Facciamoci due risate... forse

27 maggio 2009 ore 09:58 segnala
  Prima di passare all'oggetto del post vorrei ringraziare tutti coloro che mi scrivono le loro opinioni e i loro pareri sul mio blog, e ai quali io, maleducatamente, quasi mai rispondo. Quello che segue sono i pensieri e le riflessioni che le vostre benvenute parole mi hanno portato. Una risposta collettiva, perché in questo paese chi fa cose ad personam già l'abbiamo, ma soprattutto perché penso che questa “risposta” sia la logica conseguenza di quel poco che ho scritto e detto sinora.


Che dire, in fondo avete ragione.

Quello che scrivo è serioso, e, a volte, nel suo piccolo anche un po' impegnato, e non fa ridere.

Ve ne chiedo scusa, ma non sono Sabina Guzzanti, e neppure Marco Travaglio, Lella Costa o Beppe Grillo.

Ieri sera, il telegiornale ha aperto con la notizia di tre operai morti in Sardegna, mentre in Umbria, provincia di Perugia, veniva inaugurato un monumento per ricordare la morte di quattro operai morti poco più di due anni fa in circostanze analoghe. Come dire, anche il “destino” ha voluto celebrare a modo suo. Se la cosa non fosse drammatica ci sarebbe di che sorridere, vero?.

La notizia successiva era che il governo Nord Coreano aveva fatto altri test nucleari, e così via.

Scusatemi, ma a me non viene da fare della facile ironia.

Non ci trovo nulla da ridere, e peggio, nulla su cui poter tentare un abbozzo di scherzo.

O la seriosità deve essere tenuta solo se c'è un terremoto? Solo se le vittime sono tante e possibilmente tutte insieme si deve tenere un atteggiamento di simil costernazione e di compunta condivisione della sofferenza?

Mi spiace, ma ogni giorno nel nostro paese tutto frizzi, lazzi e papi muoiono dalle tre alle cinque persone per “incidenti” sul lavoro.

Potrei tediarvi aggiungendo altre cifre riguardanti i morti ammazzati, le vittime di violenze, e altre quisquilie del genere, ma a questo punto mi viene il rimorso di non saperci ridere sopra ed evito. E' vero, questa è una chat per presunti single, dove lo scopo dovrebbe essere quello di cercare del divertimento, ma è anche una piazza, un'agorà, dove tutti possono esprimere i loro pensieri liberamente, e liberamente decidere di confrontare le proprie idee come di non farlo.

Un mio amico siciliano dice spesso che nel paese dove è nato si usa dire che “chi cammina con la testa bassa nessuno gli spara”.

Ma se è vero che a camminar con la testa bassa nessuno ti spara, e, cosa molto importante, si riesce anche ad evitare le deiezioni canine, si rischia di non vedere quello che ci circonda.

E non è nascondendo la testa sotto la sabbia che si può pensare di diventare migliori. Nascondere l'immondizia sotto il tappeto non vuol dire fare pulizia, ma è solo la via più breve per presentare una facciata rispettabile, e tutti lo abbiamo fatto. Non per questo significa che sia corretto.

Esprimo quel che penso, ma ho deciso che se devo perdere del tempo a scrivere, voglio che quel che scrivo rispecchi il mio pensiero, ma chi ogni tanto ha la sventura di chiacchierare con me, sa che sono anche capace di ironia e frivolezze. Ma il Bagaglino non è il mio modello, e se mai mi capiterà di scrivere in modo meno serioso sarà ugualmente su argomenti che mi stanno a cuore, sui quali vorrei in qualche modo attirare l'attenzione.

Non ho figli, ma cerco di lavorare comunque per un mondo nel quale mi piacerebbe vederli crescere, e sarei felice di tornare a sentire risposte del tipo “ingegnere, medico, maestro” alla domanda cosa vorresti fare da grande, e non “Calciatore, velina, vincitore di reality o amico di papi”.

Diceva Voltaire “Se si vuole conoscere un paese bisogna conoscerne le carceri”. Nessuno si offenda, ma questa piazza virtuale, rinchiusa nei pochi pollici di un monitor, mi sembra un buon viatico. Grazie a tutti quelli che perdono il loro tempo a leggermi, ma soprattutto grazie per gli spunti di riflessione che mi regalate.

Rechel72

La panchina

21 maggio 2009 ore 22:59 segnala
Ci sono panchine e panchine.

Ai più interessano le panchine miliardarie sulle quali si siedono signori che vengono definiti profeti di uno sport, maestri condottieri di atleti-gladiatori che infiammano gli animi di tutta una Nazione.

Ma ci sono altre panchine.

A me piace ricordare le panchine poste intorno alle bocciofile dei circoli per anziani, o quelle lungo i viali alberati, o nelle piazze dei paesi di provincia.

Quelle panchine che erano il punto di ritrovo delle compagnie dei ragazzi, che attorno ad esse si assembravano per scoprire i primi fremiti di una pubertà che scoppiava dentro e sulle quali si scrivevano o si incidevano i primi slogan di una coscienza politica di là a venire o le prime dichiarazioni d'amore che si credevano eterne.

