Fluido (:

27 luglio 2021 ore 22:13 segnala
Mi rannicchio contro il muretto, nella parte della piscina dove l'acqua è bassa.
Abbraccio le mie gambe, ginocchia contro il petto. Devo solo inspirare, e lasciarmi andare. Conto alla rovescia nella mia mente, in un sistema numerico inesistente.

...

Vado.
Il mio corpo viene inghiottito dall'acqua clorata. Devo espirare, buttare fuori tutta l'aria che ho dentro mentre sono sommerso. Lo faccio, dosandola.

E contrariamente ad una vita intera di paura, scuse e vessazioni rivolte al mio ego, succede il contrario di quanto la mia mente dava per assodato:

Galleggio. Mi sento un uovo. Non sento il mio peso.

Per il tempo necessario a dover necessitare nuovamente di aria, ero parte dell'acqua.
Ho ripetuto l'esercizio diverse volte, ho schiuso la mia posizione da ovetto umano, ho abbandonato braccia e gambe fino a sentire quella sottile spinta sul ventre che mi teneva su, inerte, quasi incorporeo.

Un ritornello che mi torna sempre in mente è che siamo noi stessi a creare i nostri mostri, e che inevitabilmente ci assomigliano.
Dopo un quarto di secolo, ho salutato uno dei miei mostri, gli ho lasciato la mano, in un atto che per la maggior parte delle persone è banale.

Schiudermi nell'elemento acqua è stato un atto di rinascita. In cuor mio, spero che le anime erranti su questa terra possano provare costantemente, anche in piccole pillole, questa sensazione, con la lucidità che serve per assimilarla, e sorridere.

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Mi rannicchio contro il muretto, nella parte della piscina dove l'acqua è bassa. Abbraccio le mie gambe, ginocchia contro il petto. Devo solo inspirare, e lasciarmi andare. Conto alla rovescia nella mia mente, in un sistema numerico inesistente. ... Vado. Il mio corpo viene inghiottito dall'acqua...
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"L'ho visto coi miei occhi quando cambia il vento"

23 giugno 2021 ore 14:35 segnala
Quando soffia sul mare di grano che maturando, si tinge di un verde coi riflessi di alabastro;
Quando guardo il tuo volto e vedo le battaglie che ti tieni dentro, e mi dici che va tutto bene, senza prenderti la briga di sfumare i miei dubbi;
Quando è finito un sentiero, e rimane un vasto oceano mosso davanti, e gli abiti lavati dal sole gettati su una roccia levigata dietro;
Quando guardo il mio volto nello specchio, e finalmente parlo con un riflesso senza maschere;
Quando le fotografie si staccano dal muro, si muovono come la memoria, cadono sul più bello, come le foglie del faggio in autunno;
Quando sono partito per la prima volta e ci siamo salutati sbrigativamente, ti ho visto con la coda dell'occhio, mentre ti allontanavi, il volto nascosto fra le mani;
Quando manca, ed il rumore della neve che si scioglie viene risaltato come un prezioso, discreto dettaglio;
Quando sono tornato per la prima volta, e ci siamo salutati sbrigativamente, ti ho guardato mentre ti giravi per nascondere il volto fra le mani;
Quando la polvere sferza il volto, si attacca alla patina di sudore sulla pelle, entra negli occhi, brucia;
Quando si fa buio e cala il sipario, comunque vada, si sta preparando un nuovo scenario;
Quando ci siamo visti dentro sotto il cielo stellato, e piangemmo senza proferir parola;
Quando il passo di montagna è alle spalle, ed una brezza sostiene l'incedere verso valle.
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Quando soffia sul mare di grano che maturando, si tinge di un verde coi riflessi di alabastro; Quando guardo il tuo volto e vedo le battaglie che ti tieni dentro, e mi dici che va tutto bene, senza prenderti la briga di sfumare i miei dubbi; Quando è finito un sentiero, e rimane un vasto oceano...
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Capharnaüm [2]

20 giugno 2021 ore 23:05 segnala
Non fu unicamente il contesto, la chiesetta, il villaggio abbracciato dai versanti verdi e corone innevate tra i quali giace;
L'aria di festa, due anime che appongono un sigillo anelliforme sull'inizio del loro percorso, le campane che echeggiano gaudiose, lo sguardo raggiante del cerimoniere;
Gli amici, quelli di sempre, quelli non ancora incontrati, le manciate di riso, il liquore al miele che ancora riveste il palato e la gola.

