festeggiato, tanto per capirci.

Ecco, a tal proposito, ti esprimo un ultimo desiderio:

21 vorrei che quel bambino, che tutti ammiriamo giacere nella sua culla inserita con tanta cura nei nostri presepi, non fosse solo un simbolo o una tradizione, ma che diventasse un esempio, anche se non si crede....perchè, Dio o no, bontà e saggezza sono sempre un ottimo investimento.

Ora è davvero tutto, vedi che puoi fare...io posso solo prometterti di metterci più impegno e speriamo che basti.

Con affetto, Paolo.
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« immagine » Caro Babbo Natale chi ti scrive non è un bambino di 6 anni, anche se mi piacerebbe ritornare a quei tempi, non fosse altro che per prendermi di nuovo qualche scapaccione da mamma e qualche vizio da papà. In realtà, mi scuserai per la feroce schiettezza, neanche credo che tu esista e...
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I matti non hanno il cuore...

03 giugno 2019 ore 08:46 segnala


"I matti non hanno il cuore, o se ce l'hanno è sprecato..."

(Francesco De Gregori - I matti)

Curiosamente noto, in una via Garibaldi affollata, che tutti o quasi hanno l'espressione seria, alcuni annoiata, altri decisamente segnalatrice di un livello di scazzo ormai in rosso fisso...scena che si ripete ogni volta che passeggio per Torino, dove la maggior parte della gente, nonostante sia in giro a godersi il proprio tempo libero, sembra che sia più incazzata di quando quel tempo lo deve occupare in quell'attività tanto criticata quanto cercata che è il lavoro.

A interrompere il mio osservare arriva la musica lontana di una banda che suona la marcia dei bersaglieri; è il primo giugno e immediatamente penso a una anticipazione della festa della repubblica, percui inizio a guardarmi in giro per capire da dove arrivino quelle note, attendendo il passaggio dei musicisti col caratteristico copricapo.
La musica è sempre più vicina, ma della banda nemmeno l'ombra e inizio a dubitare del mio udito, anche perché nessuno sembra imitare il mio atteggiamento.

Poco dopo scopro il perché: un signore sulla sessantina, alto abbastanza da poterlo definire basso, molto basso, sta passeggiando a passo spedito portando sulle spalle uno zaino da cui escono due casse che fans del trap levatevi proprio. Quelle casse sono l'origine della marcia che lui trasmette senza soluzione di continuità per tutta la via.
Cammina e quando incrocia uno sguardo sorride e con un cenno del capo tanto delicato quanto educato, saluta e prosegue nella sua marcia senza curarsi di nulla, fiero e contento di fare quello che fa.

Nulla di così strano, tutto sommato, se non per il fatto che mi rendo conto che tutte quelle facce, prima incazzate, annoiate e scazzate, ora hanno un sorriso stampato sulle labbra mentre commentano lo strano fuori programma.

E forse "i matti non hanno il cuore o se ce l'hanno è sprecato", ma il dono del sorriso è un atto che va oltre la pazzia, oltre il cuore stesso...è un minuscolo dono del creato, contagioso nella sua semplicità, candido nella sua purezza, potente nella sua immensità...

E allora, caro signore, continui a marciare con le sue casse portando un sorriso a chi incontra, perché forse i veri pazzi siamo noi.
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« immagine » "I matti non hanno il cuore, o se ce l'hanno è sprecato..." (Francesco De Gregori - I matti) Curiosamente noto, in una via Garibaldi affollata, che tutti o quasi hanno l'espressione seria, alcuni annoiata, altri decisamente segnalatrice di un livello di scazzo ormai in rosso fisso....
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...essere tifoso del toro...

30 aprile 2019 ore 13:36 segnala


Essere tifoso del toro, come dico sempre, è qualcosa che nessuno può capire se non i tifosi stessi...va oltre il calcio, oltre lo sport...è un senso di appartenenza a una realtà che profuma di fatica, di orgoglio, di sacrificio, di riscatto...un senso di appartenenza che in qualche modo ti fa sentire parte di qualcosa di troppo grande per essere davvero compreso...va solo vissuto con rispetto, prima di tutto verso se stessi, fieri di esserne parte come sportivi e come uomini...e forse esagero, dopo tutto è solo una squadra di calcio...ma per noi è molto di più...è un qualcosa che a modo suo ci fa sentire a casa.
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« immagine » Essere tifoso del toro, come dico sempre, è qualcosa che nessuno può capire se non i tifosi stessi...va oltre il calcio, oltre lo sport...è un senso di appartenenza a una realtà che profuma di fatica, di orgoglio, di sacrificio, di riscatto...un senso di appartenenza che in qualche m...
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Alle nuove generazioni (con un pizzico di presunzione)

10 dicembre 2018 ore 17:02 segnala


Col passare degli anni si pensa che l’esperienza di vita che ci portiamo sulle spalle come un pesante bagaglio, ci dia il diritto di spargere consigli utili a quei ragazzi che ancora devono affrontare la parte davvero impegnativa della loro esistenza.