Panchine sulle banchine dei binari delle stazioni ferroviarie, dove si potevano leggere messaggi di gente in transito, o le panchine dei parchi pubblici, dove ancora liberi dall'incubo di ronde o retate ci si scambiavano i primi baci al riparo da occhi indiscreti.

Panchine..

Sarà che col passare degli anni quel sottile velo di nostalgia che fa rimpiangere l'incoscienza o, per meglio dire, la non conoscenza, di quegli anni ormai perduti nella memoria, si cerca sempre di mitizzare quel che fu e quel che fummo, ma io oggi quelle panchine non le vedo più, e quelle che vedo mi fanno tristezza,

Malandate, rotte, lasciate all'incuria e, duole dirlo, anche alla mancanza di rispetto dei loro fruitori.

L'abbandono e il degrado le ha consumate, riducendole a scheletri spezzati inadatte a ospitare nuove generazioni che si affacciano al mondo e destinate a perdere il cumulo di memoria che portavano.

Anni fa sulle panchine sbocciavano amori, s'infiammavano le prime discussioni politiche, e, a volte, come altri qui hanno scritto, si fermava il cuore di chi aveva cercato una vita alternativa in una strada di morte.

Oggi ci muoiono di freddo gli emarginati, oppure, se sono più fortunati, vengono bruciati da anime pie per sottrarli alla morsa del gelo.

Guardiamo con sospetto quelle persone che con una pelle diversa dalla nostra si sono appropriate di quei luoghi che noi abbiamo abbandonato. E' vero, a volte ci sono anche quelli che infrangono le leggi, ma ci siamo dimenticati che anche noi ci abbiamo stazionato per intere estati perché non avevamo i soldi per frequentare i bar?

Panchine....

Panchine ai bordi delle bocciofile, sulle quali si sedevano gli anziani, i cui visi sembravano le foglie degli alberi che li sovrastavano: alla fine di ogni estate un po' più rinsecchiti, la cui pelle che piano piano si incartapecoriva, e nel cuore la speranza di poter avere una nuova primavera dalla quale trarre nuova linfa.

Panchine sulle quali ci si sedeva per leggere il giornale, o a volte anche un libro. Su una panchina nella piazzola di fronte alla chiesa di un paesino dove andavo d'estate aspettando chi aveva stregato il mio cuore ci ho letto “Cento anni di solitudine”. A ripensarci oggi, con la coscienza di come sono andate le cose, per ingannare l'attesa forse avrei fatto meglio a leggere qualcosa di diverso.

Panchine sulle quali a volte ci si abbandona per trovare un po' di riposo, per godere dei raggi di sole sul viso, per cercare di rimettere ordine nei nostri pensieri, riannodare i fili di una vita che sembra sfuggirci come un'aquilone dalle mani di un bambino, per provare, chiudendo gli occhi, a volare nel cielo del nostro futuro, e immaginare cosa c'è oltre quell'orizzonte che è il nostro quotidiano.

Panchine...

Molti di voi, come me, hanno il ricordo più o meno lontano di una panchina che porta la memoria di un loro sentimento, di un momento della loro vita, di un'immagine che non abbandona i vostri occhi.

 

Questo post è dedicato alle panchine che in qualche modo hanno segnato la nostra vita.

Rechel72


P.S. Su una panchina del porto di Istanbul qualche anno fa ho dimenticato la mia Lonely Planet della Turchia. All'epoca il book crossing non era ancora in auge, ma se qualcuno l'avesse trovata, beh... buon viaggio in Capadocia.

Considerazioni anche un pò noiose

18 maggio 2009 ore 22:57 segnala
  Stamane parlando con uno di voi (sì, nonostante tutto c'è qualcuno che lo fa...) il discorso è finito sul senso dei blog e dei loro contenuti. Il discorso si è fatto molto interessante, e a un certo punto questo è stato il colloquio tra me e il mio interlocutore



no... so che mi pensi, anche se girovaghi per altri blog e non nel mio hahx





ahahah





e come lo sai?





mi rubi i pensieri?





sono una lettrice vorace





sai perchè ti trascuro?





perchè so che capisci





altri se non vado a trovarli si offendono





a volte sono strani i meccanismi della chat





non devi dare spiegazioni, siamo in democrazia e sei libero di fare quello che vuoi, io non cerco consensi a basso costo, esprimo quello che sento, e non mi interessa se piace o meno





a me si, forse è per questo che mi faccio condizionare





ahhhh... attento ai peccati capitali





ho pensato di scrivere per me e basta, ma mi rendo conto che sono proprio i commenti altrui che mi fanno andare avanti e anche imparare





mi spronano capisci?





mi stimolano





se scrivi solo per te stesso come ti confronti?





ricordati che siamo noi stessi il giudice migliore per le nostre azioni, a patto di ascoltare il nostro cuore. Non farti influenzare da giudizi esterni, potrebbero fuorviarti e farti prendere strade che non volevi





e come faccio?





