Catalogna. breccia nella fortezza burocratica dell'UE

05 ottobre 2017 ore 01:41 segnala


La Catalogna ha votato per l’indipendenza, raccogliendo il 90% di “sì” su oltre il 42% degli aventi diritto al voto . Per i difensori dello statu quo spagnolo ed europeo starebbe qui la “debolezza” del referendum, come se l’intervento squadrista della Guardi Civil falangista – con ancora il fascio littorio sullo stemma! – non avesse prodotto nessun effetto sui numeri. Il 27% dei seggi è stato “visitato” nelle forme e nei modi che tutto il mondo ha potuto ammirare. E ovviamente non tutte le persone anziane o le famiglie con bambini piccoli hanno avuto lo stesso coraggio delle centinaia di migliaia che hanno sfidato per tutta la giornata manganelli, calci e pallottole di gomma grandi come palle da tennis. Quelle che invece non si sono viste al secondo turno delle presidenziali francesi, con l’identica percentuale di votanti salutata come “un grande successo”.

Per la prima volta nell’Europa del dopoguerra abbiamo visto una polizia militare assaltare i seggi per impedire alla popolazione di votare. L’esatto opposto delle retoriche sparate a tutto volume da trent’anni a questa parte, da quando le tre repubbliche baltiche l’ex Unione Sovietica iniziarono il loro percorso di secessione con l’appoggio esplicito di Stati Uniti e Unione Europea.

Un percorso diventato guerra aperta per garantire lo stesso diritto a Slovenia, Croazia, Bosnia e infine Kosovo.

Dal 1 ottobre 2017 pretendere di votare può essere dichiarato un “atto illegale”.

E oggi Margaritis Schinas, portavoce di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea (il “governo”), ha ripetuto la formula di rito in appoggio all’ex falangista Mariano Rajoy: “per la Costituzione spagnola, quel voto non è legale. Per la Commissione europea si tratta di una questione interna alla Spagna, che deve essere affrontata nel quadro dell’ordine costituzionale spagnolo e in linea con i diritti umani fondamentali. Chiediamo ad entrambe le parti di muoversi velocemente da una situazione di conflitto al dialogo. La violenza non è lo strumento in politica per risolvere le questioni. Confidiamo in Mariano Rajoy per la gestione della situazione nel rispetto dei diritti umani previsti dalla Costituzioni”. Un penoso esercizio cerchiobottista, con cui si chiede a Rajoy di procedere come crede, ma menando un po’ meno…

Solo ieri sera, il presidente catalano Carles Puigdemont aveva chiesto alla Ue di esercitare una qualche forma di mediazione con Madrid: “L’Ue non può continuare a guardare dall’altra parte: questa è una questione europea, non interna“.

Guardando da esterni alla situazione, l’incomunicabilità sembra assoluta. Mariano Rajoy ha risposto da caudillo anni ‘30: “non c’è stato alcun referendum. È stato una messinscena, una sceneggiata ignorata dalla maggioranza dei catalani”. I catalani per lui semplicemente non esistono; o comunque sarebbe meglio che non avessero una volontà, aspirazioni, lingua, tradizioni, cultura e istituzioni proprie.

Le autorità catalane, certamente non “rivoluzionarie”, hanno fin qui rispettato il programma e le scadenze proposte al proprio popolo. E dopo la grande prova di massa di ieri non sarebbe comunque semplice, per loro, fare marcia indietro.

Dunque la palla arriva nelle mani dell’Unione Europea, che tutto vorrebbe tranne che occuparsi di questa vicenda.

Lo si può capire facilmente. Grazie all’ottusità – o alla debolezza politica – di Rajoy, la democrazia popolare ha fatto irruzione nelle stanze ovattate delle grandi burocrazie, da Madrid a Bruxelles e Francoforte. Ossia nelle istituzioni nate per negare a tutti i popoli d’Europa il diritto di decidere come vivere e stare insieme.

Fin qui le apparenze della democrazia e la realtà di istituzioni al servizio del capitale multinazionale non erano entrate in conflitto – se non in occasioni particolari, come nel referendum greco del 2015 e nel rifiuto franco-olandese della “costituzione europea” – grazie allo sforzo congiunto di Stati disposti a cedere sovranità verso l’alto (“i mercati” e le “istituzioni europee”), ma proprio per questo più rigidi nel creare una gabbia d’acciaio contro le opposizioni interne. Sia sociali che, in parte, “nazionali”.

Gli Stati, in sintesi, hanno garantito fin qui che si trattava di un processo democratico perché accettato e concordato da istituzioni elette con suffragio universale. Ma l’Unione Europea si veniva consolidando attraverso trattati che non potevano essere sottoposti al voto popolare né alle rispettive Corti Costituzionali (tranne quella tedesca, non a caso).

Ora tutte queste contraddizioni, e i relativi ossimori nati per occultarle, vengono portate alla luce da un popolo in piazza. Quel diritto all’autodeterminazione che era stato brandito con forza militare ed economica per disgregare l’Urss e gli altri paesi plurinazionali dell’Est europeo viene ora invocato da una nazione interna a uno Stato membro dell’Unione.

Ora non va più bene, ora è (o lo si vorrebbe presentare) come “sovranismo” deteriore.

