Dieci Euro

30 aprile 2018 ore 00:07 segnala


E' sabato mattina. Seduti nelle prime file dei banchi di fronte all'altare, attendono che Don Claudio tiri a sorte, estraendo dal cestino delle offerte il numero che è stato assegnato loro all'ingresso della chiesa. Sono forse una trentina , ma gli servono solo dieci persone questa settimana. Paola si guarda intorno un po' spaesata. E' la prima volta che va all' appello. Ci sono molti uomini e le poche donne parlano fra loro come si conoscessero da tempo. L'attesa è estenuante. La perpetua, passando di banco in banco, distribuisce ai presenti un caffè, servito nel bicchierino di carta ed una merendina confezionata. Nervosamente, come volesse distinguersi dai suoi compagni di sventura, fa volare lo sguardo da un affresco all'altro. Le immagini di santi con le mani giunte e di cherubini in cerchio le restituiscono un'occhiata indifferente. Quasi non si accorge che l'estrazione è iniziata.
"21!"
Pensa: “E' il mio numero, sono stata baciata dalla fortuna o, fossi credente, graziata da una delle sante delle pitture.”
Gli esclusi se ne vanno a testa bassa, riproveranno fra sette giorni mentre chi è stato estratto dovrà presentarsi fra quindici, per dare a tutti la possibilità di lavorare. La perpetua le consegna secchio e straccio e le indica la navata di cui dovrà occuparsi, dopo che un uomo dall'aspetto mediorientale, l'avrà debitamente spazzata. Sta per seguire l'uomo quando si sente richiamare.
"E tu non li vuoi i tuoi soldi?"
"Sì, certo."
Risponde balbettando mentre allunga la mano per prendere i dieci euro che le spettano.
Tre buste di minestra liofilizzata e le crocchette della gatta sono così assicurate.
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« immagine » E' sabato mattina. Seduti nelle prime file dei banchi di fronte all'altare, attendono che Don Claudio tiri a sorte, estraendo dal cestino delle offerte il numero che è stato assegnato loro all'ingresso della chiesa. Sono forse una trentina , ma gli servono solo dieci persone questa s...
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E mi cala la palpebra

29 aprile 2018 ore 14:56 segnala


Già fa un caldo boia
ed io, come Maja di Goya,
vestida sul sofà.

Di vano sofar,
la noia
m'ingoia.

Di ritrite palabras,
reiterata tiritera
da mane a sera.
E mi cala la palpebra.

In 'sto caliente domingo
a dormitar
m'accingo.

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« immagine » Già fa un caldo boia ed io, come Maja di Goya, vestida sul sofà. Di vano sofar, la noia m'ingoia. Di ritrite palabras, reiterata tiritera da mane a sera. E mi cala la palpebra. In 'sto caliente domingo a dormitar m'accingo.
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Tetro - Sotto Vetro

28 aprile 2018 ore 14:26 segnala
Ogni cosa al suo posto,
ho posto.
Separate lenzuola
da lembi di vita,
avvilita.

Fatto spazio nell'armadio
tra uno scheletro
e il vuoto.

Tutto pulito,
ordinato.

Anche il barattolo di vetro,
terso.
E lì mi chiudo.

Tetro.



Sistemo la biancheria stirata. Il letto rifatto, nemmeno un calzino sul pavimento e intorno, solo il ronzio del silenzio. Mi lascio sedere sul letto e penso a quando le lenzuola profumavano di primavera e di sogno, per un'esistenza semplice, fatta di progetti e di risate di bambini. Ma di quel film non restano che poche ossa in un ripiano ed i bambini, ormai cresciuti, corrono incontro alla vita, regalando a lei i loro sorrisi. Belli, con quei quattro peli di barba.
Così penso a tutto il tempo che mi è stato rubato, alle occasioni che mi hanno sfiorata, lusingata e che non ho potuto cogliere perché sola, proprio allora, nel mio
momento migliore, quando ero ancora forte e avrei potuto spaccare il mondo in due come una mela... Mi gira la testa e poi piango e mi calo in memorie ancora più remote, cullandomi nel ricordo delle braccia di mia madre e la invoco dentro, nel vano tentativo di ricordare la sua voce.
Questo succede, quando mi chiudo sotto vetro.
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Sistemo la biancheria stirata; il letto rifatto, nemmeno un calzino sul pavimento e intorno, solo il ronzio del silenzio. Mi lascio sedere sul letto e penso a quando le lenzuola profumavano di primavera e di sogno, per un'esistenza semplice, fatta di progetti e di risate di bambini. Ma di quel film...
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De Re Pilo