Quando ti mando i post ti scrivo anche due righe, così mi spiego meglio

Quello che segue è quanto ho scritto al mio interlocutore, che per buona pace di controllori e altri personaggi poco raccomandabili, nostante abbia dato il consenso alla pubblicazione, resterà perfettamente anonimo, come se mi fossi inventata tutto.


Ho deciso di correre un rischio.

Quello di mettere a repentaglio la nostra amicizia.

Sono tornata sul tuo blog, questa volta non per leggere quello che scrivi tu, ma per dare un senso a quello che che mi dicevi stamane a riguardo dei meccanismi della chat e degli stimoli che ti sono necessari per per scrivere.

Ho anche deciso di copiare e incollare i commenti ai tuoi post, mettendoli tutti in fila, per provare a leggerli, e cercare di trovarci dei perché, delle risposte a delle domande che non ho.

Lo so, sono una voce fuori dal coro, ho il difetto di dire quello che penso, pur sapendo che questo è l'unico difetto che non viene perdonato a nessuno.

Ho sempre pagato il prezzo di questo mio modo d'essere, e spesso il conto che mi è stato presentato si è rivelato molto salato e iniquo. Ma non cambio, non so rinunciare al piacere dei miei pensieri, e non sopporterei l'idea di vederli traditi in nome di nulla.

Del resto non sono Galileo, che poteva permettersi il lusso di abiurare le sue idee, in quanto l'evidenza di ciò che sosteneva era così chiara che non servivano le sue parole, era sufficiente guardare attraverso il suo binocolo. E a riprova di quel che dico, gli ottusi del suo tempo pensarono che sarebbe stato sufficiente metterlo a tacere per far sì che le sue idee morissero, senza pensare che invece avrebbero dovuto distruggere quello strumento e impedire che venisse ricreato.

Io non ho inventato il binocolo come Galileo, e quindi non posso permettermi il lusso di dire “Scusate, ho sbagliato. Scherzavo. Le mie riflessioni sono il frutto di fantasie figlie di una travisamento di quanto vedevo e figlie di un momento di follia.”.

Quel che penso, quel che dico, quel che sono, sono il frutto degli anni che porto sulle spalle, e non posso abiurarmi.

All'inutilità preferisco il silenzio, e come ti ho detto non cerco in alcun modo alcun tipo di consenso. Quello che scrivo e quello che penso sono le mie idee, e rifuggo i facili applausi.

E' davvero questo quello che ti aiuta a scrivere? Sono in queste parole che trovi gli spunti per andare avanti? E' questo il messaggio che vuoi che passi?

Tu scrivi raccontando le tue emozioni, i tuoi pensieri, le tue riflessioni. Hai davvero bisogno di queste cose per scriverne di nuove?

Hai davvero bisogno di questo professionismo del commento per trovare nuove idee, nuovi stimoli, nuove riflessioni?

Sei davvero convinto che il plauso interessato sia la strada che vuoi seguire?

Mi hai detto, non so quanto ingenuamente, che il tuo atteggiamento nei miei confronti è dovuto al fatto che “io capisco”.

Cosa vuol dire?

Sono perfettamente cosciente che il mondo delle chat è ancor più volubile di quello reale, ma non si discosta molto da quello, perché è dalla realtà quotidiana che nasce e si sviluppa.

Quello che mi sfugge, o così voglio dire, è l'inseguire chi o cosa invece non capisce.

E' vero, si entra in chat e si scrivono blog per cercare di uscire da una realtà che in qualche modo è insoddisfacente, alla ricerca di nuovi stimoli e di confronti che ci aiutino crescere più ricchi di idee e di pensieri.

Allora perché insegui l'applauso interessato?

Scrivere è il Tuo momento, nel quale cerchi di trovare un piacere mentale che ti appaghi. Ma se questo è condizionato dall'avere un riscontro allora non credo che possa essere vera fonte di soddisfazione, perché mentre tu scrivi sei condizionato dall'idea che qualcuno leggerà quello che scrivi, e allora tu in quel momento non starai più scrivendo per il tuo piacere, ma per compiacere chi ti leggerà.

Pensa a quella signora che leggeva poesie di fronte a dieci persone.

Le avrebbe lette anche se di fronte a lei ci fosse stato un solo ascoltatore come se invece ce ne fossero stati migliaia.

Non siamo tutti Benigni che quando legge e commenta la Divina Commedia regala emozioni uniche, ma ciascuno di noi ha le sue da comunicare, indipendentemente da chi e quanti le ascolteranno e le capiranno.

Quello che credo sia importante è l'essere sé stessi, seguire le proprie passioni, i propri interessi, le proprie idee.

Per fortuna i tempi sono cambiati, ma sono molti quelli che sono morti per le proprie idee, irrisi da quegli stessi che poi ne avrebbero tessuto le lodi.

Sì, anche oggi si muore per le proprie idee, ma grazie al cielo io non dico cose così importanti, e al limite mi prendo qualche consiglio su come vivere la mia sessualità.