Ancora peggio. La maggioranza delle forze indipendentiste catalane sarebbe favorevole a rimanere come Stato autonomo all’interno della Ue. Dunque non ci sarebbe – dall’angolo visuale di Bruxelles – nessuno “strappo irrecuperabile” alla tessitura tecnoburocratica in atto da decenni. Basterebbe ricontrattare gli stessi trattati con la nuova entità, oltretutto da una posizione di assoluta forza (non caso le grandi imprese multinazionali presenti sul territorio catalano sono contrarie al processo indipendentista). Non cambierebbe granché…

Ma una simile scelta manderebbe in crisi totale il quarto paese della Ue, che dovrebbe perdere il 25% del Pil e veder crescere – come già sta avvenendo da decenni – analoghe spinte da Euskadi e Galizia.


Un paradosso al cubo, per coprire il quale servirebbero un mago della logica e tanti servitorelli della “comunicazione”.

Per dirne solo una.

Se la questione catalana è “tutta interna” alla Spagna, la Ue afferma implicitamente che lo Stato-nazione mantiene prerogative sovrane inviolabili. Di conseguenza, se la maggioranza di un paese volesse sottoporre a referendum i trattati europei (obbligo al pareggio di bilancio, euro, fiscal compact, ecc), dovrebbe avere la libertà di farlo. Ma così facendo inizierebbe la disgregazione della costruzione sovranazionale.

Se invece la questione catalana è “interna all’Europa”, allora si pongono le basi per la disgregazione formale dello Stato spagnolo a fronte di due sovranità più forti: una “dal basso”, rappresentata dalle nazionalità interne ai confini, e una “dall’alto”, incarnata nei trattati.

Peggio ancora, solo nel caso della Catalogna l’Unione Europea rispolvera per un attimo il “principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano”, che aveva certamente dominato in tutto il secondo dopoguerra e che era stato seppellito con l’”ingerenza umanitaria”, ossia con le guerre contro Jugoslavia, Iraq, Libia, ecc.

Di fatto, la “questione nazionale” è diventata – in questa Unione Europea – uno dei tanti “valori” a geometria variabile. Se è utile a distruggere “entità nemiche”, va benissimo; se mette in difficoltà un membro di questa alleanza, è una degenerazione passatista…

Se l’Unione Europea avesse un governo politico – anziché una governance tenco-economica “automatica” – sarebbe comunque un bel problema, ma non irrisolvibile. Se almeno la Germania fosse ancora quella pre-elezioni, con Angela Merkel “unica statista europea”, idem. Ma a Berlino regna per ora il mercanteggiamento delle poltrone in cambio di pezzi di programma politico. E il prossimo monistro dell’economia sarà probabilmente un liberale, ossia un rappresentante di quella Germania che farebbe volentieri a meno dei Pigs mediterranei (catalani compresi). Difficile che escano da quel teatro “grandi idee” in grado si risolvere problemi imprevisti che coinvolgono decine di milioni di persone.

Davanti a questo groviglio di contraddizioni è andato in frantumi anche quel che restava degli schemi interpretativi della “sinistra” europea ed italiana. Tacciare di “nazionalismo reazionario” catalani e baschi – vere e proprie basi popolari dell’antifascismo in Spagna – è un insulto che pochi osano fare apertamente, ma che traspare da alcune analisi men che rozze e altamente contradittorie sulla necessità di “mantenere l’unità dello Stato”. Come se, in qualche testa, l’Unione Europea – e dunque l’internazionalismo del capitale, esplicitamente mirante alla riduzione del salario medio al di sotto dei livelli di sopravvivenza – fosse l’anticamera obbligata dell’”internazionalismo proletario” del terzo millennio.

Eppure sembra quasi ieri l’epoca in cui i movimenti di liberazione nazionale erano i movimenti rivoluzionari per antonomasia, guidati quasi sempre da forze comuniste…

A noi sembra invece evidente che la crisi ormai decennale stia erodendo le basi su cui la costruzione europea si era affermata. Un lungo periodo in cui le filiere produttive sono state ridisegnate ponendole a supporto di quelle più forti e tecnologicamente avanzate; in cui le politiche di bilancio sono state centralizzate lasciando agli Stati nazionali margini di manovra sempre più stretti (o inesistenti come nel caso della Grecia), in cui classi politiche sempre meno adeguate hanno condotto le loro locali lotte di classe o contro singole comunità manovrando il joystick di una redistribuzione senza risorse.

Non c’è perciò alcun paragone possibile tra l’indipendentismo catalano e le pagliacciate referendarie lombardo-venete, e nessuno può sovrapporre il volto dei leader catalani o baschi alla maschera di Salvini e soci. I quali, non a caso, hanno subito fiutato la mala parata e ridotto tutto a una pura mossa propagandistica, senza alcun effetto politico o economico.

La Catalogna del 1 ottobre non è il Nicaragua del ‘79 e neanche il Venezuela di Chavez. Ma è un “cigno nero” che evidenzia, con particolare forza, lo scarto irrimediabile tra ceti popolari europei e architettura istituzionale tecnoburocratica della Ue, Stati nazionali compresi.