Io credo fermamente che il consiglio più utile sia l’esempio; essere ciò che si dice…nulla è più contagioso come la concretezza di un gesto, sia nel bene, sia nel male.

Ma mi permetto ugualmente di dare qualche indicazione di massima, in un elenco non esaustivo e che forse è più dedicato a me stesso, per ricordarmi certe cose, che a loro.

Alle nuove generazioni:
- rendete reale il mutuo riconoscimento, lì risiede la pace
- pensate a lungo termine, perchè ciò che fate oggi si ripercuoterà sui vostri figli
- provate a realizzare i vostri sogni, ma non siatene schiavi
- rispettate gli anziani, sono la parte vivente della vostra storia
- mangiate sano
- imparate a essere indipendenti, ma con il buon senso
- amate tanto, senza aspettarvi nulla in cambio
- condividete il vostro talento o sarà inutile che lo abbiate
- ascoltate tanta musica, ma soprattutto rock
- fate sport
- imparate a suonare uno strumento, o a dipingere o qualsiasi altra forma d'arte, perchè è attraverso l'arte che potrete esprimere chi siete
- siate critici, ma non qualunquisti
- contestate le regole, ma rispettatele: la lotta consiste nel farle cambiare, non nel violarle
- non svendetevi mai, siate fedeli a voi stessi
- siate liberi nei pensieri
- rispettate la libertà degli altri
- parlate molto, ma ascoltate di più
- siate vivi sempre come lo siete oggi
- giocate molto
- ridete molto
- pensate molto
- infine, vi prego, non rompete i coglioni alla sera, nelle panchine sotto casa, grazie.
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« immagine » Col passare degli anni si pensa che l’esperienza di vita che ci portiamo sulle spalle come un pesante bagaglio, ci dia il diritto di spargere consigli utili a quei ragazzi che ancora devono affrontare la parte davvero impegnativa della loro esistenza. Io credo fermamente che il cons...
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Dalle stalle alle stelle...

28 novembre 2018 ore 16:18 segnala


Il 27 novembre 2018 non ha certo brillato nel firmamento dei trasporti ferroviari, perlomeno non nella tratta Rivarolo-Chieri; appena giunto alla stazione del Lingotto, per fare ritorno a casa dopo una giornata di lavoro, osservando il tabellone delle partenze ho subito intuito che sarebbe stato un lungo viaggio...gli indizi erano chiari, tipo “ritardo 45 minuti” o un decisamente più inquietante “Cancellato”.

Dagli altoparlanti comunicano che un guasto tra le stazioni di Trofarello e Chieri comporterà ritardi a cancellazioni, ultimando l’annuncio con l’ormai evergreen “ci scusiamo per il disagio” che è diventato un classico come e forse più di “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno...se si facessero pagare i diritti SIAE per quella frase, le ferrovie italiane sarebbero la prima potenza economica mondiale.

Fermo al binario 4, ascolto gli annunci e osservo le rotaie come un cane osserva la ciotola del cibo vuota, in attesa che il miracolo si compia e appaia come per magia il treno che mi riporterà a casa. Miracolo che sembra arrivare quando viene annunciata la partenza del convoglio per Chieri al binario 1.

L’esodo biblico dei passeggeri si compie nel sottopasso lingottiano (o lingottese? vabbè non è importante); un popolo stanco e mediamente esasperato che accoglie questa partenza come un segno della bontà divina.
Il sospiro di sollievo però dura il tempo di due fermate perchè giunti a Trofarello ci viene comunicato che il treno termina la corsa e non prosegue.
La sensazione è la stessa che si proverebbe se ci facessero vedere i regali sotto l’albero e, all’ultimo momento, ci dicessero che non sono per noi.
Il clima generale spazia dalla rassegnazione alla rabbia, con un inizio di imprecazioni così fantasiose da meritare di prendere qualche appunto, che nella vita servono sempre nuove forme di insulto.
Consulto il tabellone delle partenze e leggo che al binario 5 arriverà, con un inevitabile ritardo di 25’, il prossimo convoglio; mi piazzo e attendo fiducioso, mentre al binario 6 c’è ancora un capannello di passeggeri che discute animatamente con il macchinista, confermando la tendenza a prendersela con chi non c’entra una beata mazza con le situazioni che ci recano disagio:
al ristorante il cibo non è buono? me la prendo col cameriere.
al supermercato ci sono troppe poche casse aperte? me la prendo con le cassiere.
il treno si ferma a Trofarello? me la prendo col macchinista.
Essere l’interfaccia col pubblico è il lavoro più rischioso e meno gratificante del mondo.