27 aprile 2018 ore 22:11 segnala

Tantus tediosus et fastidiosus est
crescendi pilii sub mentus meo.
Qualcosam facere necessarius est
rasoium in prestitus habere ab filiis meo.

Cum temporum passare
plus forti diventare.
Dipendis forse ab menopausae incipitare
sed bruttam et barbutam mihi facere sembrare.

Meliora pinzettam adoperare est
pilii una tantum levare necest.
Ecce, cum bulborum staccandi,
in speculum mihi finalmente admirandi!
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« immagine » Tantus tediosus et fastidiosus est crescendi pilii sub mentus meo. Qualcosam facere necessarius est rasoium in prestitus habere ab filiis meo. Cum temporum passare plus forti diventare. Dipendis forse ab menopausae incipitare sed bruttam et barbutam mihi facere sembrare. Meliora pin...
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Primo Bacio

26 aprile 2018 ore 21:58 segnala


Era già molto tardi di ritorno dalla gita in montagna ed era buio fuori dai grandi finestrini.
Sull' autobus, luce soffusa, alcuni ragazzi ridevano e scherzavano rumorosamente mentre altri sonnecchiavano gettati sui sedili.

Clotilde era la più giovane della compagnia anche se, a guardarla e a sentirla parlare, dimostrava molto più dei suoi dodici anni.
Stanca, si abbandonò volentieri tra le sue braccia.
Alto e forte, Mauro era bello coi suoi riccioli neri, la barba da fare ed i suoi diciannove anni.
Sfilato il maglione lo aveva ripiegato, posato sul petto ed offerto come guanciale.
Lei si fece ancora più piccola, vi posò il capo e chiuse gli occhi, protetta dai sobbalzi e sorretta
nelle curve dal suo abbraccio.

Fu così dolce.
La cosa più naturale al mondo, quando le labbra di tabacco, aperte di lui andarono a cercare quelle di caramella, socchiuse di lei.
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« immagine » Era già molto tardi di ritorno dalla gita in montagna ed era buio fuori dai grandi finestrini. Sull' autobus, luce soffusa, alcuni ragazzi ridevano e scherzavano rumorosamente mentre altri sonnecchiavano gettati sui sedili. Clotilde era la più giovane della compagnia anche se, a gu...
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Due

25 aprile 2018 ore 21:44 segnala
"Take me out tonight
Oh, take me anywhere, I don't care I don't care, I don't care
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one, da ...Oh,
I haven't got one..."

"Portami fuori stasera
Oh, portami da qualsiasi parte
non m'importa, non m'importa, non m'importa
In giro in auto con te
non voglio mai e poi mai andare a casa
Perchè io non casa, ecco...Oh
non ce l'ho proprio..."

L'alloggio di fronte al suo, era rimasto vuoto per un lungo periodo. L'anziana signora che vi viveva, era stata affidata dai famigliari, alle amorevoli cure di una casa di riposo.
I nuovi inquilini dovevano, per forza di cose, essere subentrati durante la sua assenza per una breve vacanza e non aveva ancora avuto modo di conoscerli.

Si era recato a Roma. Vi andava ogni volta che poteva, ad ossigenare lo spirito trascorrendo ore in musei, gallerie e chiese.
Prediligeva i pittori del Rinascimento.

There Is A Light That Never Goes Out era il brano che proveniva dall'interno. Gli Smiths erano, da sempre, il suo gruppo preferito e quel motivo, il più bello in assoluto.