Non è insomma il punto di arrivo della Rivoluzione, ma apre uno squarcio nel pallone gonfiato in cui siamo tutti immersi. Prima ce ne rendiamo conto, prima riusciremo a costruire – anche qui da noi – un fronte di lotta all’altezza di questo scontro.

Dal Sito www.contropiano.org
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05/10/2017 01:41:57
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Omaggio alla Catalogna

02 ottobre 2017 ore 13:35 segnala


Dalla Pagina Facebook di Bifo Berardi

Non sono cittadino di Bologna come c’è scritto sulla mia carta di identità (l’identità mente, l’identità non c’è, come può una carta certificare l’inesistente dell’identità?).

In questi anni sono cittadino di Barcellona, una città dove ho molti amici, dove insegno periodicamente, dove ho visto le mostre d’arte più interessanti degli ultimi anni e dove le librerie espongono i miei libri in bella vista (mentre alla Feltrinelli di Bologna li nascondono).

Le mie condizioni fisiche non mi permettono di essere a Barcellona domenica primo ottobre. Debbo curarmi un’asma soffocante e il mio medico sta a Bologna, per cui ho dovuto rientrare nella città dei morti che mangiano al Fico.
Negli ultimi mesi mi sono chiesto cosa farei il primo ottobre, se fossi iscritto nelle liste elettorali della città di Barcellona (il mio nome figura nelle liste elettorali della città dei morti che mangiano).

Ci ho pensato e ripensato e avevo deciso che il primo ottobre mi sarei astenuto. Né sì né no. Certo non voterei per il centralismo monarchico di Rajoy e di Urdungarin. Ma tutte le bandiere mi fanno vomitare come dice Lopez Petit, quindi non mi entusiasma l’indipendentismo catalano. L’unità del popolo non fa per me.
Mi astengo, avevo deciso, non voto né si né no.

Ma nell’ultima settimana ho cambiato idea. Se le gambe mi reggessero e i miei polmoni non fossero in apnea andrei a Barcellona e voterei per l’indipendenza.
Odio la nazione e odio il popolo, due concetti prodotti dall’ignoranza dei romantici la cui funzione è stata ed è spingere la gente a massacrarsi per l’interesse di chi detiene il potere finanziario.
Ma ora, come ha detto Ada Colau, il problema non è più l’indipendenza nazionale, il problema è difendere la libertà contro il franchismo.
Agli spagnoli piace il re, piace il franchismo?
Se li tengano e vadano a farsi fottere, noi catalani ce ne andiamo via.
Ho letto tutti giornali spagnoli, ho passato qualche giorno a Barcellona, ho incontrato un dirigente di Podemos, un amico artista, un paio di insegnanti dell’università di Barcellona, due attivisti autonomi, la coordinatrice del Plan de estudis internacionais, una giornalista norvegese, una giornalista basca e molti altri. Con tutti ho parlato del primo ottobre e di quello che significa e di quello che può accadere.

Ne ho ricavato un po’ confusione. Alcuni mi hanno detto, credo del tutto giustamente, che gli indipendentisti catalani sono guidati da un centro-destra neoliberale e usano il sentimento indipendentista per consolidare il loro potere. Mi hanno detto che nell’indipendentismo c’è un po’ di leghismo anti-meridionale, c’è l’orgoglio leghista di chi dice: io lavoro e pago le tasse mentre a Siviglia prendono il sole e ballano il flamenco.
Inoltre il mio amico di Podemos mi ha spiegato con grande sottigliezza che Rajoy sta usando questa situazione per recuperare consenso, e impedire una vittoria elettorale di una possibile coalizione futura Podemos-PSOE.
E che la borghesia indipendentista sta cercando lo scontro per potersi presentare come vittima e rafforzare il suo consenso elettorale.
Analisi inconfutabile, eppure…

Eppure come si fa a tollerare l’aggressione in corso? A Huelva e altrove la folla nazionalista accompagna con le bandiere i camion militari che partono verso la Catalogna al grido “A por ellos!” Dategli addosso ai quei catalani.
Sono truppe di occupazione quelle accampate nei parchi cittadini e al porto, in un revival agghiacciante del 1939.
Nella mia memoria risuonano le note di una canzone dei repubblicani di un tempo.

“El esercito del Ebro
rumba la rumba la rumba-mba
esta noche el rio passò
ahy Carmela… ahy Carmela…”


Pericoloso eccesso di memoria? Può darsi, ma è meglio non dimenticare troppo, è meglio non dimenticare come nacque il fascismo in Europa, è meglio non dimenticare che la guerra civile spagnola fu l’inizio della guerra civile europea, che divampò nel 1939, dopo che Barcellona fu piegata dalla falange di Franco e i militanti anarchici e trotzkisti furono giustiziati prima dagli stalinisti poi dalla Falange.
Adesso giunge l’ordine di non avvicinarsi agli edifici pubblici che potrebbero essere usati per votare. Non ci si può avvicinare a più di cento metri dalle scuole o dagli uffici comunali. E’ una provocazione estrema, e giustamente Trapero, il capo dei Mossos de Esquadra, la polizia catalana, ha risposto che non si può eseguire quell’ordine perché sarebbe un modo per scatenare disordini.
Rajoy vuole schiacciare il movimento indipendentista, ma se le truppe riusciranno a disperdere le folle che rivendicano il loro diritto di votare che cosa accadrà dopo?
Questa domanda è ricca di implicazioni. L’aggressione franchista a Barcellona può essere l’inizio della guerra civile europea, che si sta preparando da tempo per effetto della rapina finanziaria, del tradimento delle sinistre e dell’impoverimento dei lavoratori.