Era molto tempo che non curavo il mio aspetto, tanto che ho persino usato un rasoio per definire la maschera che avrei portato. Senza smentirmi, ho tralasciato un dettaglio, e mi è toccato mettermi una cintura di stoffa anziché di cuoio.

Ti ho atteso tutto il tempo, tu, me.
E col passare delle ore e l'inoltrarsi della festa, ti sei spento come brace accesa da troppo tempo, e mi hai lasciato da solo ad osservare i partecipanti, senza più contare le sigarette girate per far trascorrere altri venti minuti. Tu, me, che ho ritrovato nel mio errare, tu che sai dare il meglio di te, non hai saputo affacciarti ti ho soffocato nel buon vino e nel pensare alla futilità di qualsiasi azione avrei potuto concederti.

Lei spiccava, rispetto alle altre dame invitate, per una ragione tanto precisa quanto indefinibile: quella luce in più negli occhi che le fanno risplendere i lineamenti.
Questa cosa va oltre l'intuito, solo chi l'ha pensata provandola può intenderla, ed offusca ogni definizione che si voglia attribuire alla bellezza.
Gliel'ho detto mille volte, nella mia testa, che adoro la sua treccia volutamente asimmetrica che le raccoglie i capelli e scopre il suo viso, le sue orecchie, il suo collo, che l'avrei invitata a ballare, a fare una passeggiata con la brezza notturna, senza bisogno di riempire i silenzi, senza dire banalità.

Glielo avresti dovuto dire tu, me, che ne sei capace quando sei consapevole che un'anima dovrà uscire dalla tua vita così come la portò il vento, invece di abbandonarmi a me stesso, un ipocrita che accetta la premura altrui solo quando è ferito, lo stesso che vorrebbe prendersi cura di altre anime capaci di sfiorare la propria, lo stesso che ti vede come un trionfo della vita sull'odio per se stesso, lo stesso che è incapace di restare ma che vorrebbe lei per sempre, lo stesso che cerca la fiducia altrui per non ripetere quanto è inutile a se stesso.

Ed ogni passo non emette suoni, ma va bene lo stesso.
Perché dentro di me, spero che la felicità ti trovi ed accompagni il tuo fare incerto celato dalla tua ostentata sicurezza, penso sia bello poter dire che mi ricordo di te.
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Non fu unicamente il contesto, la chiesetta, il villaggio abbracciato dai versanti verdi e corone innevate tra i quali giace; L'aria di festa, due anime che appongono un sigillo anelliforme sull'inizio del loro percorso, le campane che echeggiano gaudiose, lo sguardo raggiante del cerimoniere;...
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Senza titolo

03 giugno 2021 ore 20:33 segnala
Definisci un colore.
Definisci un odore.
Definisci l'amore.

Tutte cose che hanno un contorno ben definito,
come le parole,
ma con un contenuto così soggettivo, volubile,
così volubile
che mi domando perché tutto questo attrito
nel confrontarci su questi temi
che hanno solo un merito,
uno solo:
quello di esistere.
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Definisci un colore. Definisci un odore. Definisci l'amore. Tutte cose che hanno un contorno ben definito, come le parole, ma con un contenuto così soggettivo, volubile, così volubile che mi domando perché tutto questo attrito nel confrontarci su questi temi che hanno solo un merito, uno...
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Capharnaüm [1]