Ora, non sapeva esattamente cosa stesse facendo, ma seguendo un impulso sconosciuto ed una strana emozione, si chinò sulle giocchia e si accomodò sullo zerbino dell'appartamento cercando di non far rumore.
Si sentì improvvisamente stupido.
Pensò a quanto sarebbe stato imbarazzante per lui, quasi cinquantenne, farsi beccare seduto sul tappetino, con l'orecchio destro appiccicato contro alla porta.
Ridendo tra sé immaginò la scena, la porta aprirsi ed una strana smorfia, mista a vergogna e scuse, dipingersi sulla sua faccia.
Scacciò quell'immagine con un gesto della mano, chiuse gli occhi e restò in silenzio ad ascoltare.

Il bagno caldo lo avrebbe fatto più tardi.
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"Take me out tonight Oh, take me anywhere, I don't care I don't care, I don't care Driving in your car I never never want to go home Because I haven't got one, da ...Oh, I haven't got one..." "Portami fuori stasera Oh, portami da qualsiasi parte non m'importa, non m'importa, non m'importa In giro...
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25/04/2018 21:44:05
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Sulla Chat

24 aprile 2018 ore 15:27 segnala
Agli smack son allergik.
Gli in box mi dan la tox.

" Ma cia' tip, sei magnifik, il tuo nick ke signifik?
Cerki amik o cerki sess?"

Miii ke stress e ke due bip!
Na fatika a esse vip.
Sono sempr in mia bachec
c'ho gli amik ke m'aspett.
No, non facc privat.

"Scus ma allor xkè stai in chat?"

Profili fint
e nick convint.
Son di cert antipatik
ma dalle risa mi sbellik x ki fa clic
dopo la docc!
Mo’ finisc ke io mi scocc.
Non rispond e or ti blocc!

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Agli smack son allergik. Gli in box mi dan la tox. " Ma cia' tip, sei magnifik, il tuo nick ke signifik? Cerki amik o cerki sess?" Miii ke stress e ke due bip! Na fatika a esse vip. Sono sempr in mia stanzett c'ho gli amik ke m'aspett. No, non facc privat. "Scus ma allor xkè stai in chat?" ...
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24/04/2018 15:27:09
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Uno

23 aprile 2018 ore 14:32 segnala
L'uomo camminava veloce lungo la strada; faceva maledettamente freddo quella sera.
Si strinse ancora una volta nella sua giacca scura di velluto, dopo aver alzato il bavero sulla bocca.
Era una di quelle giacche molto in voga negli anni '80, una di quelle ampie con le spalle larghe. La indossava bene. Era alto e magro perciò nonostante fosse passata di moda, su di lui non si notava.
Di un tessuto forse un po’ leggero per la stagione, lasciava entrare l'aria.

Non aveva mai patito così tanto il freddo come in quel momento.
Ancora qualche passo e sarebbe arrivato. Non vedeva l'ora di concedersi un bel bagno caldo, l'ideale per scrollarsi la stanchezza di dosso e scaldarsi le ossa.

Attraversò la via guardando il portoncino d'ingresso con riconoscenza per essere lì e non altri cinque metri più avanti. Cercò le chiavi ed entrò.
La palazzina non era molto grande, pochi gli appartamenti, distribuiti su tre piani.

Era un tipo riservato, conosceva appena i vicini, coi quali scambiava solo formali saluti. Prese a salire le scale e raggiunse l'ultimo piano. Era a casa, finalmente.
Girò la chiave nella serratura e si fermò; dall'appartamento di fronte al suo, gli giunsero le note di un motivo che conosceva molto bene…


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L'uomo camminava veloce lungo la strada; faceva maledettamente freddo quella sera. Si strinse ancora una volta nella sua giacca scura di velluto, dopo aver alzato il bavero sulla bocca. Era una di quelle giacche molto in voga negli anni '80, una di quelle ampie con le spalle larghe. La indossava...
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Realtà Irreale (dall'autobus)

22 aprile 2018 ore 18:40 segnala
Mi manca il respiro. L'autobus è pieno di gente addossata ai pochi che vi hanno trovato posto e schivare gli zaini degli studenti, che ti schiaffeggiano in pieno volto, è una vera e
propria disciplina olimpica.