Ma potrebbe anche accadere un’altra cosa.

L’indipendentismo ha sfruttato le energie che vengono dal movimento della società, ma ora la dinamica del movimento sociale potrebbe riprendere forza dalla resistenza anti-franchista. Podemos è giustamente esitante perché percepisce l’ambiguità di questo movimento, ma ora è il momento di dirlo con chiarezza: trasformiamo la guerra civile sovranista in movimento per l’autonomia sociale.

Nei prossimi mesi in Francia l’alternativa sarà tra subire l’aggressione nazional-liberista di Macron o travolgerla con un’insurrezione di strada. La strada, non le elezioni (in cui peraltro Macron ha perso contro un astensionismo del 56%) decideranno la storia di Francia.

Dalla Francia verrà l’energia per rovesciare la dittatura finanziara. Barcellona può essere l’innesco di un processo di risveglio dell’autonomia sociale. Come diceva quello: hic Rhodus hic salta.

Il terreno non l’abbiamo scelto noi. E’ scivoloso e irto.
Ma per ora non ce n’è un altro, e forse è un’occasione per calpestare i re.
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Laura Boldrini e noi tutte

13 settembre 2017 ore 11:33 segnala




Il bilancio di un’estate calda e violenta, soprattutto con le donne, non può non interrogarci su colei che è diventata il simbolo e dunque il bersaglio prediletto degli hater nostrani e maschilisti: Laura Boldrini.

Diventata presidente della Camera nel 2013 dopo una carriera a contatto con gli ultimi del pianeta, Boldrini caratterizza il suo mandato con una battaglia importante contro bufale e diffusione di linguaggio dell’odio attraverso i social network, senza mai riuscire a scrollarsi di dosso quello che i detrattori considerano il buonismo degli «amici dei migranti», in pratica quelli che conservano il valore dell’umanità.

Durante questa estate, Laura Boldrini è stata oggetto di una nuova campagna di odio che vedeva sullo stesso fronte giornali di destra, rappresentanti locali di formazioni politiche come la Lega, grillini particolarmente attivi sui social e più in generale hater di ogni risma.

Il livello dello scontro sembra crescere ad ogni tornata, questa volta persino lo stupro è diventato uno strumento sdoganato di punizione, esattamente come la locandina fascista che riemerge dal Ventennio per ricordarci che l’uomo nero e indemoniato è lì pronto e assetato per violentare le donne proprietà dell’uomo bianco.

Laura Boldrini nonostante tutto questo non fa un passo indietro, continua quasi in solitaria la sacrosanta battaglia di civiltà in difesa di valori che sembrano fuori moda o addirittura piccole bandiere sbiadite di una sinistra sempre più debole e confusa. A detta di alcuni un modo per non parlare delle questioni sociali ed economiche su cui è meno netta la distinzione con l’avversario di destra.

Da femminista più che da donna, confesso di aver sentito tanto, troppo silenzio, dal mondo vasto della politica e in modo particolare dalle voci di donna autorevoli che il femminismo ha espresso. Mi sono interrogata su questo silenzio e del perché Laura non fosse quell’una di noi a cui tendere più di una mano, far sentire più di un abbraccio, preservarla per lo svelamento del nesso sessismo/razzismo esploso su di lei, sulla terza Presidente della Camera donna in settant’anni.

Laura è austera? Troppo poco plebeista? È troppo poco femminista o lo è troppo? È andata troppo in giro per il mondo, tanto da conoscere guerre, fame, occhi di bambini troppo spenti? Oppure è troppo impegnata politicamente e questo dà fastidio a tutti quelli che si considerano suoi avversari? O peggio è troppo autonoma dal punto di vista professionale ma anche esistenziale e relazionale?

«Laura Boldrini, piaccia o no, è una donna laica, femminista, gay friendly, tollerante, internazionalista, multilateralista, democratica, libera», scrive Della Vedova, in un pezzo su Il Foglio, in cui chiede di depurare da odio e fake news per poter tornare ad avversarla nelle scelte politiche.

Per chi invece in quegli aggettivi ritrova la propria identità e la propria storia non è forse il momento di darle una mano nella battaglia contro «webeti» e avversari codardi?

Il silenzio di questa estate più allarmante per me è stato questo. Il silenzio del mondo che sento più vicino a me, a noi, a Boldrini. E in generale, trasversalmente, la politica tutta sembra non rendersi conto dello scivolamento nel basso, quello dei bassi istinti, quello dell’odio che genera odio, dell’invidia sociale nemica della giustizia sociale.

E invece noi, femministe storiche o meno, donne di sinistra, autorevoli compagne, dobbiamo essere lì, a difendere Laura per quello che rappresenta, per come ha svolto in questi anni il suo ruolo. Essere lì, nei posti scomodi, nei posti che contano, per provare a metterci di traverso con i nostri corpi.

Non è forse questo ciò che volevamo?