28 maggio 2021 ore 23:54 segnala
Eccomi, nuovamente nel guscio.
Devo infrangerlo (nuovamente), o devo continuare a leccarmi le ferite?
Dopo il frangente che ci aveva spogliato del pesante sarcofago di arenaria e inibizione, ce lo siamo rimessi addosso in fretta e furia, come se non avessimo imparato nulla dalla nostra esperienza. Come se tutto il dolore e l'apertura attraverso le crepe fossero stati futili, proviamo di nuovo vergogna nell'ammettere d'aver accettato la nostra nudità latente sotto qualsiasi manto che indossiamo. Rimangono nudità, e traumi.
A volte mi fermo, interrompendo qualsiasi cosa stia facendo.
Sento una mano intangibile che afferra l'essenza dell'essere nel petto, la stringe di prepotenza e ritrae il suo pugno ancora più in fondo.
Ascolto il mio battito cardiaco, sono convinto che stia per fermarsi. L'aria che respiro sprofonda nello stesso baratro, un insignificante dolore dietro la scapola o nell'avambraccio sinistro diventano ragione d'estremo allarme.
Non posso permettermi di rilassarmi, resto teso, o crollo al suolo.
Cerco freneticamente il primo appoggio stabile, e mi obbligo a respirare con lo sterno.
Sono passati pochissimi secondi, sento di avere lo sguardo perso nel vuoto.
Percepisco che il mondo intorno a me continua a fluire, insofferente.
Cerco di riacciuffarlo, e mi fondo nuovamente con esso, sistemando il bottone della collottola.
Dovrei relativizzare, dovrei pensare a chi soffre a centinaia di chilometri da me per ragioni ben più serie del mero atto di esistere.
Hai mai fatto il pieno di benzina senza morti sulla coscienza?
Hai mai pensato che il tuo benessere affondò le sue radici su culture di cui non sentiremo mai la lingua, la voce, tanto tempo fa?
La mia esistenza è intrinsicamente legata a tutto e a tutti, in tutte le direzioni della freccia del tempo. La mia, la tua, quella di chiunque, anche se è più comodo ignorare questo fatto perché molto distante dalla nostra percezione immediata.
Vivo in una carcassa di carne ed ossa pesante da portarsi appresso.
È sana, di cosa ti lamenti?
Puoi farci quello che desideri, può portarti dove vuoi.
No, non posso farci quello che voglio, perché, come già detto, siamo legati, indissolubilmente.
La mia presenza fisica crea memoria in altrui esseri.
La memoria crea sentimenti in altrui esseri.
Io non posso esercitare liberamente il mio diritto di non esistenza senza che questo vada ad urtare altre menti, altri corpi.
Compromessi.
Aspettative.
Ma cosa vi aspettate da me? Io vorrei che la smetteste di attendere e presumere questo o quel comportamento da parte mia. Mi regalereste un'oncia di libertà vera.
Il meglio di me stesso lo regalo quando non ho un copione da seguire.
Eppure penso di capire, o almeno di empatizzare con voi.
Perché nessuno ce ne spiega il senso e certe cose danno un quadro ragionevole nel quale mantenere una compattezza mentale e di spirito.
Perché a volte si è consapevoli di fare del bene.
Abnegarsi.
Vorrei negarmi a tutto, per qualche tempo.
Se capiste anche un pochino come mi sento, mi sentirei meno solo.
Vorrei abbracciare delle anime con la leggerezza degli incontri effimeri, ma anche se camminassi un po' con me, starei bene.
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Eccomi, nuovamente nel guscio. Devo infrangerlo (nuovamente), o devo continuare a leccarmi le ferite? Dopo il frangente che ci aveva spogliato del pesante sarcofago di arenaria e inibizione, ce lo siamo rimessi addosso in fretta e furia, come se non avessimo imparato nulla dalla nostra esperienza....
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Transumanza (3)

14 febbraio 2021 ore 18:27 segnala
Ma se quella persona la ami e le vuoi bene, ma per davvero eh, non quel tipo di sentimento che trova il suo apice nel fine di scopare con la stessa persona per un po' di tempo ed avere una panacea momentanea contro la solitudine ineluttabile, dicevo, se vuoi bene a quella persona per davvero, perché spendere tanta energia e tempo per tenerla vincolata a sé, se merita di essere libera quanto noi desideriamo esserlo?

(Dovremmo parlare di ciò che ognuno di noi percepisce ed intende come amore, ma non è questo il luogo, come questo non è luogo di verità, né di giudizio.)


Il concetto di coppia che ci inculcano è assurdo e si confonde col possesso e con diverse paure che riguardano, in realtà, solo noi stessi.