Non credo che siano importanti i commenti ricevuti a quanto si scrive, ma quello che invece resta nella testa di chi legge, perché voglio credere e sperare che quello che scrivo possa scatenare anche se in un solo lettore delle riflessioni, che lo portino anche solo per qualche istante a elaborare un pensiero nuovo, che anche se non sarà accondiscendente con il mio, gli regalerà un istante di riflessione, lo farà pensare. E i pensieri che elaboriamo nel nostro cervello non si dimenticano, non muoiono, ma grazie al meccanismo di quella meravigliosa massa di neuroni resterà sempre presente, e verrà tenuto in considerazione quando si faranno altre riflessioni.

Del resto sono moltissimi gli autori di successo che per anni hanno scritto sotto alias, per le più svariate ragioni, ma disposti a rinunciare alla propria identità fisica purché rimanesse inviolata quella intellettuale.

Bene Signor Sindaco, queste potrebbero essere le ultime righe che ti scrivo, anche se in realtà non lo credo, perché so di parlare a una mente “aperta”, in grado di capire che quanto ho scritto non è un attacco personale ma solo una considerazione, che può tranquillamente essere messa in discussione e controbattuta con argomenti altrettanto validi. Non ho scritto questo per “gelosia”, ma per lo smisurato amore che ho per il piacere del confronto, quello onesto, sincero, privo di secondi fini.

Adesso divertiti a provare a leggere quanto segue, e poi prova a scrivere qualcosa su quello che ti ha scatenato dentro... un affettuoso saluto, Isabeaux.

P.S. = a questo punto nella missiva seguiva il copia incolla dei commenti cui faccio cenno all'inizio di questo post. E' ovvio che sono pubblici, ma io non mi posso permettere di riportarli senza il consenso dei loro autori, anche se sarebbe sufficiente segnalarli come citazioni. Se qualcuno è interessato... beh... buona caccia al tesoro.

Rechel72

Il muro di gomma (dedicato a chi non leggerà)

17 maggio 2009 ore 19:12 segnala
  Il muro di gomma è il titolo di un film, con la regia di Marco Risi, uscito nelle sale italiane nel 1991, che, narrando le vicende di un giornalista racconta le vicende legate al volo AZ67 IH870, partito da Bologna alle 20.08 del 27-06-1980 con destinazione Palermo, aeroporto di Punta Raisi. Quell'aereo come tutti sanno non arrivò mai a destinazione, perché terminò la sua corsa in fondo al mare, a oltre 3000 metri di profondità, a qualche decina di miglia dalla località a cui si associò tutta le vicenda che ne seguì, Ustica.

Ma non è di questo che voglio parlare, queste prime righe sono solo un doveroso omaggio a quelle 81 vittime che ancor oggi non sanno quale sia il vero motivo per cui sono finite in fondo al mare, e che in tanti si sono prodigati perché ci si dimenticasse di loro.


Cos'è un muro di gomma?

Una barriera che viene alzata per impedire che pensieri, parole, azioni possano turbare quello che sta dietro.

Ma perché di gomma?

Perché la gomma, a differenza di altri materiali, grazie alle sue proprietà elastiche, oltre a bloccare tutto ciò che gli viene scagliato contro, restituisce un'energia contraria che rinvia lontano l'oggetto che gli viene scagliato contro.

Tutti nella nostra vita costruiamo muri, con le ragioni più svariate e comprensibili. Barriere innalzate per difendere le proprie posizioni, i propri affetti, le proprie convinzioni. Muri ai quai si lavora a volte con accanimento, per sottolineare la propria unicità, trascurando spesso il dettaglio che il rintanarsi dietro a una barriera non giova, ma soprattutto non è connaturato nello stesso essere uomini, inteso come specie e non come genere.

Queste barriere possono essere più o meno robuste, ma generalmente finiscono con il subire il passare del tempo, e non sempre, fortunatamente, si dedica tempo alla loro manutenzione. Così, da un giorno all'altro, queste barriere spesso cadono, rendendoci finalmente più umani, aprendoci al confronto, al dialogo, anche con cose che un tempo ci mettevano paura e ci facevano sentire a disagio.

A volte, invece, pervicacemente, si sceglie di alzare un muro di gomma, che è come dire un muro di indifferenza ostentata, quasi a dire che nulla ci può sfiorare, che si è superiori a tutto, che si può vivere fingendo di ignorare quello che ci circonda, manifestando una superiorità regale acquisita quasi per diritto divino.

Ma non esistono barriere che non sono destinate a crollare, in qualsiasi campo.

La Storia insegna che cambiare la propria idea, o meglio, confrontarla, e quindi arricchirla con nuove contaminazioni è cosa anche di grandi pensatori, e che le barriere che si credevano più invalicabili si sono sempre sbriciolate di fronte al primo vento di primavera.

Neppure un muro di gomma è eterno. Il suo polimero costituente tende a modificare le sue caratteriste con il passare del tempo, e le crepe finiranno per vincere anche quella che si pensava una barriera indistruttibile.