Laura ha messo in mezzo il suo, ha svelato l’inganno: la discriminazione ha la stessa radice, oggi tocca a loro, domani tocca a noi, ieri erano i terroni, oggi sono i migranti, ieri c’era il delitto d’onore, oggi ci sono gli stupri «presunti», le «consenzienti», il «dopo la penetrazione piace a tutte». Perché c’è qualcuno che si sente superiore, che pensa di dover possedere, perché sa che mostrare i muscoli è il modo migliore per coprire la vacuità del cervello.

Laura per fortuna oggi è lì e noi non dobbiamo lasciarla sola. Per lei, ma soprattutto per quelle che verranno dopo, di qualunque schieramento facciano parte.
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« immagine » Il bilancio di un’estate calda e violenta, soprattutto con le donne, non può non interrogarci su colei che è diventata il simbolo e dunque il bersaglio prediletto degli hater nostrani e maschilisti: Laura Boldrini. Diventata presidente della Camera nel 2013 dopo una carriera a con...
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AIUTIAMOLI A CASA LORO

06 settembre 2017 ore 18:58 segnala


Aiutarli a casa loro” per anni è stato lo slogan della destra. Ora è diventato il mantra di quasi tutte le forze politiche da Renzi al M5S. Uno slogan carino da pronunciare, ma che ha come unico obiettivo il tacitare la coscienza di chi lo declama e di chi, compiaciuto, lo ascolta: non siamo cattivi, né egoisti, anzi rispettiamo gli insegnamenti evangelici dell’aiutare il prossimo, solo che decidiamo noi dove e come.

Ma la realtà è ben diversa: nonostante gli accordi internazionali sottoscritti prevedano di destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo almeno lo 0,7% del Pil, il nostro Paese nel 2015 ha stanziato solo lo 0,22% del Pil, nel quale sono compresi pure i fondi rimasti sul nostro territorio destinati a gestire il fenomeno migratorio.

1. Vendiamo armi

La principale preoccupazione dei nostri governi è stata quella di incentivare la vendita di armi in Africa. Tra il 2013 e il 2014 è stata organizzata la circumnavigazione dell’Africa della portaerei Cavour, trasformata in un’enorme vetrina delle armi prodotte dalle nostre industrie; per tale missione i vertici militari avevano perfino cercato l’appoggio dei missionari italiani presenti nell’Africa Sub-Sahariana, ricevendone ovviamente un netto diniego come mi è stato personalmente raccontato in un colloquio a lato dell’incontro dei Movimenti popolari organizzato da papa Francesco in Vaticano lo scorso novembre.

Come spesso ricorda Francesco Vignarca, uno dei massimi esperti sul mercato delle armi, i risultati non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenia, Sud Africa, Algeria, Marocco, Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia facendo carta straccia della legge 185/90 che vieta le armi a Paesi in conflitto e a quelli che non rispettano i diritti umani. Facilitatori in questi accordi sono stati i viaggi nel continente africano della ministra Roberta Pinotti e dello stesso Matteo Renzi.

2. Distruggiamo l’agricoltura locale

Mentre si vendono le armi si distrugge l’agricoltura dei Paesi Sub- Sahariani.

La distruzione di una parte importante dell’agricoltura sub sahariana è diretta conseguenza degli accordi di Partenariato economico (Epa) che l’Ue, in accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto all’Africa Subsahariana. Gli obiettivi degli Epa sono: rimozione delle barriere tariffarie, difesa degli investimenti delle imprese estere, liberalizzazione del settore dei servizi, protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Ancor prima che gli Epa entrassero in vigore, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (l’Undp), aveva ammonito l’Ue che tali accordi avrebbero provocato il crollo del Pil delle nazioni africane (in parte significativa sostenuto dai dazi doganali) e il collasso di ampi settori dell’agricoltura africana non in grado di competere con le grandi multinazionali europee sostenute dai sussidi che ogni anno la Commissione europea elargisce loro.

Tutto ciò si è drammaticamente realizzato e i mercati delle grandi metropoli africane, a cominciare da Nairobi, sono invasi da prodotti agricoli europei. Decine di migliaia di contadini sono così rimasti senza lavoro, costretti ad abbandonare la terra.

3. Ci impadroniamo delle loro terre

Contemporaneamente, nell’Africa Sub Sahariana e non solo, si è sviluppato il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di Stati quali la Cina. Al 2015, considerando solo gli accordi stipulati dopo il 2000 – e solo quelli relativi ad appezzamenti di terra superiori ai 200/ettari (ha) e con un acquirente finale internazionale – erano oltre 44 milioni gli ettari oggetto di land grabbing. Di questi 44 milioni di ettari circa il 50% sono collocati in Africa. Di questi, solo l’8% è rimasto destinato totalmente a colture alimentari; il restante 82% è destinato, almeno in parte, ad altro, ad esempio alla produzione di biocarburanti eccetera.

Le industrie italiane partecipano al fenomeno del land grabbing per un totale di 1.000.000/ha quasi tutti in Africa.

Il fenomeno del land grabbing quindi produce: espropriazione delle terre, cacciata dei contadini e delle loro famiglie, sostituzione della produzione di cibo fino ad ora destinato al consumo locale con prodotti non finalizzati all’alimentazione umana e con produzioni agricole fondate su monoculture destinate a mercati globali, lontani dalle zone di coltivazione.