A frantumare ogni speranza di viaggiare ancora su rotaia, arriva l’ennesimo annuncio che avvisa della presenza di un pullman sostitutivo pronto nel piazzale adiacente alla stazione.
Ennesimo spostamento con esito incerto, in quanto del suddetto pullman non vi è ancora traccia, se non nella fantasia scatenata da un processo mentale di disperazione che ti fa vedere un autobus anche guardando una fiat 500 del 1971.
Intanto valuto le alternative possibili:

1
Taxi: tempo stimato di arrivo a casa 25 minuti
Costo stimato: 30 euro
Esito: bocciato

2
Autobus 45 fino a Cambiano e proseguimento a piedi fino a casa: tempo stimato di arrivo 1,5 ore
Costo: zero
Rischio di essere investito durante il tragitto pedestre: alto
Esito: bocciato

3
Dormire in stazione a Trofarello: tempo di arrivo a casa 24 ore
Costo: zero
Possibilità di racimolare qualche euro venendo scambiato per un clochard: scarsa
Rischio di venire cacciato per vagabondaggio: alto
Esito: bocciato

Terminate le opzioni e gran parte delle energie, mi rassegno ad attendere il tanto famigerato bus, quando l’inaspettato si materializza nella figura di una giovane ragazza che mi si avvicina e mi chiede cosa sia successo, incuriosita dal volume di persone ferme davanti alla stazione.
La breve spiegazione che le fornisco è utile a scatenare quella roba di cui tanto riempiamo i nostri post sui social, ma che stentiamo a materializzare in gesti concreti: la solidarietà.

La ragazza in questione fa semplicemente un rapido calcolo: sono in macchina e vado a Chieri, ho 4 posti vuoti che equivalgono ad altrettante persone che posso trasportare fino a casa o quasi...e siccome la matematica non è un’opinione, al contrario della solidarietà che più che un’opinione è sempre più un’eccezione alla regola del cinismo, si offre di accompagnare 4 di noi fino alla stazione di Chieri, da cui poi ognuno proseguirà come è solito fare.

Il tragitto scorre tra chiacchiere e qualche risata ironica sull’accaduto e su altri argomenti sicuramente futili, ma che servono sia a stemperare la tensione accumulata (e anche un po’ di stanchezza), sia a rendere gradevoli i pochi chilometri che ci separano dalla meta.

Rientro a casa stupito di essere stupito, perchè mi rendo conto che l’ovvio è diventato ormai rarità, che la normale tendenza all’aiuto reciproco sta lasciando il posto alla diffidenza, alla paura e a quell’egoismo che troppo spesso viene definito sano, senza considerare che lo è nella misura in cui viene bilanciato da un tendere verso l’altro.

Questa ragazza, di cui non ricordo il nome, non ha avuto il minimo dubbio, nessuna incertezza...per lei era del tutto normale offrire quel passaggio che invece non era assolutamente un atto scontato, soprattutto nel mondo dei “grandi”.

Ma si sa, i giovani spesso costituiscono il meglio della società, proprio perchè non hanno ancora avuto il tempo di farsi corrompere da essa.

Incasso la lezione di vita e la faccio mia, giusto per ricordarmi come dovrebbero funzionare le cose in un mondo normale.

Quindi il grazie va a lei, non tanto per il passaggio tanto gradito quanto inaspettato, ma per per aver dimostrato, ancora una volta, che basta davvero poco per essere semplicemente quello per cui siamo stati progettati: esseri umani.
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in loving memory...

29 ottobre 2018 ore 00:34 segnala


Per ricordare chi non c’è più, occorre sempre far passare l’ondata emozionale che, se cavalcata, rischia (e spesso riesce) a produrre tanto giustificati quanto banali commenti (nell’era dei social poi arriviamo al quasi scandaloso e lo dice un loro frequentatore)



Quindi sono qui, in un luogo dove nessuno o quasi leggerà le mie parole, per ricordare un uomo scomparso pochi anni fa, trovandomi nel pieno di quella ondata emozionale che ho citato pocanzi. Quel “nulla accade per caso” di cui sto facendo un po’ il live motive della mia vita, lui lo chiamava con fede “provvidenza” e questa non lo ha mai tradito, come lui non ha mai tradito i ragazzi e le ragazze che lo hanno seguito nel suo cammino di servizio e di educatore.