Ma di qualsiasi natura siano i muri che costruiamo, per rabbia, per dolore, per paura, per indifferenza, per superbia, per timidezza o per pudore, sono destinati a crollare, lasciandoci la solita triste eredità di macerie, che troppo spesso formano l'acciottolato del nostro stentato percorso in questo mondo.

Smettiamola di costruire muri, e smantelliamo quelli che ci circondano. Cerchiamo di costruire un mondo comune, dove tutti possano sentirsi a casa, senza pregiudizi e falsi sentimenti.

Rechel72

Aung San Suu .... Chi???

14 maggio 2009 ore 22:09 segnala
  La notizia passa intorno alle 19.15, a panino tra una notizia sulle prodezze del governo in fatto di immigrazione e una sull'ennesimo attacco subito dalle forze di pace (???) italiane in Afganistan.

Aung San Suu Kyi viene nuovamente arrestata.

Chi è Aung San Suu Kyi?.

Semplicemente una donna che ha vinto il premio nobel per la Pace. Nel 1990.

Una donna di Birmania, un paese sconosciuto ai più, classificato tra i dieci paesi più poveri del mondo, pur essendo il maggior produttore di teak del mondo e nel quale si trovano i rubini più pregiati che la natura offre per la vanità umana.

Perché scrivo di lei?

Scrivo di lei perché pur essendo una delle figure contemporanee di maggior spicco è praticamente sconosciuta, perché difendere i diritti di un popolo sottomesso a una delle dittature più totalitarie del nostro tempo non fa notizia.

Scrivo di lei perché la considero una donna eccezionale, dalla forza morale inarrivabile e ineguagliabile.

Scrivo di lei per una questione di coscienza, perché anni fa la Birmania fu mia meta turistica, e ho visto con i miei occhi quello che succede in quel paese, e non lo potrò mai dimenticare.

Scrivo di lei perché giusto un anno fa la Birmania era balzata agli onori delle cronache per il disastro provocato dal ciclone Nargis, disastro tenuto nascosto per giorni dalla giunta militare al potere, che per lungo tempo impedì agli aiuti umanitari di raggiungere e soccorrere le vittime di quel flagello.

Scrivo di lei perché giusto un anno prima del ciclone Nargis la Birmania, con meno enfasi, era già entrata nelle cronache dei nostri mezzi di informazione, per la violenta repressione esercitata dalla stessa giunta militare nei confronti dei monaci che protestavano per le condizioni in cui versava (e versa tutt'ora) il loro paese, facendo centinaia di morti.

Scrivo di lei perché questa donna, vive dal 1992 agli arresti domiciliari, ed è viva per miracolo, scampata non più tardi di due anni fa a un attentato costato la vita a decine di persone.

Scrivo di lei perché forse non tutti sanno che gli U2 le dedicarono una canzone, che si trova in uno dei lor album di maggior successo, All that you can't leave behind, dal titolo Walk On, e che il titolo stesso dell'album è una delle frasi del testo di quella canzone.

Scrivo di lei perché il fatto di essere nati in una parte del Mondo non deve costituire motivo di cecità, dimenticando che nei restanti due terzi di questo meraviglioso pianeta la vita quotidiana è ancora una lotta per la sopravvivenza, e che non si può difendere un diritto non acquisito rispedendo al mittente chi cerca disperatamente un'opportunità di vita migliore.

Scrivo di lei per ricordare a tutti coloro che un anno fa, sull'onda dell'emotività, fecero un'offerta alle organizzazioni umanitarie che chiedevano contributi per il popolo Birmano, che l'emergenza non è finita, ma, soprattutto, che non cominciava con gli effetti di quel terribile ciclone, che fece più vittime dello tsunami di tre anni prima.

Scrivo di lei perché quasi tutte le sere, quando con gli occhi chiusi cerco l'oblio del sonno, mi tornano alla mente le immagini di luoghi dal fascino incantevole, di occhi mortificati dalla vita, di volti dall'espressione fiera e dignitosa di chi sa cosa vuol dire la gioia di un nuovo giorno da vivere, di uomini e donne che con la loro povertà dignitosa mi hanno cambiato la vita.

Rechel72

i sogni devono esere vissuti (.. per un amico ...)

11 maggio 2009 ore 17:21 segnala
  Un sogno lungo 666 Km, un viaggio della speranza che ha attraversato 5 regioni, e chissà quanti stati d'animo.

Diceva Gandhi che “L'utopia è cosa per uomini di poca buona volontà”, ma a volte anche la volontà non basta. A volte, occorre qualcosa in più, quel qualcosa che ci porta a fare un passo nel vuoto, sapendo che non si verrà risucchiati dal baratro degli abissi. Qualcosa che ci dà la certezza che il nostro piede troverà quel sostegno che gli occhi non vedono, che la ragione non ammette.

Su quel bus umanità diverse, storie diverse, a volte inconciliabili tra di loro, ma tutti con quel qualcosa dentro che li porta a credere che quel sostegno verrà trovato, quel ponte che permetterà di trovare la via d'uscita ci sarà.

Un viaggio lungo, cercando di esorcizzare la paura, ciascuno con i suoi piccoli riti, con i suoi segreti esorcismi.