Ne consegue un grave impoverimento delle popolazioni ivi residenti, abbandono della propria regione con fenomeni migratori inizialmente interni al proprio Paese e in seguito con migrazioni internazionali rivolte verso il Mediterraneo.

4. Follia e ignoranza preparano la tragedia

Potrei dilungarmi sull’accaparramento delle ricchezze del sottosuolo, fenomeno alla base di molte delle guerre per procura oggi in atto nel continente africano. E’ sufficiente ricordare il conflitto che in Congo in vent’anni ha prodotto milioni di morti. Una guerra che ha le sue ragioni nelle ricchezze del Paese: coltan e cassiterite stanno alla base dell’industria hightech mondiale. Un esempio di come evolve il colonialismo nell’era della globalizzazione.

Ecco come “li stiamo aiutando a casa loro”. Nessuno, fra i tanti leader politici che quotidianamente ripetono in modo ossessivo tale slogan, ha mai avanzato proposte precise sui temi qui indicati. Ammesso che sappiano di cosa si sta parlando.

Il fenomeno delle migrazioni è strutturale e trova le proprie ragioni nell’enorme divario della distribuzione della ricchezza e nelle feroci politiche di saccheggio.

O si ha il coraggio di intervenire con trasformazioni radicali che modifichino in profondità le attuali politiche, oppure andremo incontro nel prossimo futuro ad una tragedia collettiva di dimensioni inimmaginabili.

di Vittorio Agnoletto | 6 settembre 2017
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Codice Minniti: strappo al codice morale

09 agosto 2017 ore 09:34 segnala


Marco Revelli da il Manifesto dell’8/8/2017

Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale.
L’«inumano», è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana.
Non è il «mostruoso» che appare a prima vista estraneo all’uomo. Al contrario è un atteggiamento propriamente umano: l’«inumano» – come ha scritto Carlo Galli – «è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo».
Che l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo. Ed è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo – in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate.
Cos’è se non questo – se non, appunto, trionfo dell’inumano – la campagna di ostilità e diffidenza mossa contro le Ong, unici soggetti all’opera nel tentativo prioritario di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta «ragion di stato».
O la sconnessa, improvvisata, azione diplomatica e militare dispiegata nel caos libico con l’obiettivo di mobilitare ogni forza, anche le peggiori, per tentare di arrestare la fiumana disperata della nuda vita, anche a costo di consegnarla agli stupratori, ai torturatori, ai miliziani senza scrupoli che non si differenziano in nulla dagli scafisti e dai mercanti di uomini, o di respingerla a morire nel deserto.
Qui non c’è, come suggeriscono le finte anime belle dei media mainstream (e non solo, penso all’ultimo Travaglio) e dei Gabinetti governativi o d’opposizione, la volontà di ricondurre sotto la sovranità della Legge l’anarchismo incontrollato delle organizzazioni umanitarie.
Non è questo lo spirito del famigerato «Codice Minniti» imposto come condizione di operatività in violazione delle antiche, tradizionali Leggi del mare (il trasbordo) e della più genuina etica umanitaria (si pensi al rifiuto di presenze armate a bordo). O il senso dell’invio nel porto di Tripoli delle nostre navi militari.
Qui c’è la volontà, neppur tanto nascosta, di fermare il flusso, costi quel che costi. Di chiudere quei fragili «corridoi umanitari» che in qualche modo le navi di Medici senza frontiere e delle altre organizzazioni tenevano aperti. Di imporre a tutti la logica di Frontex, che non è quella della ricerca e soccorso, ma del respingimento (e il nome dice tutto).
Di fare, con gli strumenti degli Stati e dell’informazione scorretta, quanto fanno gli estremisti di destra di Defend Europe, non a caso proposti come i migliori alleati dei nuovi inquisitori. Di spostare più a sud, nella sabbia del deserto anziché nelle acque del Mare nostrum, lo spettacolo perturbante della morte di massa e il simbolo corporeo dell’Umanità sacrificata.

Non era ancora accaduto, nel lungo dopoguerra almeno, in Europa e nel mondo cosiddetto «civile», che la solidarietà, il salvataggio di vite umane, l’«umanità» come pratica individuale e collettiva, fossero stigmatizzati, circondati di diffidenza, scoraggiati e puniti.
Non si era mai sentita finora un’espressione come «estremismo umanitario», usata in senso spregiativo, come arma contundente. O la formula «crimine umanitario». E nessuno avrebbe probabilmente osato irridere a chi «ideologicamente persegue il solo scopo di salvare vite», quasi fosse al contrario encomiabile chi «pragmaticamente» sacrifica quello scopo ad altre ragioni, più o meno confessabili (un pugno di voti? un effimero consenso? il mantenimento del potere nelle proprie mani?)
A caldo, quando le prime avvisaglie della campagna politica e mediatica si erano manifestate, mi ero annotato una frase di George Steiner, scritta nel ’66. Diceva: «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz». Aggiungevo: Anche noi «veniamo dopo».
Dopo quel dopo. Noi oggi sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega. La cosa può essere sembrata eccessiva a qualcuno. E il paragone fuori luogo. Ma non mi pento di averlo pensato e di averlo scritto.
Consapevole o meno di ciò che fa, chi si fa tramite dell’irrompere del disumano nel nostro mondo è giusto che sia consapevole della gravità di ciò che compie. Della lacerazione etica prima che politica che produce.
Se l’inumano – è ancora Galli a scriverlo – «è il lacerarsi catastrofico della trama etica e logica dell’umano», allora chi a quella rottura contribuisce, quale che sia l’intenzione che lo muove, quale che sia la bandiera politica sotto cui si pone, ne deve portare, appieno, la responsabilità. Così come chi a quella lacerazione intende opporsi non può non schierarsi, e dire da che parte sta. Io sto con chi salva.
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« immagine » Marco Revelli da il Manifesto dell’8/8/2017 Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha...
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09/08/2017 09:34:41
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E il lupo incontrò l'uomo

