“La grande bellezza” di un abbaglio

31 gennaio 2014 ore 16:14 segnala


Un giapponese cade a terra mentre sta fotografando il panorama di Roma; qualcuno cerca di soccorrerlo, ma l’uomo non dà segni di vita. E’ una delle scene iniziali dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza.
Per coglierne il significato, inutilmente a mia volta cerco soccorso nel mio comprendonio. Non lo trovo neanche quando, a distanza di mesi, per circostanze puramente fortuite, vedo in televisione il film per la seconda volta, e sì che ho intorno a me delle persone dalle quali potrei avere un aiuto: i loro volti sono ancora fermi alla perplessità iniziale, tipica di chi non sa che pesci pigliare.
La risposta l’avrò solo dopo alcuni mesi, quando il film è entrato completamente nel dimenticatoio: sto navigando su Youtube, ed è Carlo Verdone a darmela. Lui è ospite nel salotto di Fabio Fazio insieme al regista del film medesimo. Il giapponese è caduto a terra proprio a causa di quello che stava fotografando, vale a dire il panorama di Roma visto dal Gianicolo, il quale è talmente bello da folgorarlo.
Insomma, una di quelle scene di umorismo nero che Raimondo Vianello si scriveva da sé per recitarla in televisione. Ecco, mi dico, perché sono stato spiazzato: non ero sicuro di aver capito bene la scena (mi era parso che il malore fosse stato causato dal caldo) non solo perché non potevo sospettare di trovare quel genere di umorismo all’interno di un film che si sapeva in partenza non umoristico, ma anche per il fatto che essa non lega col significato delle scene precedenti; niente e nessuno, infatti, né la guida turistica né i turisti né i palazzi o il panorama che stanno guardando ci fanno capire che "sono la bellezza". Per farla breve, quella scena, che vorrebbe essere fortemente simbolica, piove dall'alto come qualcosa di arbitrario, anche col senno del poi la trovo del tutto gratuita.
Per quanto casuale, l’aneddoto può fare da paradigma al giudizio complessivo sul film. La sua qualità (modesta) si riassume nell’uso eccessivamente disinvolto dei vari registri espressivi, che spaziano dall’umoristico al drammatico senza mai fondersi e che trasformano le scene in gag, con dei personaggi che si muovono come delle vere e proprie macchiette. Una macchietta, e perfino patetica, è il personaggio affidato a Verdone, con quella fidanzata che lo prende in giro con un linguaggio e uno stile che sembrano usciti dalla fantasia dei fratelli Vanzina (altro che omaggio a Fellini), così come somigliano a delle pantomime le scene che deridono la Performance Art mediante una Marina Abramovich dipinta come una semi-deficiente, la Chiesa cattolica osservata attraverso la didascalica volgarità di un cardinale che parla sempre di cibo e financo la vocazione missionaria vista attraverso la caricatura di Maria Teresa di Calcutta. Figure umane tutte ridotte più o meno a mere interpreti dell’Imbroglio Umano, senza il beneficio, non certo del mistero ma neanche del dubbio.
Poco significativo il personaggio “serio” di Sabrina Ferilli, né riscattano l’evidente grossolanità di tutta la fauna da circo che popola il film i contenuti qua e là ironico-intellettual-filosofici o comunque meno umoristici che fanno capo al personaggio principale (pur nella bravura di Toni Servillo), tutto sommato – specie i dialoghi – convenzionali (si pensi a quella lunga chiacchierata in terrazza fra lui e i suoi amici che si pretenderebbe ironicamente brillante e originale ma che chissà quante volte abbiamo ascoltato in un film di serie B).
E allora il Golden Globe che ha vinto? O il recente endorsement sull’Oscar datogli da un uomo di cinema del calibro di Martin Scorsese? Ce ne faremo una ragione pensando all’idea tutta sbagliata che dell’Italia hanno personaggi perfino del livello di Woody Allen. Errori di punti vista capaci di produrre capolavori di bruttezza come To Rome with love.
Gli americani, inoltre, stravedono per l’Italia artistica e, se parliamo di cinema, hanno una vera e propria venerazione per Fellini. Una venerazione che li porta a guardare poco realisticamente a un mondo che li ha fatti sognare e del quale verosimilmente il film di Sorrentino ha sprigionato un po' di quel genere di profumo che si aspettavano di sentire.
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31/01/2014 16:14:56
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Commenti