I controllori, saliti due fermate prima, sembrano ricercare aiuto e comprensione dai passeggeri apparentemente distratti ed intenti a fingere che non siano affari loro, ma
visibilmente eccitati.
La donna magrebina grida, mescolando insulti in italiano ed in madre lingua, alla volta dei due uomini che l'hanno sorpresa senza biglietto. La fanno scendere e lì, sul marciapiede tra passanti ed astanti curiosi, continuano quella che pare, sempre di più, un'assurda pièce
teatrale.
Lei fugge inveendo e loro la inseguono, quasi disperati, facendo ricorso al telefono aziendale per chiamare soccorsi.
Il mio bus svolta a destra così la scena sparisce ai miei occhi. Non so, non riesco a pensare,
ad emettere un giudizio in merito. Provo solo un grande senso di disagio.
Mi guardo intorno e davvero mi sembra di essere la comparsa di un film neo-iper-stra-realistico nonsense, di quelli che non piacciono a nessuno ma fa fico assistervi.
Osservo gli altri passeggeri: facce come maschere, chiassose mises come abiti di scena
ed i dialoghi... monologhi urlati al cellulare.
La nausea mi assale.

Sono seduta, finalmente, sì. Ho potuto farlo solo dopo aver viaggiato per almeno venti minuti in piedi, aggrappata alla sbarra vicino ad una delle porte, però sono in posizione
contraria al senso di marcia e la donna al mio fianco puzza terribilmente di profumo.
Non saprei se preferirle lo stagnante odore di sudore dei due uomini poco distanti.

Porta Nuova; scendo e respiro a pieni polmoni l'aria che mi giunge fresca, pura.
Il tabellone digitale mi informa che il 64 arriverà entro una decina di minuti.
La donna anziana, una zingara credo, è scalza ed è sporca. Le guardo con insistenza i piedi luridi, man mano che si avvicina percorrendo lentamente il marciapiede dove io e molti
altri attendiamo i nostri mezzi.
Mi sovvengono i piedi sporchi ritratti da Caravaggio, ma questi non li trovo altrettanto
gradevoli alla vista.

Ad un tratto si ferma e solleva la lunga veste quel tanto sufficiente ad allargar le gambe ed urina, lo sguardo assente, fissato su di un punto davanti a lei.
Penso immediatamente alla mia gatta; assume la stessa rigidità ed allo stesso modo guarda
lontano, quando va nella lettiera.

Terminata l'operazione, la donna riprende indisturbata il suo lento avanzare.
Superata la pensilina, si dirige verso una delle panchine alle mie spalle ed urla qualcosa al senzatetto che vi sta coricato, svegliandolo e riportandolo bruscamente dal suo mondo dei
sogni alla realtà e siede soddisfatta.

Intanto, il 64 è arrivato, salgo.

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Mi manca il respiro. L'autobus è pieno di gente addossata ai pochi che vi hanno trovato posto e schivare gli zaini degli studenti, che ti schiaffeggiano in pieno volto, è una vera e propria disciplina olimpica. I controllori, saliti due fermate prima, sembrano ricercare aiuto e comprensione dai...
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Il mio uomo è albero ad alto fusto

22 aprile 2018 ore 11:05 segnala
Il mio uomo è alto. Il mio uomo è giusto.
Fermezza e calma, il suo ruolo.

Difetti e pregi non nasconde,
né ostenta, quando si compiace.

Il mio uomo è albero ad alto fusto.
Radici profonde e salde al suolo.

Precaria brezza, gli spettino le fronde
e l'avermi intorno, lo so, non gli dispiace.

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Il mio uomo è alto. Il mio uomo è giusto. Fermezza e calma, il suo ruolo. Difetti e pregi non nasconde, né ostenta, quando si compiace. Il mio uomo è albero ad alto fusto. Radici profonde e salde al suolo. Precaria brezza, gli spettino le fronde e l'avermi intorno, lo so, non gli...
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22/04/2018 11:05:26
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