23 giugno 2017 ore 15:34 segnala


"Il buio intorno mi protegge, luci lontane tremano dondolate dal vento gelido.
Non mi spaventano la fame, la neve e l’infinità delle pianure. Non mi spaventa la estenuante ricerca di una preda difficile.
Ho paura di lui.
E’ un animale strano, cammina a due zampe e ha indosso un mantello completamente liscio. Si raduna in branchi molto numerosi, mangia e caccia di giorno.
Emette suoni incomprensibili da un muso piatto e privo di peli, non ha coda e cosa assurda le sue orecchie sono piccole e senza movimenti.
E’ certamente un animale folle: stavo catturando una faina quando ho visto un branco di questo animale cacciare sé stesso, si sono uccisi tra loro ma non hanno toccato un solo pezzo di tutto quel cibo.

La luna sta completando il suo ciclo notturno e un altro cerchio luminoso si è formato lontano dal nulla e protegge lo strano animale da noi lupi.
A volte penso che dovremmo diventare suoi amici.

Saluto come un tempo il disco bianco nel cielo nero ma tutto sembra cambiato.
I piccoli dello strano animale, appena nati, non camminano e vengono portati a spalle dalle femmine, emettono suoni acuti e a volte acqua limpida esce dai loro occhi.
Uno di essi è penetrato, perdendosi, nel mio territorio, l’ ho cacciato ed ucciso.
Avrò cibo sufficiente per qualche giorno, ma non sono tranquillo.
La luna riposa ed io la saluto pensando a come era bella la nostra prateria.
Senza di lui." C.S:

Aveva ragione quel lupo, la strana creatura vuole sterminare la sua specie
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« immagine » "Il buio intorno mi protegge, luci lontane tremano dondolate dal vento gelido. Non mi spaventano la fame, la neve e l’infinità delle pianure. Non mi spaventa la estenuante ricerca di una preda difficile. Ho paura di lui. E’ un animale strano, cammina a due zampe e ha indosso un mant...
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E nessun media ne parla, perchè???

14 maggio 2017 ore 13:03 segnala


Dal 17 aprile più di 1.800 prigionieri politici palestinesi hanno iniziato uno Sciopero della fame a oltranza.
Lo Sciopero per la Dignità, che per numero dei partecipanti e durata, non ha eguali nella storia, sta andando avanti con coraggio e determinazione, nonostante tutte le manovre, le intimidazioni e la repressione delle autorità israeliane.
Le rivendicazioni dei prigionieri sono:
- Abolizione della detenzione amministrativa, arresto senza accusa nè processo
- Abolizione di tutte le forme di tortura, compreso l’isolamento.
- Fine dell'imprigionamento dei bambini e delle donne.
- Diritto di ricevere visite dei parenti, all’assistenza sanitaria, allo studio, etc.
- Rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali sui diritti umani dei prigionieri all'interno delle carceri.
Queste rivendicazioni si inseriscono all’interno della lotta di tutto il popolo palestinese per la fine dell’occupazione, delle violazioni e delle violenze che subisce da decenni.
Le vessazioni cui sono sottoposti i prigionieri in sciopero sono inaudite: trasferimenti in celle d’isolamento, barbecue davanti alle celle, offerte di cibo da parte dei medici, confisca di indumenti personali e coperte, incursioni delle unità speciali anche in piena notte, diniego dell'acqua in bottiglia, confisca del sale necessario per poter continuare lo sciopero, politica dell’alimentazione forzata, etc.
Ma tutti i tentativi di minare la volontà di lotta e dividere i prigionieri sono falliti. Il movimento di sciopero dei prigionieri prosegue unito!
Bisogna rompere il muro del silenzio intorno a questa lotta
I principali media non ne parlano, rendendosi complici del regime di occupazione e apartheid sionista. Il governo Gentiloni e le forze che lo sostengono sono proni ai voleri del governo di estrema destra di Netanyahu, che ha adottato la linea di bloccare ogni genere di informazione, perché la questione palestinese va rimossa e cancellata dal dibattito politico.
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« immagine » Dal 17 aprile più di 1.800 prigionieri politici palestinesi hanno iniziato uno Sciopero della fame a oltranza. Lo Sciopero per la Dignità, che per numero dei partecipanti e durata, non ha eguali nella storia, sta andando avanti con coraggio e determinazione, nonostante tutte le manov...
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Mariti giovani e mogli vecchie