Ma tutti con la stessa consapevolezza... questa volta non bastano i propri sforzi, serve combattere su due fronti, e l'altro fronte è sguarnito, non potremo difenderlo, serve quel qualcosa che permette di fare quel passo cieco.

Il viaggio è giunto alla sua meta, e tutti sono ai propri posti, pronti a fare la propria parte... ma chissà cosa succederà là dove non siamo, chi o cosa ci permetterà di combattere anche su quel fronte...

Passano i minuti, le mani tremano, sudano, ma si lotta, secondo per secondo, attacco e difesa, cuore e cervello... la fine arriva in fretta, le basi per provare a fare quel passo sono state gettate, e adesso tutti insieme su quel parquet, come fosse una Chiesa, o una Moschea, con gli occhi chiusi, con le mani strette, con il cuore in gola... pensieri tra loro diversi, ma convergenti. I minuti trascorrono lenti, e in alcuni di questi la speranza sembra vacillare...

Un ultimo pensiero comune, come vento di speranza, come soffio in grado di spostare quell'ultima traiettoria... di fare quel passo senza rete, di vivere un sogno... di far sì che per una volta l'utopia diventi realtà.


Rechel72



Il treno

06 maggio 2009 ore 13:58 segnala
  Ferma a un passaggio a livello. Non so da quanto tempo non mi succedeva.

Una volta accadeva spesso, percorrendo le strade di un'Italia che anche grazie alla rete ferroviaria era diventata una Nazione.

Lunghe attese, a volte snervanti, per poi veder transitare un piccolo treno locale, composto da due carrozze, dai cui finestrini si intravedevano sparuti viaggiatori. Oppure un lungo, interminabile treno merci, con un numero infinito di vagoni, composti da cassoni metallici di color amaranto bruciato, o cisterne dal misterioso contenuto. Capitava a volte, mentre si era fermi di fronte alla sbarra bianca e rossa, di essere colti di sorpresa dal passaggio di un treno espresso, che nel volgere di pochi secondi compariva in un boato metallico e spariva all'orizzonte, con il suo carico di umanità.

Oggi questo ormai accade raramente, i passaggi a livello sono stati in gran parte aboliti, cavalcavia imponenti o sottopassi angusti ci evitano quelle attese, ci privano di quelle visioni, allontanano dalle riflessioni che a volte quelle soste regalavano.

Il treno, le stazioni, hanno fatto parte per lungo tempo della mia vita, quando usufruivo di quel mezzo per andare a scuola.

La sveglia presto al mattino, i vestiti sulla sedia accanto al letto, in rigoroso ordine di vestizione, per non perdere tempo, perché il treno non aspetta.... passa e va...

Quei treni di seconda classe, vecchi, abbruttiti dal tempo e da orde di giovani esuberanti che in quelle carrozze partivano alla scoperta di un mondo che si apriva di fronte ai loro occhi.

L'inconfondibile odore di ruggine nebbiosa che penetrava nelle fibre dei vestiti, che entrava nelle narici per sedimentare in gola. Quel gusto di ferro usurato e consunto che non ti abbandonava neppure dopo un salvifico ammollo nella vasca profumata da improponibili bagno schiuma al profumo di lime dei Caraibi.

Il treno, per quelli della mia generazione era il mezzo che rendeva possibile il mondo, annullava distanze e portava a destinazione, anche se con qualche ritardo.

Siamo cresciuti con il mito del treno, della locomotiva.

Il linguaggio ruotava intorno alle parole legate al mondo ferroviario, la cinematografia e la letteratura ci regalavano immagini e fantasie indimenticabili, come “Quel treno per Yuma”, dove si intrecciavano storie di uomini duri ma dalla limpida morale, o “Assassinio sull'Orient Express”, dove una nobiltà ormai all'alba del suo tramonto era costretta a fare i conti con il mondo che cambiava.

Se oggi i nostri paesi, se il mondo occidentale è quello che stiamo vivendo è grazie all'invenzione di questo mezzo di locomozione, che ha permesso la mobilitazione di masse sterminate di popolazioni e di quantità smisurate di materie prime.

Quante storie su quelle carrozze, su quei sedili di legno che erano la terza classe, quanta umanità con il suo carico di emozioni, quanti viaggi nella speranza di un futuro migliore, di un amore possibile.

Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno, perché consente di gustare il viaggio, guardando il mutare del paesaggio attraverso lo schermo del finestrino. Consente di chiudere gli occhi e risvegliarsi in un altro luogo, con nuovi orizzonti da scrutare. A volte si incontrano persone con le quali nel breve volgere di poche fermate ci si racconta la vita, affidando a un interlocutore sconosciuto le nostre memorie, le nostre riflessioni. Le nostre angosce.

I treni sono diventati il simbolo del mondo nel quale viviamo, anche se a volte avrebbero preferito non esserlo, come nel caso di quei treni che poco prima della metà del secolo scorso portavano dritti a quei forni che la follia umana aveva costruito per realizzare un sogno folle e delirante.