Se desideri camminare con me per un po', non importa quanto, senti la libertà di confondere la tua ombra con la mia, senti la stessa libertà di fermarti sul sentiero o deviare verso un orizzonte diverso.
Qualsiasi cosa tu faccia per stare bene è il bene che ti voglio. Questo, ed una finissima pioggia di gentilezza.

Io vi amerò sempre perché in me vivranno la leggerezza dell'incontro e della condivisione senza il peso delle aspettative e della paura, ci siamo toccati l'anima e riconosciuti, e quando alla stazione abbiamo preso un treno diverso, lo abbiamo fatto con il sorriso della gratitudine e le lacrime della bellezza, semplice e lieve come una passeggiata sotto le stelle, tra Via della Chiesa e Via del Pozzo.

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Ma se quella persona la ami e le vuoi bene, ma per davvero eh, non quel tipo di sentimento che trova il suo apice nel fine di scopare con la stessa persona per un po' di tempo ed avere una panacea momentanea contro la solitudine ineluttabile, dicevo, se vuoi bene a quella persona per davvero,...
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Addendum

04 febbraio 2021 ore 22:37 segnala
"Sei stato parecchio silenzioso in queste ultime settimane."

"Sai benissimo che non è così. Il tuo corpo, i tuoi sensi erano di nuovo con noi. Potevamo raggiungere di nuovo il tuo spirito attraverso mezzi fisici, benché un tablet non raggiunga i livelli di un abbraccio o di uno scambio di sguardi.
Volevo credere d'essere stato profetico, scrivendoti queste lettere. Lo desidero tutt'ora, voglio credere di poterti leggere tutto questo mentre siamo seduti insieme sul divano, o raccontartelo mentre estirpiamo erbacce dal giardino. Ma mi sento tradito."

"Da chi?"

"Dalla speranza, dal desiderare profondamente che il capo sia stato superato e che la rotta ci portasse in acque più quiete.
Eri persino uscito dal reparto covid. Poche ore prima mamma ti aveva visitato, avete parlato per ore. Era la prima visita dopo due mesi di discesa verso il nostro piccolo inferno, fatto di mutuo sostegno e troppe energie dedicate ad esorcizzare rabbia e tristezza. Siamo tutti stati traditi dalla speranza, tu che sei in prima linea sei stato ancora tradito dal tuo corpo. Ed adesso, adesso due mesi di lotta ed attesa sembrano essere stati futili. Dopo una settimana di letizia, dove cominciavamo ad assaporare il riaverci, almeno quanto tu riassaporavi il sapore del caffé appena fatto."

"Che buono. Mi potevate perfino portare piatti cucinati in casa, a patto che fossero frullati, avevo una fame..."

"Sei sempre stato tu, durante le ultime videochiamate. Tu, il lupo che non perde ne il pelo ne il vizio. Eravamo così felici di ritrovarti così come sei, siamo così felici di amarti nonostante gli spigoli caratteriali.
Siamo teste dure del sud, vogliamo ancora credere che tu sia il più duro di tutti, papà."

"Anche io spero che tu sia un profeta. Voglio prendere in braccio la mia nipotina con gli occhietti di luna. Voglio mangiare ancora la pasta con la 'nduja e guardare per l'ennesima volta gli stessi film con Clint Eastwood o Terence Hill, per dopo portare la cagna a correre lanciando il frisbee in giardino.
Mi tocca ingoiare, ancora una volta giunti al tubo dell'ossigeno, la sofferenza fisica, la disillusione, la speranza vanificata del rivedervi presto e respirare aria fresca, i ricordi della maschera di plastica prima del buio ed i vostri visi che non vedo da troppo tempo.

La solitudine.


"Voglio abbracciare il tuo corpo e la tua anima da dentro, vorrei dire al malanno che ti affligge di lasciarti stare per un po' di tempo, accettare l'idea di non rivederti più solo dopo esserci salutati di persona e col cuore nella mano. Non così, non così, sterilmente, nel non sapere come sarà domani e forzandomi di credere che ogni alba è una vittoria."

"Spero che mi leggerai e mi racconterai davvero tutte queste cose, appena ci rivedremo. Ti voglio bene."