02 maggio 2017 ore 16:44 segnala


Ancora una volta la storia d'amore tra un uomo e una donna molto più vecchia suscita gossip, pruderie , stupore per non dire scandalo
Naturale e accettato, addirittura come esempio di successo per il maschio, il caso inverso suscita diffidenza e teorie psicologiche che attribuiscono alla donna il ruolo di un surrogato materno o all’uomo addirittura una copertura per la propria omosessualità.
Senza ipocrisia bisogna dire che per la donna non è tanto l'età in sé a destare scalpore quanto la visione del suo corpo e quindi la pervicacia dello stereotipo, non ancora superato, che la donna valga, esista in quanto bella, giovane e fresca. Che si possa amare una “vecchia”anche per motivi non legati al corpo come l'intelligenza, la sensibilità e la stima è un dato culturale tanto sbandierato quanto non digerito, né dagli uomini né dalle donne.
Senza ipocrisia però bisogna anche dire che una sessantenne di oggi ha un aspetto neanche paragonabile a quello di donne della stessa età di cinquanta anni fa. E che il corpo gioca il suo compito nell’innamoramento, ma che il fascino e l’eros stanno più nel cervello che in carni fresche e sode.
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« immagine » Ancora una volta la storia d'amore tra un uomo e una donna molto più vecchia suscita gossip, pruderie , stupore per non dire scandalo Naturale e accettato, addirittura come esempio di successo per il maschio, il caso inverso suscita diffidenza e teorie psicologiche che attribuiscono...
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Lettera per Michele suicida

14 febbraio 2017 ore 12:53 segnala


"Dispiacere.
Tanta amarezza.
Tanta commozione per una persona che era nei migliori e piu belli anni della sua vita.
Non ho la forza di non commentare di fronte a un episodio del genere.
Se devo essere me stesso devo avere il coraggio di dire che il suicidio non è mai una soluzione.
Mi chiedo se questa persona abbia mai avuto la possibilità di essere aiutato.
Vedo tanta fragilità nella sua lettera come capita nella vita di ognuno di noi.
Tutti qualche volta nella nostra vita siamo stati fragili. È in questi momenti che abbiamo più bisogno di chi ci sta vicino.
E se non abbiamo nessuno vicino dobbiamo avere anche la forza di cercarlo.
Troveremo sempre qualcuno disposto ad ascoltarci. La morte non è un rifugio sicuro.
La morte è la cosa più lontana che ci sia dalla vita.
La vita è bella e va vissuta in ogni momento.
Ad ogni azione deve corrispondere una reazione.
Non farsi schiacciare dallo stress.
Dalla mancanza di prospettive.
Dalla solitudine.
Dalla paura di vivere.
Trovare in ogni piccola cosa la bellezza della vita.
La vita è un dono che ci è stato dato.
Non riesco a pensare cosa possa spingere un essere umano a un gesto del genere.
Non ci credo ancora.
Non so.
Non so cosa.
Scusate ma ho anche rabbia.
Una persona non deve essere mai lasciata sola.
Una persona è una persona.
E siamo tutti diversi e ognuno fatto a modo suo.
E a volte non capiamo.
E a volte litighiamo.
E a volte stiamo male.
Ma cerchiamo tutti di tirare avanti.
E basta un piccolo sorriso per darci un pó di animo.
Un bambino che inizia a fare i primi passi per farci emozionare.
Una bella giornata di sole.
Una persona che ci riscalda il cuore."
Ecco queste sono parole, non mie, di un ragazzo che esprimono quello che è stato il mio sentire dopo aver letto la dolorosa e spietata denuncia di Michele.
La canzone di Fiorella può essere criticata come retorica o sdolcinata, ma per me resta vera, non è solo un inno alla vita ma una denuncia per noi umani che la violentiamo con guerre, avidità e sete di potere e denaro e con tanta stupidità
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« video » "Dispiacere. Tanta amarezza. Tanta commozione per una persona che era nei migliori e piu belli anni della sua vita. Non ho la forza di non commentare di fronte a un episodio del genere. Se devo essere me stesso devo avere il coraggio di dire che il suicidio non è mai una soluzione. Mi c...
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binario 21

28 gennaio 2017 ore 20:06 segnala


Quella fredda mattina di gennaio i camion percorsero una città deserta ed arrivarono a destinazione. I teloni furono aperti e i prigionieri a gruppi furono spinti verso la stazione.
La donna era alla finestra, scostò solo un pò la tendina per guardare e non farsi
vedere. Invisibili loro e invisibile lei.
Fuori rumore di frenate e motori e dentro silenzio, il silenzio della paura che, come un’onda gelata, spazzava via la voglia di spalancare la finestra sulla strada e guardare negli occhi gli altri occhi solo per dire no, non siete invisibili.
Ma quale coraggio e quale consolazione sarebbe stata per loro che partivano con un treno che viaggiava verso la fine.
Sì, si ripetè con una smorfia amara, viaggiare è un po’ morire, beffa di un sentire comune che si stava avverando sul binario numero 21.
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« immagine » Quella fredda mattina di gennaio i camion percorsero una città deserta ed arrivarono a destinazione. I teloni furono aperti e i prigionieri a gruppi furono spinti verso la stazione. La donna era alla finestra, scostò solo un pò la tendina per guardare e non farsi vedere. Invisibili...
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28/01/2017 20:06:52
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