Il grande fiume

20 aprile 2012 ore 23:24 segnala
Passeggiare sulle rive del fiume era sempre stata una sua passione. Quando un problema lo assillava, quando il frastuono della città gli penetrava nella testa, impedendogli di pensare con serenità e assennatezza, si recava senza indugio sulle lanche desolate e solitarie del Po. La giornata si presentava nuvolosa, ogni tanto qualche goccia di pioggia gli bagnava i radi capelli, faceva freddo. Si era giunti ormai alla fine d'aprile, ma sembrava una giornata di metà autunno, il vento sferzava gli alberi e gli faceva lacrimare gli occhi. Si era tolto le scarpe e le calze, i piedi affondavano nella sabbia umida, quindi si era seduto e osservava, in lontananza, i tetti della città. Scegliere quel posto gli era sembrato naturale, sentiva dentro una grande calma. Stormi di gabbiani reali e cornacchie grigie lo sorvolavano di continuo, sembravano presagire qualcosa. Seguiva con lo sguardo le loro piroette, le geometrie virtuali che si disegnavano contro la volta del cielo grigio, e ogni tanto se lo perdeva verso l'estremo orizzonte. Una volta spariti dalla sua vista, tornava a rimirare il gruppo di case a qualche centinaio di metri dal punto in cui si era seduto. La sua si trovava là in mezzo, anche se non riusciva a distinguerla. Quella casa che aveva tanto desiderato, quella per cui aveva sputato sangue. Ora era vuota, i mobili venduti. I futuri proprietari non sarebbero mai venuti a conoscenza del dolore immenso che aveva albergato protetto da quelle pareti, quel fardello era suo, solo suo. Si era alzato di scatto e avvicinato alla riva. Nel momento in cui l'acqua gelida gli aveva bagnato le dita dei piedi, aveva sussultato leggermente, quindi aveva proseguito. Il fiume era in secca e prevedeva di arrivare sino alla metà della sua larghezza, ma non era un problema. La corrente era forte, ma la sua risolutezza lo era ancora di più, lentamente avanzava. L'acqua gli arrivava ormai al petto, ancora pochi passi e sarà finita, aveva pensato. D'un tratto si era sentito afferrare per le caviglie, una forza mostruosa lo trascinava verso il fondo. L'istinto di conservazione lo aveva spinto a roteare ferocemente le braccia, la lotta era impari. In uno squarcio di lucidità aveva finalmente capito cosa stava succedendo. Mulinelli. Uno dei micidiali gorghi del fiume lo stava risucchiando, aveva smesso di agitarsi.



Era stato solo un attimo e si era ritrovato di nuovo in auto con sua moglie. Sono di ritorno da una festa e ha bevuto molto. Lei ha insistito per guidare ma lui non ha voluto sentir ragioni “Meglio io ubriaco che tu sobria” aveva sghignazzato. Subito dopo, lo schianto. L'auto accartocciata, il fumo e lui che riesce ad uscire dal rogo, lui solo. La moglie e il figlio che portava in grembo ardevano all'interno dell'ammasso di lamiere.



Aveva sentito l'acqua riempirgli i polmoni, ancora poco e li avrebbe raggiunti, finalmente. Poi, come l'aveva ghermito, il mulinello lo aveva "sputato" letteralmente fuori. L'aria gli aveva riempito di nuovo il torace indolenzito. Poi alcune voci, una barca che si avvicinava. Il fiume aveva deciso, non era ancora tempo.
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Passeggiare sulle rive del fiume era sempre stata una sua passione. Quando un problema lo assillava, quando il frastuono della città gli penetrava nella testa, impedendogli di pensare con serenità e assennatezza, si recava senza indugio sulle lanche desolate e solitarie del Po. La giornata si...
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