  1. 73.Mia 14 febbraio 2014 ore 14:19
    ho cercato di capire per giorni perché la santa occupasse gran parte del secondo tempo. mi son detta: "se gli dà tutta questa importanza dovrà avere un significato. diavolo! gli dedica gran parte del secondo tempo!" sì, ok, non sono una lince e sono anche una persona particolarmente distratta ma non ci metto giorni a capire un film anche sel suo meta significato. la risposta me l'ha suggerita un amico alla fine. La santa rappresenta roma. è lì nonostante le brutture che facciamo alla grande bellezza. se così fosse, ho ancora perplessità in merito, mi viene solo da dire: "sorrentino ti prego e 'namo!"
  2. c.ioccolatino111 03 marzo 2014 ore 18:21
    Con tutto il rispetto che ho verso Sorrentino, la scena che hai descritta in cui il giapponese cade a terra proprio a causa di quello che stava fotografando, vale a dire il panorama di Roma visto dal Gianicolo, il quale è talmente bello da folgorarlo...la trovo banalissima.
    Ma dove sono andate a finire le idee brillanti di bravi e brillanti registi che l'Italia ha avuto la fortuna di avere?
    Ma prima di esprimere un mio parere, prima devo vedere il film che non ho ancora visto. E comunque, questo film è arrivato - arrancando o no - a pigliare la famosa statuetta.
    Ciao.
  3. s.hakespeare 03 marzo 2014 ore 18:35
    Cioccolatino, ti divertirà sapere pure, se leggerai su Yahoo i commenti sull'Oscar dato a Sorrentino, che le motivazioni (presunte) sul suo conferimento sono esattamente quelle che ho esposto io. Come se avessero letto il mio post.
  4. Eleanor.Peacock 06 marzo 2014 ore 20:56
    Basta conoscere il Barocco per comprendere il film. Nulla di più, nulla di meno.
  5. s.hakespeare 07 marzo 2014 ore 00:22
    Sì, Eleanor, anche dal tuo post vedo che il film ti è piaciuto. Io invece storco il naso ogni volta che a un’opera di narrativa ( e il cinema lo è) vengono applicati i parametri della pittura e della scultura,che hanno un linguaggio e un contenuto per così dire meno concettuali, perché questo capita specialmente quando l’opera non si fa capire bene. E comunque, a parte quella scena iniziale, il film l'ho capito fin troppo bene. Solo che non mi è piaciuto. Per quanta bizzarra (o barocca), una storia (chè a questo in definitiva si riduce un film) per funzionare deve avere una sua armonia e soprattutto una verosimiglianza (non necessariamente con la realtà oggettiva, ma col mondo che si vuole rappresentare sì) e quella io non l’ho trovata. L'ho già detto, i personaggi spesso mi sembravano delle macchiette.
  6. c.ioccolatino111 11 marzo 2014 ore 12:07
    Ma perchè i personaggi di oggi, sono diversissimi da quelli di ieri.
    Il film l'ho visto quasi alla fine...una fine che non mi è piaciuta.
    A parte Servillo, le macchiette le ho già tutte scordate.
    La dolce vita è un ricordo.
  7. s.hakespeare 11 marzo 2014 ore 14:02
    Vallo a capire. O forse lo capisco benissimo: si presume che la nostra sensibità di spettatori sia cresciura al punto da non sopportare delle storie e dei personaggi troppo linerari. Io mi lamento soprattutto per il sonoro dei dialoghi: nello sforzo di apparire "naturali" parlano in in un modo.. che io non li afferro più, mi delizio ogni volta che vedo un film sottotilato. Qualcuno mi dice che ho perso l'udito, e questo sicuramente è vero; poi però vedo un film degli anni passati, e l'udito lo riacquisto tutto.
  8. c.ioccolatino111 12 marzo 2014 ore 14:17
    poi però vedo un film degli anni passati, e l'udito lo riacquisto tutto.

    Ecco...il succo gustoso sta tutto nella frase cui sopra.
    Ad ogni modo, molti sono i personaggi lineari che non sono capaci di recitare se non nella propria scialba (ma anche no), vita.
  9. rea.cinzia 24 marzo 2014 ore 17:38
    Io l'ho letto come un copia e incolla di "vedi Napoli e poi muori".
    Nonostante abbia apprezzato il film, più che nei contenuti narrativi, nella sua splendida fotografia che ha esaltato i panorami romani, ritengo che delle prime scene si potesse tranquillamente fare a meno.
  10. crenabog 22 giugno 2014 ore 17:33
    sono arrivato fino a quando la scema nuda dà le capocciate contro i ruderi dell'acquedotto romano. poi so' crollato. molto ma molto meglio CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO. stacce.

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