In treno, e per di più in prima classe, qualcuno aveva fatto la sua marcia su Roma, e grazie. alla conquista di vagoni carichi di armi e munizioni, in Sud America si compiva la prima vera grande rivoluzione popolare.

La strada ferrata, railway, chemin de fer, ferrocarril, in qualsivoglia modo la si chiami, ha cambiato il futuro dei paesi che ha attraversato, ma ancor più ha cambiato i destini delle popolazioni che ne hanno usufruito.

Ho avuto la fortuna di usare la ferrovia in paesi dove il treno rappresenta l'unico mezzo di trasporto possibile, dove le stazioni diventano piazze di mercato e le locomotrici cucine per i passeggeri.

Le nubi nel cielo di questo pomeriggio, mentre aspetto il passaggio di qualche piccolo treno di provincia, mi fanno pensare a quel treno che corre oltre tremila metri di altezza, chiamato appunto il “tren de las nubes”, del quale un giorno vorrei essere passeggera, per vivere l'emozione di un viaggio tra le nubi.

Viaggiare in treno a volte è sognare, sognare una vita nuova, un destino diverso, una fuga verso il possibile. Come si dice, certi treni vanno presi in corsa, o non ripasseranno mai più per la nostra stazione, ma non sempre siamo pronti per fare il viaggio. Ma questo non significa che quella stazione deve essere abbandonata. Più in là, più avanti, c'è sempre un'altra stazione, fino all'ultima, che come dice qualcuno, si chiama Speranza.


E mentre Chico guarda un po' stupito il passare di questo piccolo treno di periferia, sento il suono della campana che indica che la sbarre del passaggio a livello si stanno per alzare.

Andiamo, da qualche parte c'è una stazione che ci aspetta.


Rechel72

La solitudine del neurone

01 maggio 2009 ore 17:21 segnala
  Non era questo il post che avrei voluto scrivere, avrei voluto dedicarmi a cose meno squallide, ma sono ospite di questo sito, ed è giusto dare spazio a coloro che con rispetto dei pensieri altrui fanno sentire la loro voce, ma essendo timidi non hanno il coraggio di esporsi in prima persona. Siccome la profondità e la sagacia dei loro pensieri è tale da non poter non essere condivisa, allora rinuncio con atto di umiltà a quello che avrei voluto scrivere per dar loro spazio.

La stagione dei furbetti del quartierino non finisce mai, così come la mamma dell'idiozia non teme contagi virali e continua a produrre figli di cui nessuno sente la necessità, e di cui il mondo farebbe volentieri a meno.

Capisco che leggere non sia sinonimo di capire, e quindi non mi faccio illusioni. Troppo spesso il nostro ego è così forte da impedirci di riflettere su ciò che ci presenta davanti. Se poi questo ego ha dimensioni enormi ed è abitato da un solo neurone allora la situazione si fa drammatica.

Lo sperduto abitante di questo infinito spazio non ha punti di riferimento, finisce con l'ubriacarsi della sua solitudine e crede di essere il punto di partenza del nuovo mondo, investito di una missione per la quale è stato prescelto, e per la quale dispone di mezzi e poteri infiniti.

Succede che per circostanze fortuite si imbatta in altre forme di vita più complesse, dove scopre con stupore la presenza di gruppi di neuroni che solidali tra loro lavorano insieme, al fine di produrre pensieri articolati e con significati per lui sconosciuti.

E qui scatta la tragedia.

Essendo il solo abitante di quello spazio infinito, non ha la possibilità sviluppare quella funzione essenziale che distingue l'homo sapiens dal resto delle creature di questo mondo, nota ai più come sinapsi.

(Sì, il discorso è molto complesso, e forse qualcuno potrà obbiettare che dal punto di vista scientifico le cose sono parecchio più complesse, ma qui non siamo a superquark, quello che conta in questo caso è il principio di funzionamento)

Trovandosi quindi nell'impossibilità di poter scambiare informazioni, quello sfigatissimo neurone non può che far riferimento alle informazioni di base che contiene, e che è riuscito a immagazzinare, e quindi esprimere concetti “limitati” sia dal punto di vista della forma che da quella del contenuto. A volte capita che il suo linguaggio si impreziosisca di vocaboli stranieri, che come schegge di granata sono riusciti a penetrare in quell'ego così sconfinato.

Tutto ciò lo porta a dire cose che non hanno alcuna attinenza con quanto sta realmente accadendo, ma che, data la sicumera che lo contraddistingue, gli paiono come sentenze inappellabili e degne di essere scolpite nelle pietre della storia.

Ed eccolo, tronfio delle sue uscite, aggirarsi come un Doge in gondola, pavoneggiandosi dei suoi colpi di genio, di fronte ai quali non resta che porre riveriti inchini, anche se credo che lui preferisca una posizione genuflessa.