"Ti voglio bene, papà. Tiendi duro ancora un po', ti prego."
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"Sei stato parecchio silenzioso in queste ultime settimane." "Sai benissimo che non è così. Il tuo corpo, i tuoi sensi erano di nuovo con noi. Potevamo raggiungere di nuovo il tuo spirito attraverso mezzi fisici, benché un tablet non raggiunga i livelli di un abbraccio o di uno scambio di...
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Transumanza (2)

26 gennaio 2021 ore 00:30 segnala
(...)

Scendemmo al villaggio grande per festeggiare Samonios, o Halloween, che dir si voglia. Camminando all'imbrunire, tra vitigni che avvizziscono, mandorli spogli, ed un odore di cotogni e di terra bagnata da una pioggia recente, mi stringesti la mano, letteralmente.

Quanto tempo era che non davi la mano ad una persona?

Ricordo quella stretta priva di dita intrecciate, forte ed incerta, tra la prontezza di lasciare la presa al minimo sussulto, ed il desiderio di protezione in attesa di giungere alla nostra destinazione.

Di quel breve tragitto non dimenticherò la fiducia che mi accordasti, del coraggio che richiamasti per osare un semplice contatto fisico, del desiderio di tutelarti dal ripetersi di qualsiasi cosa ti abbia fatto così tanto male.

La vita di tutti i giorni, quella dell'ostello, si svolgeva in un minuto villaggio di poche anime, circondato da colline, alcune delle quali disegnano un piccolo vallone attraversato da un ruscello. Un pastore frequenta alcune di quelle colline, che da lontano risultano spoglie, quasi aride, perché le capre sono molto selettive riguardo alla loro dieta; ed è curioso che non mangino il timo, che nei giorni più caldi d'estate profuma uno di quei monticoli di terra rossa: la collina dell'inferno, così la chiamano i locali.

Fu quella collina, che si impone sul villaggio dal versante opposto del vallone, che scegliesti qualche giorno prima di rimetterti in viaggio per il mondo. Andasti sola, durante una schiarita, una tregua durante la pioggia novembrina.

Dal patio dell'ostello ti sentii: rompesti l'aria con un urlo.

Di quel preciso istante ricordo le lacrime che affiorarono spontanee, ricordo il silenzio dentro, dove trovò spazio tutto ciò che non avresti mai potuto descrivere con vocaboli, improvvisamente spogli di significato.

Ricordo il dolore di chi ha perso il proprio posto nel mondo.

Passarono pochi secondi, e ti risposi nello stesso idioma: volevo dirti che non eri sola, ed uscì una singola vocale rauca spinta da tutto lo sterno e cuore.

I minuti che seguirono furono uno dei frammenti più preziosi del mio vissuto: li passammo ululando a squarciagola, in un dialogo che era nostro soltanto, e devi aver urlato qualche sciocchezza ad un certo punto, perché mi misi a ridere, tra un fraseggio e l'altro.
Eravamo a qualche centinaio di metri di distanza, ma fu un momento di riconoscimento e comunione profondo, che in seguito sigillammo in un abbraccio.

Anche di te mi ricordo per sorridere, Squarciavento, ed accarezzo il pensiero che da quel momento il tuo cammino sia sospinto da una brezza più leggera e favorevole.

(...)


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(...) Scendemmo al villaggio grande per festeggiare Samonios, o Halloween, che dir si voglia. Camminando all'imbrunire, tra vitigni che avvizziscono, mandorli spogli, ed un odore di cotogni e di terra bagnata da una pioggia recente, mi stringesti la mano, letteralmente. Quanto tempo era che non...
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Transumanza (1)

20 gennaio 2021 ore 22:55 segnala
Mi fanno sognare i villaggi abbandonati.

Manciate di case gettate vicino ad acqua sfuggente e su una terra necessaria. Terra che arde, di sole e argilla, terra che morde, di neve e granito. Le case di pietra asciutta, soppesata, stanca di muschio e tane di ragno, erette per sostenere tetto, camino e generazioni. Le case di terra mischiata a paglia e conoscenza, mura che contengono freschezza e trecce d'aglio, tirate su da grandi antichi con piccole mani d'uomo, tirate giù dal vento e dall'oblio.

Mi fanno sognare i villaggi dissanguati dal progresso e dalla fuga verso un benessere consistente come una manciata di foglie secche al vento: la mia retina ne riempie le strade deserte di vita, amori e fatiche quotidiane.