Pochi giorni perima della sua partenza per una vita migliore, seduti uno accanto all’altra su di una panca di fronte alla casa madre della comunità che lui tanto ha voluto e realizzato, abbiamo fatto un piccolo calcolo di quante persone, in 40 anni, sono passate di lì, anche solo per pochi giorni: a circa 100.000 ci siamo fermati, che l’ora era tarda e lo sforzo mnemonico richiesto era un po’ troppo impegnativo, soprattutto dopo una giornata passata tra cemento, pentole da lavare, stanze da pulire, ragazzini da seguire e tante altre piccole cosette che, quotidianamente, scandiscono le giornate all’OASI di Maen, piccola frazione di Valtournanche in Val d’Aosta (http://www.oasimaen.it/). Amava ripercorrere la storia di quel posto, forse perché le persone anziane (aveva 76 primavere sulle spalle), proprio perché sanno che il loro tempo è quasi scaduto, spesso cedono ai ricordi, un po’ per nostalgia, un po’ per fare un bilancio della propria vita, un po’ per lasciare la loro eredità a chi viene dopo, i giovani; quei giovani a cui lui ha dedicato una vita intera.



Certo come ognuno di noi, non aveva un carattere facile, ma essere educatore nel senso più stretto del termine, non prevede falsi buonismi: richiede invece enorme dedizione, durezza quando serve, capacità di ascolto, efficiacia nel trasmettere e nel far vivere valori oggi poco citati e ancor meno praticati. Molti di noi hanno imparato il vero significato di cose come SERVIZIO – GRATUITA’ – COMUNIONE – INSIEME – FATICA – PAGARE DI PERSONA – ALTRUISMO – RESTITUIRE – AMICIZIA - FEDE. Non imparato su noiosi fascicoli da catechesi di massa, ma imparato vivendole sulla propria pelle, ogni giorno, ognuno secondo le proprie capacità e secondo la propria sensibilità.



E ognuno di noi quelle cose se le porta dentro, anche chi non lo vuole ammettere: l’OASI di Maen è così, una volta dentro, non ci esci più. Ed è vero, quel posto, anzi le persone di quel posto e il modo di viverlo, ti entrano dentro e dentro ti restano, scavano, riemergono, ti mancano. Questo modo di vivere è stato lui a trasmetterlo, lui con la sua fede incrollabile e io credo che prima che in Dio, lui avesse fede negli uomini e nella loro capacità di poter creare dei se stessi migliori e, di riflesso, un mondo migliore (lo so, fa tanto Miss Italia, ma concedetemi la licenza nazional popolare). Un uomo che amava rimboccarsi le maniche (anche fisicamente le aveva sempre tirate su) e spingeva tutti a farlo.



Un uomo molto concreto, che conosceva la vita e le sue difficoltà; è significativo, in tal senso, che quando diceva cosa era davvero importante secondo lui, non parlava mai di Dio, di Gesù, della fede: lui diceva sempre: “le tre cose importanti nella vita sono la salute, gli affetti e il lavoro”. Certo la fede per lui era cosa fondamentale, ma sempre vissuta calandola appieno nella realtà che lo circondava, con tutte le contraddizioni del caso, comprese le sue. Ci lascia un’eredità difficile, ora sta a noi far sì che tutto il suo lavoro possa continuare ad avere un senso, anzi IL senso che lui ha saputo dargli e trasmettere a più di 100.000 persone.



Era un grande educatore, era un grande sacerdote salesiano, era un grande dirigente sportivo, a volte era un gran rompiballe……era merce rara: era semplicemente un Uomo (e la maiuscola non è casuale).

(con gratitudine e in ricordo di Don Aldo Rabino, 1939 - 2015)
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« immagine » Per ricordare chi non c’è più, occorre sempre far passare l’ondata emozionale che, se cavalcata, rischia (e spesso riesce) a produrre tanto giustificati quanto banali commenti (nell’era dei social poi arriviamo al quasi scandaloso e lo dice un loro frequentatore) Quindi sono qui,...
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29/10/2018 00:34:36
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Ode al cesso...

09 ottobre 2018 ore 16:53 segnala


Il cesso è quella roba che associ alla mancanza di bellezza, alla puzza, allo schifo, ma è anche quella roba che cerchi disperatamente nel momento del bisogno...

Quindi quando vi danno dei cessi, non prendetevela: verrà il momento in cui vi cercheranno perché avranno bisogno di voi... E come da manuale, sarete occupati.
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« immagine » Il cesso è quella roba che associ alla mancanza di bellezza, alla puzza, allo schifo, ma è anche quella roba che cerchi disperatamente nel momento del bisogno... Quindi quando vi danno dei cessi, non prendetevela: verrà il momento in cui vi cercheranno perché avranno bisogno di voi....
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