Ahhh... dimenticavo... tutto questo nasce dal fatto che stamane ho trovato questo commento sulla mia bacheca:


(utente anonimo) 01/05/2009 - 00.43.18 Sei solo una FAKE di merda certo ora sei ridimensionata con la tua facciadicazzo. E publica sto post senza censuralo"succhiacazzi! UUUAAAUUUAAAUUUUHHHHH

 

Come vedi, sei stato accontentato.


Rechel72

Un cappello con le ciliegie

27 aprile 2009 ore 17:42 segnala

Immagini di un volto antico, suono che porta parole semplici, dirette, comprensibili, a volerle capire.

Ma la domenica a quell'ora ci sono i pacchi, con il loro contenuto di illusioni, o il calcio, il cui illusorio contenuto è un pacco.

Così quelle parole si perdono, e con quelle si perde lentamente la speranza. Un'anziana signora che racconta che si possono curare le malattie che tutti temiamo.

La strada è aperta, ma servono i mezzi per percorrerla. E quei mezzi sono i denari, i denari che invece vengono spesi per opere monumentalmente inutili. A che serve andare da Roma a Milano in tre ore?

Quel tempo guadagnato è l'indennizzo per il tempo di vita che ci viene negato?

Carriolate di Euri buttati in strutture che si sbriciolano al primo scossone della terra, vagoni di Dollari buttati per costruire ordigni di distruzione, che non saranno di massa, ma alla fine se si fanno i conti, tra Vietnamiti, Afghani, Ceceni, Kurdi, Irakeni, Libanesi, Palestinesi... Un genocidio non è solo quando si uccide un elevato numero di persone nel più breve tempo possibile.

Genocidio è anche quando si uccide costantemente nel corso del tempo, perchè l'Uomo è una razza.

Ma genocidio è anche quando si impedisce di curare, quando non si forniscono i mezzi per combattere i mali che sterminano l'uomo, mentre si alimenta senza sosta lo sviluppo di nuovi strumenti di distruzione, sempre più precisi, sempre più indolori.

Come se un contadino Kurdo non fosse condannato a morire di fame, o non fosse per sempre ridotto in schiavitù, dopo che la la tecnologia superavanzata e di massima precisione gli ha distrutto la casa, contaminato il terreno sul quale coltivava, bruciato i suoi averi.

Ogni settimana si apre una nuova sottoscrizione ampiamente reclamizzara di raccolta fondi per finanziare la ricerca per qualche malattia.

Ed è a coloro che per una T.A.C. devono aspettare un anno che si chiede di donare...

E loro donano, finaziano speranzosi la ricerca... ma alla fine qualche colosso della farmaceutica, ma più ancora dell'Ipocrisia si impadronirà di quei risultati, brevettando medicinali dal costo inaccessibile, che coloro che avevano donato non potranno mai permettersi...

Grazie Signora Rita, grazie per quell'immagine quasi romantica di un cappello con le ciliegie, ma a quell'ora forse le conveniva chiamare il pacco del Trentino....

Rechel72

Chat. Chiacchiera.

23 aprile 2009 ore 17:14 segnala

Appartengo alla categoria, inutile negarlo.

Ma, come tutti, a volte sono rana, così come a volte anzichè leone sono pecora, o gazzella.

Non mi riconosco molte virtù, la curiosità è il propellente che mi porta a cercare di guardare al mondo e all'umanità.

Non mi piacciono i silenzi intimidatori, le frasi a metà, anche se spesso può apparire che io ne faccia largo uso.

Una frase a metà può avere molti significati, dal non saper come concludere, al voler sottoindere qualcosa che l'interlocutore si presume conosca, al voler creare un mistero sui propri pensieri, al cercar di attirare l'attenzione di chi in quel momento ci pare distratto.

Non mi piaciono i falsi moralisti, quelli dal consenso a basso costo.

A volte ho l'impressione di essere in un'arena senza regole e senza arbitri, in altre in un convegno sui massimi sistemi del mondo.

Chat.

Chiacchiera.

Per qualche istante diventiamo tutti filosofi e psicologi, dispensiamo verità come verderame sui pomodori, ma quando la finestra si chiude... scatta l'affanno della gazzella inseguita.

O il timore della rana di fronte alla richiesta dello scorpione.

La necessità di raccontarsi, dimenticando spesso che è il saper ascoltare che ci può far capire chi si ha di fronte.

Il parlarsi addosso, per mettersi al centro del discorso.

Ma se non si ascolta, se non si legge, se non si cerca di capire quali sono i segnali che ci arrivano, allora quando quella finestra si chiude non resta nulla.

Come nei talk-show televisivi, tutti a gridare la propria verità, nessuno che ascolta, e lo spettatore premia la voce sovrastante.

Siamo vittime dei pre-giudizi. Ma come si può pre-giudicare?

Facciamo generalizzazioni da mercato rionale, populismo di facile presa, perchè è più semplice che capire.

Ma capire spesso fa male, significa anche dover ammettere di essere in errore.... ma chi.... io?

Chat.

Chiacchiera.

Parole scritte in momenti di solitudine.

Lezioni fornite per riempire vuoti esistenziali.

Chi di noi si metterebbe a scrivere un post in alternativa a una bella serata tra amici?

Rechel72