Sono colui che taglia leccio e faggio per l'inverno, colei che miete la segale, colui che conduce il gregge sulla collina di fronte, colei che immagazzina le castagne perché il pane è un bene prezioso, colui che cerca l'ombra fuggendo il sole di mezzogiorno durante la vendemmia, colei che guarda quel giovane cacciatore col panno sul capo, colui che guarda la figlia del fabbro dare acqua ai garofani davanti casa.

Mi fanno sognare i villaggi pieni di nostalgia, silenzio e rassegnazione.
Lo scroscio del ruscello sotto al mulino in disuso da troppo tempo, il mio avo che getta la chiave davanti al portone, lasciandosi alle spalle il sudore ed il canto dei suoi avi, espropriato della terra che seppe essere generosa con le mani che seppero accarezzarla.

Un sambuco sfondò con lentezza magistrale i resti del tetto di lose, ed ora porge rami profumati attraverso una finestra senza vetri.

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Mi fanno sognare i villaggi abbandonati. Manciate di case gettate vicino ad acqua sfuggente e su una terra necessaria. Terra che arde, di sole e argilla, terra che morde, di neve e granito. Le case di pietra asciutta, soppesata, stanca di muschio e tane di ragno, erette per sostenere tetto, camino...
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Resilienza

15 gennaio 2021 ore 23:33 segnala
Quando ho cominciato a scriverti queste lettere dal futuro, era l'orlo di un precipizio spaventoso, incerto come i tentoni di chi vaga sentendosi minacciato nella parte più intima di sé, come in quegli incubi dove la fuga non fa altro che affossarti nel marasma soffocante dal quale tenti di uscire.

È altrettanto vero che la paura è sempre stata accompagnata dalla speranza. Quale sia l'ombra dell'altra, è indeterminabile: come nei molteplici dualismi che ci accompagnano durante il vivere, sembra prendere il sopravvento ciò che noi stessi mettiamo in evidenza. E così, a volte, il marasma sparisce per dare spazio ad una boscosa collina declive dalla quale spiccare il volo con un leggero salto.

Hai cominciato ad apparirmi in sogno, dove ci scambiamo l'abbraccio che non ci siamo mai dati.

Ho cominciato a parlarti come ti ho parlato nelle lettere, nei brevissimi scambi che al momento ci possiamo permettere. Che poi, sono ancora a senso unico, al momento. Ma non fa nulla. Sappiamo che ci sei e che stai reagendo. Ciò che tanto è stato taciuto, o appena appena sussurrato nel concerto di voci interiori, trova una via.

Ti ammiro. Non solo per il tuo senso di sacrificio, per ciò che hai fatto per dare un senso al tuo vivere e per noi che condividiamo il tuo sangue.
Ammiro e mi commuove la tua forza vitale. Ti abbiamo sempre visto andare oltre, fino a danneggiare il tuo corpo, fino a crepare la tua anima, senza comprendere dove fosse la ragione per tanta noncuranza nei tuoi stessi confronti.
Dove io ho imparato a contemplare anche il sentimento di resa, tra tutti gli scenari considerabili, ti sei spinto avanti. Dove la mia empatia ed il vissuto mi suggeriscono la comprensione di tanta, tantissima stanchezza, abbastanza da non biasimare chi molla la presa, il tuo corpo ha valorizzato ogni oncia di ossigeno che ha potuto ricevere.
Ed è così che al giorno d'oggi riprendi tono. Passetto dopo passetto, vai oltre.

Spero di poter comprendere ed abbracciare ciò che alimenta la tua fiamma.
Spero di poterti vivere mentre prendi in braccio nipotine e nipotini.
Spero che ti godrai le caramelle a dovere, ora che è il momento di addolcire le asperità del vissuto.
Spero di essere meravigliato, sempre.

Ti voglio bene, papà.
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Quando ho cominciato a scriverti queste lettere dal futuro, era l'orlo di un precipizio spaventoso, incerto come i tentoni di chi vaga sentendosi minacciato nella parte più intima di sé, come in quegli incubi dove la fuga non fa altro che affossarti nel marasma soffocante dal quale tenti di...
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